mercoledì 4 luglio 2018

IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO: Spese per la difesa da 23 a 39 miliardi di euro di Mao Valpiana

La Ministra della Difesa del governo giallonero, Elisabetta Trenta, ha rilasciato un'intervista alla rivista americana specializzata Defense News, nella quale, oltre a confermare l'impegno italiano nel programma F35 (con tanti saluti ai pentastellati che facevano l'opposizione pacifista), ribadisce che l'Italia punta a raggiungere l'obiettivo Nato di spesa per la Difesa del 2% del prodotto interno lordo entro il 2024. Il Parlamento se ne farà una ragione.
La Difesa in Italia costa già tantissimo, attualmente 64 milioni al giorno, eppure il governo "del cambiamento" vuole raddoppiare le spese militari nei prossimi sette anni: sulla proiezione di aumento, stando alle stime ufficiali della Difesa, si tratterebbe di ulteriori 16 miliardi annui, che sommati ai reali 23 attuali farebbero oltre 39 miliardi all'anno!
Portare la spesa militare al 2% del PIL significherebbe dunque arrivare a quasi 40 miliardi all'anno, cioè a più di 100 milioni al giorno. Una spesa insostenibile: dove pensano di trovarli questi soldi aggiuntivi? Tagliando le pensioni di tutti i lavoratori (oltre che i vitalizi) e aumentando le tasse?
La richiesta, perentoria, che l'Italia aumenti le spese militari fino al 2% del PIL, viene direttamente dalla NATO, ed è stata ribadita da Trump (in realtà è un accordo politico informale e non sarebbe vincolante), ma l'attuale governo italiano vuole essere il primo della classe.
La ministra della Difesa ha citato il suo incontro con il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, John Bolton: "Gli Stati Uniti sono il nostro storico alleato, non ne abbiamo mai dubitato".
L'Italia, secondo i dati dell'autorevole Istituto SIPRI (confermati dall'Osservatorio sulle spese militari Milex) spende già l'1,4%, in media con i Paesi NATO (USA esclusi).
La maggior parte dei Paesi europei spende molto meno del 2% : la Germania è all'1,2%, come la Spagna e l'Olanda. Ci sono Paesi come il Canada all'1%. Solo la Grecia spende ben oltre il 2% del Pil (obbligata dagli accordi internazionali di "salvataggio") ma sappiamo bene in quale drammatica situazione economica si trovi il governo di Atene.
In Italia si spende sempre di più in armamenti "tradizionali" come cacciabombardieri, missili, carri armati e navi da guerra (+85 per cento in 10 anni). I fondi specifici per nuovi sistemi d'arma sono al 28% del totale, superiori addirittura alla media europea che è del 20% e degli Stati Uniti che sono al 25%. Questo avviene perché si comprano sempre più armamenti, a partire dagli F-35, che costano 14 miliardi, senza pensare ai costi successivi necessari per la loro manutenzione (il nuovo governo, dice la Ministra, non taglierà gli ordini, ma allungherà il piano di acquisto perchè "intende valutare i vantaggi industriali e tecnologici per l'Italia, gli interessi nazionali").
C'è poi la nuova flotta navale, circa 5,4 miliardi di euro o gli 800 nuovi carri armati per oltre 5 miliardi. Proporzionalmente spendiamo già più di tutti: un aumento (in termini reali) di oltre il 10% della spesa per le forze armate, a fronte di aumenti del 3% della Germania, dello 0,6% della Francia e 0,7% della Gran Bretagna. Un incremento maggiore persino rispetto a Stati Uniti (+1,7%), Russia (+5,9%) e Cina (+5,4%).
E la nuova Ministra, che fa? Dice che bisogna fare ancora di più.
Ora si capisce cosa intendevano dire i due Capi politici firmatari del "contratto per il governo del cambiamento" quando nello striminzito capitolo dedicato alla Difesa hanno scritto "È imprescindibile la tutela dell'industria italiana del comparto difesa"; intendevano dire "aumento delle spese militari". Ecco il cambiamento: da 23 miliardi a 40 miliardi all'anno. Bel cambiamento!
I dati citati sono tratti dagli studi del Sipri e dell'Osservatorio Mil€x
www.milex.org

Flat tax, 85 euro su 100 li risparmiano i redditi più alti

La simulazione di Prometeia, in attesa di conoscere i correttivi alla regressività dell'imposta: risparmio medio di circa 1950 euro a famiglia, ma si passa da un aumento del reddito disponibile dello 0.7% per i più 'poveri' a un massimo del 12.8% per i più 'ricchi'
 
Circa 85 euro su 100 risparmiati grazie alla flat tax andrebbero a beneficio dei redditi più alti. E' questa la ripartizione del beneficio fiscale dalla riforma che prevede la riduzione del numero di aliquote e scaglioni di reddito dai cinque in essere a due:  un'aliquota del 15% sul reddito fino a 80mila euro e una del 20% per redditi oltre 80mila euro. Un progetto che è ancora tutto da definire, e che sta incontrando non poche difficoltà dal punto di vista delle coperture tanto che ormai nessuno nelle fila del governo fa mistero del fatto che - almeno per le famiglie - se ne parlerà il prossimo anno.

In attesa di conoscere fattibilità e dettagli, la società di analisi economica e consulenza Prometeia ha fatto i conti in tasca ai cittadini ricordando che la tassa piatta avrebbe per base imponibile non più il reddito individuale (come per l'Irpef), ma il reddito familiare. In aggiunta, è previsto un sistema di deduzioni che tenga conto sia della composizione familiare sia del livello di reddito percepito. Infine, la riforma includerebbe una clausola di salvaguardia che permetterebbe al contribuente di pagare l'importo dell'imposta più conveniente tra Irpef nella sua formulazione attuale e quella calcolata secondo il nuovo regime fiscale. Per il momento, nulla è stato definito riguardo alla possibile presenza di detrazioni di imposta, quindi la "regressività" evidente dell'impalcatura potrebbe esser corretta. 
 Per quel che si sa al momento, secondo Prometeia "l'introduzione della flat tax permetterebbe di ottenere un risparmio medio di imposta di circa 1950 euro a famiglia, equivalenti a un incremento medio di reddito disponibile del 5.5% per famiglia". Ma questo incremento non si distribuirebbe equamente tra le famiglie: "L'incremento maggiore di reddito si osserva per i decili di reddito più alti: si passa da un aumento dello 0.7% per il primo decile di reddito a un massimo del 12.8% per l'ultimo".

