sabato 2 novembre 2013

Il rottamatore e il kennediano di Alberto Burgio, Il Manifesto



Ce l'abbiamo fatta. Dopo vent'anni di berlusconismo abbiamo il prototipo che ne incarna l'essenza e ne assicura la riproduzione. Il vecchio leone potrebbe consolarsi, dovesse anche decadere. Ha la successione assicurata e per di più alla guida dell'avversario. Graecia capta... . Siamo sinceri, nessuno avrebbe previsto un Pd guidato dal personaggio che più di ogni altro somiglia al Cavaliere. Ha ragione Carlo Freccero nell'insistere sulle analogie tra Berlusconi e Renzi, comunicatori senza contenuti. Campioni dell'ovvio, protagonisti su una scena politica dove conta sempre meno quel che dici e sempre più come lo dici. Sbanchi se sei capace di parlare per slogan e giochi di parole. Poi guai a guardarci dentro in quel che dici. «La sinistra che non cambia non è sinistra, è destra». Come se la destra non fosse capace di cambiamenti profondi e rovinosi, come rammenta la storia più tragica del Novecento. Ma che ci frega della storia? È roba vecchia, noi guardiamo avanti. «Cambiamo verso». Poi c'è un'altra analogia, non meno istruttiva, che merita qualche riflessione. Renzi ripete consapevolmente il gesto di colui che, cinque anni or sono, irruppe sulla scena politica italiana con altrettanto fragore. Si accordò col Berlusca, anche allora malconcio e rottamando. Si sbracciò per far cadere il governo, anche allora a guida democratica. E chiamò a raccolta il popolo nel nome della «vocazione maggioritaria» del Pd, che avrebbe dovuto stravincere e permettergli di emulare da Palazzo Chigi gli adorati Clinton e Blair, colonne del neoliberismo progressista. Poi sappiamo come andò. Il Cavaliere riesumato recuperò il distacco e vinse le elezioni per la terza volta. La gioiosa macchina da guerra democratica si ritrovò a risalire in disordine e senza speranza le valli che aveva disceso con orgogliosa sicurezza. E il profeta promise di espiare le proprie colpe nel Subsahara, dove però purtroppo nessuno volle accoglierlo. Renzi, naturalmente, si augura altra fortuna, ma qualche somiglianza di troppo consiglierebbe cautela. A lui e ai tanti che, folgorati sulla via per Damasco, già lo incoronano duce della nuova Italia. Che oggi il sindaco di Firenze sia ossessionato dall'ancor giovane presidente del consiglio in carica, come ieri Veltroni lo fu dal più stagionato premier di allora - quel vecchio Prodi insieme al quale aveva guidato il governo dieci anni prima - è sin troppo evidente. Veltroni non stava nella pelle, una volta che il Lingotto l'aveva acclamato primo segretario del neonato Pd. Mica poteva stare in panchina tre anni e mezzo a logorarsi. A lavorare nelle retrovie per sostenere un governo altrui che navigava in acque tempestose. Così Renzi. Ogni giorno che passa con Letta in sella è un piccolo sfregio alla sua immagine patinata. Non è che ora ci si convincerà che non c'è solo lui a incarnare il Nuovo? Non è che qualcuno si mette in testa che tra la vecchia guardia rottamata e la generazione rampante dei rottamatori il salto è troppo ardito e rischia di essere mortale? Bruciare i tempi della crisi, mandare a casa il governo ancora una volta per interposto caimano, e votare al più presto, questo l'antidoto. Oggi come ieri nel nome della vocazione maggioritaria del Pd, che Renzi agita senza tema che gli meni sfiga. Certo, molto è cambiato e bisogna riconoscerglielo. Il governo delle larghe intese non è il governo dell'Unione, che pure uno sballo non era. L'austerità che sta massacrando il paese non ispirava l'agenda prodiana, ancora legata allo schema dei due tempi (stabilità e crescita), che era una presa in giro (la stabilità non bastava mai, la crescita non sarebbe mai arrivata) ma almeno non c o m p o r t a v a la rapina a mano armata di chi campa a stento di lavoro. E poi Renzi ha un'attenuante storica, biografica. Non proviene dalle file del glorioso Pci, non ha diretto un giornale fondato, qualche secolo fa, da Antonio Gramsci, non ha raggirato milioni di italiani con un pedigree politico rosso fuoco e con accorati proclami di fedeltà allo spirito dei Costituenti. È un rampollo democristiano e non fa niente per nasconderlo. Non è colpa sua se i geniali strateghi del postcomunismo postocchettiano hanno pensato bene di accoppiarsi con gli eredi di Fanfani e Andreotti in un unico partito finendo nel giro di un quinquennio in minoranza nella sua direzione. Sta di fatto che per tanti versi i due - il rottamatore e il kennediano - si somigliano come gocce d'acqua. Nemici giurati del proporzionale, inclinano verso soluzioni presidenzialistiche. L'idea, demenziale e devastante, del sindaco d'Italia, parto della fantasia di quel gigante che fu Mariotto Segni, li emoziona entrambi e anche per quanto riguarda la «forma» del partito la pensano allo stesso modo. Un grande nocchiero al timone, e l'intendenza seguirà. Proprio come accade in campo avverso, dove il padre-padrone decide senza perder tempo in defatiganti discussioni interne. Ma è soprattutto sul terreno sociale che Walter sembra tanto l'apripista di Matteo. Quelle che restano parole memorabili del primo (i giovani non vogliono il posto fisso, lo trovano noioso; una sinistra moderna è equidistante tra lavoro e impresa) riecheggiano negli scoppiettanti slogan del secondo. Rieditati all'altezza dei tempi. Che cosa sono i sindacati per il futuro leader democratico? Organizzazioni piene di soldi, inutili e da rottamare. Che cosa dovrebbe fare una sinistra moderna per risolvere il dramma della disoccupazione? Cambiare i centri per l'impiego. Come riusciremo ad «agganciare la ripresa»? Semplificando le regole del gioco, come dice da anni anche il Brunetta, e mandando al macero lo Statuto dei lavoratori. Basta. Forse non è il caso di prestare altra attenzione al Verbo renziano, e vale piuttosto la pena di considerare con realismo e spregiudicatezza lo scenario che si apre dopo la quarta Leopolda e il suo eclatante successo. Tutti oggi pronosticano la conquista della segreteria democratica da parte di Renzi e molti ritengono più che probabile una sua vittoria alle prossime politiche, quando saranno. Anche se tanta sicumera non è di buon auspicio, può darsi che le cose vadano così, che Renzi «asfalti» sinistra Pd e destra berlusconica e diventi il Blair italiano. Dopodiché la questione che dovremmo porci sin d'ora è che fine farebbe, in questa eventualità, la gente di cui la sinistra (quella vera) ha il dovere di prendersi cura. Di questo dovrebbe parlare senza ambiguità chi osserva lo scontro interno al Pd e davvero intende operare per ridare speranza al popolo della sinistra umiliato e offeso. Su questo bisognerebbe dire parole limpide e agire di conseguenza. Resistendo per una volta alle sirene di quel trasformismo che qualcuno definì come il tratto più caratteristico della nostra storia nazionale.

