mercoledì 5 ottobre 2011

Società civile e razza padrona - Paolo Flores D'Arcais

Tutti ormai invocano la “società civile”, toccasana contro Berlusconi e contro la Casta. Cerchiamo allora di non barare. Perché, se per “società civile” finiamo per intendere anche un qualsiasi imprenditore nababbo che ancora non sia diventato un politico a tutti gli effetti, il prototipo della “società civile” diventerebbe proprio Berlusconi fino al giorno prima di “scendere in campo”. Non scherziamo, perciò. E non permettiamo che, una volta di più, il significato delle parole venga corrotto nel loro contrario. Montezemolo, Della Valle, Marcegaglia, e i tanti altri che si candideranno alla fase gattopardesca del dopo Berlusconi, con la società civile non c’entrano un prospero. Sono l’establishment, che con la società civile ha la stessa affinità degli invitati al ballo di prima classe del Titanic rispetto agli “ospiti” ammassati nella terza.

Ovviamente si possono inanellare dotte citazioni, da Adamo Smith a Hegel allo stesso vecchio Marx, per ricordare come in economia, sociologia, filosofia, “società civile” volesse dire, agli esordi, l’insieme contraddittorio e conflittuale della società borghese in contrapposizione al potere politico tradizionale prima o al cielo della rappresentanza “astratta” poi. 
Ma quando parliamo di “ società civile” oggi, nel senso delle lotte che almeno da dieci anni si auto-organizzano in Italia contro il regime, in polemica anche con gli acquiescenti partiti di opposizione, stiamo parlando di qualcosa di preciso e riconoscibile: una anti-politica che in realtà vuole innovare radicalmente la politica, riportarla ad avere una dignità che ha conosciuto solo in alcuni momenti storici cruciali (la Resistenza antifascista, in modo specialissimo), proprio perché è anti-establishment, proprio perché considera gattopardesca iattura il berlusconismo senza Berlusconi per il quale si vanno ora spendendo Confindustria e Chiesa (dopo che per quasi vent’anni hanno sostenuto perinde ac cadaver – le aspirazioni totalitarie del barzellettiere di Arcore).

Del resto, se davvero rappresentassero quanto di “civile” residua ancora nella società italiana, questi convertiti dell’antiberlusconismo in zona cesarini proporrebbero almeno, come abc di inderogabile discontinuità con le macerie cui Berlusconi ha ridotto il paese, l’abrogazione di tutte le leggi ad personam (vere e proprie leggi-vergogna e leggi-canaglia), e della controriforma-Gelmini, e dei condoni di grassazione, e delle depenalizzazioni di fatto dei falsi in bilancio, dell’evasione e di mille altre porcate del regime. Di cui sono corresponsabili o meglio (per essere più onesti con le parole) omertosi complici.

Gli “imprenditori” in Italia in realtà sono sempre stati, tranne eccezioni che ogni volta si contano sulle dita di una mano, “Razza padrona”, una metafora che purtroppo si è persa e che sarebbe opportuno rimettere in auge, perché altrettanto rigorosa di “Casta” per i cacicchi dei partiti. Privatizzare i profitti e statalizzare le perdite, grazie al vizioso e vischioso intreccio con il Palazzo e le corruzioni e illegalità della stanza dei bottoni: questa è stata la stella polare dei nostri ridicoli “capitani coraggiosi”, pronti a delocalizzare un made in Italy che è tale ormai solo sulle etichette, e a “risparmiare” sulla sicurezza senza patemi d’animo per gli inevitabili “omicidi bianchi”. Al punto di stracciarsi le vesti nell’assemblea di Confindustria, se alla fine un tribunale li considera per quello che sono, omicidi tout court, e per la prima volta fa giustizia mandando in galera (caso Thyssen) il padrone e i suoi scherani.

Vorrei essere certo anche io, come sembrano essere tutti, che questi siano gli ultimi giorni politici di Berlusconi. A parte il fatto che lo saranno davvero solo quando coincideranno con i primi della galera (altrimenti vorrebbe dire che il regime si è garantito una eterna impunità), temo che l’uscita da Palazzo Chigi del puttaniere idraulicamente artefatto si ridurrà a poco più di un giro di valzer (ho detto valzer, non Walter), se come rappresentanti della “società civile” verranno spacciati imprenditori ammanicati, o un seminario a Todi, officiante il cardinal Bagnasco, deciderà se alla Chiesa dello Ior e del no-Ici convenga di più Casini o Passera.

