sabato 2 novembre 2013
Madre Teresa di Combutta, nata Cancellieri Di ilsimplicissimus
Ora qualcuno dirà che penso sempre male. E non è vero: la signora si è
data da fare per togliere dal carcere la miliardaria con opportuna
anoressia, mentre i poveracci tra le sbarre hanno sempre un volgare
appetito, sebbene la Giulia Maria, pensasse del figlio della Cancellieri
– per sintetizzare un’intercettazione – che fosse un cretino
inaffidabile e infedele, ma protetto dalla madre. Il testo lo trovate qui e qui ma
non c’è dubbio che l’intervento della ministra per ottenere un
trattamento di favore nei confronti della rampolla Ligresti, c’è stato
nonostante queste atroci ferite al cuore di mamma. Una santa, ne tenga
conto il parroco di Roma, tra una telefonata e l’altra alle pecorelle
smarrite.
Certo potremmo anche pensare che sia stato un atto inopportuno, che
la Cancellieri abbia approfittato della sua carica per dare vita
all’ennesimo caso di ingiustizia ad personam, che si tratti di
un’inammissibile ingerenza per cui altrove si danno le dimissioni un’ora
dopo e si cerca di scomparire sottoterra, ma anche se così fosse, il
tutto è avvenuto avvenuto sulla scia di un imprintig familiare al quale è
difficile sfuggire. E infatti il Peluso Piergiorgio dopo essere stato
liquidato da Fonsai con quei quattro soldi, è diventato direttore
finanziario della Telecom guarda caso poco dopo che quest’ultima si è
vista rinnovare dalla ministra diversi appalti tra cui quello per la
banca del Dna e quello dei braccialetti elettronici che hanno già avuto
la sgradevole attenzione della Corte dei conti. Insomma è come una forma
di irrefrenabile cleptomania.
Del resto la stessa Cancellieri è nata e vissuta in questa atmosfera:
il nonno dopo la vittoriosa guerra libica del 1911 diviene un ras della
nuova colonia e addirittura ”commissario ai beni sequestrati ai
berberi”, mentre il padre, sempre in Libia e sotto l’ala protettrice del
regime fascista e in particolare di Italo Balbo, si dedica alla
costruzione di centrali elettriche. Lei sta a Roma andando in Libia solo
per le vacanze, trascorrendo il tempo fra la colonia dei ricchi
italiani che sono rimasti anche dopo la guerra e che sotto re Idris
fanno il bello e cattivo tempo. Tanto che a 19 anni, appena finite le
scuole comincia a lavorare, non alla Standa, ma nientemeno che alla
Presidenza del Consiglio. Alzi la mano chi non ha un figlio a cui sia
capitato. Dopo una laurea in Scienze politiche a 29 anni, di cui non
sembra siano rimaste tracce, eccola cominciare la carriera prefettizia
in ogni dove d’Italia. A Nomen Homen Cazzullo rivela in un’intervista:
“appartengo, ultima della fila, a una schiera nobilissima. Uomini che
hanno dedicato la vita alla cosa pubblica, che hanno versato il loro
sangue”. Veramente era il sangue dei berberi e i loro beni che non si sa
bene che fine abbiano fatto. Ma certo sono particolari di poco
interesse anche in vista di una beatificazione, certificata pure dal
povero Sansonetti ormai evolutosi da giornalista a caso umano. Ma anche
di un vasto ambiente di opportunisti e difensori dello statu quo ante
palesi o segreti.
Comunque sia da tutta questa vicenda emerge in chiaro scuro, ma
evidente, il ruolo dei grand commis dello stato come cinghia di
trasmissione di un’oligarchia di fatto, dell’incesto fra pubblico e
affari privati, come rizoma sulla radice della corruttela, un qualcosa
che permette la rigenerazione delle piante infestanti anche in
condizioni sfavorevoli. Un ceto duttile che come la Cancellieri può dire
che la mafia non esiste ed essere contemporaneamente chiamata da uno
poi indagato per mafia, a gestire (peraltro malissimo) l’emergenza
rifiuti in Sicilia che notoriamente è in mano alla criminalità
organizzata. Che gestisce opportunamente le prebende e sa quali
privilegi non toccare, chi aiutare e chi affossare. Un ceto che
dall’alto dei suoi privilegi può disprezzare l’insieme dei cittadini che
non hanno santi in paradiso. Così anche alla Cancellieri con figlio
milionario per grazia di mammà, scappò di dire «noi italiani siamo
fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà». La
beffa dopo il danno.
Dal balletto sull’Imu all’elemosina di Paolo Berdini, Il Manifesto
Sul dramma della casa si continua ad assistere al fallimento delle
politiche di governo. Iniziamo dai proprietari, la parte più «fortunata»
della platea sociale. In questo caso il governo è riuscito ad aumentare
la tassazione su coloro che posseggono un solo alloggio, e cioè la
maggioranza degli italiani. La commedia è andata avanti per molti mesi
e, come noto, era partita dalla minaccia della crisi di governo da parte
del Pdl se non fosse stata cancellata l’Imu. L’iniqua cancellazione,
perché equipara proprietari di alloggi modesti e quelli di lusso, c’è
stata. Poi per recuperare le poste di bilancio si è inventata la Trise
che, come ha ammesso il ministro Saccomanni, provoca aumenti per le
fasce più povere.
I possessori di grandi patrimoni immobiliari continuano a fare festa e anche i proprietari di alloggi signorili risparmieranno dai 500 agli 800 euro all’anno, alla faccia dell’equità.
Il secondo segmento della platea sociale è quello degli affittuari. Anche in questo caso il governo ha colpito alla cieca. Dentro la Trise si pagherà la Tasi, destinata a finanziare i servizi urbani (illuminazione pubblica e altro). Dal 10 al 30 per cento della imposta sarà pagata dai conduttori dell’alloggio: è noto che gli sfratti per morosità stanno aumentando in ogni parte d’Italia e il governo inventa una tassa che alimenterà ulteriormente questo doloroso fenomeno.
E veniamo al terzo segmento sociale, quello in maggiore sofferenza, formato da coloro che non hanno casa e non possono permettersi di accedere al mercato degli affitti. Ieri è stato raggiunto un cinismo intollerabile. Il ministro Lupi durante la conferenza unificata con le regioni ha infatti affermato che stanzierà per l’emergenza abitativa 140 milioni per l’intero 2014. Stanziare non è spendere, ma se anche facessimo finta che siano soldi veri e non artifici di bilancio, possiamo constatarne agevolmente la miseria. Sono centinaia di migliaia le famiglie che soffrono del disagio abitativo. Se sommiamo gli sfrattati, chi occupa immobili inutilizzati e chi vive in alloggi precari, superiamo le 400mila famiglie: ieri il governo ha destinato loro 350 euro per tutto il 2014. So bene che i 140 milioni serviranno solo per una parte del numero totale di famiglie, ma si potrà arrivare al massimo a 700 – 900 euro per famiglia. Una miseria vergognosa.
Soprattutto se confrontata con la generosità che lo stesso ministro Lupi ha dimostrato pochi giorni fa quando ha stanziato senza battere ciglio 400 milioni per completare la grande opera più costosa d’Italia, il Mose di Venezia, per la cui realizzazione sono stati spesi finora 4 miliardi e settecento milioni. Stessa munificenza, Lupi, come prima di lui Corrado Passera, ha dedicato come noto alla Tav della Val di Susa o alla metro C di Roma. Miliardi, 100 per la precisione, che vengono gettati in pasto a un ristretto numero di imprese. Non è vero dunque che non ci sono i soldi: sono esclusivo appannaggio delle lobby.
L’azione scellerata sul problema della casa continua infine con la questione degli immobili di proprietà pubblica: devono essere venduti, dice il governo. Quel vasto patrimonio di tutti i cittadini italiani è invece l’ultima concreta possibilità per risolvere il dramma della casa per decine di migliaia di famiglie. È urgente un piano di riutilizzazione delle caserme abbandonate, delle scuole in disuso e di tante altri beni immobiliari: solo così si può chiudere l’emergenza abitativa. Una questione su cui da tempo si è schierato il mondo della cultura urbanistica e i movimenti per la casa presenti in tutte le grandi città italiane. Al posto della miseria dello stanziamento deciso ieri dobbiamo contrapporre un progetto di «valorizzazione sociale» degli immobili pubblici. La valorizzazione economica così cara ai liberisti e che trionfa dai tempi della Partrimonio spa di Giulio Tremonti, deve lasciare il posto alla solidarietà sociale.