Madre Teresa di Combutta, nata Cancellieri Di ilsimplicissimus


CancMi chiedo come mai non sia già cominciata un’opera di beatificazione per sora nostra  ministra della giustizia Anna Maria Cancellieri: di certo lo merita la sua soccorrevole pietas nei confronti degli oltre 60 mila detenuti italiani la cui condizione, per affermazione stessa delle massime Autorità (mi raccomando non scordiamoci la maiuscola), è indegna. Oddio finora questa compassionevole sensibilità si è esercitata solo sulla miliardaria Giulia Maria Ligresti, datrice di lavoro del figlio della medesima Cancellieri, Piergiorgio Peluso. E che lavoro: 5 milioni e mezzo in un anno per mandare definitivamente all’aria Fonsai  con grandissima competenza e abilità. Ma insomma nella vita bisogna pur scegliere.
Ora qualcuno dirà che penso sempre male. E non è vero: la signora si è data da fare per togliere dal carcere la miliardaria con opportuna anoressia, mentre i poveracci tra le sbarre hanno sempre un volgare appetito, sebbene la Giulia Maria, pensasse del figlio della Cancellieri – per sintetizzare un’intercettazione – che fosse un cretino inaffidabile e infedele, ma protetto dalla madre. Il testo lo trovate qui  e qui ma non c’è dubbio che l’intervento della ministra per ottenere un trattamento di favore nei confronti della rampolla Ligresti, c’è stato nonostante queste atroci ferite al cuore di mamma. Una santa, ne tenga conto il parroco di Roma, tra una telefonata e l’altra alle pecorelle smarrite.
Certo potremmo anche pensare che sia stato un atto inopportuno, che la Cancellieri abbia approfittato della sua carica per dare vita all’ennesimo caso di ingiustizia ad personam, che si tratti di un’inammissibile ingerenza per cui altrove si danno le dimissioni un’ora dopo e si cerca di scomparire sottoterra, ma anche se così fosse, il tutto è avvenuto avvenuto sulla scia di un imprintig familiare al quale è difficile sfuggire. E infatti il Peluso Piergiorgio dopo essere stato liquidato da Fonsai con quei quattro soldi, è diventato direttore finanziario della Telecom guarda caso poco dopo che quest’ultima si è vista rinnovare dalla ministra diversi appalti tra cui quello per la banca del Dna e quello dei braccialetti elettronici che hanno già avuto la sgradevole attenzione della Corte dei conti. Insomma è come una forma di irrefrenabile cleptomania.
Del resto la stessa Cancellieri è nata e vissuta in questa atmosfera: il nonno dopo la vittoriosa guerra libica del 1911 diviene un ras della nuova colonia e addirittura ”commissario ai beni sequestrati ai berberi”, mentre il padre, sempre in Libia e sotto l’ala protettrice del regime fascista e in particolare di Italo Balbo, si dedica alla costruzione di centrali elettriche. Lei sta a Roma andando in Libia solo per le vacanze, trascorrendo il tempo fra la colonia dei ricchi italiani che sono rimasti anche dopo la guerra e che sotto re Idris fanno il bello e cattivo tempo. Tanto che a 19 anni, appena finite le scuole comincia a lavorare, non alla Standa, ma nientemeno che alla Presidenza del Consiglio. Alzi la mano chi non ha un figlio a cui sia capitato. Dopo una laurea in Scienze politiche a 29 anni, di cui non sembra siano rimaste tracce, eccola cominciare la carriera prefettizia in ogni dove d’Italia. A Nomen Homen Cazzullo rivela in un’intervista: “appartengo, ultima della fila, a una schiera nobilissima. Uomini che hanno dedicato la vita alla cosa pubblica, che hanno versato il loro sangue”. Veramente era il sangue dei berberi e i loro beni che non si sa bene che fine abbiano fatto. Ma certo sono particolari di poco interesse anche in vista di una beatificazione, certificata pure dal povero Sansonetti ormai evolutosi da giornalista a caso umano. Ma anche di un vasto ambiente di opportunisti e difensori dello statu quo ante palesi o segreti.
Comunque sia da tutta questa vicenda emerge in chiaro scuro, ma evidente, il ruolo dei grand commis dello stato come cinghia di trasmissione di un’oligarchia di fatto, dell’incesto fra pubblico e affari privati, come rizoma sulla radice della corruttela, un qualcosa che permette la rigenerazione delle piante infestanti anche in condizioni sfavorevoli. Un ceto duttile che come la Cancellieri può dire che la mafia non esiste ed essere contemporaneamente chiamata da uno poi indagato per mafia, a gestire (peraltro malissimo) l’emergenza rifiuti in Sicilia che notoriamente è in mano alla criminalità organizzata. Che gestisce opportunamente le prebende e sa quali privilegi non toccare, chi aiutare e chi affossare. Un ceto che dall’alto dei suoi privilegi può disprezzare l’insieme dei cittadini che non hanno santi in paradiso. Così anche alla Cancellieri con figlio milionario per grazia di mammà, scappò di dire  «noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà». La beffa dopo il danno.

Dal balletto sull’Imu all’elemosina di Paolo Berdini, Il Manifesto




Sul dramma della casa si continua ad assistere al fallimento delle politiche di governo. Iniziamo dai proprietari, la parte più «fortunata» della platea sociale. In questo caso il governo è riuscito ad aumentare la tassazione su coloro che posseggono un solo alloggio, e cioè la maggioranza degli italiani. La commedia è andata avanti per molti mesi e, come noto, era partita dalla minaccia della crisi di governo da parte del Pdl se non fosse stata cancellata l’Imu. L’iniqua cancellazione, perché equipara proprietari di alloggi modesti e quelli di lusso, c’è stata. Poi per recuperare le poste di bilancio si è inventata la Trise che, come ha ammesso il ministro Saccomanni, provoca aumenti per le fasce più povere.
I possessori di grandi patrimoni immobiliari continuano a fare festa e anche i proprietari di alloggi signorili risparmieranno dai 500 agli 800 euro all’anno, alla faccia dell’equità.
Il secondo segmento della platea sociale è quello degli affittuari. Anche in questo caso il governo ha colpito alla cieca. Dentro la Trise si pagherà la Tasi, destinata a finanziare i servizi urbani (illuminazione pubblica e altro). Dal 10 al 30 per cento della imposta sarà pagata dai conduttori dell’alloggio: è noto che gli sfratti per morosità stanno aumentando in ogni parte d’Italia e il governo inventa una tassa che alimenterà ulteriormente questo doloroso fenomeno.
E veniamo al terzo segmento sociale, quello in maggiore sofferenza, formato da coloro che non hanno casa e non possono permettersi di accedere al mercato degli affitti. Ieri è stato raggiunto un cinismo intollerabile. Il ministro Lupi durante la conferenza unificata con le regioni ha infatti affermato che stanzierà per l’emergenza abitativa 140 milioni per l’intero 2014. Stanziare non è spendere, ma se anche facessimo finta che siano soldi veri e non artifici di bilancio, possiamo constatarne agevolmente la miseria. Sono centinaia di migliaia le famiglie che soffrono del disagio abitativo. Se sommiamo gli sfrattati, chi occupa immobili inutilizzati e chi vive in alloggi precari, superiamo le 400mila famiglie: ieri il governo ha destinato loro 350 euro per tutto il 2014. So bene che i 140 milioni serviranno solo per una parte del numero totale di famiglie, ma si potrà arrivare al massimo a 700 – 900 euro per famiglia. Una miseria vergognosa.
Soprattutto se confrontata con la generosità che lo stesso ministro Lupi ha dimostrato pochi giorni fa quando ha stanziato senza battere ciglio 400 milioni per completare la grande opera più costosa d’Italia, il Mose di Venezia, per la cui realizzazione sono stati spesi finora 4 miliardi e settecento milioni. Stessa munificenza, Lupi, come prima di lui Corrado Passera, ha dedicato come noto alla Tav della Val di Susa o alla metro C di Roma. Miliardi, 100 per la precisione, che vengono gettati in pasto a un ristretto numero di imprese. Non è vero dunque che non ci sono i soldi: sono esclusivo appannaggio delle lobby.
L’azione scellerata sul problema della casa continua infine con la questione degli immobili di proprietà pubblica: devono essere venduti, dice il governo. Quel vasto patrimonio di tutti i cittadini italiani è invece l’ultima concreta possibilità per risolvere il dramma della casa per decine di migliaia di famiglie. È urgente un piano di riutilizzazione delle caserme abbandonate, delle scuole in disuso e di tante altri beni immobiliari: solo così si può chiudere l’emergenza abitativa. Una questione su cui da tempo si è schierato il mondo della cultura urbanistica e i movimenti per la casa presenti in tutte le grandi città italiane. Al posto della miseria dello stanziamento deciso ieri dobbiamo contrapporre un progetto di «valorizzazione sociale» degli immobili pubblici. La valorizzazione economica così cara ai liberisti e che trionfa dai tempi della Partrimonio spa di Giulio Tremonti, deve lasciare il posto alla solidarietà sociale.
Si tratta di dare concreta attuazione all’articolo 3 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

