sabato 2 febbraio 2013

Il Giovanardi in sintesi di Adriano Chiarelli


L'esponente dei cosiddetti moderati è tornato oggi, per l'ennesima volta ed in maniera gratuita, a dire falsità sulla vicenda della morte del giovane romano Stefano Cucchi. Ad uso e consumo della sua campagna elettorale e accusando la sorella Ilaria di strumentalizzarne la vicenda... Alcune brevi notazioni su Carlo Giovanardi, a partire dalla premessa che sono ormai maturi i tempi per cui questo personaggio della politica italiana venga bandito dalla vita pubblica per sempre, mandato in pensione possibilmente non a spese del contribuente.

1) L'astio nei confronti di Stefano Cucchi e la disinvoltura con cui ne infanga la memoria, senza che nessun collega di partito o di schieramento come minimo lo inviti alla moderazione, trova sicuramente la radice nel fatto che Giovanardi abbia prestato in gioventù servizio nell'Arma dei Carabinieri.

2) Giovanardi dimentica che la morte di Stefano Cucchi e di tanti altri rappresenta il principale e ricorrente effetto collaterale della delirante legge proibizionista che porta il suo nome, insieme ad un altro campione del moderatismo: Fini-Giovanardi. Botte da orbi, carcerazione e processi rapidi e stranamente efficienti, come contrappasso per il possesso di pochi grammi di hashish. Questa è l'infame legge Fini-Giovanardi.

3) In un incontro pubblico organizzato all'epoca del suo incarico di sottosegretario con delega alle tossicodipendenze, Carlo Giovanardi riconobbe Narconon come ente riconosciuto a livello istituzionale. Narconon è la catena di cliniche di disintossicazione legate direttamente alla setta multimiliardaria di Scientology. I metodi utilizzati nelle cliniche Narconon per "curare" le tossicodipendenze non hanno alcuna valenza scientifica e sono oggetto di feroci critiche nella comunità medica.

4) Il fratello gemello di Carlo Giovanardi, Daniele, presiede la Confraternita della Misericordia, ente che gestisce molti centri di permanenza temporanea (CPT), le vergognose prigioni per immigrati privi di permesso di soggiorno o in attesa di espulsione. Centri questi, ricordiamolo, tra le cui mura avvengono quotidianamente abusi e violenze. Guardare i peccati di casa propria prima di infangare i morti e i vivi, è un consiglio che l'ex sottosegretario dovrebbe prendere in considerazione.

5) Ilaria Cucchi, ha goduto e godrà sempre del nostro massimo sostegno, civile e sociale. E con lei sosterremo sempre tutte e tutti coloro che si trovano a dover subire falsità e umiliazioni, come accaduto con l'ultimo intollerabile e gratuito sproloquio di Giovanardi.

Pensare il nuovo. Pensare in grande: incontro pubblico di Rivoluzione Civile



PERUGIA - Domenica 3 febbraio a Perugia, presso il Park Hotel di Ponte San Giovanni, con inizio alle ore 10.00 si terrà il primo incontro pubblico di Rivoluzione Civile in Umbria.
All’incontro parteciperanno Flavio Lotti e Marco Gelmini capolista alla Camera e al Senato, i candidati e le candidate di Rivoluzione Civile.
“Durante la campagna elettorale si fa sempre un gran parlare. Ma spesso sono discorsi vuoti e inconcludenti. Si parla ma non si ascolta. Eppure, mai come adesso, abbiamo bisogno di fermarci per un momento, ascoltarci, riflettere e progettare insieme.
Rivoluzione Civile è la sorpresa, la vera novità delle prossime elezioni. Ma per vincere questa sfida abbiamo bisogno di pensare il nuovo. E di pensarlo insieme".  
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“Bisogna pensare il nuovo, bisogna pensare in grande, bisogna pensare senza pregiudizi, senza vecchi modi di reagire, senza tutta quella zavorra di sciocchezze che oggi assordano i giovani e li rendono sempre più delusi e senza speranza.” Tiziano Terzani

Gianni Rinaldini: "Il voto a Rc è l'unica scelta di cambiamento e di rottura con Berlusconi e Monti"




Votare per Rivoluzione civile? "È l’unico modo per fare esistere una rappresentanza politica parlamentare caratterizzata da una scelta di cambiamento e di rottura con le politiche sociali del governo Berlusconi e del governo Monti". Così Gianni Rinaldini in una nota in cui spiega i motivi delle sue preferenze elettorali alle politiche. "Siamo chiamati a votare con un sistema elettorale vergognoso e antidemocratico che non esiste in nessun Paese europeo", è il punto di partenza del ragionamento di Rinaldini. "Trovo stucchevoli ed un po' ridicoli i riferimenti al voto utile quando il contesto è quello di un sistema elettorale che può permettere con il 35 – 37% dei consensi di avere una rappresentanza parlamentare di oltre il 50%", continua Rinaldini, che si chiede: "Ma veramente c'è qualcuno in questo Paese che pensa realisticamente di poter governare in queste condizioni?" "Le alleanze diventeranno inevitabili e andrebbero esplicitate prima del voto - sottolinea il portavoce di "La Cgil che vogliamo" - se non si vogliono prendere in giro le persone". Rinaldini nota che in questa prima fase della campagna elettorale le questioni sociali vengono oscurate da altri terreni di battaglia politica. "Invece il lavoro, il precariato, lo stato sociale, il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori di votare i loro contratti devono essere temi centrali nel prosieguo della campagna elettorale", sottolinea. "Del resto questo è quello che abbiamo fatto insieme nella campagna referendaria per cancellare l'art. 8 e ripristinare l'art.18 - conclude - che sempre di più deve trovare riscontro nelle iniziative pubbliche elettorali di Rivoluzione Civile”.

