giovedì 29 settembre 2011

Il «nuovo» capitalismo che ci attende

di Francesco Indovina
su il manifesto del 29/09/2011

Leggendo la stampa e ascoltando i discorsi dei Grandi non pare ci sia una percezione precisa del crinale che il sistema economico-sociale sta attraversando. 
Si ciancia di globalizzazione, per cui niente è possibile fare, se non il sogno di un governo mondiale o almeno europeo; si parla di finanziarizzazione dell'economia, cosa che ormai ha almeno quasi mezzo secolo, senza rendersi conto che è messa in crisi la democrazia e l'autodeterminazione dei popoli. Si legge che il valore del Pil mondiale corrisponde solo ad un ottavo, circa, del valore dei derivati finanziari in circolazione (economia di carta contro economia reale), senza percepire che lo stesso concetto di produzione capitalistica sballa. Si legge che la Cina possiede una parte enorme del debito Usa e anche di altri paesi e non ci si domanda come mai non dedichi più risorse allo sviluppo del suo enorme paese che ha ancora grandi sacche di miseria. 
Insomma nessuno si fa le domande che paiono sensate. Mi pare che ci troviamo, non solo in Italia ma soprattutto in Italia, di fronte ad un bivio: da una parte una grande autostrada che riporta indietro, dall'altra parte un viottolo stretto e accidentato che, tuttavia, porta più avanti.
Non si vuole riflettere sul fatto che la dimensione della finanziarizzazione ha modificato la natura del capitalismo, quello al quale lo stesso Marx riconosceva dei meriti di progresso. Per sintetizzare: il processo capitalistico è passato dalla proposizione denaro-merce-denaro (D-M-D) a quella, postmoderna, denaro-denaro-denaro (D-D-D). 

Un mutamento che investe pesantemente non solo la produzione e la distribuzione della ricchezza, ma fondamentalmente il processo politico e la stessa, tanto o poca che sia, democrazia. È vero, infatti, che D-M-D aveva insito lo sfruttamento del lavoro, ma insieme costituiva un processo all'interno del quale si creava, dentro il suo stesso corpo, la forza antagonistica che imponeva una diversa distribuzione della ricchezza prodotta, l'affermarsi di diritti di cittadinanza, la speranza di una società diversa. Il capitale, in questa eccezione, è costitutivo di una certa società ed esso stesso rapporto sociale.
Al contrario, quando prevale il meccanismo D-D-D, si scioglie il rapporto tra capitale e società, tale meccanismo taglia fuori ogni antagonismo specifico; si tratta infatti di un meccanismo che non può essere intaccato da chi subisce gli effetti negativi di tali processi. I popoli subiscono, e non sanno né possono individuare una controparte diretta sul piano sociale ed economico. Tutto si sposta sul piano politico, ma gli stessi referenti politici, apparentemente antagonisti tra di loro ma vittime di una cultura omogenea, non riescono a trovare il bandolo della matassa. La speculazione finanziaria da se stessa, data la massa di risorse che muove, crea le occasioni per speculare. Contrastare la speculazione significa solo offrirgli sempre più vitelli da azzannare.
Se si imbocca l'autostrada che il bivio ci offre siamo perduti. Il dominio della ricchezza sarà senza limiti (anche se fragile), la lingua maestra sarà quella dell'economia di chi possiede; una casta potente e intoccabile, anche sul piano fiscale, banchetterà su un popolo miserabile. I diritti di cittadinanza un lusso impossibile. Mentre l'antagonista diretto sarà impalpabile, irraggiungibile e deteritorializzato. I peggiori scenari della pessimistica fantascienza sociale si avverranno. Scoppi di rabbia, rivolte, sangue, lotte tra i poveri, regimi di polizia, ma niente rivoluzione e niente riforme progressiste. Tutte conseguenze dirette di un cambiamento nella natura del capitale.
Il viottolo stretto e accidentato ci parla la lingua della politica. Ci dice, prima di tutto, che la speculazione finanziaria va combattuta alla pari, ma meglio, del traffico di droga, questo ammazza i figli quella opprime i popoli. Speculare non deve essere permesso; c'è un mondo di cose e di servizi da fare, non permettiamo che la costruzione di una economia di carta ci tolga il sangue e la volontà. C'è un sistema produttivo da ristrutturare a salvaguardia della salute, dell'ambiente e per la produzione delle cose di cui abbiamo bisogno. C'è una distribuzione equa della ricchezza prodotta da imporre. C'è una dilatazione dei diritti di cittadinanza da ampliare. C'è una piramide sociale da appiattire. C'è da castigare gli speculatori e non da alimentarli. Se niente può essere come prima lo sia davvero, le forze a livello nazionale e internazionale ci sono, anche se disarticolate, ma unirle si può. È ormai chiaro che questo tipo di organizzazione sociale ha fatto il suo tempo.