venerdì 1 novembre 2013

Povertà, dalla statistica alla piazza Di ilsimplicissimus


scontri-roma-manifestazione-casa-300x225Nessuno se l’aspettava che gli ultimi scendessero in piazza e che facessero casino: gli allarmi che si erano creati la settimana scorsa per la presenza dei No tav, quegli irresponsabili individui contrari al trasporto ad alta capacità di mazzette, non sono scattate per la manifestazione di ieri sulla casa. Politici, prefetti e quant’altri non si aspettavano che la statistica uscisse dalle tabelle di excel e si traducesse in realtà, che i numeri anonimi prendessero corpo in piazza con tanta virulenza.
Il potere teme chi apertamente si dichiara antagonista, chi scandalosamente vuole mostrare il re nudo e sembra alludere a un’altra strada, ma  trascura chi è costretto a fare della propria esistenza un antagonismo vivente. E non si preoccupa nemmeno quando la povertà assoluta colpisce quasi un decimo della popolazione, 5 milioni di persone, preferisce gingillarsi con le statistiche addomesticate della povertà relativa ( vedi qui) e confida che la grande maggioranza dei colpiti da una crisi in gran parte sfruttata a fini politici, se ne stia zitto a covare l’uovo deforme di false speranze o di piccoli privilegi. Che insomma non si ribelli, come vogliono sindacati corporativi e partiti stampella. Eppure anche  Freiherr Friedrich von Hayek, il nobelato reazionario del XX° secolo, aveva sostenuto che i poveri sono da disprezzare e tuttavia va dato loro qualcosa purché non si ribellino.
Il barone sapeva che proprio i poveri assoluti, quelli che non hanno niente da perdere e non possono essere allettati con promesse irrealizzabili, impauriti con la possibilità di essere privati dei rimasugli di speranza e di beni, quelli che non possono contare su reti di protezione, fosse pure la magra pensione del nonno, sono la bomba messa sotto il trono delle aristocrazie del potere. Quindi è facile profetizzare che la tensione continuerà a crescere fino a raggiungere il punto di rottura, che manifestazioni di questo tipo diventeranno comuni.
Ci sono ovviamente due modi per fronteggiare la situazione: quello di rompere il cemento liberista e riconoscere l’esistenza di dignità e di diritti prevalenti rispetto al profitto, oppure quello di predisporre una vasta operazione di “beneficienza” sociale che senza toccare le conquiste dei ricchi, ovvero la messa in mora dell’eguaglianza e della cittadinanza, anzi ribadendole, distribuisca a pioggia un’elemosina destinata a tornare poi nelle tasche del potere sotto forma di utili. Non c’è dubbio che sarà scelta la seconda strada sia da noi che in altri Paesi mettendo in piedi una sorta di piccolo welfare anomalo che mentre rinforza la legittimità ideologica di sfruttamento e precarietà,  tenga lontano dalle piazze i diseredati.
Su questo sono disposto a scommettere qualsiasi cifra. E anzi potrei giurare che dopo le elezioni europee quando la Merkel farà di tutto per portare Martin Schultz ( finto avversario, ma amico personale) alla presidenza della commissione europea se ne comincerà a parlare con l’obiettivo di evitare che la crescente pressione dei vecchi e nuovi diseredati metta in crisi i governi amici dell’austerità. Un piccolo obolo ricattatorio perché i poveri assoluti se ne stiano col cappello in mano piuttosto che innescare processi di profonda riforma sociale.  E i relativamente impoveriti, cioè l’altro 80 per cento della popolazione, se ne stia ferma tristemente convinta che nulla si possa cambiare.

Errata corrige: Democrazia di Sandro Moiso, Carmillaonline.com

“Il sogno della democrazia consiste nell’elevare il proletariato a livello dell’idiozia borghese” (Gustave Flaubert)

