lunedì 6 luglio 2015

Il No è la base per la ricostruzione della democrazia

grecia
Ha avuto ragione Alexis Tsipras “la democrazia batte la paura”
Il voto di ieri ha spezzato l’assedio cui la Grecia era stata sottoposta da settimane di minacce, disinformazione e terrorismo psicologico da parte delle élite europee e dei mercati finanziari attraverso i mass media del continente.
La vittoria del No ha rotto l’embargo della democrazia ed ha dimostrato che in Europa i singoli popoli – e tutti assieme a maggiore ragione – possono spuntarla contro chi vuole imporre e praticare le politiche dell’austerità. Si rompe l’embargo che vuole affamare il popolo.
Sono le politiche praticate dagli organi dirigenti della Ue le grandi sconfitte. Sappiamo che già prima ne era chiaro il fallimento, eppure non è bastato a toglierle di torno. Il pronunciamento di economisti, di premi Nobel, di storici e finanche del Congresso Usa avevano dimostrato che il re era nudo. Ma esso continuava a restare sul trono e a comandare.
C’era bisogno di qualche cosa di più. Di un nuovo fatto democratico che respingesse esplicitamente le politiche dell’austerità dimostrando che nella coscienza di un popolo si era fatta strada un’alternativa.
Nel caso greco è quella proposta dal governo eletto a gennaio e che oggi trova un’altra importantissima legittimazione diretta.
Questa rafforza l’azione del governo greco al tavolo della trattativa che la Merkel ha voluto sospendere in attesa del risultato referendario nella speranza di creare panico e finendo invece per legittimarlo in anticipo. Con una sonora sconfitta della scelta di Renzi di appiattirsi sulle posizioni della cancelliera, contro gli stessi interessi del nostro paese.
È difficile pensare comunque che le cose ripartano semplicemente da dove erano state lasciate. C’è bisogno di un accordo sull’immediato che permetta lo sblocco degli aiuti mancanti.
È necessario – questa è la lezione che ci viene da Atene – che l’Europa nel suo complesso proceda a una ristrutturazione e a una riduzione del debito greco in primo luogo e di tutti quelli che sono cresciuti in altri paesi per colpa delle politiche di austerità.
La proposta di una Conferenza sul debito in Europa, avanzata da Syriza, torna quindi di grande attualità. È la strada per risolvere veramente il problema del debito e permettere alle economie europee di ripartire su nuove basi e con nuovi modelli di sviluppo civile e economico. È la strada per sconfiggere le politiche neoliberiste che schiacciano il benessere delle persone sugli interessi della finanza.
Per questo la vittoria del No è una vittoria di tutti i popoli d’Europa.
Dopo questo voto gli oligarchi europei che hanno condotto la trattativa in modo irresponsabile devono andare a casa.
Un voto europeista democratico per portare avanti il sogno di Ventotene, di un’Europa politicamente unita su basi federali, solidale, aperta sul Mediterraneo, accogliente con i migranti, fattore di pace a livello mondiale.

Comunicato L'altra Europa con Tsipras

“Io non posso entrare”: escluso dai vertici il barboncino Renzi. Di ilsimplicissimus

renzi-il-fichissimoPurtroppo per me sono costretto a fare due post: uno sulle prospettive che si aprono dopo la vittoria del no in Grecia e un secondo, questo appunto, sulle reazioni sgangherate, ignoranti, servili senza scampo della politica e dei media italiani di fronte all’evento. Non mi sogno di fare polemica, ormai sono stanco e poi quando camminando si pesta una qualche deiezione è inutile battibeccare con la sostanza marroncina attaccata alla suola delle scarpe. Tuttavia la reazione è talmente ottusa, piccola, twittara, sgradevole anche oltre l’adesione supina ai padroni che ferisce e mostra tutta la pochezza della classe dirigente. La quale giustamente viene totalmente ignorata proprio da quell’Europa che ha contribuito a creala e accreditarla per imbrigliare e imbrogliare gli italiani.
Il premier per una volta può autorevolmente farsi primus inter pares di questa ottusità di fondo perché di fronte a un evento storico non ha altro da dire che questo: «Volete la Grecia? Prendetevela! Se volete proporre ai cittadini code ai bancomat per venti euro al giorno, se questo volete proporre agli italiani, accomodatevi pure. Io preferisco fare le riforme e tenere fuori l’Italia da questi scenari drammatici». Siccome sono state proprio le famose riforme a far colare a picco la Grecia,come sostiene lo stesso Fmi, ci si sarebbe potuti aspettare un’evoluzione rispetto al disco rotto e invece la rabbia impotente del servitorello è esplosa lanciando brandelli di modestia intellettuale da tutte le parti.
E dire che la Merkel e soprattutto Hollande non sono dei giganti, ma certo non possono fare vertici con uno così e all’Eliseo non hanno bisogno di qualcuno che serva il the, ammesso che Renzi sia capace di svolgere una funzione tanto complessa. D’altronde avere attorno un barboncino con lo smartphone è davvero irritante. La realtà è che un oceano di stampa supina ed eterodiretta sta raccontando giorno per giorno meraviglie di un personaggio al di sotto di qualsiasi aspettativa. Infatti lui per approfondire la vicenda greca, escluso da qualsiasi luogo o occasione che conta nelle decisioni, ha deciso di fare il suo vertice con Padoan che vede tutti i giorni anche perché è l’unico referente vero di Bruxelles visto che Renzi ormai suscita compassionevoli e imbarazzati sorrisi.
E’ ancora tollerabile questa farsa? Ora che le acque si fanno ancora più agitate è possibile permettere a questo personaggio e a una corte dei miracoli di incompetenti e grassatori di reggere le vicende italiane? La domanda è retorica,ma se lo permetteremo vorrà dire che davvero il Paese è finito.