Si tratta di dare concreta attuazione all’articolo 3 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».
I possessori di grandi patrimoni immobiliari continuano a fare festa e anche i proprietari di alloggi signorili risparmieranno dai 500 agli 800 euro all’anno, alla faccia dell’equità.
Il secondo segmento della platea sociale è quello degli affittuari. Anche in questo caso il governo ha colpito alla cieca. Dentro la Trise si pagherà la Tasi, destinata a finanziare i servizi urbani (illuminazione pubblica e altro). Dal 10 al 30 per cento della imposta sarà pagata dai conduttori dell’alloggio: è noto che gli sfratti per morosità stanno aumentando in ogni parte d’Italia e il governo inventa una tassa che alimenterà ulteriormente questo doloroso fenomeno.
E veniamo al terzo segmento sociale, quello in maggiore sofferenza, formato da coloro che non hanno casa e non possono permettersi di accedere al mercato degli affitti. Ieri è stato raggiunto un cinismo intollerabile. Il ministro Lupi durante la conferenza unificata con le regioni ha infatti affermato che stanzierà per l’emergenza abitativa 140 milioni per l’intero 2014. Stanziare non è spendere, ma se anche facessimo finta che siano soldi veri e non artifici di bilancio, possiamo constatarne agevolmente la miseria. Sono centinaia di migliaia le famiglie che soffrono del disagio abitativo. Se sommiamo gli sfrattati, chi occupa immobili inutilizzati e chi vive in alloggi precari, superiamo le 400mila famiglie: ieri il governo ha destinato loro 350 euro per tutto il 2014. So bene che i 140 milioni serviranno solo per una parte del numero totale di famiglie, ma si potrà arrivare al massimo a 700 – 900 euro per famiglia. Una miseria vergognosa.
Soprattutto se confrontata con la generosità che lo stesso ministro Lupi ha dimostrato pochi giorni fa quando ha stanziato senza battere ciglio 400 milioni per completare la grande opera più costosa d’Italia, il Mose di Venezia, per la cui realizzazione sono stati spesi finora 4 miliardi e settecento milioni. Stessa munificenza, Lupi, come prima di lui Corrado Passera, ha dedicato come noto alla Tav della Val di Susa o alla metro C di Roma. Miliardi, 100 per la precisione, che vengono gettati in pasto a un ristretto numero di imprese. Non è vero dunque che non ci sono i soldi: sono esclusivo appannaggio delle lobby.
L’azione scellerata sul problema della casa continua infine con la questione degli immobili di proprietà pubblica: devono essere venduti, dice il governo. Quel vasto patrimonio di tutti i cittadini italiani è invece l’ultima concreta possibilità per risolvere il dramma della casa per decine di migliaia di famiglie. È urgente un piano di riutilizzazione delle caserme abbandonate, delle scuole in disuso e di tante altri beni immobiliari: solo così si può chiudere l’emergenza abitativa. Una questione su cui da tempo si è schierato il mondo della cultura urbanistica e i movimenti per la casa presenti in tutte le grandi città italiane. Al posto della miseria dello stanziamento deciso ieri dobbiamo contrapporre un progetto di «valorizzazione sociale» degli immobili pubblici. La valorizzazione economica così cara ai liberisti e che trionfa dai tempi della Partrimonio spa di Giulio Tremonti, deve lasciare il posto alla solidarietà sociale.
Si tratta di dare concreta attuazione all’articolo 3 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».
venerdì 1 novembre 2013
Povertà, dalla statistica alla piazza Di ilsimplicissimus
Il potere teme chi apertamente si dichiara antagonista, chi
scandalosamente vuole mostrare il re nudo e sembra alludere a un’altra
strada, ma trascura chi è costretto a fare della propria esistenza un
antagonismo vivente. E non si preoccupa nemmeno quando la povertà
assoluta colpisce quasi un decimo della popolazione, 5 milioni di
persone, preferisce gingillarsi con le statistiche addomesticate della
povertà relativa ( vedi qui)
e confida che la grande maggioranza dei colpiti da una crisi in gran
parte sfruttata a fini politici, se ne stia zitto a covare l’uovo
deforme di false speranze o di piccoli privilegi. Che insomma non si
ribelli, come vogliono sindacati corporativi e partiti stampella. Eppure
anche Freiherr Friedrich von Hayek, il nobelato reazionario del XX°
secolo, aveva sostenuto che i poveri sono da disprezzare e tuttavia va
dato loro qualcosa purché non si ribellino.
Il barone sapeva che proprio i poveri assoluti, quelli che non hanno
niente da perdere e non possono essere allettati con promesse
irrealizzabili, impauriti con la possibilità di essere privati dei
rimasugli di speranza e di beni, quelli che non possono contare su reti
di protezione, fosse pure la magra pensione del nonno, sono la bomba
messa sotto il trono delle aristocrazie del potere. Quindi è facile
profetizzare che la tensione continuerà a crescere fino a raggiungere il
punto di rottura, che manifestazioni di questo tipo diventeranno
comuni.
Ci sono ovviamente due modi per fronteggiare la situazione: quello di
rompere il cemento liberista e riconoscere l’esistenza di dignità e di
diritti prevalenti rispetto al profitto, oppure quello di predisporre
una vasta operazione di “beneficienza” sociale che senza toccare le
conquiste dei ricchi, ovvero la messa in mora dell’eguaglianza e della
cittadinanza, anzi ribadendole, distribuisca a pioggia un’elemosina
destinata a tornare poi nelle tasche del potere sotto forma di utili.
Non c’è dubbio che sarà scelta la seconda strada sia da noi che in altri
Paesi mettendo in piedi una sorta di piccolo welfare anomalo che mentre
rinforza la legittimità ideologica di sfruttamento e precarietà, tenga
lontano dalle piazze i diseredati.
Su questo sono disposto a scommettere qualsiasi cifra. E anzi potrei
giurare che dopo le elezioni europee quando la Merkel farà di tutto per
portare Martin Schultz ( finto avversario, ma amico personale) alla
presidenza della commissione europea se ne comincerà a parlare con
l’obiettivo di evitare che la crescente pressione dei vecchi e nuovi
diseredati metta in crisi i governi amici dell’austerità. Un piccolo
obolo ricattatorio perché i poveri assoluti se ne stiano col cappello in
mano piuttosto che innescare processi di profonda riforma sociale. E i
relativamente impoveriti, cioè l’altro 80 per cento della popolazione,
se ne stia ferma tristemente convinta che nulla si possa cambiare.
Errata corrige: Democrazia di Sandro Moiso, Carmillaonline.com
“Il sogno della democrazia consiste nell’elevare il proletariato a livello dell’idiozia borghese” (Gustave Flaubert)
Perché la democrazia non sta nelle costituzioni, se queste non
prevedono il conflitto e il diritto alla rivolta. E non sta nelle leggi
elettorali se non esistono partiti in grado di difendere e diffondere
il conflitto sociale. E non sta nei partiti e partitini se questi si
arrogano, comunque e soltanto, la rappresentazione del conflitto. La
democrazia è conflitto e vive soltanto nel conflitto.
Là dove il conflitto è negato, la democrazia non c’è. Che sia un
governo liberista a negarlo, oppure un governo ancor più marcatamente
autoritario oppure, ancora, un governo socialista come quello sovietico
dagli anni venti del ‘900 in avanti, ci si trova davanti ad una
dittatura.
Non è questione di forme, ma di sostanza. Prendendo a prestito una
frase di Mark Rotko a proposito dell’arte e della pittura, si può
affermare che “La democrazia non è qualcosa che riguarda l’esperienza , ma è l’esperienza”.
Democrazia è esperienza diretta della politica. Per chi non è rappresentato dagli ingombranti catafalchi della politica racket, è la politica. E, in quanto tale, non può che essere conflittuale.