Non è stata la manifestazione più grande, non ci ha lasciato immagini epiche da tramandare ai posteri e, nemmeno, slogan che passeranno alla storia…eppure, eppure…il corteo del 19 ottobre a Roma ha segnato il passaggio ad una fase nuova. Una massa che non si fa rappresentare, ma che si rappresenta. Una massa che non ascolta dichiarazioni e promesse, ma che si dichiara.Una massa combattiva e pacifica, determinata e multietnica. Una massa consapevolmente in guerra contro l’esistente e più pericolosa per le istituzioni di qualsiasi pubblica ed imbelle dichiarazione di guerra.
Perché la democrazia non sta nelle costituzioni, se queste non prevedono il conflitto e il diritto alla rivolta. E non sta nelle leggi elettorali se non esistono partiti in grado di difendere e diffondere il conflitto sociale. E non sta nei partiti e partitini se questi si arrogano, comunque e soltanto, la rappresentazione del conflitto. La democrazia è conflitto e vive soltanto nel conflitto.
Là dove il conflitto è negato, la democrazia non c’è. Che sia un governo liberista a negarlo, oppure un governo ancor più marcatamente autoritario oppure, ancora, un governo socialista come quello sovietico dagli anni venti del ‘900 in avanti, ci si trova davanti ad una dittatura.
Non è questione di forme, ma di sostanza. Prendendo a prestito una frase di Mark Rotko a proposito dell’arte e della pittura, si può affermare che “La democrazia non è qualcosa che riguarda l’esperienza , ma è l’esperienza”.
Democrazia è esperienza diretta della politica. Per chi non è rappresentato dagli ingombranti catafalchi della politica racket, è la politica. E, in quanto tale, non può che essere conflittuale.
Non vi è democrazia nel compromesso. Il compromesso si preoccupa delle forme e non dei risultati. Reali. La democrazia borghese è formale, dichiarativa, rappresentativa e a-conflittuale. Deve superare, castrare, negare, regolarizzare e rappresentare, appunto, il conflitto. Relegandolo alle stanze della politica, ai palazzi, agli ambiti parlamentari. Agli angoli oscuri delle trattative riservate oppure, per uguale e opposta formalità, alla rappresentazione mediatica giornalistica e televisiva.
Là dove quotidianamente viene rappresentata una delle più celebri opere di Shakespeare: “Molto rumore per nulla”. Sempre uguale nella sostanza, ma sempre diversa soltanto per gli attori, sempre più scadenti, che la portano in scena. Inutile, noiosa, imbelle ripetizione di schemi, parole, proposte sempre uguali, vuote e volgari. Slogan che non servono nemmeno più a lenire il malessere causato dalla crisi o a consolare chi continua a pagare per debiti, colpe e responsabilità che non ha mai avuto e non ha mai contribuito a creare.
La democrazia è per forza di cose conflittuale poiché si realizza, anche solo parzialmente, soltanto là dove esistono forze reali contrapposte (Lavoro Vs. Capitale), in cui gli attori abbiano tutti un’eguale peso politico nella società. La rappresentazione parlamentare che ne conseguirà non sarà dunque la causa, ma l’effetto del conflitto. In barba, val la pena di ripeterlo, a tutte le leggi elettorali e alle, sempre aleatorie, garanzie istituzionali.
Negli anni settanta uno slogan recitava: “Democrazia è il fucile in spalla agli operai”. Alcuni lo vollero attuare clandestinamente anche là dove non ne esistevano le condizioni, senza capire che il vero fucile sulla spalla degli operai, dei giovani e dei lavoratori era quello delle lotte, delle occupazioni delle fabbriche, della scuole e delle case e che solo a partire da queste era possibile rivendicare un diritto all’autodifesa che fu riconosciuto, a metà degli anni settanta, anche dal Tribunale chiamato a processare un nucleo di operai di Sesto San Giovanni colti in possesso di armi.
Tutto ciò diventa particolarmente vero nell’attuale situazione italiana. Dove, nonostante i balletti, le dichiarazioni, le fantasmagoriche ricette o leggi di “stabilità”, tutto traballa, tutto scivola lungo un piano inclinato sempre più ripido. E l’accelerazione della crisi sociale, politica ed economica diventa ogni giorno più rapida e violenta.
Monti è definitivamente cotto, bollito o fritto che sia. Letta è agli sgoccioli e Napolitano pure, mentre si abbarbica ad un formalismo autoritario con la disperazione di un cercatore di funghi scivolato lungo un pendio che lo porterà a volare in un dirupo. Mentre le lotte intestine al PdL porteranno ben presto allo sfascio quella che è sembrata, ma soltanto sembrata, essere l’unica forza politica di governo degli ultimi venti anni.
Allo stesso tempo, però, anche il sogno di una nuova, grande DC, che dalle ceneri del PdL avrebbe dovuto rinascere come l’Araba Fenice, è già morto.
Abortito nonostante i voti della Chiesa e di Papa Bergoglio. Perché la DC non ha mai potuto esistere o governare senza il supporto di un’abbondante spesa pubblica. E’ stato il segreto di Pulcinella per i suoi quasi cinquant’anni di governo, dal 1948 al 1993. E Mani Pulite non servì a combattere la corruttela politica ed economica dei suoi leader e rappresentanti, ma, sostanzialmente, a eliminare un sistema di governo che ripartiva anche socialmente una parte della ricchezza prodotta collettivamente pur di mantenere il proprio potere politico.
Insomma Mani Pulite mise fine all’era Giolitti iniziata novant’anni prima per riportare tutto a un immaginario ordine liberale in cui tutti i profitti dell’economia reale, irreale e mafiosa dovevano tornare esclusivamente nelle tasche dei parùn da le bele braghe bianche senza che questi dovessero tirar fuori o tralasciare altre palanche per compensare il resto della società . Stop! Fine della DC e anche del sogno neo-DC, ucciso dai colpi di coda di Berlusconi e di Monti e dal trionfo della finanza su qualsiasi altra attività economica.
A ben pensare però, nel corso degli ultimi vent’anni, l’unica forza che ha davvero governato l’Italia sulla via della restaurazione capitalistico-finanziaria non è stata però Forza Italia con i suoi orrendi alleati leghisti e fascisti, ma, nell’ombra solo per chi non vuol vedere la realtà, il PCI – PDS – PD. Dalla mortadella Prodi al salame Bersani, quell’aggregato politico ha rappresentato la vera continuità e garanzia istituzionale sulla strada della riforma liberista e finanziaria del sistema Italia. E’ dunque per questo motivo che si può dire che Reagan e la Thatcher hanno avuto, qui da noi, la maschera di “severi” politici come D’Alema e i suoi accoliti, seppure in salsa catto-comunista emiliana.
La cui unica proposta alternativa è stata per anni quella dell’economia del “Terzo Settore”, cooperative e associazionismo, che, dopo aver contribuito a smantellare lo stato sociale appellandosi alla solidarietà, hanno finito con il rappresentare il modello principale per le attività sottopagate, aprendo la via alla riforma al ribasso del lavoro di cui sente quotidianamente parlare oggi. Così, mentre da un lato la CGIL si ostinava, apparentemente, a difendere i lavoratori delle grandi fabbriche (in realtà garantendo soltanto ai grandi complessi industriali la possibilità di usufruire di milioni e milioni di ore di cassa integrazione), dall’altra si creavano tutte le condizioni per un drastico abbassamento dei costi del lavoro, giovanile e non.
Solo così si può comprendere la funzione di quella sinistra istituzionale che ha rivendicato negli ultimi vent’anni la sua funzione ( anche se verrebbe da scrivere finzione) liberale, scambiando liberalismo con liberismo…but Love me, love me, love me, I’m a liberal! (come cantava quasi cinquant’anni fa il buon Phil Ochs). E il cui risultato attuale è il mostruoso, gigionesco e pericolosissimo Matteo Renzi. Colui che ha già gettato l’ultimo residuo di maschera sinistrese di quel partito e che, onesto almeno in questo, ha rivolto apertamente la sua richiesta di voto all’elettorato di destra! Completando e portando a termine la parabola di un partito iniziata, come minimo, settanta anni fa con la svolta togliattiana di Salerno.
Unico candidato possibile per un Partito destinato ormai a ricoprire il ruolo di centro che nessun altro ( né Berlusconi, né Monti, né tanto meno Casini) può oggi cercare di ricoprire. Soltanto a questo si possono ricollegare le speranze di vittoria elettorale del PD, che fanno oggi fibrillare il governo Letta quanto le altalenanti tattiche berlusconiane e che alimentano le ultime speranze di governabilità della marcia e decomposta borghesia italiana.
Ma proprio questa speranza centrista sarà ciò che affosserà definitivamente il PD, che finirà sì col guadagnare voti a destra, ma anche col perdere gran parte del poco elettorato attivo di sinistra che ancora gli rimaneva. E che non vedeva ancora come il ruolo democratico rappresentativo del Partito fosse dipeso più dalle lotte sociali reali degli anni sessanta e settanta che gli imponevano determinate tattiche più che dai suoi intenti reali.
Così, mentre i sondaggi danno ormai per le prossime elezioni un 50% di astensioni (tra astensione reale e schede bianche), i movimenti del 19 ottobre (No-Tav, per la casa e per il lavoro) diventano l’unico possibile polo di aggregazione per la stragrande maggioranza dei cittadini italiani, volenti o nolenti che siano. Le parole d’ordine concrete diventano infatti la base di pratiche antagonistiche e delle uniche riforme possibili. Riforme che, come si è già detto più volte su Carmilla, non possono che essere conseguenza di una pratica conflittuale e, quindi, rivoluzionaria.
“La Rivoluzione futura sarà anonima e tremenda” affermava molti decenni or sono il vecchio dinosauro Amadeo Bordiga. Tanto anonima da non aver bisogno di un partito fondato su dichiarazioni di stampo ideologico, tanto tremenda da non aver bisogno di racket politici e parlamentari per far parlare di sé. Tanto pericolosa da far tremare i suoi avversari anche senza l’uso immediato della violenza. Cosa di cui i rappresentanti più scaltri dell’ordine esistente (dai giornalisti come Santoro agli imprenditori della piccola e media industria ) si sono già accorti, mentre il Potere delle istituzioni si sbriciola e sfarina ogni giorno di più sotto gli occhi di tutti e anche Grillo deve fare i conti con un vertiginoso calo di popolarità.
Ieri un importante quotidiano, infatti, ha potuto così affermare : ”Di ottimisti, cioè di entusiasti pronti a pronosticare lunga vita per Letta e i suoi ministri, in giro se ne trovano sempre meno.[...] Il quadro della situazione, del resto, è sufficientemente noto: non uno dei tre partiti che sostengono il governo delle larghe intese gode di buona salute [...] E se è fondata la «rivelazione» di Simona Vicari, senatrice PdL,secondo la quale le «elezioni le vogliono i renziani, i falchi PdL e tutto il Movimento 5 Stelle», ecco, se questa è la polveriera sulla quale siede Enrico Letta, chi darà fuoco alla miccia? [...] Con buona pace, naturalmente, delle riforme da fare, delle preoccupazioni del Capo dello Stato e della situazione in cui versa il paese”*
A cui va aggiunto ciò che affermava l’editorialista di un altro importante quotidiano nei giorni scorsi; “Se [questo] servirà a scaricare di nuovo sull’Italia e sulle sue istituzioni l’impotenza dei partiti, si apriranno scenari dei quali ognuno si dovrà assumere le proprie responsabilità”**
In questo contesto sarà, sempre più probabilmente, costituito da tutto ciò che è stato fin qui elencato il motivo reale del successo dei movimenti, in cui i giovani e i lavoratori, le donne e gli immigrati (ovvero i grandi e indiscussi protagonisti della manifestazione ottobrina), scopriranno sempre di più la bellezza, l’utilità immediata e la gioia connesse a una lotta di liberazione in cui l’individuo riscoprirà tutte le sue potenzialità creative, all’interno di una nuova comunità umana. In cui la ripartizione sociale delle ricchezze e del lavoro non sarà più solo frutto dei capricci del capitale finanziario e delle banche centrali. Libera dallo sfruttamento, dal consumo inutile e distruttivo e dallo spreco delle risorse umane ed ambientali.