Il regime di Berlusconi non è stato solo il paradiso per le cricche e le mafie, l’eden per i lacchè in posa da giornalisti, lo giulebbe per i grandi evasori e per i corrotti di ogni appalto, il grembo materno per le P3, P4… Pn con relativi magistrati e carabinieri e finanzieri spergiuri, è stato anche lo strumento per la più disgustosa esplosione di diseguaglianza dell’Italia da quasi un secolo (neppure durante il fascismo si è accresciuta con tali ritmi). Valletta guadagnava 20 volte lo stipendio di un operaio Fiat, Marchionne 435 senza le stock option, e la spudorata esibizione di lusso di infiniti “nullatenenti” può essere verificata dagli orrori cafonal-milionari quotidianamente documentati da Pizzi su Dagospia, o in ogni porticciolo e perfino parcheggio auto sotto casa. Tutto questo mentre non arrivare alla quarta settimana riguarda ormai milioni (a due cifre) di cittadini.

Purtroppo, la società civile vera, che da anni scende in piazza e lotta, rischia una volta di più di aver scosso l’albero, con passione, tenacia, sacrificio, perché ad appropriarsi dei frutti sia poi qualcuno che su quell’albero aveva gozzovigliato da parassita. 

Oggi il dopo-Berlusconi sembra essere “cosa loro”, faccenda che l’ancient régime intende regolare al suo interno tra nascente “partito dei padroni” e sempiterno clero. Sarebbe il caso che anche il “terzo stato”, la società civile delle lotte, avanzi le proprie candidature e si organizzi.

Paolo Flores d'Arcais, Il Fatto Quotidiano

martedì 4 ottobre 2011

Un paesino tedesco produce in rinnovabili il 321% del suo fabbisogno


Wildpoldsried è un piccolo paesino della Baviera di appena 2.500 anime, che però può essere preso ad esempio da tutto il mondo per la sua scelta di vita sostenibile. Questo piccolo villaggio infatti è in grado di produrre più energia di quanta ne consuma, non di poco, ma ben il 321% in più. Come fa? Con metodi naturali e a basso costo.
Tutto cominciò nel 1997 quando il neo sindaco decise di puntare decisamente sullerinnovabili, in un periodo in cui questa parola era semi-sconosciuta e non c’era così tanto bisogno di energia pulita come oggi. Così avviò una serie di iniziative senza indebitarsi, ed oggi, a distanza di 14 anni, il paese può vantare 190 edifici privati dotati di pannelli solari, una rete di teleriscaldamento con 42 connessioni, tre piccolecentrali idroelettriche, 4 digestori di biogas, 9 edifici comunitari dotati di pannelli solari, 58 turbine eoliche ed un sistema di controllo delle acque reflue. Tutto questo sistema consente alla comunità di guadagnare qualcosa come 4 milioni di euro all’anno grazie alle pratiche sostenibili.
L’attività è basata principalmente su tre principi: ricorso alle rinnovabili e agli edifici a risparmio energeticocostruzione ecologica degli edifici utilizzando soltanto materiali locali; tutela delle acque e delle risorse idriche, con conseguente sistema di smaltimento dei rifiuti fatto in maniera sostenibile. Inoltre, come se tutto ciò non bastasse, il sindaco è riuscito ad ottenere dei finanziamenti dall’Unione Europea per costruire un sistema idrico in grado di risolvere il problema delle alluvioni (un’alluvione creò enormi danni alla cittadina alla fine degli anni ’90), ed in questo modo il sistema è stato adattato per la gestione delle acque reflue, le quali non vengono scaricate nei fiumi come spesso accade da noi, ma in un sistema di trattamento che le accumula in una vasca di sedimentazione, le filtra e ricicla l’humus che ne deriva.
Ma non finisce qui. Infatti il sindaco ha già disegnato il percorso da seguire per il futuro. Il primo intervento che farà sarà fornire ai pali per l’illuminazione stradale delle lampadine LED. Poi ha intenzione di istituire dei veri e propri corsi, sia per la popolazione locale che per gli altri tedeschi, in cui si insegnano i principi di base dell’ecologia, con riferimento all’impresa della sua città, in modo da introdurre il concetto di “turismo eco-energetico”. Ed inoltre il Governo statale ha deciso di imparare da questo paesino come fare per utilizzare le rinnovabili anche a livello più esteso dato che, con la futura chiusura delle centrali nucleari, bisognerà pur prendere l’energia da qualche parte.