Referendum Grecia: un ‘No!’ agli euro estremisti

 Referendum Grecia: un ‘No!’ agli euro estremisti
 
 
Sono cresciuto in un’epoca di complottismo e dietrologia. Dietro a ogni problema si vedevano “la Cia” o “il Vaticano”. Mi ha sempre infastidito: non condivido l’anti-americanismo, le verità a priori, il conformismo (anche) di sinistra. Ma nel mio primo corso di Master di Economia, negli anni ’80, frequentai a latere un corso di Relazioni Internazionali: “The Great Powers and the Third World”, e scrissi una tesi: “The US Chile Relations: a simple model”, in cui analizzavo la destabilizzazione covered (coperta) del Cile di Aliende da parte degli Usa (1971-73). Ne traevo una teoria più generale sulle reazioni dei ‘paesi-centro’ nei cfr dei paesi periferici ‘devianti’. A causa di questo background mi aspettavo tentativi di destabilizzazione del governo che avesse per primo concretamente messo in discussione l’ideologia che governa l’Eurozona.

Il tentativo di destabilizzazione della Grecia di Tsipras è stato scoperto e volgare. Già nei 4 mesi del negoziato i creditori hanno da un lato avanzato richieste
– abusive, provocatorie, umilianti (p.es. hanno preteso: particolari distribuzioni dei sacrifici fra la popolazione greca senza averne titolo; di imporre un modello ‘neoliberale’ sottraendo la scelta alle istituzioni del paese);
– insostenibili (una massiccia ripresa dell’austerità) e destinate a un perpetuo fallimento, perciò oggettivamente inaccettabili.
– Dall’altro lato, in cambio non hanno offerto assolutamente niente! Non hanno neanche voluto discutere una riduzione del debito, che essi stessi sanno insostenibile e non rimborsabile per intero dunque mera finzione contabile, che però soffoca la Grecia. Si è trattato di un negoziato finto.
Infine, a parte la campagna di delegittimazione personale contro Varoufakis e Tsipras, le minacciose dichiarazioni sul voto dei greci (Junker e Merkel in testa), ecc., i creditori hanno arruolato la Bce, e usato questa istituzione – che è di tutti gli europei – per colpire la Grecia: “O firmi il nostro documento o noi ti chiudiamo le banche” avrebbe detto un ministro europeo a Varoufakis: frase non smentita. La Bce si è tristemente prestata. E poi il suo Vice Presidente Constancio ha dichiarato: “Se vince il sì riapriremo la liquidità, altrimenti…”: La chiusura delle banche ha avuto un certo effetto: gli unici a votare ‘Sì’ in Grecia sono stati gli ultra 55enni aggrappati alla difesa del poco che hanno; ma hanno prevalso i giovani in cerca di futuro, la dignità, la voglia di democrazia. Ora la destabilizzazione della Grecia deve cessare.
C’è in giro un’enorme confusione su cosa la Bce può e deve fare. Molti scrivono che la Bce “non può prestare altri soldi ai greci se i greci non pagano i debiti”: confondono le banche e lo Stato greco come fossero un unicum. In realtà, che lo Stato greco paghi o meno i suoi debiti a imprese, risparmiatori, e creditori esteri, le banche greche non c’entrano nulla (sono ostaggi): garantirne la stabilità è un obbligo statutario primario e preciso della Bce. Le banche greche non sono instabili per loro fragilità, ma perché la Bce (contrariamente a quello che fa con le banche degli altri 18 paesi) non garantisce loro la liquidità necessaria, e crea il panico. Neppure un default dello Stato greco (specie se parziale e selettivo) inficerebbe la solvibilità delle banche greche: esse detengono solo 11 Mld. di titoli pubblici greci, che peraltro non sono in discussione. Il comportamento della Bce è perciò sconvolgente, e dovrebbe spaventare tutti, anche quei paesi – come l’Italia – che per interesse l’hanno spinta su questa china scivolosa: un domani essi stessi potrebbero esserne vittime. Spero che in Parlamento qualcuno chieda spiegazioni.
Il “no” greco rende improvvisamente Hollande il chief negotiator e leader dell’Europa: è l’unico che la settimana scorsa ha invocato “un accordo con la Grecia”. Merkel invece ha detto: “solo dopo il referendum!”; è servita. Ora vola a Parigi per farsi dettare la linea. È la vera perdente (assieme a chi si era appiattito su di lei). Ma stavolta dovrà mettere sul piatto una sostanziale riduzione del debito greco (lo dice il FMI), invece che spingere per nuovi aumenti. La BCE deve subito ripristinare l’Ela illegittimamente sospesa – giornalisti: informatevi su questo punto –, altrimenti mette la Grecia fuori dall’Euro: non ne ha alcun diritto. Se lo fa, rischia di provocare una rivolta in tutta Europa, un trionfo di Podemos in ottobre, una dura reazione dell’America, persino della Cina: impensabile! Perciò credo che i mercati finanziari, dopo un tonfo iniziale causato dalle resistenze dell’eurocrazia, una volta ripristinata l’Ela si stabilizzeranno e recupereranno.
Ma la politica è l’arte del rivoltare le frittate. Nei prossimi mesi vedremo entrare in scena i Gattopardi: “Così non si può andare avanti”, Ci vuole l’Unione Politica europea”, “Una moneta senza Stato non può reggere”, “Bisogna cambiare i Trattati Europei…” (Quagliariello) con lo scopo di stringere ancora di più i bulloni. L’Eurozona ha bisogno dell’esatto contrario.

domenica 5 luglio 2015

"Buonanotte Grecia!"