Ovvero, finalmente, la vera democrazia realizzata e non quella fittizia, stigmatizzata da Flaubert già nel XIX secolo!
 
* Federico Geremicca, Da sinistra a destra cresce la tentazione di tornare alle urne, La Stampa, 28 ottobre 2013.
** Massimo Franco, Giravolte pericolose, Il Corriere della Sera, 26 ottobre 2013.

Cancellieri, core ‘e mammeta


hqdefaultAnna Lombroso per il Simplicissimus

Adesso c’è anche il mammagate, che si sa i figli so’ piezzi e core. È facile immaginare   quella che forse era stata installata sulla poltrona degli interni per dare una pennellata di ruspante umanità al frigido governo dei tecnici, mentre sta davanti all’arcaico telefono a gettoni che ha reso leggendaria la sua irresistibile imitazione, mentre esercita il suo istinto materno a beneficio della signorina Ligresti, nel timore, ha dichiarato, che commettesse gesti auto lesivi.
Non sono tutte belle le mamme del mondo, non sono tutte uguali, non sono uguali i loro figli, così come non sono uguali indagati, imputati e nemmeno i condannati. E mica vorrete paragonare la  Ligresti, che ne so, a Cucchi, diamine.
La guardasigilli non ha dubbi sulla correttezza del suo operato, dichiarandosi  pronta a riferire in Parlamento, ove richiesta, “per poter dare ogni chiarimento che si rendesse necessario”.  La sua improvvida telefonata, intercettata e riferita dall’Adn Kronos, la definisce “un atto di solidarietà sotto l’aspetto  umano”.  E il suo intervento “tutto da dimostrare” sarebbe stato “doveroso”,  e d0altra parte, rammento in una lettera indirizzata ai capigruppo: “Tutti voi conoscete l’attenzione e l’impegno che fin dal primo giorno del mio mandato ministeriale ho riservato alle condizioni in cui versano i detenuti. Nel caso di Giulia Ligresti, non appena avuta conoscenza, per via diretta, delle condizioni psicofisiche della ragazza, era mio dovere trasferire questa notizia agli organi competenti dell’Amministrazione Penitenziaria per invitarli a porre in essere gli interventi tesi ad impedire eventuali gesti autolesivi. Mi sono comportata, peraltro, nello stesso modo quando sono pervenute al mio Ufficio segnalazioni, da chiunque inoltrate”.
Sfrontatamente la Guardasigilli insiste: “Intervenire  è compito del Ministro della Giustizia. Non farlo sarebbe colpevole e si configurerebbe come una grave omissione. Non c’è stata, quindi, né poteva esserci alcuna interferenza con le decisioni degli Organi giudiziari”. E per non lasciare spazio a interpretazioni malevole e ad accuse di aver anteposto interessi personali si è recata dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano,  per illustrare al capo dello Stato “le misure relative al sovraffollamento delle carceri che sta predisponendo”.
Adesso diciamoci la verità, perché mai la Cancellieri dovrebbe essere differente da due partiti omologhi che da mesi e per altri mesi compiono spericolati equilibrismi per evitare a un loro apri condannato, di scontare la giusta pena? Perché dovrebbe assumere comportamenti differenti da un’assemblea di industriali che applaude a degli assassini? Insomma perché dovremmo aspettarci da lei, malgrado il physique du role della massaia rurale, il vocione da ultra della curva sud, di esprimere senso dello stato, lealtà all’istituzione che rappresenta, senso civico e integrità morale, che ormai qualsiasi  membro del ceto politico considera un optional indesiderabile per non dire un ostacolo avverso al dispiegarsi di aspirazione e ambizioni.
Osservatori maliziosi hanno dato una lettura semplicistica dell’inopportuno favoritismo della Cancellieri nei confronti dell’appartenente a una dinastia spregiudicata e rapace, che, vedi che coincidenza, ha dato non sappiamo se lavoro, ma certo prosperi emolumenti a suo figlio.
Io credo sia un particolare in più per diagnosticare un fenomeno che un tempo era comune, generalizzato e collettivo, una componente potente della nostra autobiografia nazionale, quel  familismo amorale, quell’indole, descritta come patologia endemica da Banfield, propria di comunità arretrate, caratterizzate da un concezione estremizzata dei legami familiari  nel perseguimento di vantaggi del proprio nucleo a  danno della capacità di associarsi e dell’interesse collettivo.
Si, pareva essere un mal comune, guardato con l’indulgenza con la quale si osserva un vizietto diffuso, quindi perdonabile,  soprattutto in una fase esasperata del neoliberismo, con un mercato del lavoro sempre più flessibile e precario, uno stato sociale ridotto a somministrazione arbitraria di servizi scarsi e inefficienti, e nella quale tocca ricorrere all’arte di arrangiarsi “in casa”.
Non è così, si sono presi anche quello, intrecciandolo strettamente e indistinguibilmente al clientelismo, facendone sistema di governo, in politica, nelle università, nelle corporazioni,  nei giornali, nelle aziende, comprese quelle pubbliche. E decretando invece per noialtri la fine di patti generazionali, la cancellazione per fame del sostegno di tribù sempre più piccole e conflittuali, l’accendersi di lotte tra poveri, l’alimentazione del risentimento tra genitori e figli, uomini e donne, sancendo la fine delle probabilità che l’unione tra oppressi faccia la forza di reagire al sopruso.
È diventato il pilastro della loro attitudine ad agire per cricche, per lobby, secondo le procedure della fidelizzazione aziendale, dell’appartenenza ubbidiente a regole opache e delle selezioni del personale care alle mafie, è il principio cui si uniformano i loro comportamenti, è la forma che assume per loro la “solidarietà”, quella delle raccomandazioni, dei favoritismi, delle scorciatoie, fino alle leggi e alle amnistie ad personam, ai condoni, agli scudi, ai perdoni, agli appalti truccati, alla pressione sui controlli che non si sono potuti annullare, alla persecuzione di chi si ribella.
Sono riusciti laddove i lavoratori e gli sfruttati di tutto il mondo hanno fallito, unirsi nella guerra contro di noi. L’hanno dichiarata e la stanno conducendo, spetta a noi difenderci e non avere pietà, nemmeno delle loro mamme.