Tratto da:http://informarexresistere.fr

Pecore e leoni. La mignottocrazia secondo Terry De Nicolò - Angelo D'Orsi

Berlusconia ha una nuova icona, la signorina Terry De Nicolò. La sua intervista (“Repubblica TV”) è diventata un cult nel popolo della Rete, che la sta commentando variamente, perlopiù con epiteti, come suol dirsi, “irriferibili”. Ma sono sicuro che la Terry non si scompone a leggerli, anzi, contando il numero dei “cliccaggi” (si dirà così?), aumenterà la fiducia in se stessa, nel Dio Denaro, nel suo Pontefice Massimo, Silvio, e nei suoi innumerevoli sacerdoti, chierichetti e sacrestani.
La De Nicolò, escort di professione, ha sciorinato in una manciata di minuti, la morale del signore del Bunga Bunga. Che si può ridurre a un assioma elementare: se “tu sei racchia e fai schifo, te devi stare a casa”. Se hai invece i “requisiti”, li metti in vendita. E li fai fruttare opportunamente. Perché, spiega la signorina, appoggiandosi sull’indiscussa autorità (!?) del signor Vittorio Sgarbi, la bellezza vale; anzi, “è un valore che non tutti hanno e che viene pagato”. E soltanto l’invidia muove coloro che criticano Berlusconi, o persino un Tarantini: in effetti, la signorina è di Bari, e proprio Tarantini a quanto capisco era il suo reclutatore per “l’utilizzatore finale”, e molti altri, di varia collocazione politica e geografica, purché sufficientemente facoltosi, e, in sintesi, capaci di vivere una “vita da leone”. E fornisce coordinate morali ineccepibili: “Quando sei onesto non fai il grande business, rimani piccolo”. Ecco.
Ma c’è di più: “Più in alto vuoi andare e più devi passare sui cadaveri. È così, ed è giusto che sia così”. Purtroppo, in questo Paese, ci spiega affranta Terry, la sinistra e cattolici hanno un’idea “moralista” della politica: e pensano che tutti debbano accontentarsi di guadagnare “2000 euro al mese”. Testuale. “Ma dove vai”, aggiunge, con enfasi, “con 2000 euro”? Siamo oltre il limite del dileggio e l’ineffabile filosofa, a questo punto, è inarrestabile; un vero fuoco da eroina della “Mignottocrazia” berlusconiana, la anima. Se vuoi essere pecora, rimani a casa con quei duemila. Ma se sei leone, beh, allora tutt’altra deve essere la tua legge di vita. “Se vuoi ventimila euro al mese ti devi mettere sul campo [forse intende sulla strada, la signora], e ti devi vendere tua madre”. Del resto, per presentarsi ad Arcore, mica puoi vestirti (per poterti poi svestire) con “una pezza da cento euro”. Davanti “all’imperatore” – dice proprio così, ‘st’impunita – si va minimo con un abito di Prada, e gli accessori annessi e connessi.
È questione di punti di vista, e di proporzioni. Sento che l’ex ministro Castelli – uno dei figuri più tristi e squallidi del leghismo berlusconizzato – si è proclamato “povero” perché guadagna (dichiara al fisco, meglio), “solo” 145.000 euro annui. Aperta colletta per dargli una mano. Prima sottoscrittrice l’anziana signora che ho visto al supermercato ieri: è arrivata alla cassa, e quando la cassiera le ha presentato il conto, ha scoperto che non aveva sufficiente denaro, e ha cominciato a sollevare dal carrello uno dopo l’altro i pezzi della sua spesa per la settimana. Tirava su un cartoccio di latte, poi lo rimetteva giù, “no, il latte no”; poi i biscotti, e quelli li ha consegnati; è toccato quindi alla pasta: ne aveva tre pacchi. Ne ha posati due. Ha trattenuto una confezione di formaggini. Infine, le fettine di tacchino. Ha preso tra le mani il contenitore di polistirolo, e si coglieva in quell’incertezza tutto il dramma della sua vita da “pecora”. Dopo breve esitazione, ha consegnato anche quello, e ha trattenuto le uova e le carote; e un barattolo di marmellata; e lo zucchero. La cassiera, vagamente imbarazzata, ha ricalcolato: era ancora troppo per quel foglietto stropicciato da cinque euro che la signora aveva deposto sulla cassa. Le ha suggerito: “tolga la marmellata o lo zucchero, signora”. La signora ha rinunciato allo zucchero: “tanto mi fa male”, ha mormorato, cercando di conservare un’aria serena, ma le tremava il labbro. Le persone in coda guardavano altrove, a loro volta colpite dalla scena, ma vergognose: colpevoli, di potersi permettere di pagare.
Ma non finisce qui. Nella stessa giornata sono andato in macelleria. Davanti a me, un’altra signora anziana, a voce bassa, tentando di nascondere un’agitazione profonda, ha chiesto cosa potesse portarsi via con 3 euro e 49 centesimi. Cosa gradirebbe? – le ha domandato quasi con affetto il venditore. “Un pezzo di bue per farmi un bollito… Un pezzetto…”. Ho avuto l’impressione che nel peso il macellaio sia stato generoso, e addirittura le ha detto che costava 3,40 e che avanzavano i 9 centesimi. Stavolta mi è parso che fosse la signora a vergognarsi della sua povertà, mentre il macellaio la rincuorava, dicendole che “aveva anche troppi soldi per quel pezzo di carne”.
Infine, passo dal mercato, andando verso casa. È tardi. I banchetti stanno smobilitando. Un signore vestito in modo dignitoso, sia pure con un abito di antica data, apre un cassonetto dell’umido e comincia a frugare. Finché ne estrae un sedano. Ho colto un sorriso nel suo volto. E l’ho dedicato, dentro di me, a tutti coloro che se ne stanno “a casa”, non potendo vivere da leoni, e cercano di sopravvivere, difficoltosamente, da pecore. Ci vuole assai più coraggio e pazienza, signorina Terry, a vivere una vita da pecore, che un giorno (o una notte) da leoni. Anche se, per lei e quelli o quelle come lei, altro paragone zoomorfico sarebbe assai più appropriato.