Referendum Grecia, prima reazione tedesca alla vittoria del No. CSU: "Buonanotte Grecia! Tsipras ricattatore"

"Kali nichta, Hellas! Buona notte, Grecia!". È questo il commento del segretario generale della Csu Andreas Scheuer, di fronte ai risultati parziali del referendum greco, che danno in ampio vantaggio il "No". Il partito che spesso abbraccia tesi populiste, e che governa con la Cdu di Angela Merkel, definisce Alexis Tsipras un "ricattatore".
Il leader dei conservatori tedeschi della Csu, Hans Michelbach, sostiene che, a questo punto, sarebbe meglio se la Grecia uscisse dall'euro. "La Grecia ha scelto l'isolamento" dice, aggiungendo che se vinceranno i no "non ci sono le basi per concedere altri aiuti alla Grecia".
"Tsipras ha causato un disastro e bisogna vedere come raccogliere i pezzi. Non c'è alcuna possibilità di raggiungere una soluzione entro 48 ore". Così a Reuters Michael Fuchs, alto membro della Cdu, il partito della cancelliera tedesca Angela Merkel.

L’intervento del Congresso Usa e la lungimiranza di Tsipras di Gabriele Pastrello

Washington contro Fmi. Dopo la denuncia, Lagarde sarà sfiduciata ufficialmente dalla Casa bianca?

C’erano un silen­zio e un’assenza che col­pi­vano nelle ultime set­ti­mane di con­ci­tate trat­ta­tive Grecia-Europa: il silen­zio e l’assenza degli Stati uniti. E la tele­fo­nata di Obama alla Mer­kel, non aveva alte­rato la percezione
Col­piva la dif­fe­renza con altri momenti cri­tici. Nel 2011 come nel 2012, il mini­stro del Tesoro Usa era venuto in Europa per otte­nere dalla Mer­kel il lascia­pas­sare per la linea d’intervento di Dra­ghi, nuovo Pre­si­dente della Bce, sulla crisi dei debiti sovrani euro­pei. Di fronte a quell’attivismo, anche abba­stanza esi­bito, col­piva il pro­filo basso degli Usa nella crisi greca odierna, nono­stante i suoi poten­ziali esiti catastrofici.
Più di un anno fa, infatti, il colpo di stato di Euro-Majdan aveva aperto un con­fronto Usa-Russia di una durezza mai vista dai tempi della guerra fredda. Appa­riva evi­dente, allora, che il rove­scia­mento di un governo comun­que neu­trale nei con­fronti della Rus­sia, dando un colpo gra­vis­simo alla cre­di­bi­lità di Putin, avrebbe potuto pre­lu­dere a un attacco a Putin diret­ta­mente sul ter­ri­to­rio russo.
Oggi, quell’iniziativa poli­tica in Ucraina appare un disa­stro. Il refe­ren­dum in Cri­mea, la guer­ri­glia nell’Est, hanno messo a nudo tutto l’avventurismo di quell’iniziativa e la debo­lezza del governo instal­lato a Kiev. La caduta ver­ti­cale del Pil, l’inflazione, insol­venza del paese, ren­dono la situa­zione rischiosissima.
In que­sta situa­zione l’ultima cosa che ci si aspet­tava è che gli Usa rima­nes­sero inerti di fronte a un pre­ci­pi­tare della rot­tura tra Gre­cia e Europa che, oltre ai peri­coli eco­no­mici di un Gre­xit, pla­teal­mente sot­to­va­lu­tati dalla diri­genza euro­pea, potesse aprire uno sce­na­rio di un’intesa tra la Rus­sia e Gre­cia, con esiti impre­ve­di­bili, che pote­vano giun­gere fino alla crisi del fianco Est della Nato.
Non si riu­sciva a capire le ragioni di quest’apparente auto­no­mia data ai diri­genti euro­pei su un tea­tro geo-politico che toc­cava invece vitali inte­ressi sta­tu­ni­tensi. Ma la let­tera del Con­gresso alla signora Lagarde ha sve­lato l’arcano. In realtà gli Usa ave­vano con­fi­dato pro­prio a lei la gestione della crisi in modo tale da for­zare a un accordo. Accordo che neces­sa­ria­mente avrebbe dovuto par­tire dall’insostenibilità del debito greco, come rico­no­sciuto allo stesso Fmi nel suo ultimo rap­porto. Quindi ristrut­tu­ra­zione con ridu­zione dello stesso debito. Ma che avrebbe anche neces­sa­ria­mente dovuto ridurre le pre­tese di una poli­tica di auste­rità, noto­ria­mente moti­vata dalle esi­genze del ser­vi­zio del debito.
Que­sta cla­mo­rosa denun­cia del Con­gresso ame­ri­cano apre sce­nari impre­ve­di­bili. La Lagarde verrà sfi­du­ciata uffi­cial­mente dagli Usa? Se l’esito del refe­ren­dum ria­prisse le trat­ta­tive, quale sarà adesso il ruolo del Fmi? La mossa del refe­ren­dum, per quanto neces­sa­ria, è stata rischio­sis­sima, data l’imprevedibilità del risul­tato. Ma ci fa capire anche come Tsi­pras e Varou­fa­kis aves­sero il polso di un qua­dro geo-strategico mon­diale più dei diri­genti euro­pei, persi nella loro ostina–zione puni­tiva nei con­fronti della Grecia.