Il debito nei bilanci di Piero Maestri, Il Manifesto




In campagna elettorale capita anche di sentire candidati sindaci promettere che «il debito non lo pagheremo", e ancora che "bloccheremo le privatizzazioni per favorire il bene comune».
A volte capita anche che questi candidati diventino sindaci, ma a quel punto la musica cambia.
Lo ha sperimentato per esempio il sindaco cinque stelle di Parma, che nei due anni della sua amministrazione non ha fatto nulla per contestare il debito che le/i cittadine/i sono costrette a subire (e pagare) e ha proseguito nell'opera di sottrazione di sovranità a cittadine/i, mantenendo e allargando le prerogative della principale «municipalizzata» - Iren Spa - che rappresenta il vero «governo» municipale, controllando i principali servizi economici locali.
Il sindaco si è trovato però di fronte le denunce, le analisi e il lavoro di indagine della «Commissione audit» di Parma, che in questi anni ha saputo leggere nelle pieghe di bilancio e far risaltare i sacrifici che tutti paghiamo non solo sull'altare del debito, ma anche su quello delle privatizzazioni - un vero e proprio fallimento se viste con gli occhi (e i bisogni) di cittadine e cittadini (al contrario, un ottimo affare per banche e imprese privatizzate...).
Proprio la Commissione Audit di Parma (in collaborazione con il Forum per una nuova finanza pubblica e sociale) ha promosso lo scorso weekend un interessante seminario dal titolo «No alla trappola del debito: se il debito è pubblico, tutti dobbiamo poter decidere!», che ha affrontato in termini di formazione e autoformazione le ricadute del debito pubblico sugli enti locali - molti dei quali alle prese proprio in questi giorni con i bilanci preventivi del 2013 (sic!). Ricadute ben esemplificate dal patto di stabilità il quale rappresenta la forma specifica delle politiche di austerità scaricate sugli enti locali.
Mettere in discussione la logica del patto di stabilità, delle privatizzazioni e della svendita del patrimonio pubblico per fare cassa è però possibile e la proposta dell'indagine indipendente sui bilanci, sui debiti, sulle forme di accesso al credito e sui prodotti derivati utilizzati dai Comuni è uno strumento molto utile.
Uno strumento che non può essere pensato come arma in mano a esperti di economia e finanza, ma che deve assumere un carattere popolare, sociale e conflittuale. Le lotte territoriali, l'opposizione a grandi opere e grandi eventi inutili, le vertenze sul lavoro e nella società si scontrano sempre con il mantra del «pagamento del debito» e della «salvezza del paese»: a queste esperienze è rivolta la proposta di istituire indagini (audit) sul debito pubblico, nazionale e locale, e più in generale dei bilanci pubblici.
Il seminario di Parma (i cui materiali si potranno trovare tra qualche giorno all'indirizzo www.perunanuovafinanzapubblica.it) ha rilanciato questa campagna di audit, che porterà ad elaborare proposte di delibera di iniziativa popolare e ad una giornata nazionale di informazione e denuncia contro il debito e le politiche che in suo nome ci vengono imposte.

SUL TETTO di dinamopress.it




 I movimenti per il diritto all'abitare continuano la mobilitazione, mentre dai palazzi nessuna risposta.
Per avere un tetto sulla testa siamo disposti anche a camminare sul tetto dei vostri blindati. A ballare sulle vostre teste la "danza dell'austerità", quella che unisce corpi di colore diverso nella carica della lotta. Questo la foto della giornata di assedio del 31 ottobre. [...] “Il tetto” è il titolo di un film del 1955 di Vittorio De Sica che racconta la storia di Natale e Lucia, migranti dal veneto e dal sud nella Roma del dopoguerra. Due giovani sposi, lui muratore, che decidono di costruirsi da soli la casa, in uno tra i borghetti e le borgate spontanee da cui è nata la lotta per la casa. Migranti sono di nuovo i protagonisti della battaglia di oggi, provenienti non più dal Sud Italia ma dal Sud America e dall’altra sponda del Mediterraneo. Oggi abbiamo visto e toccato con mano la conflittualità di centinaia di giovani migranti, in prima fila a reggere lo scontro con la polizia, pronti a salire sui tetti e a dare vita ad inediti processi di politicizzazione e di protagonismo.
La rabbia, dopo le manganellate e la chiusura a qualsiasi tipo di trattative per proseguire il corteo, è esplosa in via del Tritone. Un gruppo si stacca dai cordoni sale sui blindati dopo aver fatto indietreggiare scudi e manganelli delle forze dell’ordine. Salta sui tetti delle camionette per vedere quello che c’è dietro, per arrivare ad assediare la conferenza Stato-Regioni che parla di casa, proprio quella per cui chi sta in piazza oggi sta lottando: occupando, resistendo agli sfratti, con l’incubo dell’affitto e del mutuo.
La conferenza al posto di prendere in considerazione la possibilità di dare il via ad un blocco degli sfratti ha scelto, ancora una volta, di venire in aiuto alla proprietà immobiliare con due fondi specifici. Uno di 100 milioni di euro per supportare il pagamento delle categorie più disagiate; l’altro di 40 per aiutare chi cacciato dal lavoro, annientato dalla crisi, messo letteralmente per strada viene con eleganza etichettato come “morosità incolpevole”. Null’altro, nessun riferimento all’utilizzo del patrimonio tenuto sfitto o a un piano di edilizia sovvenzionata. Solo la promessa di un ulteriore fondo di circa 18 milioni da destinare come sopra (interventi tampone a favore della proprietà) e, forse, una riduzione della cedolare secca (oggi al 15%) per chi affitterà a canone concordato . Insomma tutto come doveva andare: assicurare a proprietari e costruttori che comunque non perderanno un euro. Così come avviene per le banche avranno tutto pagato dal governo. Tutto -questo niente- a partire dal prossimo anno. Intanto chi la casa non ce l’ha dovrà continuare a non averla e gli ufficiali giudiziari continueranno a presentarsi scortati dalla polizia alla porta delle 260mila famiglie sotto sfratto.
Il programma messo in piazza dai movimenti per il diritto all’abitare invece è chiaro ed esige risposte, così dopo il muro contro muro si continua in corteo per tornare ad occupare Piazza Montecitorio da cui la mattina ci si è mossi. Ancora una volta il centro della città e i palazzi del potere assediati dai bisogni reali di chi la crisi la sta pagando ormai da sei anni, da chi si è impoverito e in qualche caso ha perso tutto. Il diritto all’abitare come enorme vertenza collettiva che parla del futuro delle nostre città, di distribuzione della ricchezza, di welfare e di diritti.
Intanto mentre si attendono notizie delle nove persone fermate qualche parlamentare del centrosinistra si aggira per Piazza Montecitorio, ascolta smarrito e annoiato chi gli si fa sotto chiedendo risposte. Che se ne vadano via tutti.