NEW YORK. Un viaggio tra gli indignati di Liberty Plaza 04 ottobre 2011 - Barbara Pianca, www.vita.it

A due passi da Wall Street continua la protesta contro finanza, banche e lobbies
 
 
Questa è la terza settimana. Loro non si muovono. O meglio, si muovono, marciano, dibattono, rispondono alle interviste dei giornalisti televisivi che ora finalmente invadono l'accampamento, si intervistano a vicenda (non si contano i videofonini continuamente in azione), dormono nel sacco a pelo battendo i denti, puzzano di giorni e giorni senza docce, distribuiscono cibo, lavano i vassoi con detersivi ecologici, raccolgono lo sporco che inevitabilmente si forma per terra. Ma rimangono. «Non abbiamo nessuna intenzione di andarcene» affermano, e sembrano davvero convinti. 
Sono quelli del movimento “Occupy Wall Street”. A New York uno zoccolo duro di ragazzi per lo più sulla ventina - qualcuno dice i soliti figli di papà che amano vestirsi da pezzenti e gridare alla rivoluzione, per poi tra cinque anni inserirsi nel sistema che oggi contestano – non molla. Dal 17 settembre si sono seduti a Liberty Plaza, una piazzatta subito accanto Wall Street, per manifestare contro il sistema capitalista adducendogli le colpe della crisi economica mondiale, sull'onda della primavera araba e delle proteste degli indignados. Dicono: «Rappresentiamo la maggioranza, il 99%: Lo strapotere dell'1% deve finire. Banche, lobbies, mercato finanziario: basta».

Ciò che sta accadendo è più interessante di quanto certi media hanno provato a raccontare: fossero i soliti figli di papà, se ne sarebbero già andati (in uno dei numerosi cartelli che si trovano un po' ovunque nella piazza si legge: “Vi stiamo divertendo? Intrattenervi non è il nostro obiettivo”). Non fosse per altro, se ne sarebbero andati almeno per la pioggia, che più volte in questi giorni arriva improvvisa e battente. Loro però invece rimangono, anche quelli che l'impermeabile non ce l'hanno, con i tamburi e un hula hop che si illumina nella notte, a ballare a turno in un cerchio improvvisato, o a discutere, accendersi, confrontarsi. O, ancora, a ripetere in massa le parole di uno. Gli oratori si turnano e ogni loro frase viene ripetuta ad alta voce da tutti gli ascoltatori. Si formano gruppi sparsi e a volte non è facile capire se sono organizzati o improvvisati. Nonostante ci tengano a dire che non esiste una leadership, di cose organizzate, almeno dal punto di vista pratico, ce ne sono. C'è, soprattutto, il centro “media”, un manipolo di computer protetti da un paio di ombrelloni, dove alcuni ragazzi diffondono in tempo reale le notizie tramite i social network. D'altronde, è proprio da lì che tutto questo è partito, eora cominciano anche a venire diffusi i primi documenti ufficiali del movimento.

Soprattutto nei fine settimana in molti li raggiungono e la massa aumenta, assumendo mille facce, età, idee, e la polizia si spaventa. Sabato alcuni di loro hanno marciato fino al ponte di Brooklyn, bloccando il traffico. Risultato: arrestati in settecento, tra cui perfino una ragazzina minorenne, per disturbo dell'ordine pubblico (i newyorkesi si chiedono perchè la polizia li abbia lasciati invadere il ponte senza bloccarli prima). Già nel weekend precendente c'erano stati i primi arresti, avvenuti con la proverbiale e pur sempre shockante irruenza delle forze dell'ordine americane. Mancando di leadership, le opinioni che si ascoltano a Liberty Plaza sono molteplici. Per alcuni occupanti le iniziative spettacolari come quella del ponte di Brooklyn non hanno senso, è meglio restare nell'accampamento e sostenere il dibattito assembleare ogni giorno. Perseverare. Ma anche le opinioni strategiche diverse sembrano convivere pacificamente, almeno per ora. I ragazzi continuano a ringraziarsi a vicenda ogni volta che uno prende la parola ed esprime i propri pensieri. Micheal Moore e Susan Sarandon sono andati a sostenerli. Ma chi c'è andato domenica sera ha stupito ben di più: un manipolo di marines arrivato a proteggerli. «Abbiamo combattuto per l'America, non per Wall Street» hanno spiegato.