Le simulazioni concordano con le stime fin qui circolate di un costo per il bilancio pubblico di 50 miliardi. Costi per lo Stato e risparmi per i cittadini che però non si distribuiscono uniformemente tra la popolazione: "La maggior parte del risparmio complessivo va ai quintili di reddito più elevati (17.5% al quarto e 68.2% al quinto). Ai tre quintili più bassi spetta la restante quota del risparmio (1.4%, 4.5% e 8.4% per il primo, secondo e terzo quintile, rispettivamente)".
Per concludere, dicono gli esperti, se flat tax sarà dovrà necessariamente esser corretta: "Il risparmio di imposta che si genera con il passaggio dall'attuale Irpef alla flat tax si ripartisce su tutta la distribuzione del reddito. Tuttavia, a beneficiarne maggiormente sarebbero i redditi più alti. Resta da capire quale sia la strategia che il governo intende perseguire per effettuare una più equa redistribuzione dei benefici (ad esempio attraverso un nuovo sistema di detrazioni) e per compensare il minor gettito fiscale derivante dall'introduzione della flat tax se implementata così come proposta".
Primo quintile
Primo quintile
Quinto quintile68,2
Quarto quintile17,5
8,4
Terzo quintile
4,5
Secondo quintile
Primo quintile (1,4)
 

lunedì 2 luglio 2018

Sinistra senza bussola di Ida Dominijanni

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L'intervista di Nicola Zingaretti sul Corsera riapre con alcuni passaggi promettenti un dibattito nel Pd cominciato tanto male da far rimpiangere il lungo e disperante silenzio post-elettorale. Per Veltroni sta succedendo qualcosa che la sinistra non vuole vedere: forse lui ha gli occhiali giusti, ma non li tira fuori. Per Prodi ci vuole un pensiero nuovo: quanto ad articolarlo, ci pensi qualche altro. Calenda invece ce l'ha e siccome il medium è il messaggio lo affida al Foglio: il Pd va sciolto in un fronte repubblicano contro il populismo, basato – come il populismo – sul "diritto alla paura". Non va meglio, fin qui, dalle parti di LeU: si va dall'appello al coraggio di Grasso all'invito a ricominciare a parlare di capitalismo (ma intanto nessuno comincia) all'inseguimento "da sinistra" del sovranismo (senza stato-nazione niente diritti). Questa non è un'analisi della sconfitta, è il balbettio di una sinistra che ha perso non solo il suo popolo ma anche le coordinate dell'epoca e il linguaggio per abitarla.
Alessandro De Angelis ha giustamente fatto presente pochi giorni fa che si dovrebbe ripartire quantomeno dal monito gramsciano a cogliere il nucleo di verità contenuto nelle tesi dell'avversario, per strapparglielo declinandolo diversamente. Purtroppo però il succitato dibattito tende a confondere quel nucleo con un suo effetto – la paura – e con la ricetta che la destra propone per placarla - il sovranismo – , e senza neanche declinarli tanto diversamente. Ma il nucleo vero sta altrove, e pochi sono disposti a farci i conti anche se l'avversario lo mette sul tavolo senza tanti complimenti.
Prendiamo l'intervista a Alexander Dugin pubblicata di recente dall'Huffington Post. Che Dugin sia o meno "il Rasputin di Putin", come il titolo recitava, quello che va predicando è indicativo dello spirito del tempo che aleggia nella rete internazionale di nazional-populismi cui Salvini si iscrive esplicitamente con l'obiettivo di far crollare "il muro di Bruxelles". In buona sostanza, l'ideologo russo della "Quarta Teoria Politica" sostiene tre cose. La prima: il Novecento è finito e per uscirne davvero bisogna seppellire le sue tre principali ideologie e relative prassi storiche, comunismo, fascismo, liberalismo. All'uopo, il nostro contrappone alla sintesi "fra marxismo culturale di sinistra e dottrine economiche liberiste di destra" , a suo giudizio egemone nell'ultimo trentennio, la sintesi "fra teoria economico-sociale di sinistra e valori tradizionalisti di destra".
La seconda: dopo il crollo dell'Urss e la fine della guerra fredda, la Russia ha continuato a essere oggetto di indebite pressioni e ostracismi da parte dell'Occidente ed è ora che ritrovi la sua "degna collocazione" nel mondo, puntando su una "unione euroasiatica" fondata sulla sovranità dei popoli (non è chiaro se identificati su base nazionale, regionale o etnica). La terza: i populismi che proliferano negli Usa (Trump), in Europa (Alternative fuer Deutschland, Marine Le Pen e secondo Dugin anche Melanchon) e soprattutto nel "laboratorio d'avanguardia" italiano, sono già la realizzazione della QTP: né di destra né di sinistra, esprimono la reazione del popolo contro le élite liberali, una reazione che mescola richieste di giustizia sociale e valori conservatori e alla quale è vano contrapporre bandiere sia antifasciste (da sinistra) sia anticomuniste (da destra).
E' chiaro che a questo discorso si possono fare molte pulci (sulle sue radici ben piantate nell'evoluzione della Nuova Destra dagli anni 80 in poi, altro che né di destra né di sinistra; sulla riduzione caricaturale non del liberalismo, come sostiene Dugin, ma del neo-liberalismo, che è tutt'altra storia, a "sintesi del marxismo culturale e del liberismo economico"; sulla concezione arcaica e identitaria del popolo). Noi però non stiamo qui a fare le pulci al filosofo, bensì ma a valutare gli effetti dell'ideologo. Il quale condensa una vulgata che sta diventando di senso comune anche qui in Italia, e purtroppo non solo a destra.
L'idea, ad esempio, che il – necessario – rilancio dei diritti sociali sia compatibile con valori conservatori e pulsioni suprematiste e razziste (tradotto: che Salvini stia effettivamente difendendo le ragioni popolari, e che in nome di questo si possa chiudere un occhio sulla sua xenofobia securitaria e fascistoide) è tutt'altro che assente nell'elettorato che da sinistra vira a destra, nonché in alcuni intellettuali di ascendenza comunista. L'idea che dal dominio incontrastato del mercato nella globalizzazione non si esca senza un ripristino della sovranità nazionale (e che dunque prima gli italiani, e quanto ai migranti si vedrà) è un'idea che circola non solo a destra ma anche a sinistra, in risposta al mito di una sovranazionalità europea rivelatasi subalterna alla moneta e allo spread. E si potrebbe continuare.
Non c'è modo di ritrovare una bussola né alcuna discriminante di campo senza affrontare il cuore del problema. Che è un'interpretazione di quello che è avvenuto nel mondo, sul piano geopolitico, economico e ideologico, dall'89 in poi, alternativa alla versione che ne danno i vari Dugin, Bannon, Fusaro, Salvini e altri esemplari in circolazione. Il che significa, per la sinistra che fu di governo, riconoscere il famoso nucleo di verità delle tesi dell'avversario: ammettere cioè che la fede cieca in una supposta spontaneità progressista della globalizzazione, la dismissione di qualunque critica del capitalismo e l'interiorizzazione della razionalità neoliberale sono state, per la sinistra post-89, catastrofiche. Dove per globalizzazione non si intende solo l'unificazione dei mercati e la moltiplicazione delle disuguaglianze, ma anche un nuovo assetto multipolare del mondo in cui Russia, Cina e altre potenze presentano ora il conto all'Occidente in declino. E per neoliberalismo non si intende l'intreccio caricaturale di liberismo economico e politically correct che Dugin rimprovera, come tutti i media di destra, alla sinistra "radical chic", bensì una forma di razionalità che ha piegato alla logica del mercato e della concorrenza anche l'intero edificio democratico, dalle istituzioni, nazionali ed europee, al cittadino, divenuto uno strano soggetto bifronte che da un lato rivendica le "sue" libertà e i "suoi" diritti, dall'altro invoca politiche securitarie per tutelarli contro gli invasori, o i capri espiatori, esterni. Sì che è vano invocare l'ortodossia liberaldemocratica o i fronti repubblicani contro il populismo sorvolando sulle sfigurazioni della democrazia neoliberale e della sua base antropologica che al populismo hanno aperto la strada.
La febbre populista non è un antidoto al neoliberalismo, come i suoi ideologi e i suoi leader ci vogliono far credere: ne è la diretta conseguenza, che ne configura un'uscita da destra basata sul binomio diritti sociali (per pochi)-valori tradizionali (per tutti), sulla protesi neo-sovranista di stati in declino, su popoli costruiti su base nazionalista e razziale. Spetta alla sinistra delineare un'altra uscita, sulla base di un'altra interpretazione, autocritica, dell'egemonia neoliberale, e di un'altra terapia politica.
Le disuguaglianze non si combattono agitando i diritti dei "nostri" forgotten a spese degli altri dannati della terra, ma unendo le lotte degli sfruttati nella prospettiva internazionalista propria della tradizione marxista. Le paure non si vincono riconoscendo il diritto di esserne preda, ma smontandone la radice quasi sempre fantasmatica e ammettendo che un tasso di rischio è inevitabile nelle società aperte, ed eliminabile solo in quelle autoritarie. Il declino dello stato-nazione non si corregge con maschere neo-sovraniste e neo-nazionaliste, ma con politiche e istituzioni dell'interdipendenza, europea e globale. Il popolo non si mobilita simulandone una compattezza basata in realtà sul rancore di tutti contro tutti, ma riconoscendone le fratture di classe, di genere e di razza e allineandole in postazioni antagoniste non all'establishment, ma a quello che un tempo avremmo chiamato sistema.
Difficile, se non impossibile, che il Pd, o ciò che ne rimarrà al netto di ulteriori esodi macroniani, riesca ad assumere un ordine del discorso di questo tipo, che pure non è assente dalla proposta delineata da Zingaretti. Ma la sinistra italiana è più larga del Pd e non è destinata a seguirne le sorti. E se ci riesce una ventisettenne del South Bronx non si vede perché non provarci anche qui.