Atene, occupati sette ministeri!

alt'Qui non si entra', questo stanno dicendo i lavoratori e le lavoratrici che da questa mattina stanno occupano diversi ministeri greci, nel giorno dell'arrivo in Grecia degli ispettore della troika, che si apprestano a riunirsi per decidere le sorti del paese... L'audit dei revisori dell'Ue e del Fmi sui conti pubblici e sullo stato delle riforme sarà decisiva per sbloccare o meno gli aiuti internazionali.
Le occupazioni sono attive in molteplici ministeri, tra cui quelli delle Finanze, degli Affari Interni, della Giustizia, dello Sviluppo industriale, del Lavoro, della Sanità e dell'Agricoltura. La notizia delle occupazioni è stata confermata anche dalla tv di stato, che invece con gli studenti, l'altro giorno, aveva scelto la via della censura.
La tensione nella capitale è alta perché gli attivisti hanno bloccato gli ingressi ai dicasteri, non intendo far accedere nessuno e hanno fatto sapere di voler restare in occupazione almeno per 48 ore, con l’obiettivo dichiarato di impedire l’incontro tra il ministro delle Finanze Evangelos Venizelos e i rappresentanti di Fmi, Bce e Ue, Paul Tomsen, Matthias Mors e Claus Mazuc.
E anche fuori dalle occupazioni, non si fermano le proteste contro l'austerity...!

mercoledì 28 settembre 2011

700 FIRME CONTRO PIAZZA CRAXI:

 
700 FIRME CONTRO PIAZZA CRAXI:
OBBIETTIVO RAGGIUNTO !
Il 26 settembre 2010 si è prodotto a Deruta un evento a suo modo storico. Molti cittadini, senza che nessun partito li avesse mobilitati e, spinti solo da uno spontaneo moto di repulsione, si sono ritrovati presso il quartiere dell’Arte per protestare contro l’intitolazione di una piazza a Bettino Craxi, un dirigente politico della prima repubblica, le cui scarse capacità di amministratore della cosa pubblica, sono state oscurate dalle ben più gravi responsabilità penali.
Quegli uomini e quelle donne, che si sono ritrovati in piazza “armati di fischietto” hanno deciso di sedimentare e coltivare quel sentimento di comune indignazione riunendosi in un comitato civico, il COMITATO DERUTA 26 SETTEMBRE “NO PIAZZA CRAXI” che, nel corso di questi mesi, ha progettato una petizione popolare per rinominare la piazza del quartiere dell’Arte a SANDRO PERTINI, una figura limpida, che per la sua storia di antifascista, padre costituente e Capo dello Stato, rappresenta ancora oggi quei valori di integrità morale, di giustizia sociale e di legalità cardini di una società civile
Ad un anno esatto dall’intitolazione della piazza a Bettino Craxi possiamo dire di avere raggiunto un risultato straordinario, ben al di là delle nostre aspettative: circa 700 cittadini derutesi, oltre il 10% dell’elettorato, ha sottoscritto la nostra petizione per rinominare la piazza a SANDRO PERTINI.
Nel corso della prossima settimana, le firme, regolarmente vidimate, saranno consegnate al segretario comunale.
Per festeggiare l’avvenimento il Comitato Deruta 26 Settembre “No Piazza Craxi” invita tutta la cittadinanza ad una 


manifestazione pubblica
presso la futura piazza Sandro Pertini
sabato 1 ottobre ore 16

martedì 27 settembre 2011

A Napoli l’acqua ritorna “bene comune”