"Primarie finte, con Vendola che ha anteposto i suoi interessi privati". I dissidenti di Sel approdano a Rc


"Le primarie per la scelta dei candidati sono state finte. Vendola ha anteposto interessi privati a quelli collettivi". I dissidenti di Sel approdati ieri a Rivoluzione civile non si risparmiano certi in complimenti verso il loro ex portavoce. E mettono giù accuse molto precisi. Sul numero esatto di quanti siano inon c'e' chiarezza visto che come spiegano alcuni di loro, Alfonso Gianni, Carmine Fotia, Francesco Cantafia, Rosario Costaro, Saverio Cipriano, si tratta di ''esponenti di Sel in varie regioni, dalla Sicilia alla Sardegna, passando per il Lazio, che hanno deciso di restare coerenti''. Anche se Sel precisa che molti di questi personaggi avevano già deciso di abbandonare la loro organizzazione alla fine del 2012 la decisione di passare con Ingroia ha oggi il suo grande impatto simbolico, anche perché arriva dopo la formazione delle liste, come fa notare lo stesso leader di Rc nel corso della conferenza stampa di ieri a Montecitorio. “La nostra decisione di lasciare Vendola per aderire a 'Rivoluzione Civilè infatti - spiega il siciliano Cantafia, tra i fondatori di Sel – è spontanea ed è dettata da ragioni politiche, non certo da nostre aspirazioni personali. Noi non abbiamo mai chiesto candidature, nè le vogliamo. Semplicemente diciamo 'nò a chi antepone i propri interessi personali a quelli collettivi. e vogliamo restare coerenti”.“L'unica scissione pre-liste invece – incalza Ingroia – è quella che ha consentito il Pd all’interno dell’Idv candidando Massimo Donadi...”. Ma l’affondo di 'Rivoluzione Civilè a Sel e al Pd è a 360 gradi: i “fuoriusciti” parlano di “primarie finte” che hanno portato alla candidatura certa “solo un drappello di 23 persone calate dall’alto” senza alcun confronto con il territorio (quello che è successo con le primarie, racconta uno di loro Saverio Cipriano, “è drammatico, tanto che non esistono dati certi su nulla informatevi pure...“); si accusa Vendola di usare la coalizione con il Pd “come un taxi” visto che in caso di accordo con Monti “probabilmente ne uscirà”; e si punta il dito contro la “questione morale” che comunque, assicura Ingroia, “interessa il partito di Bersani da Penato al Monte dei Paschi di Siena”.“Noi non vogliamo fare gli sciacalli che si approfittano di casi come questo del Mps per fare campagna elettorale – assicura Ingroia – ma è anche vero che il Pd non ha mai fatto nulla sinora per uscire dall’intreccio tra politica e affari”. A chi accusa Rc di voto “inutile”, Ingroia risponde: “Vorrei ricordare – scandisce – che la mia campagna elettorale è cominciata con una lettera aperta a Bersani e con una richiesta di confronto con Vendola. Sono stati loro ad aprire le ostilità. Non noi”. “Noi restiamo semplicemente coerenti con le nostre idee e con i nostri programmi che sono in tutto alternativi a quelli di Monti e di Berlusconi” che comunque, conclude, “non credo proprio corra il rischio di vincere”.

venerdì 1 febbraio 2013

Super Mario ha fatto Bingo! di Francesco Piobbichi


 Disoccupazione all'11,9% e quasi 2,9 milioni di disoccupati nel nostro paese. In un anno Monti Bersani e Berlusconi sono riusciti a:
1) Mandare il paese in recessione
2) Aumentare la Disoccupazione
3) Aumentare l'inflazione
4) Aumentare il debito pubblico
5) Aumentare la polarizzazioni tra ricchi e poveri
6) Aumentare la tassazione
Il tutto mentre:
1) Alle banche private sono stati concessi miliardi dalla BCE a tassi agevolati che sono finiti per operazioni al ribasso e per la speculazione sui titoli di stato, mentre famiglie ed imprese sono
state lasciate senza liquidità
2) Si è tagliato i servizi sociali ed i trasferimenti ai comuni
3) Si è manomesso il diritto alla pensione lasciando centinaia di migliaia di esodati in mezzo alla strada
4) Si è manomesso l'art.18 dello statuto dei lavoratori.
Ma state tranquilli, il peggio deve ancora venire:
1) Perché la crisi finanziaria ( come dimostra la vicenda MPS) non è ancora terminata
2) Perché durante il Governo Monti si è ceduta la nostra sovranità economica con due atti che peseranno per i prossimi anni:
a) Con il pareggio di Bilancio in Costituzione che provocherà una nuova manovra lacrime e sangue nel 2013
b) Con la ratifica del Fiscal Compact che prevede 20 finanziarie da 45-50 miliardi per 20 anni
3) Perché a livello europeo nè Hollande nè la Merkel ( e nemmeno la SPD) modificheranno questi trattati
Ciò vuol dire che:
1) Avremo ancora recessione
2) la disoccupazione resterà strutturale e di massa
3) che ogni anno dovremo fare ancora finanziarie più dure per rispettare i criteri che l'Europa ed i mercati ci hanno imposto.

Morale della favola di Super Mario Monti, l'operazione per mettere il paese nelle mani dei mercati  è riuscita anche con il silenzio assenso dei sindacati che a differenza nel resto d'Europa non hanno organizzato nulla di serio per fermare questo macello. E' chiaro che chi ha nel programma la continuità con l'agenda Monti e il rispetto dei trattati ha in programma di camminare in questa direzione verso il baratro. E' chiaro che vanno fermati con una Rivoluzione, civile possibilmente.