mercoledì 27 giugno 2018

Cosa dovrebbe dire una sinistra normale, se esistesse di Gianni Botolini

La destra fa bene il suo mestiere. Dice ai penultimi che il loro problema sono gli ultimi. 
Una sinistra normale, se esistesse, dovrebbe svelare il trucco di questi prestigiatori della politica. Dovrebbe cioè dire ai penultimi che i nemici non sono i disperati e i morti di fame, quelli che attraversano il mare su barconi di fortuna, ma chi sta al vertice della catena alimentare: gli sfruttatori, gli affaristi, i miliardari evasori, e così via.
Ovvero, quello 0,7% della popolazione che detiene oltre il 50% della ricchezza mondiale. Quello 0,7% che fa la bella vita a spese delle classi popolari, che si circonda di ville con piscina e di yacht, che porta i soldi nei paradisi fiscali per non pagare le tasse, che mangia sulle nostre teste a crepapelle senza nemmeno avere la decenza di scuotere dalla finestra la tovaglia con le briciole.
Quello 0,7% della popolazione che, non pagando ciò che dovrebbe pagare, evadendo ed eludendo, o imponendo ai vari paesi regimi fiscali di comodo, fa si che troppe scuole siano fatiscenti, molte università sovraffollate, tanti ospedali ridotti in condizioni non degne di un paese civile. 
Una sinistra normale, se esistesse, dovrebbe allora dire che è profondamente ingiusto che un operaio della Fiat debba impiegare 500 anni per guadagnare quello che Marchionne guadagna in pochi mesi, e che se i ricchi fossero un po' meno spilorci, i nostri pensionati avrebbero pensioni più dignitose.
In definitiva, una sinistra normale, se esistesse, dovrebbe porre con forza il tema della redistribuzione della ricchezza e dei diritti del lavoro, altrimenti quello 0,7% della popolazione di cui sopra continuerà a dormire sonni tranquilli, fra guanciali di piume dorate, nella rassicurante consapevolezza che proprio i penultimi (disorientati da un'abile propaganda) veglieranno su di loro e sui loro interessi, sulla loro flat tax, sui loro condoni, sulle loro spericolate speculazioni finanziarie e sui loro jobs act,. 
Ma un sinistra normale oltre che dirlo, dovrebbe farlo. Dovrebbe. Una sinistra normale, se esistesse.