L'aspetto più interessante del movimento, e il più pericoloso per l'establishment, è che è velocemente contagioso. In altre zone d'America sta già accadendo la stessa cosa: Chicago, Los Angeles, Boston, la lista è lunghissima. Secondo le fonti di Occupytogether.org, ad oggi si contano più di 100 città solo negli Stati Uniti. Una settimana fa erano 64 in tutto il mondo. Occupytogether.org è il sito che offre le informazioni necessarie per far partire una protesta nella propria area geografica. Questo è solo l'inizio.

I droni di Marchionne

di  Dante Barontin, www.contropiano.org

L'uscita della Fiat da Confindustria conferma fin nei dettagli la contraddizione tra interessi delle grandi multinazionali e imprese “nazionali”, per quanto export oriented.
Il punto su cui si è verificata la “rottura” non poteva essere più esplicito: per Marchionne l'art. 8 della manovra – che prevede la possibilità di derogare a contratti e leggi, quindi la totale e incontrattabile libertà di licenziare - è l'unica garanzia del comando assoluto sulla forza lavoro. E quindi è la condizione più volte posta - con i referendum di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco – per rimanere in Italia.
Per Confindustria - che ha ratificato l'accordo del 28 giugno con Cgil, Cisl e Uil – vanno bene entrambe le cose: l'art. 8 in casi estremi, la “concertazione” con gli unici sindacati riconosciuti a prescindere come titolari della rappresentanza in tutte le situazioni “gestibili”.
Si nota qui una preoccupazione che Fiat urla di non avere più: il problema della “coesione sociale”, della governabilità di un paese guidato sulla via dell'impoverimento a tappe forzate. Alla multinazionale basta uno sguardo dall'alto: se gli piacciono determinate regole sociali, bene, altrimenti si va altrove. Per la Marcegaglia e persino Bombassei, un qualche filo di mediazione molto oculata e da posizioni di forza è comunque bene tenerlo; le loro imprese ­ come la stragrande maggioranza delle grandi, medie o piccole – stanno qui e non possono trasferirsi altrove. Condividono naturalmente l'esigenza di comprimere il costo del lavoro, abbattere il salario e azzerare le tutele legali dei lavoratori, ma hanno paura di sbagliare i passaggi e ritrovarsi con un paese inselvatichito, con una conflittualità anomala quanto a forme o prevedibilità.
Il “manifesto di Confindustria” è un concentrato di questi interessi, di questo tipo di imprese. Combacia perfettamente con l'impianto della “lettera della Bce”, permette a un Della Valle di sbraitare un “basta” degno più di Masaniello che non di un “principe del lusso”, aprendo la volata per la discesa in campo politico del suo socio in affari, Luca Cordero di Montezemolo.
Questa borghesia “nazionale per debolezza strutturale” non è “progressista”. Il suo programma coincide al millimetro con quello di Marchionne. Ma si distingue per le modalità di raggiungimento degli obiettivi. Dobbiamo dire grazie alla Marcegaglia per essere stata così sincera: ci vuole un “lubrificante” per far passare certe “riforme”. Qui i sindacati “complici” sono chiamati a dare il meglio di sé, in quanto a “scorrevolezza”. Tenendo buoni i lavoratori, buttando fumo negli occhi ai precari, tamponando alla meglio l'incazzatura dei pensionandi (e dei pensionati, se si dovesse arrivare a “misure greche” come la riduzione d'autorità degli assegni).
Alla Fiat americana tutto ciò non interessa. E' “politica”, e se ne ritrae annoiata. Quel che accade nella società non è affar suo. Il “modello Marchionne” ha introiettato il principio basilare della “guerra civile globale” innescata dalla crisi. E che fa di qualsiasi società un insieme informe senza struttura e corpi sociali intermedi. Governabile anche a distanza e dall'alto.
Basta avere droni a sufficienza.

lunedì 3 ottobre 2011

Il maiale necessario

di Alessandra Daniele, www.carmillaonline.com 


Porcellum.jpgIl referendum porchicida incombe, la maggioranza al governo ha bisogno d'inventarsi una riforma elettorale che le consenta di rivincere le prossime elezioni con i pochi voti che le saranno rimasti, quando anche le vecchiette dai capelli fucsia e i padani dalla barba verde avranno ormai smesso di credere al Partito delle Scimmie di mare.
Dopo il maggioritario Mattarellum e il proporzionale Porcellum, la cui influenza suina ha così evidentemente segnato l'attuale fase politica, ecco le bozze di nuova legge elettorale che il governo ha allo studio:

Il Gabriellum
Nato da un brainstorming fra i principali esperti di ricerca scientifica del PdL - Gabriella Carlucci e Maria Stella Gelmini - prevede la collocazione dei seggi elettorali all'interno del tunnel fra il CERN e il Gran Sasso. Questo farà sì che i risultati delle votazioni arrivino al ministero dell'Interno prima che gli elettori abbiano cominciato a votare, e che il nuovo governo Berlusconi possa ottenere la fiducia prima che il nuovo Parlamento si sia insediato. Tutta la procedura durerà trenta nanosecondi, e produrrà trenta nanoministri.
Il Bordellum
Suggerito dal principale consigliere del premier in materia di riforme costituzionali - Lele Mora - applicherà un doppio standard. Gli italiani di sesso maschile manterranno tutti i diritti elettorali, mentre le italiane potranno esercitare solo quello passivo, e saranno votate ed elette in base alle doti dimostrate nel corso di una campagna elettorale che si svolgerà in tre fasi: lap-dance, lotta nel fango, e gang bang.
Il Papellum
Gli autori di questa bozza hanno preferito restare anonimi. Il paese sarà diviso in quattro macro-regioni, subappaltate ad altrettante famiglie della criminalità organizzata, che le rappresenteranno con un numero variabile di grandi elettori, il cui voto deciderà la composizione del Parlamento. La Lega ha preteso che la cosca mafiosa alla quale sarà assegnata la Padania pratichi l'affiliazione col rito celtico.
Il Parabellum
Elaborato da uno statista di sincera fede democratica - il ministro della Difesa Ignazio La Russa - prescrive che le prossime elezioni per il Parlamento italiano si svolgano in Afghanistan. Per recarsi alle urne, i civili dovranno attraversare un campo minato, sotto il tiro dei cecchini afghani, e durante un bombardamento NATO. I militari troveranno invece le urne in mensa. I vertici delle Forze Armate hanno però di nuovo criticato il ministro La Russa, stavolta non per il suo abbigliamento, ma per il suo tono di voce, che hanno definito ''effeminato''.
Quale di queste bozze sarà realizzata? Forse nessuna, l'importante adesso è che il dibattito sulla legge elettorale sia più efficace di quello sulla secessione nel distrarre gli italiani dalla bancarotta. O sarà necessario un altro allarme influenza, e l'autunno è ancora troppo caldo.

Una vita a pane e acqua

Uno spaccato che ci fa vedere il futuro prossimo, non quello remoto. Il "progetto Confindustria" in combinato disposto con la "lettera Bce" prefigura una società dove tutto i "lubrificanti" sociali (ammortizzatori, welfare, istruzione, sanità, ecc) sono considerati un costo da sopprimere. Le conseguenze sono già qui, anticipate da qualche disgraziato in vena di "sceriffismo" ai danni dei bambini. 

fonte: www.contropiano.org

Bambini a pane e acqua perché i genitori non pagano la retta: dopo il Veneto la pratica arriva in Piemonte e Lombardia

di Gianni Trovati


Non bastava il caso di Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza, che l'anno scorso era salito alla ribalta della polemica nazionale per la decisione del sindaco di lasciare a pane e acqua a scuola i figli delle famiglie non in regola con il pagamento della retta. L'idea di bambini che sbocconcellano un pezzo di pane mentre il compagno di banco mangia pastasciutta, hamburger e insalata aveva mobilitato i partiti di opposizione alla Giunta leghista, la Caritas, i consumatori.
Con scarso successo, perché in questi giorni l'idea è tornata in auge a Galliate, 15mila abitanti alle porte di Novara, dove per combattere la morosità e l'evasione il sindaco Davide Ferrari ha deciso di mettere in pratica lo stesso sistema. Anche qui, polemica (per ora solo locale) con l'opposizione alla Giunta di centrodestra, con tanto di grida del consigliere comunale dell'Idv che viene allontanato dall'Aula del consiglio per «intemperanze».
Più che politica, però, la questione è di buon senso, perché nessuno schieramento può dirsi immune dal vizietto del rigore a danno dei bambini invece che degli adulti non paganti. Lo sanno per esempio a Cesate, in provincia di Milano, dove il Comune di centrosinistra ha deciso che i figli dei morosi hanno diritto solo a un panino e un succo di frutta. Senza sforzarsi di capire se l'acqua è di destra e il succo di frutta di sinistra, c'è solo da notare che sono almeno una decina i casi (noti) di gruppi di bambini messi a dieta forzata dal sindaco perché i genitori non hanno voluto o potuto pagare la retta della mensa (intorno a Milano è accaduto anche a Pessano e Concorezzo, per esempio).
I propugnatori di questo sistema rivendicano l'efficacia del meccanismo anti-evasione. A Montecchio Maggiore il Comune ha appena fatto i conti e ha scoperto che quest'anno il tasso di mancati pagamenti è crollato e praticamente tutti i 651 bambini iscritti alla refezione hanno i conti in regola. L'anno scorso, in realtà, il servizio era offerto a 800 bambini ma le defezioni, ha assicurato l'assessore al Bilancio al Giornale di Vicenza, sono dovute a «motivi familiari».
A Galliate il sindaco invita sulla propria pagina Facebook a «dirla tutta», e spiega di «aver scoperto gente con tre cellulari che non si faceva trovare sapendo di avere 600 euro di debito», o addirittura di aver ricevuto «una persona venuta a chiedere aiuti perché non aveva soldi per pagare le bollette tra cui l'abbonamento a Sky». Certo, il campionario delle «colpe dei padri», in un Paese in cui l'evasione fiscale rimane una pandemia a tutti i livelli, è ricco, ma già i Greci (quelli antichi) avevano capito che queste non devono «ricadere sui figli». Una via alternativa per i Comuni ci sarebbe, e passerebbe attraverso controlli serrati e attività di riscossione efficaci. A meno che, mentre la manovra estiva chiama i sindaci a collaborare contro l'evasione fiscale attraverso una rete sempre più fitta di incroci telematici di banche dati, si finisca per scoprire che il mezzo più efficace è tagliare i viveri ai figli degli evasori.
da Il Sole 24 Ore