La rimozione della crisi di Alberto Burgio, Il Manifesto

I lettori del manifesto dovrebbero rileggere attentamente e meditare le conclusioni dell’articolo di Felice Roberto Pizzuti apparso su queste pagine martedì scorso. Dopo avere descritto la miscela esplosiva che sta devastando l’economia del paese e le condizioni di vita delle classi subalterne (attacco ai redditi da lavoro; deindustrializzazione e caduta del Pil; crisi della fiducia; crescita della disoccupazione, dell’inflazione e dell’ineguaglianza), Pizzuti notava come nessuna delle cause strutturali della crisi esplosa cinque anni fa sia stata rimossa. Al contrario, tutto va come se non fosse accaduto nulla. La finanza insegue indisturbata rendimenti sempre più elevati degli investimenti speculativi, gonfiando bolle destinate a provocare effetti ancora più dirompenti di quella dei mutui americani. Le banche e gli enti locali sono sempre più coinvolti nel business dei derivati (Mps docet, e c’è solo da sperare che non scoppi la bomba atomica delle banche tedesche). L’economia reale è in blocco e la politica economica è polarizzata dall’ossessione dei bilanci pubblici, letti con le lenti del più miope e gretto monetarismo. Fingendo di ignorare che le politiche di austerità non possono non aggravare, insieme alle sperequazioni sociali, la situazione debitoria dei paesi che hanno difficoltà ad attrarre investimenti dall’estero.
È uno scenario da incubo, che la dice lunga sull’irresponsabilità delle classi dirigenti europee. O sulla loro responsabilità al cospetto di interessi e poteri diversi da quelli degli Stati democratici che dovrebbero servire. Ma c’è di peggio, come se ancora non bastasse. Pizzuti lamenta, a ragione, l’egemonia dell’agenda Monti, che «costituzionalizza» il neoliberismo. E denuncia il silenzio della campagna elettorale sulle scelte economiche dei prossimi anni. Un silenzio che di quell’egemonia è l’effetto naturale e il più preciso criterio di misura. Un silenzio che lascia facilmente presagire che dopo il 25 febbraio non cambierà nulla, se non qualche nome proprio di chi ci governerà. Conosceremo altra povertà e altra disoccupazione. Moriranno a migliaia altre piccole e medie imprese. Vivremo in una società sempre più iniqua e disuguale. E ascolteremo quotidianamente, come ormai da anni, sermoni inutili e ipocrite promesse.
Qualcuno dei nostri lettori ricorderà che alcuni mesi fa (lo scorso luglio) il manifesto denunciò con forza il «furto d’informazione» che sui temi della crisi i media commettono ogni giorno a spese della cittadinanza. Osservavamo che la crisi che sta distruggendo la nostra società è politicamente pericolosa almeno quanto quella degli anni Venti del ’900, che spinse la Germania tra le braccia di Hitler a seguito di politiche deflazionistiche analoghe a quelle dettate oggi dalla Commissione europea. E denunciavamo il fatto che tutti i giornali (tranne il manifesto) e tutte le radio-televisioni (nessuna esclusa) presentano le politiche del rigore come se non vi fossero alternative. Come se non esistesse al mondo la possibilità di praticare politiche espansive che, privilegiando occupazione e crescita, ci porterebbero fuori dalla crisi riducendo disuguaglianza e iniquità. Come se ad alimentare la crisi non fossero proprio le scelte dei governi e delle istituzioni comunitarie, che persino il Fmi e gli Stati Uniti giudicano dissennate e insostenibili.
Questo denunciavamo. Argomentando che la cattura cognitiva operata dai media a danno dei cittadini imprigiona questi ultimi nella gabbia di un pensiero unico che impedisce loro di comprendere che cosa sta accadendo e quanta violenza subiscono da parte dei governi con l’alibi della crisi e nel nome del «risanamento». Abbiamo lanciato quelle accuse per l’intollerabilità della situazione, ma anche in previsione delle elezioni politiche di questa primavera. Nella consapevolezza che, se il furto di informazione fosse continuato anche nella campagna elettorale, ne sarebbero sortiti effetti dirompenti sia sul terreno economico-sociale, sia sul piano della legittimità democratica.
Purtroppo non solo nulla è cambiato in meglio, ma le cose sono peggiorate. E oggi, a meno di un mese dal voto, la nostra denuncia non può che essere ripetuta, con voce ancor più alta. Almeno nelle settimane che precedono il voto, in un paese democratico la scena mediatica dovrebbe essere aperta a un confronto realmente plurale.
Dovrebbe dare visibilità alle diverse letture dei problemi più seri e alle diverse idee di come affrontarli. Al contrario, avviene quanto osserva Pizzuti. Parlano di fatto solo gli zelanti esegeti dell’agenda Monti, a cominciare dal suo illustre autore. Pare esistano soltanto gli alfieri del rigore, persuasi che il pareggio di bilancio e il rientro dal debito siano obiettivi scolpiti nelle Tavole della legge. Ne viene fuori un quadro indegno di una democrazia, che il vecchio Brecht non esiterebbe a porre sotto l’insegna del fascismo democratico. Di tutto si parla fuorché dell’essenziale: delle cause reali della disperazione di tanta povera gente; di chi grazie a questa crisi sta accumulando enormi profitti; e del fatto che nessuno dei tre contendenti «compatibili» (centrosinistra, centrodestra e montiani) intende cambiare strada, colpendo patrimoni e rendite, esigendo che la Bce assuma le funzioni di una vera Banca centrale e varando politiche espansive per la piena occupazione.
Di recente Reporters sans frontières – certo non imputabile di simpatie comuniste – ha pubblicato un rapporto sulla libertà d’informazione dal quale risulta che in Italia c’è meno pluralismo e libertà nella diffusione delle notizie che in Namibia, Bulgaria e Corea del Sud. Come sempre, la spiegazione è il conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi, ma questa ormai è una foglia di fico. Che i giornali e le televisioni del Cavaliere facciano il loro sporco lavoro è ovvio, ed è indecente che i suoi presunti avversari non abbiano fatto mai nulla per impedirlo. Ma quanto a parzialità e conflitti d’interesse la cosiddetta stampa indipendente e il sedicente servizio pubblico non sono da meno. E non hanno nulla da invidiare alla grancassa del padrone di Arcore.