La Banda degli Onesti, di Alessandra Daniele

Ogni mattina Salvini si sveglia, e sa di dover twittare una stronzata più grossa di quella del giorno prima, ridicolizzando Di Maio.
Ogni mattina Di Maio non si sveglia.
Per più d’un decennio, il Movimento 5 Stelle s’è spacciato come argine al fascismo.
Alla prima occasione, gli ha consegnato il governo.
“O noi, o i fascisti” è diventato “Noi fascisti”.
Per più d’un decennio, il Movimento 5 Stelle s’è spacciato come antidoto alla politica clientelare.
Alla prima occasione, s’è dimostrato un comitato d’affari manovrato da faccendieri, legulei e palazzinari, nel quale gli eletti servono solo da stolido paravento.
Il Movimento 5 Stelle è la peggiore truffa dopo lo schema piramidale Ponzi, ma gli italiani ci metteranno un po’ ad accorgersene.
Per adesso sono distratti dal capro espiatorio della settimana. I Rom.
Dire che i Rom siano un bersaglio facile è un eufemismo.
Una manciata di superstiti, emarginati, perseguitati e sterminati da tutti i regimi della Storia, e che non riuscirebbero materialmente a rendersi colpevoli di tutti i crimini di cui vengono accusati nemmeno se avessero i superpoteri.
Questa settimana il Cazzaro dell’Interno li ha sfruttati per distrarre gli elettori italiani dal DEF, Documento di programmazione economica e finanziaria col quale Tria, ministro dell’Economia di Forza Italia, in collaborazione col predecessore Padoan del PD, e in ottemperanza alle direttive UE, s’è rimangiato tutte le mirabolanti promesse di elargizioni, sgravi e regalie con le quali la banda Grilloverde è arrivata al governo.
Mentre gli italiani venivano incitati a sfogare vigliaccamente tutta la loro rabbia contro il solito nemico immaginario, tornavano a essere realmente fottuti per l’ennesima volta dal branco di Cazzari che hanno incautamente eletto il 4 marzo.
Gli italiani che pretendono il censimento etnico dei Rom, presunti ladri su base genetica, hanno già i nomi di chi davvero li sta sistematicamente derubando di tutto, compresa la loro anima. Li conoscono, li acclamano, li votano.
L’odio però è una droga, ce ne vuole una dose sempre maggiore, perciò Salvini ha aggiunto ai Rom un altro paio di bersagli, Roberto Saviano, e un’altra nave di soccorso ONG – che il farsesco Toninelli ha definito “pirata” – nella speranza di replicare il successo mediatico dell’Aquarius.
Più di 400 dei profughi a bordo dell’Aquarius ci erano stati trasferiti dalle motovedette della Guardia Costiera italiana.
L’Aquarius è stata caricata come una pistola per sparare nel cervello dell’elettorato italiano un messaggio preciso: “Salvini protegge i confini”. “Salvini è l’eroe che ferma l’Uomo Nero, e ti salva dall’invasione”.
Assicurerà alle milizie libiche che i finanziamenti per i lager erogati da Marco Minniti continueranno ad arrivare.
Poi si accrediterà il merito del calo degli sbarchi dell’80% che è già in atto da un anno.
Salvini è come quei criminali imitatori che cercano di farsi attribuire gli omicidi commessi dal loro serial killer preferito.
“Chi controlla la percezione della realtà, controlla la realtà” – Philip K. Dick
È per questo che la democrazia non può più funzionare. Può solo riprodurre in loop lo stesso errore di sistema all’infinito.
Ogni mattina Salvini si sveglia, e sa di dover twittare una stronzata più grossa di quella del giorno prima.
Il governo Grilloverde è uno schema piramidale, ma gli italiani ci metteranno un po’ ad ammetterlo.
Per adesso sono nella fase del rifiuto.
Poi verranno mercato, ira, depressione, accettazione.
E poi un’altra truffa piramidale.