Non vi è democrazia nel compromesso. Il compromesso si preoccupa delle forme e non dei risultati. Reali. La democrazia borghese è formale, dichiarativa, rappresentativa e a-conflittuale. Deve superare, castrare, negare, regolarizzare e rappresentare, appunto, il conflitto. Relegandolo alle stanze della politica, ai palazzi, agli ambiti parlamentari. Agli angoli oscuri delle trattative riservate oppure, per uguale e opposta formalità, alla rappresentazione mediatica giornalistica e televisiva.
Non vi è democrazia nel compromesso. Il compromesso si preoccupa delle forme e non dei risultati. Reali. La democrazia borghese è formale, dichiarativa, rappresentativa e a-conflittuale. Deve superare, castrare, negare, regolarizzare e rappresentare, appunto, il conflitto. Relegandolo alle stanze della politica, ai palazzi, agli ambiti parlamentari. Agli angoli oscuri delle trattative riservate oppure, per uguale e opposta formalità, alla rappresentazione mediatica giornalistica e televisiva.
Là dove quotidianamente viene rappresentata una delle più celebri opere di Shakespeare: “Molto rumore per nulla”.
Sempre uguale nella sostanza, ma sempre diversa soltanto per gli
attori, sempre più scadenti, che la portano in scena. Inutile, noiosa,
imbelle ripetizione di schemi, parole, proposte sempre uguali, vuote e
volgari. Slogan che non servono nemmeno più a lenire il malessere
causato dalla crisi o a consolare chi continua a pagare per debiti,
colpe e responsabilità che non ha mai avuto e non ha mai contribuito a
creare.
La democrazia è per forza di cose conflittuale poiché si realizza,
anche solo parzialmente, soltanto là dove esistono forze reali
contrapposte (Lavoro Vs. Capitale), in cui gli attori abbiano
tutti un’eguale peso politico nella società. La rappresentazione
parlamentare che ne conseguirà non sarà dunque la causa, ma l’effetto
del conflitto. In barba, val la pena di ripeterlo, a tutte le leggi
elettorali e alle, sempre aleatorie, garanzie istituzionali.
Negli anni settanta uno slogan recitava: “Democrazia è il fucile in spalla agli operai”.
Alcuni lo vollero attuare clandestinamente anche là dove non ne
esistevano le condizioni, senza capire che il vero fucile sulla spalla
degli operai, dei giovani e dei lavoratori era quello delle lotte, delle
occupazioni delle fabbriche, della scuole e delle case e che solo a
partire da queste era possibile rivendicare un diritto all’autodifesa
che fu riconosciuto, a metà degli anni settanta, anche dal Tribunale
chiamato a processare un nucleo di operai di Sesto San Giovanni colti in
possesso di armi.
Tutto ciò diventa particolarmente vero nell’attuale situazione
italiana. Dove, nonostante i balletti, le dichiarazioni, le
fantasmagoriche ricette o leggi di “stabilità”, tutto traballa, tutto
scivola lungo un piano inclinato sempre più ripido. E l’accelerazione
della crisi sociale, politica ed economica diventa ogni giorno più
rapida e violenta.
Monti è definitivamente cotto, bollito o fritto che sia. Letta è
agli sgoccioli e Napolitano pure, mentre si abbarbica ad un formalismo
autoritario con la disperazione di un cercatore di funghi scivolato
lungo un pendio che lo porterà a volare in un dirupo. Mentre le lotte
intestine al PdL porteranno ben presto allo sfascio quella che è
sembrata, ma soltanto sembrata, essere l’unica forza politica di
governo degli ultimi venti anni.
Allo stesso tempo, però, anche il sogno di una nuova, grande DC, che dalle ceneri del PdL avrebbe dovuto rinascere come l’Araba Fenice, è già morto.
Allo stesso tempo, però, anche il sogno di una nuova, grande DC, che dalle ceneri del PdL avrebbe dovuto rinascere come l’Araba Fenice, è già morto.
Abortito nonostante i voti della Chiesa e di Papa Bergoglio. Perché
la DC non ha mai potuto esistere o governare senza il supporto di
un’abbondante spesa pubblica. E’ stato il segreto di Pulcinella per i
suoi quasi cinquant’anni di governo, dal 1948 al 1993. E Mani Pulite
non servì a combattere la corruttela politica ed economica dei suoi
leader e rappresentanti, ma, sostanzialmente, a eliminare un sistema di
governo che ripartiva anche socialmente una parte della ricchezza
prodotta collettivamente pur di mantenere il proprio potere politico.
Insomma Mani Pulite mise fine all’era Giolitti iniziata novant’anni prima per riportare tutto a un immaginario ordine liberale in cui tutti i profitti dell’economia reale, irreale e mafiosa dovevano tornare esclusivamente nelle tasche dei parùn da le bele braghe bianche senza che questi dovessero tirar fuori o tralasciare altre palanche
per compensare il resto della società . Stop! Fine della DC e anche
del sogno neo-DC, ucciso dai colpi di coda di Berlusconi e di Monti e
dal trionfo della finanza su qualsiasi altra attività economica.
A ben pensare però, nel corso degli ultimi vent’anni, l’unica forza
che ha davvero governato l’Italia sulla via della restaurazione
capitalistico-finanziaria non è stata però Forza Italia con i suoi
orrendi alleati leghisti e fascisti, ma, nell’ombra solo per chi non
vuol vedere la realtà, il PCI – PDS – PD. Dalla mortadella Prodi al
salame Bersani, quell’aggregato politico ha rappresentato la vera
continuità e garanzia istituzionale sulla strada della riforma liberista
e finanziaria del sistema Italia. E’ dunque per questo motivo che si
può dire che Reagan e la Thatcher hanno avuto, qui da noi, la maschera
di “severi” politici come D’Alema e i suoi accoliti, seppure in salsa
catto-comunista emiliana.
La cui unica proposta alternativa è stata per anni quella
dell’economia del “Terzo Settore”, cooperative e associazionismo, che,
dopo aver contribuito a smantellare lo stato sociale appellandosi alla
solidarietà, hanno finito con il rappresentare il modello principale
per le attività sottopagate, aprendo la via alla riforma al ribasso del lavoro di
cui sente quotidianamente parlare oggi. Così, mentre da un lato la
CGIL si ostinava, apparentemente, a difendere i lavoratori delle grandi
fabbriche (in realtà garantendo soltanto ai grandi complessi
industriali la possibilità di usufruire di milioni e milioni di ore di
cassa integrazione), dall’altra si creavano tutte le condizioni per un
drastico abbassamento dei costi del lavoro, giovanile e non.
Solo così si può comprendere la funzione di quella sinistra
istituzionale che ha rivendicato negli ultimi vent’anni la sua funzione
( anche se verrebbe da scrivere finzione) liberale, scambiando liberalismo con liberismo…but Love me, love me, love me, I’m a liberal!
(come cantava quasi cinquant’anni fa il buon Phil Ochs). E il cui
risultato attuale è il mostruoso, gigionesco e pericolosissimo Matteo
Renzi. Colui che ha già gettato l’ultimo residuo di maschera sinistrese
di quel partito e che, onesto almeno in questo, ha rivolto apertamente
la sua richiesta di voto all’elettorato di destra! Completando e
portando a termine la parabola di un partito iniziata, come minimo,
settanta anni fa con la svolta togliattiana di Salerno.
Unico candidato possibile per un Partito destinato ormai a ricoprire
il ruolo di centro che nessun altro ( né Berlusconi, né Monti, né
tanto meno Casini) può oggi cercare di ricoprire. Soltanto a questo si
possono ricollegare le speranze di vittoria elettorale del PD, che
fanno oggi fibrillare il governo Letta quanto le altalenanti tattiche
berlusconiane e che alimentano le ultime speranze di governabilità della marcia e decomposta borghesia italiana.
Ma proprio questa speranza centrista sarà ciò che affosserà
definitivamente il PD, che finirà sì col guadagnare voti a destra, ma
anche col perdere gran parte del poco elettorato attivo di sinistra che
ancora gli rimaneva. E che non vedeva ancora come il ruolo democratico
rappresentativo del Partito fosse dipeso più dalle lotte sociali reali
degli anni sessanta e settanta che gli imponevano determinate tattiche
più che dai suoi intenti reali.