Falconi e avvoltoi di Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano




Falconi e avvoltoi/1
Conosco Antonio Ingroia da 15 anni e non l’ho mai sentito paragonarsi a Falcone o a Borsellino. Semplicemente gli ho sentito ricordare due dati storici: nel 1988, neomagistrato, fu “uditore” di Falcone; poi nell’89 andò a lavorare alla Procura di Marsala guidata da Borsellino, di cui fu uno degli allievi prediletti. Nemmeno l’altro giorno Ingroia s’è paragonato a Falcone.
S’è limitato a ricordare un altro fatto storico: appena Falcone si avvicinò alla politica (e di parecchio), andando a lavorare al ministero della Giustizia retto da Martelli nel governo Andreotti, fu bersagliato da feroci attacchi, anche da parte di colleghi, molto simili a quelli hanno investito l’Ingroia politico. Dunque non si comprende (se non con l’emozione di un lutto mai rimarginato per la scomparsa di una persona molto cara) l’uscita di Ilda Boccassini che intima addirittura a Ingroia di “vergognarsi” perché avrebbe “paragonato la sua piccola figura di magistrato a quella di Falcone” distante da lui “milioni di anni luce”. Siccome Ingroia non s’è mai paragonato a Falcone, la Boccassini dovrebbe scusarsi con lui per gl’insulti che, oltre a interferire pesantemente nella campagna elettorale, si fondano su un dato falso. Ciascuno è libero di ritenere un magistrato migliore o peggiore di un altro, ma non di raccontare bugie. Specie se indossa la toga. E soprattutto se si rivolge a uno dei tre o quattro magistrati che in questi 20 anni più si sono battuti per scoprire chi uccise Falcone e Borsellino. Roberto Saviano tiene a ricordare che “Falcone non fece mai politica”: ma neppure questo è vero. Roberto è troppo giovane per sapere ciò che, in un’intervista per MicroMega, Maria Falcone mi confermò qualche anno fa: nel '91 suo fratello decise di usare il dissidio fra Craxi e Martelli per imprimere una svolta alla lotta alla mafia dall’interno del governo Andreotti, pur sapendo benissimo di quale sistema facevano o avevano fatto parte quei politici. Difficile immaginare una scelta più politica di quella. Ora però sarebbe il caso che tutti – politici, magistrati e giornalisti – siglassero una moratoria su Falcone e Borsellino, per evitare di tirarli ancora in ballo in campagna elettorale. Tutti, però: non solo qualcuno. Anche chi, l’estate scorsa, usò i due giudici morti per contrapporli ai vivi: cioè a Ingroia e Di Matteo, rei di avere partecipato alla festa del Fatto, mentre “Falcone e Borsellino parlavano solo con le sentenze”. Plateale menzogna, visto che entrambi furono protagonisti di centinaia di dibattiti pubblici, feste del Msi e dell’Unità, programmi tv, libri, articoli. Queste assurde polemiche dividono e disorientano il fronte della legalità, regalando munizioni a chi non chiede di meglio per sporchi interessi di bottega. Ma vien da domandarsi perché né la Boccassini né la Falcone aprirono bocca due anni fa, quando Alfano, ministro della Giustizia di Berlusconi, si appropriò di Falcone per attribuirgli financo la paternità della controriforma della giustizia. Né mai fiatarono ogni volta che politici collusi o ignavi sfilarono in passerella a Palermo negli anniversari delle stragi, salvo poi tradire la memoria dei due martiri trattando con la mafia, o tacendo sulle trattative, o depistando le indagini sulle trattative. Chissà poi dov’erano le alte e basse toghe che ora si stracciano le vesti per la candidatura di Ingroia quando entrarono in politica Violante, Ayala, Casson, Maritati, Mantovano, Nitto Palma, Cirami, Carrara, Finocchiaro, Carofiglio, Della Monica, Tenaglia, Ferranti, Caliendo, Centaro, Papa, Lo Moro, su su fino a Scalfaro. E dove spariscono quando si tratta di dedicare a Grasso le critiche riservate a Ingroia. Se poi Ingroia deve espiare la colpa di aver indagato su mafia e politica, di aver fatto condannare Contrada, Dell’Utri, Inzerillo, Gorgone e di aver mandato alla sbarra chi trattò con i boss che avevano appena assassinato Falcone e Borsellino, lo dicano. Così almeno è tutto più chiaro.