giovedì 21 giugno 2018

Usciamo dalla trappola, diamoci una mossa di Grazia Naletto

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Il discorso pubblico sembra monopolizzato dal ministro delle ruspe. La sua propaganda non è nuova ma questa volta sembra avere un consenso maggioritario nel Paese. Controbattere online ogni Twitter e battuta non ha senso, l’unica via è ribaltare l’agenda. Indispensabile è radunare le forze dell’opposizione sociale democratica delle varie città, fare rete e ribaltare l’ordine […]
Lo abbiamo saputo solo oggi. L’11 giugno un’altro attacco razzista ha colpito aCaserta due richiedenti asilo maliani: da una Panda nera sono stati sparati colpi di fucile a salve che per fortuna hanno colpito in modo non grave solo uno dei due ragazzi. A Carmagnola, invece, una sindaca ha deciso di abbattere la baracca di una famiglia rom con una ruspa.
Sono notizie di oggi e ormai non riusciamo neanche più a denunciare tutto quello che succede. I fatti parlano, o meglio parlerebbero, da soli e richiederebbero una reazione della società civile e una responsabilità delle istituzioni e del mondo politico che stentiamo a intravedere. Non abbiamo la forza di costringere il ministro degli interni a cambiare il registro della sua propaganda politica. Non abbiamo il potere di riorientare gli indirizzi di quello che è stato definito un “contratto” di governo, senza che nessuno (o quasi) facesse notare che governare un paese è un atto pubblico e non può essere definito in un documento di diritto privato.
L’asimmetria di risorse e di potere è talmente grande che non possiamo neanche immaginare di combattere a colpi di Twitter, di post su Facebook, o di articoli che sono letti solo da chi già la pensa come noi, il delirante consenso alle politiche del rifiuto che ci riportano indietro esattamente di 10 anni, all’epoca di un altro ministro dell’interno leghista, autore del pacchetto sicurezza 2008-2009. Tutto quello che vediamo oggi l’abbiamo già visto: 10 anni fa e, con una retorica meno sfacciata, con il governo precedente.
La differenza è che populismo, razzismo e xenofobia sono diventati cultura maggioritaria nel Belpaese: questa è la vera novità sancita dal voto e confermata dai vari sondaggi politici e sociali condotti dopo il 4 marzo. Prova ne sono le violenze razziste quotidiane che siamo costretti a raccontare, le “chiacchere da bar” che ormai riecheggiano in qualsiasi luogo pubblico, i se e i ma che intercalano sempre più spesso anche in ciò che resta dell’elettorato democratico e di sinistra, tra compagni e amici.
Non è sulla rete e, soprattutto, non è individualmente o nei nostri orti associativi, di movimento o sindacali che potremo contrastare questa deriva.
Ci troviamo in una situazione straordinaria che richiede risposte straordinarie. Serve uno sforzo collettivo di unire le forze sociali democratiche, antifasciste e antirazziste in una opposizione sociale di lungo respiro il cui obiettivo primario dovrebbe essere quello di ribaltare l’ordine del discorso e di cambiare l’agenda del dibattito pubblico. Qualche idea in pillole (non abbiamo ricette, nessuno le ha e per questo serve ritrovarsi).
  1. Intanto potrebbe essere una buona idea cessare di commentare ogni frase pronunciata dal ministro dell’Interno e smettere di dedicare centinaia di articoli alle sue esternazioni. L’invito è rivolto tanto agli amici online che agli operatori della stampa:smettiamo di occuparci delle parole, torniamo a raccontare i fatti.
  2. Quella della comunicazione è sicuramente una sfida che non possiamo ignorare, ma per avere la possibilità di influenzare anche minimamente l’opinione pubblica, dobbiamo affrontarla con grande attenzione, professionalmente e cercando alleati. Giornalisti mainstream, agenzie di comunicazione, esponenti del mondo della cultura, personaggi sportivi: DATECI UNA MANO.
  3. La tendenza in atto non potrà essere invertita in un batter di baleno perché è il risultato di una sedimentazione che almeno noi abbiamo raccontato in modo incessante da almeno dieci anni. Per questo è indispensabile organizzarsi unendo energie, idee, risorse e mezzi. Serve una rete trasversale di soggetti sociali che concordi almeno su un unico obiettivo, quello di riportare in agenda i problemi veri: politiche economiche e sociali che in questi anni ci hanno massacrato e sono riuscite a dividere il paese in tanti universi polarizzati e contrapposti. Non otterremo politiche migratorie, di accoglienza, di cittadinanza sostanziale più giuste se non riusciremo a rimuovere le migrazioni dalla centralità del dibattito pubblico. La prima cosa intelligente da fare sarebbe quella di incontrarci come si fece nel 2001, quando una due giorni a Firenze dette il via al movimento dei forum sociali. Erano altri tempi, ma oggi non c’è più tempo da perdere.
  4. Vediamoci a metà luglio, in un incontro nazionale dopo aver avviato un percorso nelle nostre città, intrecciando le reti che già esistono. A Roma abbiamo già iniziato ieri a parlarne in un incontro organizzato da Adif alla Casa internazionale delle donne. Chi ci sta, batta un colpo.

domenica 17 giugno 2018

Due numeri – ufficiali – sull’accoglienza di Potere al Popolo


I social sono un “luogo” in cui si strepita e ci si strilla addosso. Riportiamo alcune informazioni importanti per stare coi piedi per terra, che smontano le bugie che ci dicono dall’alto. Se in Italia viviamo male, ed è così perchè 11 milioni sono in povertà assoluta, non è colpa dei richiedenti asilo.
Vogliono farci credere questo perchè non possiamo andarcela a prendere coi veri responsabili, e mandarli davvero a casa per i danni che hanno fatto al paese. Pensateci.
1. “ORMAI SIAMO TROPPI, NON POSSIAMO ACCOGLIERLI TUTTI!”
L’Italia è, in proporzione al numero di abitanti, uno dei paesi in cui vengono depositate meno richieste d’asilo, anche rispetto a paesi più piccoli. Dueogni mille italiani: è questa l’invasione di cui parlano?
2. “E GLI ALTRI PAESI CHE FANNO? DIAMOGLI UNA LEZIONE!”
Per questo parlano i numeri che vi mostriamo. Nel mondo 11 milioni 700 mila persone sono rifugiati. Di questi vivono in Europa – non in Italia – 1 milione e 700 mila. Dove stanno questi rifugiati? Fuori dall’Europa, il Pakistan è il primo paese per numero di rifugiati accolti, per esempio.
Non diamo una lezione a nessuno quando “chiudiamo i porti”, se non a chi rischia di morire di stenti in mare non per sua responsabilità.
3. “DISPIACE PER CHI MUORE IN MARE MA FERMIAMO IL BUSINESS”.
E’ vero, tanti imprenditori e tanti pezzi di criminalità organizzata lucrano sull’accoglienza. Noi NON VOGLIAMO che il sistema d’accoglienza resti così com’è.
Ma se sono imprenditori senza scrupoli e mafiosi a speculare, che senso ha prendersela coi richiedenti asilo, i primi a subire gli effetti di questa speculazione malsana e inumana?
Perchè non prendersela con i forti e alzare, in questo caso davvero, la testa? Perchè questo scomodo la politica non se lo prende, non vuole davvero affrontare i responsabili, preferisce buttare fumo e prendersela con chi non c’entra?
Il problema non è la quantità – come abbiamo visto irrisoria per un grande paese come il nostro – ma il modo in cui si gestisce il sistema d’accoglienza.
Dobbiamo superare la gestione emergenziale, militarizzata e straordinaria, proponendo centri di piccole dimensioni gestiti dal pubblico, in trasparenza assoluta, senza possibilità di lucro e profitto per privati di ogni genere.
Dobbiamo promuovere subito percorsi autonomi di inserimento, abitativo, sociale, lavorativo, per chi arriva.
TOLLERANZA ZERO CON CHI SFRUTTA GLI ESSERI UMANI E SI ARRICCHISCE, NON CON CHI E’ SFRUTTATO!
I dati sono dell’istituto di statistica Eurostat, dossier anno 2017, nessun buonista è stato maltrattato per elaborarli, tranquilli 

venerdì 15 giugno 2018

Prima gli sfruttati, scendiamo in piazza perché il problema non sono gli immigrati. Ma i ricchi