Crolli di Borsa in Cina: in tre settimane 10 PIL della Grecia



Seguiamo la crisi di Atene (e dell'Europa). Ma la crisi è sistemica. Tra suicidi e paura di contagi finanziari, esplode ora la bolla cinese
di Pino Cabras.

I lettori ci sono testimoni di quanta attenzione dedichiamo in questi mesi e settimane alla crisi greca, tanto più alla vigilia del referendum indetto dal governo Tsipras sulle vessazioni degli usurai della trojka. Ma vogliamo lo stesso aprire una finestra su un'altra crisi, che al momento coinvolge solo chi punta sulle borse cinesi, ma che ha riflessi potenzialmente enormi sul mondo. Mentre per vicinanza e facilità culturale, nel bene e nel male, tutti gli europei sanno quel che accade ad Atene, la Cina non ci è vicina (almeno sui media). Solo gli specialisti si sono accorti che in meno di un mese la borsa di Shanghai e quella di Shenzhen sono crollate del 25%, mandando in fumo un controvalore pari a 10 volte il PIL della Grecia.
Più sotto proponiamo all'attenzione dei lettori una corrispondenza da Shanghai per il sito Rischio Calcolato, che racconta con tono quasi scanzonato alcuni fatti che in realtà parlano di drammi improvvisi, estesi, giganteschi: le tipiche fiammate sociali che esplodono in occasione dei grandi crack borsistici causando improvvise tragedie esistenziali e suicidi, panico e paura di contagio finanziario, per giunta in un paese dove tutto corre verso l'essere grande e veloce. Anche nei disastri.
Senza anticipare troppo, c'è una prima riflessione: la crisi sistemica può avere sviluppi improvvisi e capaci di collegarsi. Se ad esempio qualcuno spera che l'equazione della crisi greca sia risolta da un cavaliere bianco (o giallo) che arriva da Pechino, ora dovrà mettere nel conto nuove incognite che complicheranno i calcoli: in Cina hanno le loro gatte da pelare. E se le grandi riserve di dollari incamerate per decenni dai fondi sovrani vorranno correggere il crollo di borsa cinese, magari dovranno disinvestire da altre parti, innescando altre crisi (vedi gli USA). Vedremo.
Per ora la Cina ha una finanza meno interconnessa di altri paesi, ma niente in quest'epoca è davvero completamente sconnesso. La crisi in borsa riflette (amplificando follemente l'ampiezza) il rallentamento nell'economia reale cinese. Troviamo così le tendenze globali, tutte in grado di interagire fra di loro. Troppa liquidità non ha trovato mete remunerative e si è congelata nelle alchimie finanziarie e nei debiti. Pertanto il capitale non ha abbastanza sbocchi nel reale, e allora li trova nelle bolle speculative o rapinando interi popoli.
Sullo sfondo c'è un ulteriore pericolo, visto che definiamo questa come una crisi sistemica. Le crisi sistemiche bruciano i libri contabili in guerra, e in effetti i focolai si moltiplicano. Cercare alternative a questo sistema economico suicida diviene una questione di sopravvivenza.
Buona lettura.

Cina, Crollo della Borsa, Suicidi di Massa, La Signora con le Borse di Arance è Morta

Dal corrispondente di Rischio Calcolato in Cina:
Ciao Paolo,
se ti va di leggere 2 righe da Shanghai.
A Shanghai il meno 25% in Borsa sta picchiando duro
Erano diventati tutti investitori. molti con soldi presi a prestito da banche, parenti e amici, o addirittura vendendo la casa. malgrado la cultura finanziaria bassissima.
All'inizio della discesa ci scherzavano sopra, tutti convinti che comunque era qualcosa che non riguardava loro stessi ma solo gli altri, ed il tutto si sarebbe risolto rapidamente.
Ora sono però partiti in maniera importante i suicidi, sai qui in Asia il suicidio fa parte della vita, quando perdi il tuo ruolo, la tua posizione socio economica.via.!!!
(tanto per fare un esempio i vostri Schettino, Galan, e via con altri migliaia di nomi sarebbero tutti "suicidi")...
Il governo cerca di calmare la cosa:
- non diffonde le notizie di suicidi
- giornali e TV per 24h al giorno parlano super-esperti di finanza e luminari di economia che spiegano che nel giro di pochi mesi la borsa tornerà a correre come prima
e poi si arriva agli estremi delle foto allegate
-quella con i vigili del fuoco con un "non Buttatevi dalla Finestra aspettate che la situazione si risollevi".