Tiro al bersaglio su IngroiaFalconi e avvoltoi/2

La polemica tra la pm Boccassini e l'ex pm Ingroia porta a galla le inquietudini del passato e del futuro. L'eliminazione delle dissonanze dalle esigenze della Due giorni dopo il battibecco Boccassini-Ingroia sulla memoria di Falcone, tutti hanno già dimenticato chi ha cominciato: la Boccassini, col suo “vergognati” a Ingroia per un paragone mai fatto fra se stesso a Falcone. Non è la prima volta che la valorosa pm perde la trebisonda appena sente nominare l’amico ucciso. Il 25 maggio ’92, commemorandolo al Palagiustizia di Milano subito dopo Capaci, puntò il dito su un esterrefatto Gherardo Colombo: “Anche tu diffidavi di Giovanni, perché sei andato al suo funerale?”. E ricordò che, a lei, Falcone telefonava ogni giorno e le aveva confidato “l’ultima ingiustizia subita proprio dai pm milanesi, che gli avevano mandato una rogatoria senza allegati. Giovanni mi telefonò: ‘Che amarezza, non si fidano del direttore degli Affari penali’”. In realtà il pool Mani Pulite di Falcone si fidava: non si fidava di altri dirigenti del ministero, tipo Filippo Verde, poi coinvolto nell’inchiesta Toghe Sporche della stessa Boccassini per rapporti finanziari con Previti & C. Oggi tutti criticano Ingroia per avere ricordato ciò che pensava Borsellino di lui e della Boccassini, perché il giudice non può smentire né confermare. Ma nel ’92 la Boccassini fece la stessa cosa, svelando confidenze di Falcone senz’altro vere, che però Falcone non poteva smentire né confermare. Ma in fondo è una fortuna che quel “vergognati” sia toccato a Ingroia. Immaginiamo se un qualunque pm, a tre settimane dalle elezioni, avesse urlato “vergognati” a Berlusconi, Bersani, o Monti. Sarebbe finito sotto ispezione e processo disciplinare, tv e giornali sarebbero pieni di politici, editorialisti, Csm e Anm strepitanti contro i pm che fanno politica e interferiscono nel voto. Invece niente, silenzio di tomba. Anzi, la prova della politicizzazione dei pm è proprio Ingroia, pm in aspettativa, e non il pm che l’ha insultato con la toga addosso. La macchina del fango è, come sempre, trasversale. Severgnini Casco d’Argento va dalla Bignardi e di chi parla? Di Ingroia, che “chiama la sua lista Rivoluzione civile come se le altre fossero incivili” (potrebbe aggiungere che il Pd si chiama Democratico come se gli altri fossero tirannici, ma non l’aggiunge: “Renzi e Letta mi han chiesto di candidarmi”, povera stella). Panorama accusa Ingroia di avere “sprecato milioni di risorse dello Stato” per indagare sulla trattativa Stato-mafia (avrebbe dovuto pagare di tasca sua). Il mèchato di Libero lo accusa di “minacciare la Boccassini” e svela – intimo com’era di Borsellino – che l’amico Paolo lo chiamava “gobbetto comunista”. Repubblica intervista Grasso che, essendo candidato del Pd, gli insegna a “non usare il ruolo di pm a fini politici”. Poi fa attaccare Ingroia da un noto eroe dell’antimafia: Micciché, quello che voleva togliere i nomi di Falcone e Borsellino dall’aeroporto Punta Raisi perché allontanano i turisti. Il Corriere ricorda che “Falcone non partecipava a convegni di folle osannanti” (è una balla, Falcone andava persino alle Feste dell’Unità e al Costanzo Show, ma fa lo stesso). La Pravdina del Pd, la fu Unità, con tutto quel che succede nel mondo e a Siena, apre la prima pagina col titolo “Ingroia, scontro su Falcone”, lo accusa di “antimafia elettorale” e di essere “un magistrato in prima linea” (si ri-vergogni). Staino fa dire a Berlusconi: “Ma cosa vuole questo Ingroia da noi? Tratta la Boccassini peggio di come la tratto io… si candida in Lombardia per aiutarci a vincere… che si è messo in testa?”. Ma sì, dai, Ingroia è pagato da B. (e pazienza se in Lombardia Ingroia appoggia Ambrosoli mentre l’alleato Monti candida Albertini). Poi finalmente, a pag. 11, un luminoso esempio da seguire: Ottaviano Del Turco. Per chi non l’avesse ancora capito: nel paese governato da ladri, affaristi e mignotte, il problema è Ingroia. Invece di nominare Falcone invano, vada a rubare come tutti gli altri.

Intervista a Ferrero: «Il patto Pd-Monti c'è già»


Mercoledì alla Grimeca, un tempo la fabbrica più grande di Rovigo, oggi in una crisi a picco. Ieri in Veneto, assemblea con i lavoratori, altri licenziamenti. Per Paolo Ferrero, segretario Prc, «il primo problema di questa campagna elettorale è l'egemonia della destra anche sui temi: si parla solo del debito e non di economia reale e di come si fanno nuovi posti di lavoro. E la gente ha percepito la disoccupazione come un fatto privato e lo spread un fatto pubblico. Una follia». 

C'è un nesso: da giorni Monti accusa Vendola e la Cgil di essere la sinistra che frena le riforme e spaventa i mercati.
L'accordo fra Pd e Monti c'è già, è palese. I dirigenti del Pd nel retrobottega te lo dicono anche. E non da oggi: da quando Bersani, di sponda con Berlusconi, non ha cambiato la legge elettorale. Aveva già in tasca l'accordo con i centristi. Del resto è scritto nella carta delle primarie.

La Carta d'intenti parla di un dialogo con le forze moderate, non di un governo.
Le forme dell'accordo sono variabili, ma inessenziali. Dipenderà anche dai rapporti di forza. Ma c'è un gioco delle parti: cercano di raccattare voti, Monti sul versante del Pdl e il Pd e centrosinistra sul nostro. Lo scontro molto teatralizzato fra Monti e Cgil e Vendola è funzionale alla futura maggioranza.

Quindi gli attacchi di Monti a Vendola secondo lei sono solo teatro, solo scena?
Non sto dicendo che la pensano tutti nello stesso modo. Ma che lo scontro fra questi elementi cerca di catalizzare i voti, da una parte e dell'altra.