La Arin spa diventa il consorzio pubblico Abc
 
La città del sindaco De Magistris rivendica il primato nell'attuazione del referendum di giugno, che il governo Berlusconi vorrebbe disattendere. Gli utili del servizio idrico saranno reinvestiti e le tariffe saranno adattate al reddito degli utenti. E il Comune spingerà a bere dal rubinetto invece che dalla bottiglia

Mentre il governo Berlusconi prova a vanificare l’esito referendario, e le parole del ministro Maurizio Sacconi ne sono una riprova, la città di Napoli si adegua alla volontà popolare e ripubblicizza la società di gestione dell’acqua. L’assessore ai Beni comuni Alberto Lucarelli, già protagonista della battaglia referendaria, rimarca il primato: “Siamo la prima amministrazione in Italia che rende attiva la volontà cittadina che si è espressa col referendum del giugno scorso”.

La giunta De Magistris ha approvato una delibera che trasforma l’Arin, società di gestione delle risorse idriche in Abc, “Acqua bene comune”. Una trasformazione sostanziale, oltre che nominativa: si passa da una spa a un’azienda speciale di diritto pubblico, come prevede lo statuto approvato, frutto di tre mesi di consultazioni con esperti dei vari settori, con mondo accademico e movimenti.

“Non ci sono costi aggiuntivi in questa operazione – spiega Riccardo Realfonzo, assessore al Bilancio del comune di Napoli – ma cambia per intero la filosofia di gestione. Si passa da una logica utilitaristica a un’altra che ha la finalità del pareggio di bilancio. Gli utili andranno in investimenti, le tariffe saranno modulate su criteri di reddito e livelli di consumo, garantendo un quantitativo minimo giornaliero alle famiglie meno abbienti”. L’Arin ha una situazione finanziaria solida, ha chiuso con un utile di 4 milioni di euro, anche se vanta crediti con diversi comuni dell’area napoletana, indebitati per decine di milioni di euro con la futura Abc.

Un altro cambiamento si avrà nella gestione: il nuovo consiglio di amministrazione sarà composto da cinque persone, tre tecnici e due esponenti dei movimenti ambientalisti. La delibera, che ora dovrà passare il vaglio del consiglio comunale, prevede la costituzione di un comitato di sorveglianza composto da rappresentati degli utenti e dagli stessi lavoratori. “Dovremo accompagnare tutto questo a una campagna di sensibilizzazione sulla qualità dell’acqua ‘del sindaco’ – continua Realfonzo - migliore di quella in bottiglia e più economica”.

Aumenteranno anche le fontane in città dove poter bere l’acqua, con il risparmio per i cittadini, ma anche per l’ambiente, visto il grado di impatto della classica ‘bottiglina’. Ma il governo non arretra, l’articolo 4 contenuto nell’ultima manovra approvata apre nuovamente le porte ai privati nelle società comunali che gestiscono servizi pubblici: “Abbiamo analizzato quell’articolo della manovra – conclude Realfonzo – e siamo contrari a questa linea governativa. Vogliamo che Napoli diventi un laboratorio anche di un’altra economia. In tempi come questi, le privatizzazioni hanno evidenziato il loro fallimento, sono solo occasioni di profitto che si accompagnano, soprattutto nel Mezzogiorno, a sprechi, esternalizzazioni, e spoliazioni dei centri di controllo”.