 
 
 
 
 
 
- quella sullo stabile con un patriottico "qualunque tonfo non spaventa l'Eroico Mercato Azionario Cinese"








Tempo fa scrivevo ad un'amico:
  • Da un lato la borsa è sicuramente vista più come un casinò dove buttare sul tavolo delle "fiches", che un posto dove comprare "pezzi di aziende/servizi" remunerativi nel tempo.
  • Negli ultimi mesi è stato un crescendo di attenzione verso la borsa ed i facili denari fatti "giocando" con le azioni, questo in modo estremamente esagerato, molto più di quanto accaduto a fine anni novanta in Italia con le "dot-com". TV e giornali sono pieni di notizie che riguardano massaie e macellai arricchitesi in pochi mesi di borsa. poi sai qui è tutto esasperato e veloce rispetto all'Occidente, a Shanghai i pensionati armati di smartphone non giocano più a "majian" (una loro specie di scacchi) come in passato, ma giocano in borsa dalla panchina dei giardini pubblici. non sto scherzando è proprio così.
  • (un aneddoto, una collega di mia moglie ha triplicato il suo capitale in poco tempo, si è quindi licenziata e sta facendo il giro del mondo con i soldi guadagnati in borsa è convinta che quando torna potrà poi fare altrettanto.)
  • Altra considerazione, conosco personalmente e bene aziende piccolissime che non hanno nessun titolo ne struttura per stare in borsa, non hanno nemmeno una contabilità decente, ma sono riuscite a quotarsi ed ora beneficiano di un gran flusso di denaro "gratis". finchè qualcuno non ci metterà il naso.
  • Entrando poi nell'economia generale direi che la situazione attuale è tutt'altro che allegra (in generale, non per quanto riguarda l'azienda dove lavoro che anzi.) Le aziende che esportano verso l'Occidente (moltissime) sono in grossa difficoltà a causa dell'aumento dei costi locali (manodopera di basso livello a +12% annuo per 10 anni fa oltre +300% in un decennio.) e soprattutto per la variazione del tasso di cambio, con uno Yuan che ha preso quasi 30% contro €uro da Nov'14 a Mag'15. molti esportatori non ci stanno più dentro, ho incontrato titolari di attività che hanno perso enne milioni di euro in pochi mesi ed ora hanno i magazzini pieni di componenti che nessuno gli comprerà mai.
  • Altra importante nota negativa è che anche il mondo dei grandi investimenti statali Cinesi in Real Estate ed infrastrutture è in questo momento congelato, per volontà politica. tutto da vedere quando e come ripartirà.
    Quanto detto sopra mi porta a pensare che è meglio stare lontani dalla borsa di Shanghai e credo che le prospettive di lungo periodo non possono essere che negative. il tema è quanto lungo?.
    Va anche detto però che i Cinesi sono in generale "risparmiatori", molto attratti dal "profit" ed a volte "creduloni" al limite dell'ingenuità. queste caratteristiche fanno saltare gli schemi a cui siamo abituati in Occidente.
    Di fatto in questo momento ha investito in borsa solo una piccolissima parte delle persone. e se questa voglia di borsa si estendesse anche agli altri? Ai molti ? Fin dove potrà proseguire la bolla?.
p.s. se non sapete chi sia la signora con le arance, ve la presento. Molti anni fa una signora con la borsa della spesa piena di arance entrò nella banca in cui lavoravo (si lo ammetto. ne ho fatte di cose brutte nella vita), aprì un conto trading con la segretaria e versò circa 9000€ (l'equivalente in lire, la borsa era in Euro, ma c'erano le lire). Poi venne da me al trading desk, si presentò e mi disse "Presto, dottore, presto, mi compri la Aisoftware prima che finiscano". Le comprò mi pare a 248€ per azione sul mercato non regolamentato Easdaq (non esiste neppure più), l'ultima volta che le vidi erano sotto 2€. E' stata una delle mie più grandi esperienze di vita e ho avuto la fortuna di farne tesoro senza pagarne io il prezzo. Non capita spesso.


Cina: paura bolla borse, varato un fondo da 19 miliardi. Misure per arginare il crollo

CINA BORSA

 