Rivoluzione civile è disponibile a far nascere il governo Bersani, nel caso avesse bisogno dei vostri voti al Senato?
Il Pd è disponibile ad abolire la riforma Fornero? A tassare le grandi ricchezze e a introdurre il salario sociale? A smetterla con le grandi opere e con i cacciabombardieri? È disponibile il Pd a rimettere in discussione il fiscal compact?

Su cacciabombandieri e grandi opere il Pd ha detto di sì.
Poi bisogna anche farle le cose. E sulla Tav non ho visto cambi di rotta. Se non modifica le politica di Monti per me non c'è nessuna ragione per favorire la nascita del governo Bersani.

Nella lista Ingroia la pensano tutti così?
Sì, ma Rivoluzione civile è nata a gennaio. Un percorso unitariO non avviene in un giorno.

Smentisce chi dice che il 26 febbraio tornerete a dividervi?
Assolutamente sì. Faremo un gruppo unico alla camera, e lavoreremo perché sul territorio si costruiscano le assemblee di Rivoluzione civile, uno spazio pubblico aperto e di sinistra. I deputati risponderanno alla coalizione, non al proprio partito o alla propria associazione.

Salta fuori qualche candidato rosso-arancione che mette in imbarazzo Ingroia per curriculum o altro. Perché?
Colpa della fretta, un po' più di tempo ci avrebbe fatto fare le cose molto meglio. È già un miracolo che in un mese abbiamo costruito una lista e un programma chiaro. Ma il tema della partecipazione e della costruzione democratica lo abbiamo davanti, non l'abbiamo già risolto.

È la Syriza all'italiana che lei si augurava qualche mese fa?
Ogni paese ha i suoi percorsi. È un pezzo di quell'idea, non c'è ancora tutto quello che dovrebbe. Per esempio non siamo ancora riusciti ad aggregare tutto il sindacato di base.

Avete avuto qualche incomprensione con i NoTav, di cui non avete candidato un'esponente storica, Nicoletta Dosio. Avete ricucito con loro?
Teniamo fermo il no al Tav nel programma. Abbiamo candidato il sindaco di Venaus, al senato. Faremo assemblee in Valle. Ripeto, la fretta non ha aiutato. E a me dispiace moltissimo.

Non è che questa vicenda ha a che vedere con le posizioni dell'Idv contro i No Tav?
Nel nostro programma è chiarissimo il no secco al Tav. E Ingroia ha aperto un dialogo con il movimento.

Cosa pensa dello scontro Ingroia-Bocassini e della frattura fra i magistrati antimafia?
C'è un equivoco. Ingroia non si è paragonato a Falcone. Ma non è un elemento rilevante, fa solo spettacolo.

Sull'Unità Luciano Gallino, firmatario dell'appello Cambiare si può, dice che voterà Pd-Sel. Crede che altri lo faranno?
Io non ho sentito di altri. E sono stupito di Gallino, che ha sempre dichiarato contenuti molto netti, dal no al fiscal compact alla follia del pareggio di bilancio in Costituzione.

Si sta consumando un'ulteriore rottura nella sinistra «di qua e di là». Il manifesto vi ha chiesto di chiarirne le ragioni vere, astenendovi dalle scorciatoie di propaganda e insulto.
Lo scontro a questo livello lo ha iniziato Nichi, non Ingroia.

Dopo che Di Pietro gli ha dato del «venduto» e «traditore».
E allora mi fermo qua e passo ai contenuti. È vero, ci sono molte similitudini fra i programmi di Sel e Rivoluzione civile. Ma è possibile fare le cose che dice Sel avendo accettato il fiscal compact, con i centristi in maggioranza, e il Pd che non cancella le riforme di Monti? Con il voto a maggioranza nei gruppi parlamentari? Per me la risposta è no. Il nodo che oggi c'è in Italia e in tutta Europa - ed è per questo che oggi a Roma faremo un'assemblea con il leader del Front de gauche Mélenchon e con Ingroia - è costruire una sinistra autonoma dai poteri forti, banche, Confindustria, Vaticano. E il Pd non ha nessuna autonomia. Per questo la proposta di Sel è inefficace. È il cuore della divisione: non quello che diciamo nei comizi ma la strada praticabile per ottenerlo. La nostra strada è accumulare forze su posizioni alternative alle politiche neoliberiste. Vogliamo andare al governo, ma assicurandoci che una volta arrivati potremo fare le riforme. Nichi invece ripete l'errore che le sinistre hanno fatto in passato: voler governare senza preoccuparsi di avere la forza di imporre il proprio piano antiliberista. Conosciamo già la fine di questa strada.

E allora perché Ingroia aveva chiesto di dialogare con il Pd?
Intanto Ingroia lo ha chiesto al Pd e a Grillo. Ma il fatto che il Bersani non gli abbia neanche risposto è la prova che al Pd, semplicemente, di dialogare con noi non gliene fregava niente.

di Daniela Preziosi, Il Manifesto

Tiro al bersaglio su Ingroia In evidenza di Sergio Cararo, www.contropiano.org



La polemica tra la pm Boccassini e l'ex pm Ingroia porta a galla le inquietudini del passato e del futuro. L'eliminazione delle dissonanze dalle esigenze della governance non fa sconti a nessuno.
Che il personaggio fosse ingombrante per molti era prevedibile. Che la governance che l'Unione Europea pretende per l'Italia non preveda alcuna dissonanza, anche.

L'ex pm palermitano Antonio Ingroia, entrando in politica (sui mass media l'unico a cui è consentito “salire” in politica è Mario Monti) forse era consapevole, forse meno, che la sua sarebbe stata una operazione difficile. Su di lui incombono gli strascichi di quanto avvenuto nei tribunali siciliani dagli anni Novanta a oggi, ma soprattutto il non aver chinato la testa davanti a Re Napolitano quando l'inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia ha lambito il Quirinale.