Così, mentre i sondaggi danno ormai per le prossime elezioni un 50%
di astensioni (tra astensione reale e schede bianche), i movimenti del
19 ottobre (No-Tav, per la casa e per il lavoro) diventano l’unico
possibile polo di aggregazione per la stragrande maggioranza dei
cittadini italiani, volenti o nolenti che siano. Le parole d’ordine
concrete diventano infatti la base di pratiche antagonistiche e delle
uniche riforme possibili. Riforme che, come si è già detto più volte su
Carmilla, non possono che essere conseguenza di una pratica
conflittuale e, quindi, rivoluzionaria.
“La Rivoluzione futura sarà anonima e tremenda” affermava
molti decenni or sono il vecchio dinosauro Amadeo Bordiga. Tanto
anonima da non aver bisogno di un partito fondato su dichiarazioni di
stampo ideologico, tanto tremenda da non aver bisogno di racket
politici e parlamentari per far parlare di sé. Tanto pericolosa da far
tremare i suoi avversari anche senza l’uso immediato della violenza.
Cosa di cui i rappresentanti più scaltri dell’ordine esistente (dai
giornalisti come Santoro agli imprenditori della piccola e media
industria ) si sono già accorti, mentre il Potere delle istituzioni si
sbriciola e sfarina ogni giorno di più sotto gli occhi di tutti e anche
Grillo deve fare i conti con un vertiginoso calo di popolarità.
Ieri un importante quotidiano, infatti, ha potuto così affermare : ”Di
ottimisti, cioè di entusiasti pronti a pronosticare lunga vita per
Letta e i suoi ministri, in giro se ne trovano sempre meno.[...] Il
quadro della situazione, del resto, è sufficientemente noto: non uno dei
tre partiti che sostengono il governo delle larghe intese gode di
buona salute [...] E se è fondata la «rivelazione» di Simona Vicari,
senatrice PdL,secondo la quale le «elezioni le vogliono i renziani, i
falchi PdL e tutto il Movimento 5 Stelle», ecco, se questa è la
polveriera sulla quale siede Enrico Letta, chi darà fuoco alla miccia?
[...] Con buona pace, naturalmente, delle riforme da fare, delle
preoccupazioni del Capo dello Stato e della situazione in cui versa il
paese”*
A cui va aggiunto ciò che affermava l’editorialista di un altro importante quotidiano nei giorni scorsi; “Se [questo] servirà a scaricare di nuovo sull’Italia e sulle sue istituzioni l’impotenza dei partiti, si apriranno scenari dei quali ognuno si dovrà assumere le proprie responsabilità”**
A cui va aggiunto ciò che affermava l’editorialista di un altro importante quotidiano nei giorni scorsi; “Se [questo] servirà a scaricare di nuovo sull’Italia e sulle sue istituzioni l’impotenza dei partiti, si apriranno scenari dei quali ognuno si dovrà assumere le proprie responsabilità”**
In questo contesto sarà, sempre più probabilmente, costituito da
tutto ciò che è stato fin qui elencato il motivo reale del successo dei
movimenti, in cui i giovani e i lavoratori, le donne e gli immigrati
(ovvero i grandi e indiscussi protagonisti della manifestazione
ottobrina), scopriranno sempre di più la bellezza, l’utilità immediata e
la gioia connesse a una lotta di liberazione in cui l’individuo
riscoprirà tutte le sue potenzialità creative, all’interno di una nuova
comunità umana. In cui la ripartizione sociale delle ricchezze e del
lavoro non sarà più solo frutto dei capricci del capitale finanziario e
delle banche centrali. Libera dallo sfruttamento, dal consumo inutile e
distruttivo e dallo spreco delle risorse umane ed ambientali.
Ovvero, finalmente, la vera democrazia realizzata e non quella fittizia, stigmatizzata da Flaubert già nel XIX secolo!
Ovvero, finalmente, la vera democrazia realizzata e non quella fittizia, stigmatizzata da Flaubert già nel XIX secolo!
* Federico Geremicca, Da sinistra a destra cresce la tentazione di tornare alle urne, La Stampa, 28 ottobre 2013.
** Massimo Franco, Giravolte pericolose, Il Corriere della Sera, 26 ottobre 2013.
Cancellieri, core ‘e mammeta
Adesso c’è anche il mammagate, che si sa i
figli so’ piezzi e core. È facile immaginare quella che forse era
stata installata sulla poltrona degli interni per dare una pennellata di
ruspante umanità al frigido governo dei tecnici, mentre sta davanti
all’arcaico telefono a gettoni che ha reso leggendaria la sua
irresistibile imitazione, mentre esercita il suo istinto materno a
beneficio della signorina Ligresti, nel timore, ha dichiarato, che
commettesse gesti auto lesivi.
Non sono tutte belle le mamme del mondo,
non sono tutte uguali, non sono uguali i loro figli, così come non sono
uguali indagati, imputati e nemmeno i condannati. E mica vorrete
paragonare la Ligresti, che ne so, a Cucchi, diamine.
La guardasigilli non ha dubbi sulla
correttezza del suo operato, dichiarandosi pronta a riferire in
Parlamento, ove richiesta, “per poter dare ogni chiarimento che si
rendesse necessario”. La sua improvvida telefonata, intercettata e
riferita dall’Adn Kronos, la definisce “un atto di solidarietà sotto
l’aspetto umano”. E il suo intervento “tutto da dimostrare” sarebbe
stato “doveroso”, e d0altra parte, rammento in una lettera indirizzata
ai capigruppo: “Tutti voi conoscete l’attenzione e l’impegno che fin dal
primo giorno del mio mandato ministeriale ho riservato alle condizioni
in cui versano i detenuti. Nel caso di Giulia Ligresti, non appena avuta
conoscenza, per via diretta, delle condizioni psicofisiche della
ragazza, era mio dovere trasferire questa notizia agli organi competenti
dell’Amministrazione Penitenziaria per invitarli a porre in essere gli
interventi tesi ad impedire eventuali gesti autolesivi. Mi sono
comportata, peraltro, nello stesso modo quando sono pervenute al mio
Ufficio segnalazioni, da chiunque inoltrate”.
Sfrontatamente la Guardasigilli insiste:
“Intervenire è compito del Ministro della Giustizia. Non farlo sarebbe
colpevole e si configurerebbe come una grave omissione. Non c’è stata,
quindi, né poteva esserci alcuna interferenza con le decisioni degli
Organi giudiziari”. E per non lasciare spazio a interpretazioni malevole
e ad accuse di aver anteposto interessi personali si è recata dal
Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per illustrare al capo dello Stato “le misure relative al sovraffollamento delle carceri che sta predisponendo”.
Adesso diciamoci la verità, perché mai la
Cancellieri dovrebbe essere differente da due partiti omologhi che da
mesi e per altri mesi compiono spericolati equilibrismi per evitare a un
loro apri condannato, di scontare la giusta pena? Perché dovrebbe
assumere comportamenti differenti da un’assemblea di industriali che
applaude a degli assassini? Insomma perché dovremmo aspettarci da lei,
malgrado il physique du role della massaia rurale, il vocione da ultra
della curva sud, di esprimere senso dello stato, lealtà all’istituzione
che rappresenta, senso civico e integrità morale, che ormai qualsiasi
membro del ceto politico considera un optional indesiderabile per non
dire un ostacolo avverso al dispiegarsi di aspirazione e ambizioni.
Osservatori maliziosi hanno dato una
lettura semplicistica dell’inopportuno favoritismo della Cancellieri nei
confronti dell’appartenente a una dinastia spregiudicata e rapace, che,
vedi che coincidenza, ha dato non sappiamo se lavoro, ma certo prosperi
emolumenti a suo figlio.
Io credo sia un particolare in più per
diagnosticare un fenomeno che un tempo era comune, generalizzato e
collettivo, una componente potente della nostra autobiografia nazionale,
quel familismo amorale, quell’indole, descritta come patologia
endemica da Banfield,
propria di comunità arretrate, caratterizzate da un concezione
estremizzata dei legami familiari nel perseguimento di vantaggi del
proprio nucleo a danno della capacità di associarsi e dell’interesse
collettivo.