La Cina vara nuove misure nel tentativo di arginare la 'rotta' delle borse di Shanghai e Shenzhen, reduci da un crollo che in tre settimane ha spazzato via 2.800 miliardi di dollari di capitalizzazione e fatto perdere agli indici circa il 30% del loro valore. I 21 principali broker del Paese, riuniti nella Securities Association of China, hanno annunciato la costituzione di un fondo da 120 miliardi di yuan (circa 19,3 miliardi di dollari) per acquistare Etf sulle blue-chip. Il fondo, appoggiato dal governo, inizierà ad operare già lunedì nel tentativo di stabilizzare il mercato.
Gli operatori si sono anche impegnati a non vendere azioni in loro possesso fino a quando l'indice di Shanghai, sceso a 3.686
punti, non tornerà a quota 4.500. E anche 25 gestori hanno assicurato che manterranno per almeno un anno i loro fondi azionari. Il governo di Pechino ha poi imposto il congelamento di tutte le nuove quotazioni - ne erano in programma 28 - per non disperdere risorse presenti sul mercato su nuovi titoli.
Il più lungo rally borsistico della storia della Cina - con Shanghai e Shenzhen che hanno guadagnato in un anno il 150% e il 190% - sta dunque trasformandosi in una Caporetto che rischia di travolgere gli oltre 90 milioni di cinesi - impiegati, operai e contadini, molti dei quali digiuni di finanza - che si sono buttati sul mercato azionario attirati dalla più capitalistica delle aspirazioni: fare soldi facili con la speculazione borsistica. Una prospettiva peraltro alimentata dalle politiche di sostegno del governo cinese alla corsa del mercato azionario.
Solo nell'ultima settimana la Banca centrale cinese ha tagliato per la quarta volta da novembre i tassi, mentre le autorità cinesi hanno ridotto le commissioni di trading e allentato le regole per operare a debito (ci si potrà finanziare dai broker anche dando in garanzia la casa) così da non dover liquidare le posizioni quando il valore delle azioni diventa insufficiente per ripagare i prestiti. Inoltre la Consob cinese (Csrc) ha avviato un'indagine per verificare che il mercato non sia stato manipolato, mettendo nel mirino i ribassisti. E così 19 conti sono stati inibiti dallo short-selling sugli indici per un mese.
Per ora questi tentativi non sono riusciti ad arrestare la più violenta emorragia di vendite dal 1992, esplosa dopo che le valutazioni azionarie hanno raggiunto livelli superiori a quelli della 'bolla' del 2007. E tra gli analisti ci sono dubbi sulla capacità del nuovo fondo di incidere su un mercato che scambia ogni giorno un controvalore di 2.000 miliardi di yuan. "Per ora l'atteggiamento si sta orientando verso il panico ed è estremamente difficile calmare un orso rabbioso" è il commento di Bernard Aw, strategist a Ig Asia.
Che la situazione stia prendendo una brutta piega lo dimostra anche l'apertura del Financial Times, dedicata oggi non alla Grecia ma alla Cina. Gli investitori globali, riferisce il quotidiano, temono infatti che il crollo di Shanghai e Shenzhen possa destabilizzare l'economia del colosso asiatico, accentuandone la fase di rallentamento.

Robot uccide operaio. Una tendenza, non una fatalità di Dante Barontini

Robot uccide operaio. Una tendenza, non una fatalità

Di incidenti sul lavoro ne avvengono a migliaia, con un proporzionale e altissimo numero di vittime. Quello avvenuto tre giorni fa nello stabilimento Volkswagen di Baunatal, nell’Assia, a pochi km da Francoforte, ha però una potenza simbolica difficilmente sottovalutabile.
La dinamica è stata ricostruita abbastanza faciilmente. Il giovane operaio deceduto è entrato in una specie di gabbia per fare la normale manutenzione di un robot "di posizione", di quelli che spostano carichi pesanti con un braccio meccanico, da un punto ad un altro. Non era stato evidentemente disattivato, perché il braccio ha afferrato il 22enne manutentore e lo ha schiacciato contro una parete metallica.
Con ineffabile faccia tosta l'azienda ha stabilito che si è trattato di un "errore umano". Resta da stabilire di chi, come vedremo tra un attimo. 
Perché questa morte sul lavoro assume un valore simbolico - senza esagerazioni - addirittura epocale?
Bisogna sapere che - per pura coincidenza - nello scorso ottobre il capo del personale della Volkswagen, Horst Neumann, aveva affascinato dei giornalisti spiegando che, all'interno degli stabilimenti tedeschi del gruppo, "Nei prossimi 15 anni andranno in pensione 32mila persone; non verranno rimpiazzate". Ma non cesserà la produzione di atomobili in quelle fabbriche. Semplicemente, al loro posto saranno "assunti" dei robot. Più evoluti e "sensibili" di quel bruto che ha stroncato un operaio, capaci di operazioni sofisticate in fase di montaggio dei pezzi.
Un robot fa lo stesso lavoro, con maggiore precisione, a velocità superiore, non si stanca, non protesta, non sciopera. Al massimo si rompe, ma questo accade assai più spesso all'essere umano. Soprattutto costa meno. “Nell’industria automobilistica tedesca il costo del lavoro è superiore ai 40 euro all’ora, nell’Europa dell’est sono 11, in Cina 10”, aggiunge Neumann. “Oggi il costo di un sostituto meccanico per lavori di routine in fabbrica si aggira intorno ai cinque euro. E con la nuova generazione di robot diventerà presumibilmente ancora più economico. Dobbiamo essere in grado di sfruttare questo vantaggio economico”.
La tendenza è tracciata con esemplare chiarezza. Aggiungiamo, di nostro, che l'automobile è la merce pivot dello sviluppo capitalistico novecentesco, il prodotto più importante anche simbolicamente, attorno al quale gira un complesso di attività che ha garantito occupazione, benessere, ricchezza, consumismo obbligato, libertà di movimento, rapidità negli spostamenti, immaginario letterario e cinematografico... 
L'industria dell'automobile, da qui a qualche anno, sarà quasi completamente robotizzata. La manodopera ancora necessaria sarà limitata appunto ai "manutentori", qualche ingegnere per controllare la funzionalità del sistema, poche decine di carrellisti per alimentare ogni segmento della catena automatizzata, ecc.
Lo stesso naturalmente avverrà per decine di altre merci destinata al mercato di massa, fabbricabili quindi in milioni di unità. Dunque l'occupazione di massa non sarà più garantita dalla produzione di massa. E non si vede nessun ambito produttivo di valore dove invece potrebbero servire milioni di esseri umani "liberati" dal lavoro in fabbrica.
Non ci addentriamo in analisi troppo complesse da fare in un solo articolo e rimandiamo volentieri all'ultimo numero della versione cartacea di Contropiano
La tecnologia al servizio della produzione è da sempre il principale strumento di "riduzione del costo del lavoro", nel senso che elimina quote crescenti di addetti alla produzione. Ma la robottizzazione, tendenzialmente universale, della produzione ci mette davanti agli occhi un limite mai intravisto prima - se non dalla teoria marxiana: il lavoro umano necessario a produrre merci si riduce a ben poca cosa in proporzione alla massa di merci prodotta. In soldoni: poca occupazione, tanti disoccupati, molte merci, pochi acquirenti solvibili.
Dal punto di vista del movimento operaio, non è un problema nuovo. Ma non aveva mai assunto tanta evidenza pratica. Qui non può tornare il fantasma di Ned Ludd, il "distruttore" di macchine. E' infatti ridicolo, da "cultura Amish", pensare di poter fermare, o anche solo frenare, lo sviluppo tecnologico; e per questa via "garantire occupazione". E' un ragionamento da schiavi salariati che vogliono rimanere tali.
Nella triangolazione profitto-tecnologia-lavoratori c'è un solo elemento che merita di essere eliminato. Non è difficile vedere quale...