lunedì 26 settembre 2011

«Un movimento sociale e politico contro il debito». Il 1 ottobre a Roma

"Non ci sentiamo rappresentati dall’attuale centrosinistra che gareggia con Berlusconi per rassicurare i mercati. E i lavoratori, chi li rassicura?" La domanda di Giorgio Cremaschi risuona all’angolo tra Via Nazionale e Via Milano, sotto il Palazzo delle Esposizioni perché il Palazzone di Bankitalia è off limit perfino per un cartello che reclami l’’illegittimità del debito. «Negli Usa si può manifestare sotto la Casa Bianca, qui non ci si può avvicinare alla Banca d’Italia», commenta il leader della Rete28aprile. La blindatura che dirotta di cento metri la conferenza stampa all’aperto - convocata per annunciare l’assemblea di sabato prossimo contro il debito - sta probabilmente nel fatto che quell’evento aprirà uno spazio politico che ora non c’è: «Un movimento sociale e politico contro il debito», lo definisce il sindacalista Fiom, che sia l’antagonista delle due fazioni contrapposte ma “compatibili” con i dettami della Bce. Un quadro politico che potrebbe essere ridisegnato se maturassero un dibattito e un’opposizione a quel ricatto. «Gli unici due governi di “sinistra” sopravvissuti in Europa - riprende Cremaschi - stanno attuando la stessa politica della Bce. Invece bisogna dire che il debito non si può più pagare, ci vuole una moratoria, che i 3mila miliardi per salvare le banche devono essere utilizzati per investimenti su lavoro, casa, scuola, welfare."
Il Primo Ottobre, durante l’assemblea all’Ambra Jovinelli si discuterà su una piattaforma in cinque punti che comprende un ragionamento sul deficit di democrazia, sulla torsione autoritaria determinata dalle manovre, sull’assenza di un’opposizione politica. «Vogliamo un referendum su Europlus, sul Patto di Maastricht, sulla legittimità del debito. Anche solo consultivo come nell’89 sull’Ue». E da sabato si tratterà di far espandere l’opzione “No debito” nei territori e nei posti di lavoro. «Un terreno su cui si dovrà lavorare molto - spiega Sergio Bellavita della segreteria nazionale Fiom - perché ai lavoratori va spiegato che, grazie al massacro sociale degli anni passati, s’è speso meno di quanto si sia incassato. C’è il nodo di un debito che è per il 90% nelle mani di banche e fondi speculativi italiani o stranieri. Anche i fondi pensione che speculano sul salario dei lavoratori che ne sarebbero titolari. E diventa urgente un dibattito a sinistra sulla fuoriuscita pilotata dall’euro».
Intanto crescono le adesioni all’appuntamento di sabato convocato da un appello alla fine di luglio ben prima dell’accellerazione drammatica di agosto. In calce spiccano le firme - a titolo individuale - di esponenti Fiom, Usb, della sinistra, di intellettuali come Vattimo, Camilleri, Evangelisti. «Abbiamo scelto la formula delle adesioni individuali per forzare i recinti delle appartenenze - spiega Nando Simeone del Coordinamento Autoconvocati, una rete di delegati combattivi della sinistra Cgil e del sindacalismo conflittuale - e centinaia di delegati di varie sigle per la prima volta convergono sull’ipotesi di aprire uno spazio politico autonomo dei movimenti proprio sulla questione del debito, una parola d’ordine capace di rompere con le compatibilità e di evitare il rischio che i movimenti siano subalterni alla logica dell’alternanza».
«Credo che questo movimento contro il debito sia essenziale per rilanciare l’idea di un’altra Europa - dice anche Giovanni Russo Spena della direzione nazionale di Rifondazione comunista - dentro un mondo in cui il socialismo torni centrale altrimenti l’unica strada sarà la chiusura nei razzismi, nei localismi e nei protezionismi».

Cecchino Antonini, Liberazione

domenica 25 settembre 2011

L’ ALTRO GIORNO PASSEGGIANDO SUL LUNGOMARE DI FINALE LIGURE...di Massimo Fini, Il Fatto Quotidiano

 
 
L'altro giorno passeggiando sul lungomare di Finale Ligure ho visto, seduta su una panchina, una vecchia che sferruzzava. Non stava facendo un golfino per il nipotino, ma dei piccoli sacchetti in lana leggera da appendere al collo e dove infilare la patente, la carta di credito, le chiavi della macchina, quelle di casa, gli spiccioli e insomma tutte quelle cose che d'estate, in braghette e t-shirt, non sai dove mettere. Li vendeva a pochi euro. La vecchia signora non è una clochard. Vedova, con due figlie adulte, vive a Vercelli con una pensione modestissima e in tarda primavera, d'estate e nei primi mesi d'autunno si sposta sulla Riviera per arrotondare le sue magre entrate. Non però in luglio e agosto perchè in piena stagione il costo della stanza del modesto albergo dove alloggia (modesto ma decoroso, son andato a dare un'occhiata) le rimangerebbe tutto il magro guadagno.