Prima gli sfruttati, scendiamo in piazza perché il problema non sono gli immigrati. Ma i ricchi
            
di Paolo Ferrero - www.ilfattoquotidiano.it -

Sabato pomeriggio a Roma si terrà una manifestazione convocata dall’Unione sindacale di base che ha come slogan di convocazione Prima gli sfruttati. A questa manifestazione hanno aderito Rifondazione Comunista, Potere al Popolo e molte altre organizzazioni e associazioni. Invito tutti e tutte a parteciparvi perché la manifestazione affronta precisamente il problema fondamentale dell’Italia di oggi: l’ingiustizia sociale che è alla base della sofferenza sociale che il governo cerca di trasformare in guerra tra i poveri.
Il problema principale dell’Italia è l’ingiustizia. Innanzitutto nella distribuzione del reddito. I ricchi nella crisi sono diventati più ricchi e larga parte della popolazione è diventata più povera. In
Italia la ricchezza privata è enorme: il risparmio privato è pari ad ottomila miliardi di euro, quattro volte il debito pubblico italiano e – per avere un’idea – il doppio del risparmio privato dei tedeschi. Di quegli ottomila miliardi di risparmio privato più della metà sono in mano di meno del 10% della popolazione, mentre il 50% più povero della popolazione non riesce ad arrivare a fine mese. Per capirci bene, il 10% più ricco della popolazione italiana ha un risparmio maggiore di tutta la popolazione tedesca – ricchi e poveri – messa insieme! In Italia i soldi ci sono, solo che sono in mano ai ricchi e ai grandi evasori fiscali, per questo mancano i soldi ai lavoratori, alla povera gente e mancano i soldi allo Stato.
Questa distribuzione della ricchezza completamente spostata verso l’alto, è una inaccettabile ingiustizia sociale ma è anche un grande fattore di crisi economica. Se le famiglie non arrivano alla fine del mese, non spendono e l’economia non gira. Chi possiede milioni, i soldi non li spende e non li investe produttivamente. Non li spende perché dopo tre ville e due ferrari, non è che questi mangiano sei volte al giorno: per le grandi ricchezze, i consumi non aumentano proporzionalmente al reddito. Non li investono per fare posti di lavoro perché se il mercato è fermo, non ci sono investimenti produttivi ma solo investimenti in speculazione. E’ esattamente cosa fanno i ricchi: si fregano i soldi e poi li usano per qualche bene di lusso e per speculare. Cosa propone di fare il governo? Il contrario di cosa servirebbe. In una situazione così sarebbe utile per l’Italia una decisa redistribuzione del reddito, facendo pagare le grandi ricchezze, cominciando con una patrimoniale. Invece il governo vuole fare una tassa piatta, cioè regalare altri soldi ai ricchi che ne hanno già troppi e favorire l’evasione fiscale.
In secondo luogo gli stipendi italiani sono troppo bassi e i giovani e i migranti sono sfruttati in modi inumani con stipendi da pochi euro all’ora. Bisogna abolire la precarietà del lavoro in modo da dare più forza ai lavoratori per migliorare gli stipendi. Qualcuno dirà che questo non è possibile perché siamo nel mercato mondiale e non possiamo aumentare i costi. Si tratta di una balla. La bilancia commerciale italiana è in attivo: esportiamo di più di quanto importiamo e il surplus sta crescendo. In altre parole, le imprese italiane sono competitive sul mercato mondiale e non sarebbe certo un aumento di stipendi a mandarle fuori mercato. Inoltre molti dei settori in cui ci sono bassi stipendi (dal commercio all’edilizia) non sono certo esposti alla concorrenza internazionale. Il problema dell’Italia è che gli stipendi troppo bassi hanno depresso i consumi delle famiglie, cioè il mercato interno. Mentre le esportazioni crescono, dal 2008 non sono ripresi i consumi: il problema dell’Italia sono i bassi stipendi e le leggi che precarizzano il lavoro.
In questa situazione la gente si sente impotente e non capendo bene come fare si affida agli uomini della provvidenza e spera nei miracoli. L’ultima porcheria propagandata dal governo Lega – Cinque stelle sarebbe che il problema degli italiani sono i migranti e che bisogna tagliare le tasse ai ricchi. La retorica del “prima gli italiani” si trasforma rapidamente in un prima i ricchi. Per gli italiani lo spot nazista dei migranti lasciati a rosolare nel Mediterraneo, per i ricchi i soldi!
Sabato quindi tutti e tutte in piazza per dire con chiarezza che il problema degli italiani sono i ricchi! Per dire che i nostri nemici non sono quelli che stanno sotto di noi ma quelli che stanno sopra di noi.

Euro o no, e se la sovranità monetaria fosse solo un mito?

Euro o no, e se la sovranità monetaria fosse solo un mito?

Il sovranismo non rimuove quelle caratteristiche di fondo della globalizzazione. Non è dell’euro la responsabilità della crisi. Intervista a Marco Bertorello