Il tallone d'Achille dell'Unione Europea

Il tallone d'Achille dell'Unione Europea

Un edificio ignobile, quanto alle motivazioni reali della sua costruzione, merita di finire nella polvere. Se poi è stato tirato su senza rispettare un principiio cardine della fisica, è scontato che prima o poi dovrà crollare. 
L'Unione Europea è questo orrore. Comunque vada il voto di oggi in Grecia, questo crollo va maturando, con dinamiche accelerate. Una vittoria del "sì" convincerebbe la Troika di poter raggiungere i propri obiettivi usando maggiore durezza che in passato, preparando così ribellioni più forti e radicali - anche di destra, purtroppo - di quanto non sia il gruppo dirigente di Syriza. Una vittoria del "no" costituirebbe un'indicazione politica immediata per molti altri paesi e popoli alle prese con gli stessi problemi, in misura lievemente minore. Per ora.
Essere arrivati a questo punto è già un fallimento del progetto. Gli analisti più lucidi se ne rendono conto più dei leader della Troika, tutti immersi in un delirio da "stanza dei bottoni" che solo loro ritengono di poter controllare, ma in cui a ogni bottone pigiato corrisponde una reazione uguale e contraria. Tutti sanno che le "cure" della Troika hanno portato un malato lieve in condizioni terminali. Ma come accade per i tossicodipendenti, la reazione al malessere consiste in una maggiore dose della stessa droga. Il tunnel diventa senza fondo.
L'apparente paradosso di questa giornata da scontro epocale è che si contrappongono due schieramenti che ufficialmente dichiarano di inseguire lo stesso obiettivo: far sviluppare l'Unione Europea. Lo dicono i membri della Troika, invocando l'applicazione rigida di certe "regole" omicide; lo dice il governo greco, niente affatto intenzionato a rompere deliberatamente la gabbia in cui è rinchiuso.
Eppure si tratta di un passo che va nella direzione opposta. La forza possente della crisi possiede quelli che si si credono e si presentano come protagonisti, obbligandoli a fare l'opposto di quel che vorrebbero. Ancora una volta sono gli uomini come insieme a fare la Storia, e quel che si produce è qualcosa che nessuno ha voluto. 

Proponiamo questo agghiacciato editoriale di Adriana Cerretelli, apparso ieri sul quotidiano di Confindustria, IlSole24Ore, che coglie con precisione l'apertura del baratro sotto le fondamenta stesse dell'Unione Europea. Tutta la presunzione di superiorità dei vecchi imperialismi occidentali (Usa ed Europa, faticosamente "unificata" dopo secoli di "competizione" sanguinosa) si basa infatti sulla capacità di far funzionare un modello di relazioni sociali codificato come "democrazia liberale".
Il referendum greco, comunque vada, mette esattamente in contrapposizione questo modello e la pratica quotidiana dell'Unione Europea. E non sul piano dei principi astratti, ma davanti agli occhi di tutti.
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Ma qual è il vero tallone d'Achille dell'euro?