La lesa maestà è un fatto imperdonabile, al punto che la stessa Magistratura Democratica - espressione minoritaria della magistratura progressista che solo Berlusconi vede come maggioritaria – alcuni mesi fa mise sotto accusa Ingroia per protagonismo, invece di sostenerlo. Era sembrato, allora, un ordine di scuderia incentivato dal solito Violante, per fare terra bruciata intorno ad un giovane magistrato che stava pattinando sul ghiaccio sottile tra ragion di stato e corso della giustizia.

Gli strali della dott.ssa Boccassini contro Ingroia sono arrivati in modo imprevedibile e inopportuno ma non sorprendente. L'enfasi delle sue dichiarazioni sui mass media (dal Sole 24 Ore all'Unità) ne indica quanto siano state benvenute in tutti i competitori elettorali. Come lo erano state, in qualche modo, anche le battute di Crozza.

C'è del pregresso, evidentemente, nella visione personale e “politica” con cui i magistrati hanno affrontato le vicende politico-giudiziarie nella storia recente del paese. Qualcuno rammenterà la “guerra” che l'ex magistrato Casson (entrato in politica) fece al giudice Salvini, che aveva riaperto le indagini sulla strage di Piazza Fontana, arrivando alla conclusione che quella su “Gladio” fosse una falsa pista. I fatti hanno dato ragione a Salvini, ma la “politica” no.

La decisione di Ingroia di candidarsi come leader di una lista indipendente dal centro-sinistra, ha aggiunto un altro peso alla bilancia che intende schiacciarlo. Il problema non sono i magistrati “in politica” (il parlamento ed anche le liste di queste elezioni ne sono pieni), il problema è il “come e dove” ti collochi.

Abbiamo già scritto di quanto riteniamo deviante l'applicazione della categoria di società civile ai magistrati che entrano in politica, anzi addirittura contro la “politica”. I magistrati, in quanto uomini dell'apparato statale, sono parte integrante della classe dirigente. La società civile, semmai, si riferisce a coloro che ne vivono al di fuori: i lavoratori, le impiegate, gli studenti, le casalinghe, i pensionati, le insegnanti e le bidelle sono società civile, i magistrati no.

L'antiberlusconismo e per molti aspetti anche l'antimafia (come direbbe Sciascia) sono state anche occasioni per far carriera e per guadagnarsi visibilità. Guai però a uscire dallo spazio ben delimitato della testimonianza etica, dell'impegno civile e professionale, dalla legalità di principio. La mafia, la camorra, o'sistema, il narcotraffico, l'evasione fiscale, il conflitto di interessi sono temi che vanno agitati davanti agli occhi dell'opinione pubblica ma non vanno mai dettagliati. Uscire da questo spazio significa passare dalla retorica all'azione, colpire interessi definiti, e l'intreccio tra il malaffare e il business rispettabile, tra la ragion di stato e la mafia, è un confine sottile quanto il ghiaccio su cui sta pattinando Antonio Ingroia.

A far aprire il fuoco contro Ingroia non è stato, dunque, solo l'atteggiamento irriverente sulle connessioni nella trattativa tra Stato e mafia negli anni Novanta. E' stata la scelta di essere leader di una lista che può indebolire elettoralmente uno dei poli candidati alla governance del paese: quello della coalizione Pd/Sel che dovrà accordarsi con Monti subito dopo le elezioni. La colpa di Ingroia è stata soprattutto la scelta di farlo in una fase storica e in una campagna elettorale i cui risultati sono stati stabiliti ancora prima di cominciarla... ce lo chiede l'Europa (sic!).

Monte dei Paschi, una privatizzazione disastrosa


012di Vladimiro Giacché da Liberazione.it

Come spesso accade in Italia, dallo scandalo che ha investito il Monte dei Paschi di Siena si stanno traendo le conclusioni sbagliate. Ed è un vero peccato, perché si tratta di una vicenda emblematica, che ci racconta un pezzo importante della storia di questo paese negli ultimi 20 anni. Proviamo quindi a mettere un po’ in fila i fatti.