Ma è una trappola l’Europa, nel senso di Ue? E’ possibile democratizzare l’Unione? Si può uscire dall’euro? Mi pongo questa domanda nelle ore convulse della trattativa per il governo “giallo-verde” con Bruxelles che lancia segnali di “preoccupazione”.
Per il Washington Post, l’alleanza Salvini-Di Maio creerebbe una combinazione “di elementi di euroscetticismo e protezionismo di estrema destra”. Anche il Financial Times titola sul “duo anti-establishment testerà l’armonia della Ue” e argomenta circa il “risultato più destabilizzante per l’Eurozona”. Riemerge la parola spread, la misura di affidabilità di un’economia affidata al differenziale di rendimento tra i titoli di stato italiani e tedeschi, quel valore che ha contribuito a costruire la narrazione della crisi del 2011 e l’imposizione dell’austerità. «E’ vero che da 125 ha raggiunto quota 160, ma nulla di paragonabile al record di 574 punti registrato nel novembre di sette anni fa», mi spiega Marco Bertorello, genovese, studioso di economia, autore fra l’altro di “Non c’è euro che tenga”, sottotitolo “Per non piegarsi alla moneta unica non serve uscirne” (edizioni Alegre).
La sua opinione è che la coalizione che si appresta a governare l’Italia dopo le elezioni di marzo non sia percepita in modo così destabilizzante dai mercati finanziari. «Dopo le manfrine iniziali – dice – la convergenza tra Lega e M5s sembra essersi compiuta sulla flat-tax (peraltro nella versione leghista più drastica di quella forzista) che è assolutamente compatibile con le dinamiche globaliste.
Ma con Bertorello, che lavora con altri ricercatori per una nuova finanza pubblica e sociale, Left vorrebbe mettere a fuoco la questione dell’euro e della sovranità monetaria. Quindi riprendiamo la domanda iniziale: è una trappola l’Unione europea? «Sì, nella misura in cui lo è la competizione globale – risponde Bertorello – fondata sulla compressione dei salari, dei diritti ambientali e sulla rincorsa fiscale per attrarre capitali. Il caso irlandese è indicativo: le ricadute della presenza di tutte le multinazionali attratte dalla bassa tassazione sono minime per la popolazione locale. La crescita non produce più necessariamente una ridistribuzione della ricchezza. Anzi, questo tipo di sfida globale produce anche una sottrazione di welfare nei paesi dove le multinazionali hanno i siti produttivi ma non i libri contabili. L’economia globale conta sempre di più dei fattori interni. Non è solo un problema dei paesi periferici, è solo una questione di intensità e gradazione di quei problemi. La riduzione dell’intervento pubblico, la precarizzazione del lavoro, la destrutturazione del welfare sono problemi che si pongono anche nella potente Germania».
Esiste certamente un problema di scompensi in Europa dovuti alla costruzione dell’euro e le vittime della globalizzazione non sono solo i lavoratori ma anche le imprese che si rivolgono ai mercati interni dove i consumi si comprimono. Ma se uscire dall’euro non è la risposta allora la sovranità monetaria, altro concetto evocato anche a sinistra, è uno dei miti da sfatare? Bertorello – che tuttavia non rimuove il problema di uno slittamento della sovranità, ormai compiuto, tira in ballo Wim Duisenberg che, prima di essere il primo governatore della Bce, era stato a capo della Nederlandsche Bank, la banca centrale olandese. Duisenberg era solito raccontare che, quando Bonn (e poi Berlino) decideva di svalutare il marco, lui aveva un quarto d’ora per adeguare il Fiorino alla nuova situazione. Diceva che quei 15 minuti erano la sua sovranità monetaria e, per questo, venne soprannominato “Signor Quindici Minuti”. «Eppure si trattava dell’Olanda, un paese florido, mica un’economia dollarizzata come quella argentina», sottolinea l’interlocutore di Left. Insomma, anche prima della moneta unica la sovranità monetaria era «apparente più che reale. Il sovranismo non rimuove quelle caratteristiche di fondo della globalizzazione. Era vero anche all’epoca della lira». La sovranità monetaria, come dimostra anche la parabola italiana del dopoguerra, non corrisponde a una sovranità reale.
L’ultima svalutazione competitiva della lira, infatti, risale al 1992 quando, parallelamente a quella manovra venne firmato uno dei peggiori accordi sindacali, fu abolita la scala mobile, prima, e un anno dopo, imposta la concertazione con un altro accordo capestro, la rinuncia a ottenere aumenti salariali superiori all’inflazione programmata. «Segno che la svalutazione da sola non era sufficiente a rimettere in sesto l’economia. Inoltre, quando si svalutava, l’impresa si accomodava per alcuni anni, non avendo molto interesse a rendere più efficiente il sistema produttivo a sue spese. Ci aveva già pensato il governo», insiste Bertorello smontando uno dei principali argomenti degli assertori dell’uscita dall’euro. «Dunque uscire dall’euro non è sufficiente?», domando. «E soprattutto non è necessario», mi sento rispondere. «L’origine di tutti i mali non è la moneta. Non è la moneta in sé a determinare l’economia di un paese. Altra cosa è capire il ruolo in generale della moneta, delle banche centrali in questa fase». Intuisco che il mio interlocutore voglia spiegare il quantitative easing, alla lettera “alleggerimento quantitativo”, ossia l’acquisto da parte della Bce (come la Fed prima ancora) di titoli di stato e di altro tipo dalle banche per immettere nuovo denaro nell’economia europea, incentivare i prestiti bancari verso le imprese e far crescere l’inflazione quando si rischia il suo contrario, la deflazione. «Questo succede perché l’economia reale non è autosufficiente – spiega Bertorello – ma le politiche espansive, in questo contesto, non garantiscono più che si compia il circuito virtuoso spesa-consumi-fisco. Per questo le banche centrali procedono al loro disimpegno con cautela. L’intervento pubblico, in tempi globali, invece dovrebbe servire a uscire dalla cornice dell’economia di mercato, non a tentare di salvarla». Ma è una questione di rapporti di forza, conveniamo entrambi. Non è sperando nell’euroscetticismo supposto del prossimo governo, come fa qualcuno anche a sinistra, che ci salveremo. «In ultima istanza è la capacità dei soggetti in carne e ossa, dei movimenti sociali, a poter incidere su quei meccanismi che richiamavo all’inizio della nostra conversazione. Il problema è tutto politico: come si riduce il tasso di competitività, possiamo pensare alla cooperazione come a un elemento che riduca almeno in parte l’incidenza del “mercato”, quale la funzione per una sfera pubblica, nel senso più pieno, che corrisponda ai bisogni collettivi?». Anche l’euro a due velocità, “benedetto” da Grillo alla vigilia del gabinetto giallo-verde, non appare a Bertorello come una soluzione praticabile: «L’Ue non è un blocco omogeneo, vive di competizione interna. Il 60% dell’export tedesco è verso i paesi dell’eurozona. Se la Germania non deve essere competitiva solo fuori dal continente, perché dovrebbe accettare un “euro 2” che faccia concorrenza al primo e nemmeno è in grado di garantire il debito che emette? Il problema è sempre quello delle regole globali sulla competizione». Anche uscendo dall’euro, insiste Bertorello, il campo di battaglia resterebbe il medesimo ma «andremmo in guerra con un esercito più piccolo. Per reggere lo scontro ci sarebbe bisogno di maggiore disciplina: vuol dire maggiore dose di nazionalismo, l’astratta coincidenza di interessi di tutti in quello nazionale».
«Però una via d’uscita ci vuole!», esclama il cronista a questo punto del dialogo. «Non credo che passare da un governo della Commissione europea a una Europa più parlamentare cambi il quadro sostanzialmente. Il Parlamento europeo è eletto dagli stessi elettori che eleggono i rispettivi governi. L’unica conflittualità possibile avviene quando si frappongono i soggetti sociali, quando si mobilitano i movimenti. Cambiare i Trattati è un obiettivo corretto, infatti era la parola d’ordine di Tsipras all’inizio del suo governo – spiega ancora Bertorello che era a Salonicco, nel 2015, proprio nei giorni del referendum sul III memorandum – Tsipras ha poi rinunciato a portare fino in fondo quella battaglia (sarebbe stato certo un passaggio difficile, non banale) ma cambiare i trattati vuol dire intervenire sul meccanismo austeritario su cui si fonda l’Europa adesso». I giallo-verdi hanno già fatto un vistoso dietrofront sul debito, faccio notare a Bertorello che è anche uno dei fondatori del Cadtm Italia, il comitato per l’audit sul debito. «Un’idea interessante potrebbe essere quella di un annullamento selettivo del debito – conclude – annullare una quota di quel debito (che in gran parte è illegittimo e odioso), tutelando gli investitori più deboli. Sarebbe una sorta di patrimoniale a monte, non devi inseguire il denaro ma ne restituisci un po’ meno. D’altra parte il debito è sempre frutto di una negoziazione, una questione politica come tutte le altre».