di Adriana Cerretelli

E se alla fine si scoprisse che è la sostenibilità democratica e non quella finanziaria il vero tallone d'Achille dell'euro?
In sette anni il paradigma della crisi è riuscito a diventare totalizzante, straripando a poco a poco dalle banche al debito sovrano, poi all'economia fino a travolgere anche la politica.
Guardando indietro a mente fredda, appare inverosimile il percorso che ha portato l'Europa, invece che a contenere, a dilatare in modo irresistibile impatto e costi di un problema minore come quello greco: più che decuplicando una fattura iniziale da 30 miliardi e trasformando il ripescaggio di un Paese, difficile ma con Pil e debito pari al 2% e al 3% del totale dell'area, nel salvataggio dell'euro stesso, in condizioni incerte, confuse e anche drammatiche.
Rabbia, astio, disperazione, sfiducia reciproca sono i compagni di strada del referendum che domenica inviterà i greci a dire se sono o no disposti a continuare la terapia rigore-riforme imposta dai creditori internazionali in cambio degli aiuti, dunque se vogliono o no restare nell'euro. Una forsennata guerra psicologica condotta con l'arma impropria delle informazioni manipolate oppone il premier Alexis Tsipras ai suoi partner europei, entrambi ansiosi di convincere il popolo greco a giocare la loro partita.
Tsipras invita con forza a dire no, a difendere la sua causa e la sua poltrona contro l'Europa che ha orchestrato il tracollo dell'economia nazionale: tra il 2008 e il 20014 il Pil è calato del 27%, la spesa pubblica reale di oltre il 30% con taglio di salari e pensioni e di quasi un terzo dei dipendenti pubblici. I disoccupati sono arrivati al 27%, i giovani a più del 50%. La Grecia è l'unico Paese Ocse dove il reddito pro capite è rimasto al palo negli ultimi 8 anni. In compenso il saldo di bilancio strutturale è migliorato di 20 punti nell'ultimo quinquennio e la bilancia corrente di 16. Però il debito è schizzato dal 123% al 177 %, complice la lunga recessione.
Gli europei vorrebbero che i greci perseverassero su questa strada e per convincerli hanno interrotto i negoziati con Tsipras, che chiede la ristrutturazione del debito in cambio dell'impegno rigorista, e ripetono che un no all'austerità equivarrebbe a un sì all'uscita dall'euro.
In realtà tutti giocano con le carte truccate: il greco quando invita il Paese a pronunciarsi su un'offerta di accordo ormai saltata insieme alla proroga degli aiuti, gli europei quando mestano nelle sacre regole minacciando Grexit, che non è contemplata dai Trattati Ue. E che, se si realizzasse, sarebbe un disastro collettivo prima che ellenico. Ovunque, insomma, il panico muto di questa vigilia è un pessimo consigliere.
Non si spiegherebbero altrimenti le ripetute e assolutamente irrituali invasioni, da parte dei maggiori leader europei ma soprattutto della Commissione Ue, nelle dinamiche democratiche di un Paese membro: con conseguenze immediate incerte – quando Angela Merkel si proclamò pubblicamente grande elettore di Nicolas Sarkozy, in Francia vinse François Hollande – e conseguenze future certamente problematiche e forse anche disastrose.
Nell'unione monetaria, decollata senza l'unione politica che ora molti vorrebbero accelerare con un salto di qualità integrativo quale antidoto sicuro a nuove crisi, l'esperienza della Grecia potrebbe diventare nell'inconscio collettivo una discriminante decisiva, il freno a nuove cessioni di sovranità: a questo punto democratiche prima ancora che nazionali.
Tanto più in un'eurozona dove i più forti, che già in passato non hanno esitato a rimuovere governi non abbastanza compiacenti, ora intervengono preventivamente promettendo premi o sanzioni a chi si appresta a votare. Il rischio che, di questo passo, si possa prima o poi creare un corto circuito tra euro e democrazia non è solo teorico.
La moneta unica non è una scelta ma una necessità obbligata nel mondo dell'economia globale. Però il rafforzamento più efficace e intelligente della sua governance, prima che nuove regole, richiederebbe più equilibrio e senso di responsabilità da parte di tutti. Non solo della Grecia.
Quando la Germania ostenta i picchi delle sue virtù transustanziati nel secondo pareggio di bilancio di una serie che durerà fino al 2019 e lo fa proprio nel giorno in cui Atene rotola nella polvere (dei suoi errori e di quelli dei suoi fallibili partner). Quando è dimostrato che le politiche anti-crisi invece di appianare hanno esacerbato divergenze e ineguaglianze dentro l'eurozona dove la disoccupazione varia dal 4,7% tedesco al 27 greco. Quando la crescita permane un motore quasi tutto nazionale e molto poco europeo. Quando nell'eurosud si invoca solidarietà ma nell'euronord la si teme per paura di una, due, mille Grecie a venire. Quando i sondaggi segnalano che ormai la maggioranza dei tedeschi ma anche degli irlandesi auspica Grexit e la selezione darwiniana dei partner. Quando domani la scelta per i greci sarà solo tra due mali e una delle grandi colpe di Tsipras la richiesta di politiche differenti dal pensiero unico dominante, ci si può chiedere quanto l'euro possa resistere alle divisioni che crea al proprio interno, dilaniando i popoli e le democrazie che gli appartengono.
I parametri di Maastricht non basteranno, la moneta unica non durerà senza coesione interna e un vero governo europeo, si ripeteva negli anni in cui la si costruiva. Il trauma greco avverte che imploderà se non saprà riconquistarsi quanto prima fiducia e libero consenso della gente, gli ingredienti base delle democrazie. Se non lo capisce, anche l'Europa, dopo la Grecia, potrebbe finire in default.

Chi vince il referendum di Ipazia

Chi vince il referendum

Non so chi vincerà domani,ma vi posso anticipare i titoli dei giornali italiani se finirà comunque 51 a 49%.

Ipotesi a. IL POPOLO GRECO HA SCELTO L'EUROPA!!!

Ipotesi b. Un paese spaccato di fronte al baratro