Rapporto shock di Openpolis, tutte le volte che l’opposizione ha salvato Berlusconi –

Ci sono le enunciazioni di principio, le piazzate barricadere che chiamano alla rivolta, le urla di battaglia a favore di telecamera. Poi ci sono i numeri, freddi e crudi, che rivelano ben altre realtà, che parlano della meccanica reale che muove il filo della dialettica tra opposizione e maggioranza.
L’ultimo rapporto di Openpolis si intitola “Opposizione che salva la maggioranza” e ci racconta, attraverso l’analisi di tutte le votazioni elettroniche d’aula, tutte quelle volte in cui la maggioranza di Governo è riuscita a far approvare le sue proposte grazie ai voti e alle assenze dei parlamentari di opposizione. In questi casi quindi, se tutti i parlamentari di opposizione fossero stati presenti e avessero votato contro la maggioranza, quest’ultima sarebbe stata battuta nella votazione.
Più di un voto su tre. Il non-voto dell’opposizione è talmente ricorrente da assumere un carattere sistemico rispetto l’attività parlamentare. Infatti, finora in questa legislatura su un totale di 14.494 votazioni le situazioni di maggioranza salvata sono state 5.098, ovvero il 35%. Per la serie carta canta, ecco il grafico:


Ma Openpolis fa di più: la classifica dei parlamentari che più volte hanno salvato la maggioranza. In testa svetta Bersani, al terzo posto Di Pietro e poi D’Alema, Veltroni. Tra i deputati che invece hanno salvato di meno il governo troviamo al primo posto Rosy Bindi.  Ma guardate il grafico:


Molti provvedimenti sono stati approvati anche grazie alle assenze dell’opposizione nelle votazioni finali. Quei voti cioè che rappresentano un passaggio decisivo nell’iter di approvazione di una legge perché consentono al provvedimento di passare all’altro ramo del Parlamento o di diventare legge. Ecco i più significativi
- Salvataggio Alitalia
- Contrasto immigrazione clandestina

- Rifiuti in Campania

- Riforma Brunetta della Pubblica amministrazione
- Terremoto in Abruzzo
- Scudo fiscale
Quello di Openpolis è un rapporto scomodo di cui ovviamente nessuno parlerà ma il nostro ruolo è quello di vigilare sulla classe politica anche perché pensiamo che conoscere anche ciò che non piace sia la prima condizione per costruire un Paese migliore.

fonte:http://letteraviola.it 

domenica 2 ottobre 2011

La Repubblica a bagnomaria- Valentino Parlato, Il Manifesto

 
Tutto è contro il governo delle destre: Confindustria, Chiesa cattolica, società civile, lavoratori, studenti, giornalisti. Persino la BCE. Ma Berlusconi resta al suo posto protetto da una maggioranza che rischia, alle prossime elezioni, di perdere molti, molti posti...
RESTAURO IMPOSSIBILE
 