Si, pareva essere un mal comune, guardato
con l’indulgenza con la quale si osserva un vizietto diffuso, quindi
perdonabile, soprattutto in una fase esasperata del neoliberismo, con
un mercato del lavoro sempre più flessibile e precario, uno stato
sociale ridotto a somministrazione arbitraria di servizi scarsi e
inefficienti, e nella quale tocca ricorrere all’arte di arrangiarsi “in
casa”.
Non è così, si sono presi anche quello,
intrecciandolo strettamente e indistinguibilmente al clientelismo,
facendone sistema di governo, in politica, nelle università, nelle
corporazioni, nei giornali, nelle aziende, comprese quelle pubbliche. E
decretando invece per noialtri la fine di patti generazionali, la
cancellazione per fame del sostegno di tribù sempre più piccole e
conflittuali, l’accendersi di lotte tra poveri, l’alimentazione del
risentimento tra genitori e figli, uomini e donne, sancendo la fine
delle probabilità che l’unione tra oppressi faccia la forza di reagire
al sopruso.
È diventato il pilastro della loro
attitudine ad agire per cricche, per lobby, secondo le procedure della
fidelizzazione aziendale, dell’appartenenza ubbidiente a regole opache e
delle selezioni del personale care alle mafie, è il principio cui si
uniformano i loro comportamenti, è la forma che assume per loro la
“solidarietà”, quella delle raccomandazioni, dei favoritismi, delle
scorciatoie, fino alle leggi e alle amnistie ad personam,
ai condoni, agli scudi, ai perdoni, agli appalti truccati, alla
pressione sui controlli che non si sono potuti annullare, alla
persecuzione di chi si ribella.
Sono riusciti laddove i lavoratori e gli
sfruttati di tutto il mondo hanno fallito, unirsi nella guerra contro di
noi. L’hanno dichiarata e la stanno conducendo, spetta a noi difenderci
e non avere pietà, nemmeno delle loro mamme.
Il debito nei bilanci di Piero Maestri, Il Manifesto
In
campagna elettorale capita anche di sentire candidati sindaci
promettere che «il debito non lo pagheremo", e ancora che "bloccheremo
le privatizzazioni per favorire il bene comune».
A volte capita anche che questi candidati diventino sindaci, ma a quel punto la musica cambia.
Lo ha sperimentato per esempio il sindaco cinque stelle di Parma, che nei due anni della sua amministrazione non ha fatto nulla per contestare il debito che le/i cittadine/i sono costrette a subire (e pagare) e ha proseguito nell'opera di sottrazione di sovranità a cittadine/i, mantenendo e allargando le prerogative della principale «municipalizzata» - Iren Spa - che rappresenta il vero «governo» municipale, controllando i principali servizi economici locali.
Il sindaco si è trovato però di fronte le denunce, le analisi e il lavoro di indagine della «Commissione audit» di Parma, che in questi anni ha saputo leggere nelle pieghe di bilancio e far risaltare i sacrifici che tutti paghiamo non solo sull'altare del debito, ma anche su quello delle privatizzazioni - un vero e proprio fallimento se viste con gli occhi (e i bisogni) di cittadine e cittadini (al contrario, un ottimo affare per banche e imprese privatizzate...).
Proprio la Commissione Audit di Parma (in collaborazione con il Forum per una nuova finanza pubblica e sociale) ha promosso lo scorso weekend un interessante seminario dal titolo «No alla trappola del debito: se il debito è pubblico, tutti dobbiamo poter decidere!», che ha affrontato in termini di formazione e autoformazione le ricadute del debito pubblico sugli enti locali - molti dei quali alle prese proprio in questi giorni con i bilanci preventivi del 2013 (sic!). Ricadute ben esemplificate dal patto di stabilità il quale rappresenta la forma specifica delle politiche di austerità scaricate sugli enti locali.
Mettere in discussione la logica del patto di stabilità, delle privatizzazioni e della svendita del patrimonio pubblico per fare cassa è però possibile e la proposta dell'indagine indipendente sui bilanci, sui debiti, sulle forme di accesso al credito e sui prodotti derivati utilizzati dai Comuni è uno strumento molto utile.
Uno strumento che non può essere pensato come arma in mano a esperti di economia e finanza, ma che deve assumere un carattere popolare, sociale e conflittuale. Le lotte territoriali, l'opposizione a grandi opere e grandi eventi inutili, le vertenze sul lavoro e nella società si scontrano sempre con il mantra del «pagamento del debito» e della «salvezza del paese»: a queste esperienze è rivolta la proposta di istituire indagini (audit) sul debito pubblico, nazionale e locale, e più in generale dei bilanci pubblici.
Il seminario di Parma (i cui materiali si potranno trovare tra qualche giorno all'indirizzo www.perunanuovafinanzapubblica.it) ha rilanciato questa campagna di audit, che porterà ad elaborare proposte di delibera di iniziativa popolare e ad una giornata nazionale di informazione e denuncia contro il debito e le politiche che in suo nome ci vengono imposte.
A volte capita anche che questi candidati diventino sindaci, ma a quel punto la musica cambia.
Lo ha sperimentato per esempio il sindaco cinque stelle di Parma, che nei due anni della sua amministrazione non ha fatto nulla per contestare il debito che le/i cittadine/i sono costrette a subire (e pagare) e ha proseguito nell'opera di sottrazione di sovranità a cittadine/i, mantenendo e allargando le prerogative della principale «municipalizzata» - Iren Spa - che rappresenta il vero «governo» municipale, controllando i principali servizi economici locali.
Il sindaco si è trovato però di fronte le denunce, le analisi e il lavoro di indagine della «Commissione audit» di Parma, che in questi anni ha saputo leggere nelle pieghe di bilancio e far risaltare i sacrifici che tutti paghiamo non solo sull'altare del debito, ma anche su quello delle privatizzazioni - un vero e proprio fallimento se viste con gli occhi (e i bisogni) di cittadine e cittadini (al contrario, un ottimo affare per banche e imprese privatizzate...).
Proprio la Commissione Audit di Parma (in collaborazione con il Forum per una nuova finanza pubblica e sociale) ha promosso lo scorso weekend un interessante seminario dal titolo «No alla trappola del debito: se il debito è pubblico, tutti dobbiamo poter decidere!», che ha affrontato in termini di formazione e autoformazione le ricadute del debito pubblico sugli enti locali - molti dei quali alle prese proprio in questi giorni con i bilanci preventivi del 2013 (sic!). Ricadute ben esemplificate dal patto di stabilità il quale rappresenta la forma specifica delle politiche di austerità scaricate sugli enti locali.
Mettere in discussione la logica del patto di stabilità, delle privatizzazioni e della svendita del patrimonio pubblico per fare cassa è però possibile e la proposta dell'indagine indipendente sui bilanci, sui debiti, sulle forme di accesso al credito e sui prodotti derivati utilizzati dai Comuni è uno strumento molto utile.
Uno strumento che non può essere pensato come arma in mano a esperti di economia e finanza, ma che deve assumere un carattere popolare, sociale e conflittuale. Le lotte territoriali, l'opposizione a grandi opere e grandi eventi inutili, le vertenze sul lavoro e nella società si scontrano sempre con il mantra del «pagamento del debito» e della «salvezza del paese»: a queste esperienze è rivolta la proposta di istituire indagini (audit) sul debito pubblico, nazionale e locale, e più in generale dei bilanci pubblici.
Il seminario di Parma (i cui materiali si potranno trovare tra qualche giorno all'indirizzo www.perunanuovafinanzapubblica.it) ha rilanciato questa campagna di audit, che porterà ad elaborare proposte di delibera di iniziativa popolare e ad una giornata nazionale di informazione e denuncia contro il debito e le politiche che in suo nome ci vengono imposte.
SUL TETTO di dinamopress.it
Per avere un tetto sulla testa siamo disposti anche a camminare sul
tetto dei vostri blindati. A ballare sulle vostre teste la "danza
dell'austerità", quella che unisce corpi di colore diverso nella carica
della lotta. Questo la foto della giornata di assedio del 31 ottobre.