giovedì 7 giugno 2018

PRIMA GLI ITALIANI.....RICCHI !

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di Paolo Ferrero – i blog del fatto quotidiano -
 
Dopo aver fatto la propaganda elettorale dicendo “prima gli italiani”, Matteo Salvini adesso dice “prima i ricchi”. Nulla di strano che il razzista demagogo dica una cosa e ne faccia un’altra. Del resto se la prende con l’Unione Europea dopo che il suo partito ha votato a favore del trattato di Maastricht, di Lisbona, del pareggio di bilancio in Costituzione, etc etc. Il problema è che oltre a prendere in giro i suoi elettori, Salvini utilizza motivazioni completamente false con cui ammanta di scienza economica il suo ragionamento a favore dei più ricchi. La tesi di fondo è che se i ricchi hanno più soldi fanno più investimenti e quindi più posti di lavoro. Questa tesi è completamente falsa. Vediamo perché.
Com’è noto un imprenditore investe se pensa di poter vendere le merci che produce. Se uno pensa invece che le merci gli rimarranno in magazzino, difficilmente farà un investimento e – in ogni caso – anche se lo facesse, nel giro di tre mesi licenzierebbe tutti coloro che ha assunto. In altri termini è chiaro che l’investimento viene fatto non solo perché l’investitore ha i soldi in mano ma viene fatto perché l’investitore pensa di poterci guadagnare, di poter vendere quello che produce. Questo vale anche nei servizi: un ristoratore assumerà un cameriere se pensa che qualcuno vada a mangiare la pizza al sabato sera. Altrimenti, anche se ha i soldi per farlo non assumerà nessuno.
Solo chi ha tolto l’articolo 18 – e i grillini e i leghisti che non vogliono rimetterlo – pensano che uno assuma un cameriere solo perché lo può licenziare…
In altri termini gli investimenti privati vengono fatti solo se esiste una domanda solvibile in grado di valorizzare gli investimenti stessi. Solvibile vuol dire che la domanda non solo si deve esprimere come bisogno (mi piace la pizza) ma che il soggetto desiderante deve anche avere i soldi per pagarla la pizza…
Il problema è proprio qui. Gli investimenti privati normali, non sono originati dal fatto che i ricchi abbiano più soldi ma dal fatto che la domanda solvibile si allarghi e quindi richieda nuove merci e nuovi servizi e quindi nuovi investimenti e nuovo lavoro. Non ci vuole un genio per capire che in Italia il problema è proprio questo: metà della popolazione ha difficoltà ad arrivare a fine mese e in ogni caso ha ridotto i propri consumi per mancanza di reddito. Per far ripartire l’occupazione in Italia servirebbe una drastica redistribuzione del reddito dal 10% più ricco verso il 50% più povero in modo da aumentare i consumi e creare una spazio per nuovi investimenti e nuovi posti di lavoro.
Come se non bastasse, in Italia, dall’inizio della crisi, i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri: Salvini propone di accentuare questa diseguaglianza. Salvini propone di curare i tumori facendo esplodere delle bombe atomiche. Inoltre, come è del tutto evidente, se si tagliano le tasse ai ricchi, lo Stato non avrà più i soldi per far funzionare la scuola, il servizio sanitario, pagare le pensioni. In altri termini il taglio delle tasse ai ricchi distruggerà i servizi pubblici e ridurrà i posti di lavoro nel pubblico. Riducendo i dipendenti pubblici e quindi il monte salari complessivo, i consumi si ridurranno ulteriormente e conseguentemente aumenterà la disoccupazione anche nel settore privato. Quindi tagliare le tasse ai ricchi aumenta la disoccupazione, non i posti di lavoro.
Non ci vuole un genio per capire questo, così come non ci vuole Einstein per capire che regalare più soldi ai ricchi significa unicamente gonfiare la speculazione finanziaria. Non avendo sbocco in investimenti produttivi, questa maggiore ricchezza concentrata nelle mani di pochi, finirà a gonfiare le famose bolle speculative, quelle da cui è partita la crisi e che fanno parte dei quel capitalismo finanziario contro cui il loquace razzista padano tuona ogni giorno. Quindi non solo tagliare le tasse ai ricchi non aumenta posti di lavoro ma piuttosto li diminuisce, oltre ad aumentare le ineguaglianze e le ingiustizie.
Salvini vuole fare il contrario di quello che serve al popolo italiano.