La crisi del governo Berlusconi è palese, clamorosa direi. Opposizioni a parte, ci sono le condanne del mondo imprenditoriale e della chiesa italiana. Nella sua stessa maggioranza ci sono defezioni e agitazione. Anche la (pur inaccettabile) lettera della Bce suona condanna per il governo.
Tuttavia questo governo resta in piedi, ma su quali basi? Credo che la ragione fondamentale della sua tenuta debba individuarsi nel fondato timore di molti dei parlamentari del Pdl di perdere il posto ove si andasse a nuove elezioni. La situazione è questa e il rischio è di continuare nel degrado fino al 2013. Una continuità di degrado assai dannosa per l'Italia.
A questo punto vengono in primo piano le responsabilità dell'opposizione e delle sinistre, che protestano, accusano, ma finora non sono state in grado di dare il colpo decisivo, dando spazio a un progressivo deterioramento che danneggia anche loro, nel senso innanzitutto di perdita di credibilità.
Ma, sia pure non tanto bene rappresentata, una sinistra c'è in questo nostro sciagurato paese. C'è nella società, nel mondo del lavoro e anche in un'intellettualità oggi un po' a margine. C'è nel Parlamento e c'è nel paese. 
La sinistra dovrebbe darsi una sveglia. Direi di smetterla di dire che Berlusconi è cattivo e resta dov'è. E, ancora di più, la sinistra dovrebbe smuovere le masse dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati. Promuovere grandi manifestazioni di massa e, in Parlamento, attaccare l'attuale maggioranza che ogni tanto fa flop.  
Oggi il terreno decisivo per battere Berlusconi e la sua maggioranza parassitaria è promuovere continuamente in Parlamento proposte di riforma, di cambiamenti di rotta, di denuncia del malaffare. Ogni giorno un colpo, alla fine (come è già avvenuto) questo governo andrà in minoranza e molte cadute in minoranza possono provocare la caduta importante.
Quel che bisogna evitare, assai pericoloso per la democrazia, è il bagnomaria, un borbottio che non porta a nulla e che segna un ulteriore degrado della società. L'attuale marcescenza politica segna solo un deterioramento della politica e un indebolimento delle forze che sono oggettivamente contro l'attuale regime. Non dico: la sinistra batta un colpo, ma organizzi e promuova un continuo bombardamento, su tutti i fronti più diversi, fino a che ci sia una rottura nel fronte berlusconiano. È giusto e possibile, altrimenti andremo ancora più in basso. Anche i risultati del referendum dovrebbero pesare.

IL PARTITO DELLA POCHETTE!


da facebook

C’è qualcosa di vecchio, di terribilmente stantio nel... tentativo delle élite confindustriali di sostituirsi a Berlusconi.
 
Non so cos’è, esattamente.
Forse è il linguaggio di Diego Della Valle, ad esempio: quel ‘Politici, ora basta’ così generico e povero (ci sono politici e politici, imprenditori e imprenditori, giornalisti e giornalisti, terzini e terzini: lo sanno anche i sassi), che suona un po’ emulazione fallita di Beppe Grillo (e quindi si iscrive di diritto alla categoria del trash, essendo il trash come noto basato proprio sull’emulazione fallita).
Forse è invece per il meccanismo del ’scendo in campo ma forse no ma anche sì, io non vorrei ma il Paese me lo chiede’: insomma roba che abbiamo visto performata nel ‘93-’94 proprio dall’uomo che ora i confindustriali vorrebbero sostituire. Adesso i Montezemolo, i Della Valle, i Profumo etc ripropongono esattamente lo stesso teatrino, et voila un’altra emulazione fallita (e francamente fa un po’ ridere la Brambilla quando se la prende con «gli imprenditori che vorrebbero salvare la patria», senza accorgersi che sta parlando del suo capo 18 anni dopo).
Forse invece a sapere così di vecchio è il tentativo di riproporre il trucchetto dell’abolizione della memoria, che però grazie a Dio nell’era del web non funziona mica più: sempre gli stessi sassi di cui sopra ricordano benissimo il Della Valle sponsor sfrenato di Clemente Mastella, così come ricordano che meno di un anno fa, a Parma, l’assemblea di Confindustria ha interrotto una dozzina di volte con applausi scroscianti i deliri di un Berlusconi già universalmente sputtanato – e mica per il bunga bunga, ma per la sua fallimentare insipienza.
O forse a puzzare così di stantio è il fatto che all’alba del 2011 i grandi capitalisti pretendano ancora di vendere in giro l’antico trucchetto pseudocalvinista per cui «se noi siamo ricchi è perché siamo bravi e baciati da Dio, quindi potremo fare con l’Italia quello che abbiamo fatto con le nostre aziende», roba che grazie al cielo non ci crede più nemmeno il mio ortolano.
O forse no, forse è un altro il motivo per cui le ambizioni dei Montezemolo e dei Della Valle suonano così vetuste.
Ed è il fatto stesso che a proporsi di guidare il Paese è un’élite. Un’élite chiusa, un inner circle di potere economico e mediatico in pochette, un circolo del bridge con le finestre blindate.
Cioè il contrario esatto non dico della democrazia diretta, ma certamente della democrazia dal basso, della società aperta, della società dei cittadini consapevoli, della società della partecipazione. Il contrario esatto di quell’onda senza padroni che la primavera scorsa ha rovesciato il tavolo delle amministrative e dei referendum. E che adesso si è fatta risentire con il milione e passa di firme contro il Porcellum.
A proposito, non mi risulta che Della Valle abbia firmato.

Alessandro Gilioli.