[...] “Il tetto” è il titolo di un film del 1955 di Vittorio De Sica che
racconta la storia di Natale e Lucia, migranti dal veneto e dal sud
nella Roma del dopoguerra. Due giovani sposi, lui muratore, che decidono
di costruirsi da soli la casa, in uno tra i borghetti e le borgate
spontanee da cui è nata la lotta per la casa. Migranti sono di nuovo i
protagonisti della battaglia di oggi, provenienti non più dal Sud Italia
ma dal Sud America e dall’altra sponda del Mediterraneo. Oggi abbiamo
visto e toccato con mano la conflittualità di centinaia di giovani
migranti, in prima fila a reggere lo scontro con la polizia, pronti a
salire sui tetti e a dare vita ad inediti processi di politicizzazione e
di protagonismo.
La rabbia, dopo le manganellate e la chiusura a qualsiasi tipo di
trattative per proseguire il corteo, è esplosa in via del Tritone. Un
gruppo si stacca dai cordoni sale sui blindati dopo aver fatto
indietreggiare scudi e manganelli delle forze dell’ordine. Salta sui
tetti delle camionette per vedere quello che c’è dietro, per arrivare ad
assediare la conferenza Stato-Regioni che parla di casa, proprio quella
per cui chi sta in piazza oggi sta lottando: occupando, resistendo agli
sfratti, con l’incubo dell’affitto e del mutuo.
La conferenza al posto di prendere in considerazione la possibilità
di dare il via ad un blocco degli sfratti ha scelto, ancora una volta,
di venire in aiuto alla proprietà immobiliare con due fondi specifici.
Uno di 100 milioni di euro per supportare il pagamento delle categorie
più disagiate; l’altro di 40 per aiutare chi cacciato dal lavoro,
annientato dalla crisi, messo letteralmente per strada viene con
eleganza etichettato come “morosità incolpevole”. Null’altro, nessun
riferimento all’utilizzo del patrimonio tenuto sfitto o a un piano di
edilizia sovvenzionata. Solo la promessa di un ulteriore fondo di circa
18 milioni da destinare come sopra (interventi tampone a favore della
proprietà) e, forse, una riduzione della cedolare secca (oggi al 15%)
per chi affitterà a canone concordato . Insomma tutto come doveva
andare: assicurare a proprietari e costruttori che comunque non
perderanno un euro. Così come avviene per le banche avranno tutto pagato
dal governo. Tutto -questo niente- a partire dal prossimo anno. Intanto
chi la casa non ce l’ha dovrà continuare a non averla e gli ufficiali
giudiziari continueranno a presentarsi scortati dalla polizia alla porta
delle 260mila famiglie sotto sfratto.
Il programma messo in piazza dai movimenti per il diritto all’abitare
invece è chiaro ed esige risposte, così dopo il muro contro muro si
continua in corteo per tornare ad occupare Piazza Montecitorio da cui la
mattina ci si è mossi. Ancora una volta il centro della città e i
palazzi del potere assediati dai bisogni reali di chi la crisi la sta
pagando ormai da sei anni, da chi si è impoverito e in qualche caso ha
perso tutto. Il diritto all’abitare come enorme vertenza collettiva che
parla del futuro delle nostre città, di distribuzione della ricchezza,
di welfare e di diritti.
Intanto mentre si attendono notizie delle nove persone fermate
qualche parlamentare del centrosinistra si aggira per Piazza
Montecitorio, ascolta smarrito e annoiato chi gli si fa sotto chiedendo
risposte. Che se ne vadano via tutti.
Provarci, resistere, avanzare di Infoaut.it
Per la terza volta in due settimane il
movimento ricompostosi tra piazza San Giovanni e Porta Pia torna
all'attacco, mostra i numeri, tiene la piazza e fa capire di essere una
minaccia reale a chi si rinserra nei palazzi del potere.
Il dopo #19o aveva visto i detrattori della settimana prima correre
sul carro del vincitore e cercare di accaparrarsi ex-post una scommessa
vinta dai movimenti: Il Manifesto tentava bislaccamente di susumere la
mostruosità del 19 sotto la più rassicurante ala protettiva del 12
ottobre; Sel giungeva con una settimana di ritardo a riconoscere
l'errore di aver disertato le piazze (“mi si nota di più se vado o non
vado..?”). Chissà che domani un Renzi non spari la sua cazzata della
settimana è qualche post-fascista alla Meloni non rievochi l'eredità
“sociale” dell'Msi...
La verità è invece molto più cristallina: ancora una volta i
movimenti, partendo dal basso e senza mediazioni, hanno messo sulla
pubblica piazza le contraddizioni che fanno male e che non si
risolveranno con qualche palliativo d'aggiustamento. Son dovuti scendere
in strada mettendo la carne di fronte ai manganelli e i polmoni ad
assorbire lacrimogeni, come avviene ovunque si lotti, in piazza Taksim, a
Rio De Janeiro o sulle pendici montuose della Val Clarea.
Cosi si fa! Altrimenti non ci ascoltano. E non dobbiamo stupirci.
Quella banda di ruffiani che hanno ancora la pretesa di chiamarsi tra
loro, “onorevoli”, “primi cittadini” e “governatori” continueranno a
scaricarsi l'un l'altro la patata bollente, sperando che la nottata
passi e che qualche tesoretto spremuto dalla nostra pelle collettiva
possa tamponare il problemino che inizia a porsi. Bisognava salire sul
tetto di un blindato per ricevere attenzione e farsi intravedere dalle
segrete stanze di Montecitorio e Palazzo Chigi.
A questo 31 ottobre si è giunti facendo tesoro della forza accumulata
nella piazza del 19. In pochi ci avevano creduto. Oggi iniziamo a
vedere i risultati, in termini di continuità e perseveranza, di cosa
possono produrre le soggettività di movimento se si muovono con umiltà e
metodo, individuando obiettivi concreti da praticare, mete da
raggiungere, percorsi che non si possono concordare. Una dimostrazione
d'assedio effettiva, una prefigurazione di quel che va fatto.
Sono primi passi incoraggianti ma siamo ancora lontani dall'aver
raggiunto i nostri traguardi. Che sono tanto ambiziosi e tanto ampi da
imporci di non accontentarci. Per provare a costruire una sollevazione
generale reale, che incida sui rapporti di forza e inverta i processi,
le aspettative di masse sempre più espropriate ma che possono essere
protagoniste quando sono consapevoli dei loro interessi e si uniscono
per difenderli.
Alcune date sono già sul tappeto, per continuare il cammino: il
prossimo 9/10 novembre a Roma, per discutere in assemblea generale nuovi
terreni di lotta e l'allargamento del conflitto sociale oltre il piano
della lotta per la casa, individuando gli altri gangli della
riproduzione sociale (reddito, spesa pubblica, sanità, formazione...ecc)
e provare magari a buttare giù qualche elemento di programma per il
medio periodo. Un'altra possibile iniziativa che si prospetta
all'orizzonte è il nuovo vertice italo-francese tra Letta e Hollande sul
Tav, il prossimo 20 novermbre, sempre a Roma, dove ri-ratificheranno la
decisione di buttare nell'idrovora di Chiomonte miliardi di euro di
denaro pubblico.
Anche questi sono solo piccoli passi ma necessari per tracciare una
nuova via. A sarà dura ma abbiamo iniziato a metterci in marcia... e non
abbiamo nessuna ntenzione di fermarci!
Nichi Vendola e l’Ilva di Taranto. Storia di una sconfitta politica di Gad Lerner, La repubblica
Questo articolo è uscito su “La Repubblica”.
Nichi Vendola definisce l’accusa di concussione mossagli dalla Procura
di Taranto per il disastro ambientale dell’Ilva come “la più grande
ingiustizia della mia vita”. Può darsi. Non sarà facile alla
magistratura dimostrare che il presidente pugliese boicottasse l’operato
della sua Agenzia per la protezione ambientale, al fine di favorire i
padroni dell’acciaieria; tanto più che a negarlo è lo stesso
responsabile dell’Arpa, Giorgio Assennato, cioè il presunto concusso. Ma
il dramma umano di questo dirigente della sinistra impegnato nell’ardua
impresa di far coesistere produzione industriale e bonifica del
territorio, ben prima dell’indagine giudiziaria si era già consumato
nella sconfitta politica che l’ha preceduta. Vendola ha sbagliato
valutazione sulla natura del suo interlocutore: i Riva non erano
capitalismo illuminato, bensì imprenditori rapaci e spregiudicati.