Provarci, resistere, avanzare di Infoaut.it
Per la terza volta in due settimane il movimento ricompostosi tra piazza San Giovanni e Porta Pia torna all'attacco, mostra i numeri, tiene la piazza e fa capire di essere una minaccia reale a chi si rinserra nei palazzi del potere.
Il dopo #19o aveva visto i detrattori della settimana prima correre sul carro del vincitore e cercare di accaparrarsi ex-post una scommessa vinta dai movimenti: Il Manifesto tentava bislaccamente di susumere la mostruosità del 19 sotto la più rassicurante ala protettiva del 12 ottobre; Sel giungeva con una settimana di ritardo a riconoscere l'errore di aver disertato le piazze (“mi si nota di più se vado o non vado..?”). Chissà che domani un Renzi non spari la sua cazzata della settimana è qualche post-fascista alla Meloni non rievochi l'eredità “sociale” dell'Msi...
La verità è invece molto più cristallina: ancora una volta i movimenti, partendo dal basso e senza mediazioni, hanno messo sulla pubblica piazza le contraddizioni che fanno male e che non si risolveranno con qualche palliativo d'aggiustamento. Son dovuti scendere in strada mettendo la carne di fronte ai manganelli e i polmoni ad assorbire lacrimogeni, come avviene ovunque si lotti, in piazza Taksim, a Rio De Janeiro o sulle pendici montuose della Val Clarea.
Cosi si fa! Altrimenti non ci ascoltano. E non dobbiamo stupirci. Quella banda di ruffiani che hanno ancora la pretesa di chiamarsi tra loro, “onorevoli”, “primi cittadini” e “governatori” continueranno a scaricarsi l'un l'altro la patata bollente, sperando che la nottata passi e che qualche tesoretto spremuto dalla nostra pelle collettiva possa tamponare il problemino che inizia a porsi. Bisognava salire sul tetto di un blindato per ricevere attenzione e farsi intravedere dalle segrete stanze di Montecitorio e Palazzo Chigi.
A questo 31 ottobre si è giunti facendo tesoro della forza accumulata nella piazza del 19. In pochi ci avevano creduto. Oggi iniziamo a vedere i risultati, in termini di continuità e perseveranza, di cosa possono produrre le soggettività di movimento se si muovono con umiltà e metodo, individuando obiettivi concreti da praticare, mete da raggiungere, percorsi che non si possono concordare. Una dimostrazione d'assedio effettiva, una prefigurazione di quel che va fatto.
Sono primi passi incoraggianti ma siamo ancora lontani dall'aver raggiunto i nostri traguardi. Che sono tanto ambiziosi e tanto ampi da imporci di non accontentarci. Per provare a costruire una sollevazione generale reale, che incida sui rapporti di forza e inverta i processi, le aspettative di masse sempre più espropriate ma che possono essere protagoniste quando sono consapevoli dei loro interessi e si uniscono per difenderli.
Alcune date sono già sul tappeto, per continuare il cammino: il prossimo 9/10 novembre a Roma, per discutere in assemblea generale nuovi terreni di lotta e l'allargamento del conflitto sociale oltre il piano della lotta per la casa, individuando gli altri gangli della riproduzione sociale (reddito, spesa pubblica, sanità, formazione...ecc) e provare magari a buttare giù qualche elemento di programma per il medio periodo. Un'altra possibile iniziativa che si prospetta all'orizzonte è il nuovo vertice italo-francese tra Letta e Hollande sul Tav, il prossimo 20 novermbre, sempre a Roma, dove ri-ratificheranno la decisione di buttare nell'idrovora di Chiomonte miliardi di euro di denaro pubblico.
Anche questi sono solo piccoli passi ma necessari per tracciare una nuova via. A sarà dura ma abbiamo iniziato a metterci in marcia... e non abbiamo nessuna ntenzione di fermarci!

Nichi Vendola e l’Ilva di Taranto. Storia di una sconfitta politica di Gad Lerner, La repubblica

Questo articolo è uscito su “La Repubblica”.
 
Nichi Vendola definisce l’accusa di concussione mossagli dalla Procura di Taranto per il disastro ambientale dell’Ilva come “la più grande ingiustizia della mia vita”. Può darsi. Non sarà facile alla magistratura dimostrare che il presidente pugliese boicottasse l’operato della sua Agenzia per la protezione ambientale, al fine di favorire i padroni dell’acciaieria; tanto più che a negarlo è lo stesso responsabile dell’Arpa, Giorgio Assennato, cioè il presunto concusso. Ma il dramma umano di questo dirigente della sinistra impegnato nell’ardua impresa di far coesistere produzione industriale e bonifica del territorio, ben prima dell’indagine giudiziaria si era già consumato nella sconfitta politica che l’ha preceduta. Vendola ha sbagliato valutazione sulla natura del suo interlocutore: i Riva non erano capitalismo illuminato, bensì imprenditori rapaci e spregiudicati.
Questo dato di fatto emerge inequivocabile dall’inchiesta tarantina, con i suoi 53 indagati: una ragnatela pervasiva tessuta dai fiduciari di questa famiglia bresciana che dall’Ilva ha tratto profitti miliardari e che con pochi spiccioli addomesticava il consenso dei poteri locali. Amministratori, sindacalisti, funzionari, parroci indotti a considerare un male minore la violazione delle norme antinquinamento, e a fare pressione per l’ottenimento di sempre nuove deroghe e autorizzazioni benevole.
Cosa c’entra Vendola con tutto questo? Certo non gli si può addebitare il degrado della classe politica tarantina, guidata per anni dal malavitoso Giancarlo Cito e poi da una giunta di destra che ha portato il Comune alla bancarotta. Ma è stato in quel contesto disastrato che Vendola si è illuso di trovare nella potenza dei Riva, forse nel loro interesse al risanamento degli impianti, una via d’uscita. Così ai tarantini che cominciavano a ribellarsi, dentro e fuori la grande fabbrica, è parso come se la sua necessità di mediare con la grande impresa del Nord, e di garantirle la continuità produttiva, costringesse anche Vendola a tessere relazioni informali col potere aziendale; perfino a dichiararsi infastidito dagli eccessi di severità della magistratura e dell’Agenzia per la protezione ambientale (Arpa). Nessuno insinua che fosse mosso da convenienze illecite. Semmai che sovrastimasse le sue capacità di relazione, mentre a Taranto le condizioni di vita degeneravano fuori controllo. La spasmodica ricerca di un compromesso, ai margini della legge, fra garanzia di continuità produttiva e rispetto delle norme sulle emissioni, concedeva ai Riva una rispettabilità che i tarantini più avvertiti non potevano più riconoscere loro. Questo è l’errore che ha isolato Vendola dai movimenti di protesta cresciuti in città a sostegno dell’azione della magistratura. E siccome in precedenza un errore simile Vendola lo aveva già compiuto assegnando a don Luigi Verzè, senza gara pubblica d’appalto, l’incarico di costruire un nuovo ospedale a Taranto, tale reiterazione sollecita un interrogativo: non avrà pesato nelle sue scelte il bisogno di presentarsi come “comunista di mondo”, capace di intrattenere buoni rapporti con la controparte? So bene che il suo stile di vita è integerrimo, e che in lui la virtù della gentilezza non si è mai tramutata in mondanità salottiera. Ma temo che la reciproca incomprensione fra Vendola e la protesta di Taranto scaturisca proprio da questa esibizione velleitaria di impotenza della sinistra di governo. Non a caso alle elezioni del febbraio scorso nella città dell’Ilva sia la destra che i grillini hanno sorpassato il centrosinistra.
La situazione è precipitata quando la magistratura tarantina ha sequestrato l’area a caldo dell’acciaieria e ha imposto la chiusura delle lavorazioni fuorilegge, rifiutando, in nome dell’obbligo costituzionale della tutela della salute, le sollecitazioni a rinviare e a soprassedere che le giungevano dall’alto. Ricordo il titolo di un giornale di destra, dedicato in quei giorni dell’agosto 2011 alla gip Patrizia Todisco: “La zitella rossa che licenzia 11 mila operai Ilva”. Sempre allora la direzione aziendale incoraggiò le maestranze a manifestare in difesa degli impianti, esasperando la spaccatura interna ai sindacati così come la lacerazione fra lavoratori impauriti e cittadini ormai consapevoli dell’alto tasso di mortalità tumorale. Ma in quel frangente drammatico fu l’intero establishment nazionale a esecrare la Procura di Taranto come un covo di irresponsabili. Solo perché applicava la legge. Tanto che il recente congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati ha denunciato “l’ideologia del mercato quale unica salvezza” con cui si è preteso di calpestare l’”effettività dei diritti”.
Sono sicuro che Vendola condivide questa amara constatazione dell’Anm. Ma allorquando il dilemma si è posto in tutta la sua drammaticità a Taranto, la sua leadership era già compromessa.