Nei primi anni Novanta il Mps viene privatizzato, come l’intero sistema bancario italiano, attraverso le Fondazioni bancarie (società miste pubblico-private senza fini di lucro, secondo la Sentenza n. 300/2003 della Consulta), che ne assumono il controllo azionario. A fine decennio, non vi sarà praticamente più alcuna banca pubblica (mentre ancora all’inizio degli anni Novanta il 73% del sistema bancario italiano era in mano pubblica).
Allora si disse che quelle privatizzazioni erano necessarie non soltanto per fare cassa e comprarsi il biglietto per l’Europa e la moneta unica, ma anche per ammodernare il nostro sistema bancario e renderlo più efficiente. Furono così privatizzate tutte le grandi banche commerciali, tutte le banche a medio-lungo termine (che facevano credito per gli investimenti delle imprese), e addirittura banche di sviluppo come il Mediocredito Centrale (mentre nel resto d’Europa gli Stati si guardavano bene dall’alienare le banche di sviluppo: si veda ad esempio il KfW tedesco).
L’influenza dei partiti, sul Mps come su gran parte delle banche privatizzate, non cessò. Quello che cambiò furono i principi guida dell’attività bancaria: prevalse il criterio del profitto di breve termine e della “creazione di valore per gli azionisti”, a sua volta identificata con l’andamento in borsa del titolo. La gestione delle banche cominciò a seguire tutte le “mode” che favorivano la crescita in borsa del titolo relativo. Inclusi la speculazione finanziaria sempre più spinta, l’uso di società veicolo fuori bilancio per aumentare la leva finanziaria (ossia per fare più operazioni con sempre meno capitale proprio) e l’utilizzo di prodotti finanziari derivati.
A metà anni 2000, la moda prevalente nel sistema bancario internazionale fu quella della corsa alla crescita dimensionale attraverso fusioni e acquisizioni. Anche il sistema bancario italiano si concentrò molto. Troppo: nel senso che si creò un oligopolio di poche grandi banche. Tra fine 2006 e fine 2007 si ebbero le ultime tre grandi fusioni bancarie italiane: Unicredit compra Capitalia; Intesa compra il San Paolo di Torino. E il Monte dei Paschi compra, strapagandola, Antonveneta. L’iniziativa è del management e la Fondazione ne apprende praticamente a cose fatte. Il prezzo pagato è di 9,3 miliardi di euro.
La crisi degli anni successivi colpisce il titolo e mette in luce ancora più chiaramente (ma era già chiaro all’atto dell’acquisto) che la Antonveneta era stata pagata troppo cara: oggi l’intero gruppo ha una capitalizzazione di borsa di 2,6 miliardi (ma anche Unicredit, che assieme a Capitalia valeva 100 miliardi, oggi quota sotto i 25). I problemi del Montepaschi emergono con questo acquisto, che svuota le casse dell’istituto senese. A questo punto, per migliorare i bilanci occultando le perdite (ma al prezzo di maggiori perdite successive) vengono effettuate le operazioni sui derivati di cui si è tornato a parlare in questi giorni. (Che in ognuno di questi passaggi vi siano state vere e proprie malversazioni è probabile, ma non è il punto essenziale). Infine, la crisi del debito pubblico italiano si ripercuote sul Monte dei Paschi, che – per avere rendimenti facili e ritenuti esenti da rischio – aveva acquistato 25 miliardi di titoli di Stato italiani, perlopiù a lungo termine. E quindi dall’estate 2011 viene colpito dal crollo del prezzo di quei titoli. A fine 2011 l’Eba (European Banking Authority) chiede a diverse banche italiane – suscitando un vespaio – di effettuare un aumento di capitale: per Mps la stima del capitale necessario si attesta sui 3,4 miliardi di euro, a cui si aggiungono negli ultimi mesi altri 500 milioni (necessari proprio per coprire anche le perdite dovute all’uso dei derivati).
Veniamo all’oggi: una settimana fa il governo Monti ha deciso di prestare 3,9 miliardi al Montepaschi. Questo prestito sarà rimborsato entro 5 anni. In caso negativo, e solo allora, le obbligazioni dell’Mps acquistate dallo Stato (i Monti-bond) si trasformeranno in azioni della società. Questo però significa che lo Stato non ha alcun modo per verificare che i suoi soldi siano spesi bene. E infatti il 27 gennaio Alessandro Profumo (presidente del Mps), in un’intervista al Sole 24 ore, ha affermato che è esclusa ogni ingerenza politica «perché non è previsto alcun diritto di governance» per lo Stato.
La direzione di marcia preferita dallo stesso Profumo nell’intervista citata è chiara: «Mi piacerebbe avere un socio finanziario di lungo termine… La nazionalità non è un problema». L’obiettivo da conseguire? Una banca «con molte meno agenzie ma una base di clientela importante e ben radicata nei territori, in grado di soddisfare le esigenze delle Pmi e delle famiglie». L’esito più probabile di tutto questo è un Mps che taglia drasticamente i suoi sportelli (e quindi il personale), e che presto o tardi sarà acquisito da una banca straniera. In questo modo il territorio perderà una delle sue banche di riferimento, e un altro pezzo del nostro sistema finanziario (dopo la Bnl, acquisita da Bnp Paribas) se ne andrà all’estero, e sarà comprato a prezzo di saldo.
Siamo l’unico paese europeo che non è voluto entrare, neanche nell’emergenza, nel capitale delle banche in difficoltà. Non si è mai andati al di là di prestiti. Questo tabù va rotto.
Con la stessa cifra impegnata nel prestito al Monte dei Paschi, lo Stato potrebbe diventare di gran lunga il primo azionista della Banca. Se lo Stato salva una banca, deve poter entrare nel capitale di quella banca. E non per risanarla e rivenderla al miglior offerente, come oggi anche qualche liberista propone, con scarsa coerenza (ma come, non era lo Stato il problema e il mercato la soluzione?). Bensì con due altre finalità: tutelare il proprio investimento, e nel contempo ripristinare il principio secondo cui il credito è un “bene pubblico” di importanza strategica per il paese. Il principio secondo cui una banca non deve accontentarsi di conseguire la massima profittabilità di breve periodo, ma deve poter crescere nel tempo con il suo territorio.
Questo concetto, che in Italia è dimenticato quando non ridicolizzato, è stato ripreso nei Paesi anglosassoni negli ultimi anni: e persino l’insospettabile Regno Unito ha creato una banca pubblica per il credito alle piccole e medie imprese. In Italia oggi abbiamo non meno bisogno di banche pubbliche. Tanto di breve termine quanto – e soprattutto – di credito a lungo termine.
La vicenda del Montepaschi ci insegna come una banca privatizzata possa perseguire un orientamento al profitto di breve termine che si rivela distruttivo, senza per questo perdere i condizionamenti politici e le logiche clientelari che un tempo si rimproveravano alle banche pubbliche. Il prestito a Mps non risolve questi problemi.
L’ingresso dello Stato nel capitale del Mps (direttamente o tramite la Cassa Depositi e Prestiti), non come socio finanziario interessato a un profitto immediato ma come azionista di riferimento di lungo termine, rappresenterebbe invece il salto di qualità di cui i lavoratori del Mps, i suoi clienti (imprese e risparmiatori) e il nostro sistema produttivo hanno bisogno in questo momento di forte restrizione del credito.