Questo dato di fatto emerge inequivocabile dall’inchiesta tarantina, con i suoi 53 indagati: una ragnatela pervasiva tessuta dai fiduciari di questa famiglia bresciana che dall’Ilva ha tratto profitti miliardari e che con pochi spiccioli addomesticava il consenso dei poteri locali. Amministratori, sindacalisti, funzionari, parroci indotti a considerare un male minore la violazione delle norme antinquinamento, e a fare pressione per l’ottenimento di sempre nuove deroghe e autorizzazioni benevole.
Cosa c’entra Vendola con tutto questo? Certo non gli si può addebitare il degrado della classe politica tarantina, guidata per anni dal malavitoso Giancarlo Cito e poi da una giunta di destra che ha portato il Comune alla bancarotta. Ma è stato in quel contesto disastrato che Vendola si è illuso di trovare nella potenza dei Riva, forse nel loro interesse al risanamento degli impianti, una via d’uscita. Così ai tarantini che cominciavano a ribellarsi, dentro e fuori la grande fabbrica, è parso come se la sua necessità di mediare con la grande impresa del Nord, e di garantirle la continuità produttiva, costringesse anche Vendola a tessere relazioni informali col potere aziendale; perfino a dichiararsi infastidito dagli eccessi di severità della magistratura e dell’Agenzia per la protezione ambientale (Arpa). Nessuno insinua che fosse mosso da convenienze illecite. Semmai che sovrastimasse le sue capacità di relazione, mentre a Taranto le condizioni di vita degeneravano fuori controllo. La spasmodica ricerca di un compromesso, ai margini della legge, fra garanzia di continuità produttiva e rispetto delle norme sulle emissioni, concedeva ai Riva una rispettabilità che i tarantini più avvertiti non potevano più riconoscere loro. Questo è l’errore che ha isolato Vendola dai movimenti di protesta cresciuti in città a sostegno dell’azione della magistratura. E siccome in precedenza un errore simile Vendola lo aveva già compiuto assegnando a don Luigi Verzè, senza gara pubblica d’appalto, l’incarico di costruire un nuovo ospedale a Taranto, tale reiterazione sollecita un interrogativo: non avrà pesato nelle sue scelte il bisogno di presentarsi come “comunista di mondo”, capace di intrattenere buoni rapporti con la controparte? So bene che il suo stile di vita è integerrimo, e che in lui la virtù della gentilezza non si è mai tramutata in mondanità salottiera. Ma temo che la reciproca incomprensione fra Vendola e la protesta di Taranto scaturisca proprio da questa esibizione velleitaria di impotenza della sinistra di governo. Non a caso alle elezioni del febbraio scorso nella città dell’Ilva sia la destra che i grillini hanno sorpassato il centrosinistra.
La situazione è precipitata quando la magistratura tarantina ha sequestrato l’area a caldo dell’acciaieria e ha imposto la chiusura delle lavorazioni fuorilegge, rifiutando, in nome dell’obbligo costituzionale della tutela della salute, le sollecitazioni a rinviare e a soprassedere che le giungevano dall’alto. Ricordo il titolo di un giornale di destra, dedicato in quei giorni dell’agosto 2011 alla gip Patrizia Todisco: “La zitella rossa che licenzia 11 mila operai Ilva”. Sempre allora la direzione aziendale incoraggiò le maestranze a manifestare in difesa degli impianti, esasperando la spaccatura interna ai sindacati così come la lacerazione fra lavoratori impauriti e cittadini ormai consapevoli dell’alto tasso di mortalità tumorale. Ma in quel frangente drammatico fu l’intero establishment nazionale a esecrare la Procura di Taranto come un covo di irresponsabili. Solo perché applicava la legge. Tanto che il recente congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati ha denunciato “l’ideologia del mercato quale unica salvezza” con cui si è preteso di calpestare l’”effettività dei diritti”.
Sono sicuro che Vendola condivide questa amara constatazione dell’Anm. Ma allorquando il dilemma si è posto in tutta la sua drammaticità a Taranto, la sua leadership era già compromessa.
Questo dato di fatto emerge inequivocabile dall’inchiesta tarantina, con i suoi 53 indagati: una ragnatela pervasiva tessuta dai fiduciari di questa famiglia bresciana che dall’Ilva ha tratto profitti miliardari e che con pochi spiccioli addomesticava il consenso dei poteri locali. Amministratori, sindacalisti, funzionari, parroci indotti a considerare un male minore la violazione delle norme antinquinamento, e a fare pressione per l’ottenimento di sempre nuove deroghe e autorizzazioni benevole.
Cosa c’entra Vendola con tutto questo? Certo non gli si può addebitare il degrado della classe politica tarantina, guidata per anni dal malavitoso Giancarlo Cito e poi da una giunta di destra che ha portato il Comune alla bancarotta. Ma è stato in quel contesto disastrato che Vendola si è illuso di trovare nella potenza dei Riva, forse nel loro interesse al risanamento degli impianti, una via d’uscita. Così ai tarantini che cominciavano a ribellarsi, dentro e fuori la grande fabbrica, è parso come se la sua necessità di mediare con la grande impresa del Nord, e di garantirle la continuità produttiva, costringesse anche Vendola a tessere relazioni informali col potere aziendale; perfino a dichiararsi infastidito dagli eccessi di severità della magistratura e dell’Agenzia per la protezione ambientale (Arpa). Nessuno insinua che fosse mosso da convenienze illecite. Semmai che sovrastimasse le sue capacità di relazione, mentre a Taranto le condizioni di vita degeneravano fuori controllo. La spasmodica ricerca di un compromesso, ai margini della legge, fra garanzia di continuità produttiva e rispetto delle norme sulle emissioni, concedeva ai Riva una rispettabilità che i tarantini più avvertiti non potevano più riconoscere loro. Questo è l’errore che ha isolato Vendola dai movimenti di protesta cresciuti in città a sostegno dell’azione della magistratura. E siccome in precedenza un errore simile Vendola lo aveva già compiuto assegnando a don Luigi Verzè, senza gara pubblica d’appalto, l’incarico di costruire un nuovo ospedale a Taranto, tale reiterazione sollecita un interrogativo: non avrà pesato nelle sue scelte il bisogno di presentarsi come “comunista di mondo”, capace di intrattenere buoni rapporti con la controparte? So bene che il suo stile di vita è integerrimo, e che in lui la virtù della gentilezza non si è mai tramutata in mondanità salottiera. Ma temo che la reciproca incomprensione fra Vendola e la protesta di Taranto scaturisca proprio da questa esibizione velleitaria di impotenza della sinistra di governo. Non a caso alle elezioni del febbraio scorso nella città dell’Ilva sia la destra che i grillini hanno sorpassato il centrosinistra.
La situazione è precipitata quando la magistratura tarantina ha sequestrato l’area a caldo dell’acciaieria e ha imposto la chiusura delle lavorazioni fuorilegge, rifiutando, in nome dell’obbligo costituzionale della tutela della salute, le sollecitazioni a rinviare e a soprassedere che le giungevano dall’alto. Ricordo il titolo di un giornale di destra, dedicato in quei giorni dell’agosto 2011 alla gip Patrizia Todisco: “La zitella rossa che licenzia 11 mila operai Ilva”. Sempre allora la direzione aziendale incoraggiò le maestranze a manifestare in difesa degli impianti, esasperando la spaccatura interna ai sindacati così come la lacerazione fra lavoratori impauriti e cittadini ormai consapevoli dell’alto tasso di mortalità tumorale. Ma in quel frangente drammatico fu l’intero establishment nazionale a esecrare la Procura di Taranto come un covo di irresponsabili. Solo perché applicava la legge. Tanto che il recente congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati ha denunciato “l’ideologia del mercato quale unica salvezza” con cui si è preteso di calpestare l’”effettività dei diritti”.
Sono sicuro che Vendola condivide questa amara constatazione dell’Anm. Ma allorquando il dilemma si è posto in tutta la sua drammaticità a Taranto, la sua leadership era già compromessa.