Tutte le bugie del governo sui conti


image«La crisi mondiale è finita». Parola di Fabrizio Saccomanni, il supertecnico ministro dell’Economia, ex direttore generale della Banca d’Italia, grande amico dell’ex presidente del consiglio Mario Monti e del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Dunque, eccoli i conti della ripresa. L’Istat ha appena reso noto il tasso di disoccupazione raggiunto a settembre: 12,5 per cento, pari a 3.194.000 cittadini. E i giovani? Il 40,4 per cento (cifra record) dei ragazzi sotto i 24 anni sono senza lavoro.
Ma le bufale raccontateci dagli ultimi ministri dell’Economia non finiscono qui. Anzi, sono così costanti che hanno del clamoroso nella loro sfacciataggine. Popoff ha deciso di fare le pulci agli ultimi tre governi e ai loro annunci di previsione economica, contenuti nelle leggi di stabilità.
Nel 2010 (eravamo già in piena crisi economica) la situazione era la seguente: il deficit pubblico era pari al 4,5%, il debito pubblico 119,3%, il prodotto interno lordo era di 1.552 miliardi di euro. All’epoca ministro dell’Economia era Giulio Tremonti, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi.
La legge di stabilità del 2011 venne annunciata come quella del rilancio dell’economia: deficit al 3,9%, debito pubblico al 120,0% e Pil in salita a quota 1.593 miliardi. Come potete immaginare, la realtà fu un’altra: deficit 3,8%, debito 120,7% (+0,7% rispetto alle previsioni), Pil 1.580 miliardi (13 miliardi di meno).
L’anno successivo le cose cambiarono. Il duo Tremonti-Berlusconi governò fino a inizio novembre. Poi, le dimissioni del Cavaliere e l’arrivo di Mario Monti, «il supertecnico», l’amico dei mercati e l’uomo «in grado di rimettere i conti del Paese finalmente in sesto».
Ma vediamoli alla prova dei fatti. Tremonti disse: deficit 2,7%, debito 119,4%, Pil 1.642 miliardi. Magari fosse stato così. Ma Monti (che era anche a capo del ministero dell’Economia) rilanciò (essendo il demiurgo, poteva): deficit 1,7, debito 123,4%, Pil 1.589 miliardi. In alcuni casi più ottimista, in altri meno, del governo Berlusconi. E quali furono i dati reali di quell’anno? Deficit 3,0%, debito 127,0% e Pil pari a 1.567 miliardi di euro. In altre parole, Berlusconi aveva previsto un deficit inferiore, un debito molto inferiore e un Pil superiore di 75 miliardi. Monti aveva previsto un deficit molto inferiore, un debito inferiore e un Pil superiore di 22 miliardi.
Insomma, sbagliare di 75 e 22 miliardi di euro i conti del bilancio annuale è un’enormità. In una normale azienda queste persone sarebbero state licenziate in tronco, oppure messe sotto inchiesta per bancarotta fraudolenta.
Proseguiamo. 2013. Le previsioni di Tremonti (che arrivavano fino al 2014) erano: deficit 2,7%, debito 116,9% e Pil 1.697 miliardi. Quelle di Monti (che arrivavano fino al 2015) erano: deficit 0,5%, debito 121,5% e Pil 1.627 miliardi. Da quest’anno vanno aggiunte anche le cifre di previsione fatte dall’attuale ministro dell’Economia Saccomanni e dal presidente del consiglio Enrico Letta: deficit 2,9%, debito 130,4%, Pil 1.573 miliardi.
Anche questa volta la realtà si è rivelata molto diversa dalle previsioni fantasiose dei nostri governanti: 3,4%, debito 134,0% e Pil 1.556 miliardi. Di quanto si sono sbagliati? Tremonti di tanto rispetto al deficit, di tantissimo rispetto al debito, di 141 miliardi rispetto al Pil (a sua unica giustificazione, va detto che la previsione è stata fatta tre anni fa, quando la situazione economica mondiale era pessima, ma non disastrosa). Monti di un’enormità rispetto al deficit, di tantissimo rispetto al debito e di 71 miliardi rispetto al debito (previsione fatta due anni fa). Saccomanni (previsione fatta quest’anno) si è sbagliato di tanto rispetto al deficit, del 3,5% rispetto al debito pubblico e di sette miliardi rispetto al Pil.
Sette miliardi sono i soldi necessari per fare un cuneo fiscale decente. Con sette miliardi si potrebbe rilanciare la scuola pubblica, oppure togliere del tutto l’Imu. E il nostro attuale ministro ha sbagliato i calcoli da un mese per l’altro di sette miliardi.
Come andrà a finire? Tremonti era stato più cauto, dicendo che nel 2014 il deficit sarebbe stato del 2,6%, il debito del 112,8%, il Pil pari a 1.755 miliardi. Per rispettare queste cifre l’Italia dovrebbe avere in pochi mesi un boom economico degno della Cina ai tempi d’oro: +12,8%.
Monti aveva pronosticato per il 2014 il deficit allo 0,1% (addirittura 0% nel 2015), il debito al 118,2% e il Pil a 1.673 miliardi. Per rispettare questi dati l’Italia dovrebbe vivere in pochi mesi un boom degno dell’India o del Brasile: +7,5%.
Saccomanni ha pronosticato per l’anno prossimo il deficit all’1,8%, il debito al 129,0%, il Pil a 1.624 miliardi. Un incremento del Pil del 4,4% in un anno. Altro che ripresa.

FRANCO FRACASSI
da Popoff.globalist.it