Tutte le bugie del governo sui conti
Ma le bufale raccontateci dagli ultimi ministri dell’Economia non
finiscono qui. Anzi, sono così costanti che hanno del clamoroso nella
loro sfacciataggine. Popoff ha deciso di fare le pulci agli ultimi tre
governi e ai loro annunci di previsione economica, contenuti nelle leggi
di stabilità.
Nel 2010 (eravamo già in piena crisi economica) la situazione era la
seguente: il deficit pubblico era pari al 4,5%, il debito pubblico
119,3%, il prodotto interno lordo era di 1.552 miliardi di euro.
All’epoca ministro dell’Economia era Giulio Tremonti, il presidente del
consiglio Silvio Berlusconi.
La legge di stabilità del 2011 venne annunciata come quella del rilancio dell’economia: deficit al 3,9%, debito pubblico al 120,0% e Pil in salita a quota 1.593 miliardi. Come potete immaginare, la realtà fu un’altra: deficit 3,8%, debito 120,7% (+0,7% rispetto alle previsioni), Pil 1.580 miliardi (13 miliardi di meno).
La legge di stabilità del 2011 venne annunciata come quella del rilancio dell’economia: deficit al 3,9%, debito pubblico al 120,0% e Pil in salita a quota 1.593 miliardi. Come potete immaginare, la realtà fu un’altra: deficit 3,8%, debito 120,7% (+0,7% rispetto alle previsioni), Pil 1.580 miliardi (13 miliardi di meno).
L’anno successivo le cose cambiarono. Il duo Tremonti-Berlusconi
governò fino a inizio novembre. Poi, le dimissioni del Cavaliere e
l’arrivo di Mario Monti, «il supertecnico», l’amico dei mercati e l’uomo
«in grado di rimettere i conti del Paese finalmente in sesto».
Ma vediamoli alla prova dei fatti. Tremonti disse: deficit 2,7%, debito 119,4%, Pil 1.642 miliardi. Magari fosse stato così. Ma Monti (che era anche a capo del ministero dell’Economia) rilanciò (essendo il demiurgo, poteva): deficit 1,7, debito 123,4%, Pil 1.589 miliardi. In alcuni casi più ottimista, in altri meno, del governo Berlusconi. E quali furono i dati reali di quell’anno? Deficit 3,0%, debito 127,0% e Pil pari a 1.567 miliardi di euro. In altre parole, Berlusconi aveva previsto un deficit inferiore, un debito molto inferiore e un Pil superiore di 75 miliardi. Monti aveva previsto un deficit molto inferiore, un debito inferiore e un Pil superiore di 22 miliardi.
Insomma, sbagliare di 75 e 22 miliardi di euro i conti del bilancio annuale è un’enormità. In una normale azienda queste persone sarebbero state licenziate in tronco, oppure messe sotto inchiesta per bancarotta fraudolenta.
Ma vediamoli alla prova dei fatti. Tremonti disse: deficit 2,7%, debito 119,4%, Pil 1.642 miliardi. Magari fosse stato così. Ma Monti (che era anche a capo del ministero dell’Economia) rilanciò (essendo il demiurgo, poteva): deficit 1,7, debito 123,4%, Pil 1.589 miliardi. In alcuni casi più ottimista, in altri meno, del governo Berlusconi. E quali furono i dati reali di quell’anno? Deficit 3,0%, debito 127,0% e Pil pari a 1.567 miliardi di euro. In altre parole, Berlusconi aveva previsto un deficit inferiore, un debito molto inferiore e un Pil superiore di 75 miliardi. Monti aveva previsto un deficit molto inferiore, un debito inferiore e un Pil superiore di 22 miliardi.
Insomma, sbagliare di 75 e 22 miliardi di euro i conti del bilancio annuale è un’enormità. In una normale azienda queste persone sarebbero state licenziate in tronco, oppure messe sotto inchiesta per bancarotta fraudolenta.
Proseguiamo. 2013. Le previsioni di
Tremonti (che arrivavano fino al 2014) erano: deficit 2,7%, debito
116,9% e Pil 1.697 miliardi. Quelle di Monti (che arrivavano fino al
2015) erano: deficit 0,5%, debito 121,5% e Pil 1.627 miliardi. Da
quest’anno vanno aggiunte anche le cifre di previsione fatte
dall’attuale ministro dell’Economia Saccomanni e dal presidente del
consiglio Enrico Letta: deficit 2,9%, debito 130,4%, Pil 1.573 miliardi.
Anche questa volta la realtà si è rivelata molto diversa dalle previsioni fantasiose dei nostri governanti: 3,4%, debito 134,0% e Pil 1.556 miliardi. Di quanto si sono sbagliati? Tremonti di tanto rispetto al deficit, di tantissimo rispetto al debito, di 141 miliardi rispetto al Pil (a sua unica giustificazione, va detto che la previsione è stata fatta tre anni fa, quando la situazione economica mondiale era pessima, ma non disastrosa). Monti di un’enormità rispetto al deficit, di tantissimo rispetto al debito e di 71 miliardi rispetto al debito (previsione fatta due anni fa). Saccomanni (previsione fatta quest’anno) si è sbagliato di tanto rispetto al deficit, del 3,5% rispetto al debito pubblico e di sette miliardi rispetto al Pil.
Anche questa volta la realtà si è rivelata molto diversa dalle previsioni fantasiose dei nostri governanti: 3,4%, debito 134,0% e Pil 1.556 miliardi. Di quanto si sono sbagliati? Tremonti di tanto rispetto al deficit, di tantissimo rispetto al debito, di 141 miliardi rispetto al Pil (a sua unica giustificazione, va detto che la previsione è stata fatta tre anni fa, quando la situazione economica mondiale era pessima, ma non disastrosa). Monti di un’enormità rispetto al deficit, di tantissimo rispetto al debito e di 71 miliardi rispetto al debito (previsione fatta due anni fa). Saccomanni (previsione fatta quest’anno) si è sbagliato di tanto rispetto al deficit, del 3,5% rispetto al debito pubblico e di sette miliardi rispetto al Pil.
Sette miliardi sono i soldi necessari per fare un cuneo fiscale
decente. Con sette miliardi si potrebbe rilanciare la scuola pubblica,
oppure togliere del tutto l’Imu. E il nostro attuale ministro ha
sbagliato i calcoli da un mese per l’altro di sette miliardi.
Come andrà a finire? Tremonti era stato più cauto, dicendo che nel 2014 il deficit sarebbe stato del 2,6%, il debito del 112,8%, il Pil pari a 1.755 miliardi. Per rispettare queste cifre l’Italia dovrebbe avere in pochi mesi un boom economico degno della Cina ai tempi d’oro: +12,8%.
Monti aveva pronosticato per il 2014 il deficit allo 0,1% (addirittura 0% nel 2015), il debito al 118,2% e il Pil a 1.673 miliardi. Per rispettare questi dati l’Italia dovrebbe vivere in pochi mesi un boom degno dell’India o del Brasile: +7,5%.
Saccomanni ha pronosticato per l’anno prossimo il deficit all’1,8%, il debito al 129,0%, il Pil a 1.624 miliardi. Un incremento del Pil del 4,4% in un anno. Altro che ripresa.
Come andrà a finire? Tremonti era stato più cauto, dicendo che nel 2014 il deficit sarebbe stato del 2,6%, il debito del 112,8%, il Pil pari a 1.755 miliardi. Per rispettare queste cifre l’Italia dovrebbe avere in pochi mesi un boom economico degno della Cina ai tempi d’oro: +12,8%.
Monti aveva pronosticato per il 2014 il deficit allo 0,1% (addirittura 0% nel 2015), il debito al 118,2% e il Pil a 1.673 miliardi. Per rispettare questi dati l’Italia dovrebbe vivere in pochi mesi un boom degno dell’India o del Brasile: +7,5%.
Saccomanni ha pronosticato per l’anno prossimo il deficit all’1,8%, il debito al 129,0%, il Pil a 1.624 miliardi. Un incremento del Pil del 4,4% in un anno. Altro che ripresa.
FRANCO FRACASSI
da Popoff.globalist.it
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