Ho pensato a Nicla Tarantini, la moglie di Giampi, quando dice, piangendo, ai Pm di Napoli "E adesso senza quei soldi che ci dava il Presidente come faremo a campare?" Alla signora non passa nemmeno per la testa che si possa "campare" lavorando. E al Pm che le chiedeva come mai avendo ricevuto dal "Presidente", oltre ai 20 mila euro sborsati mensilmente, un surplus di altri 20 mila per una vacanza a Cortina, abbia sentito il bisogno di bussare ulteriormente a quattrini da Berlusconi reclamandone ancora 5 mila, ha risposto: "Siccome era la prima vacanza che facevamo dopo tre anni, eravamo in quattro e volevo far fare una bella vacanza alle mie bambine".

Penso a Nicla Tarantini e sento montare in me una collera pericolosa. Vorrei prendere a sberle questa impunita, raccontarle della vecchia signora di Finale, ricordarle che 20 mila euro al netto sono lo stipendio annuale  di un impiegato o che i suoi coetanei se la sfangano nei call center a mille euro. Non è una questione personale, naturalmente. Perchè la tipologia di Nicla e Giampi Tarantini, gente che "campa" nel lusso senza aver mai battuto un chiodo, è vastissima. Per capirlo basta entrare in uno dei tanti locali "trendy" di Milano frequentati dal demimonde dello spettacolo, da escort (ammesso che vi sia ancora una differenza) e da una fauna maschile indefinibile, uomini di quaranta e cinquant'anni che ricordano nell'eleganza kitsch e nel gestire certi magliari degli anni Cinquanta. Dai tavoli senti discorsi di questo tipo: "Domani sono a New York, poi faccio un salto a Boston e prima di rientrare mi fermo una settimana in Tahilandia". Se ti capita di parlare con uno di questi e, dopo un po', gli chiedi che lavoro fa le risposte sono vaghissime. Non è un grande avvocato, non è un primario, non è un architetto di grido. Si muove vede gente. Ma che mestiere faccia non si sa anche se intuisci che non deve essere molto diverso da quello degli infiniti Tarantini, Lavitola, Bisignani che popolano questo Paese.

Ma la questione è più ampia. Da quando esiste la democrazie non ha fatto che allargare il divario fra ricchi e poveri. Un contadino dell'ancien régime era più vicino al suo feudatario di quanto lo sia oggi il cittadino comune a un personaggio dello star-system. Non solo in termini di ricchezza ma, paradossalmente, anche di status (in fondo feudatario e contadino, abitando sullo stesso pezzo di terra, facevano, almeno in una certa misura, vita comune). Ancora negli anni Cinquanta un alto dirigente Fiat guadagnava 15 volte il suo operaio, oggi un grande manager 400 volte. Un divario intollerabile, osceno. C'è del marcio nel regno di Danimarca. C'è del marcio nella democrazia. Un sistema, come ho scritto brutalmente in Sudditi, "per metterlo nel culo alla gente, e soprattutto alla povera gente, col suo consenso". Abbattiamolo e ricominciamo da capo.

Massimo Fini
Fonte: www.ilfattoquotidiamo.it

Armageddon


Asteroide.jpgdi Alessandra Daniele, www.carmillaonline.com
 Il segretario indica i dati sullo schermo piccolo.
- Anche la NASA ha fallito. L'asteroide Apophis è ancora in rotta di collisione con la terra. La colpirà fra venti ore e dodici minuti, provocando una catena di sconvolgimenti che porteranno all'estinzione della razza umana.
- Non occorre ricordarmi che cosa stiamo rischiando - commenta il presidente degli Stati Uniti.
- Non si tratta più di un rischio - dice il segretario - ma d'una certezza - china la testa - non c'è più niente da fare.
Una voce borbotta.

- Siamo pazzi?

Il presidente e il segretario si voltano verso lo schermo grande, occupato dall'immagine di un uomo calvo in maniche di camicia.
- Chi è lei, come ha fatto ad accedere a questa videoconferenza?
- Chiamo dal canale CIA d'emergenza riservato all'Italia.
Il presidente accenna un gesto d'insofferenza.
- Vi ho già detto che non sono interessato al porno interracial.
- Io non faccio parte del governo - chiarisce l'uomo calvo - sono il leader dell'opposizione. E so come impedire ad Apophis di distruggere la terra.
- Come?
- Chiediamogli di dimettersi.
Il presidente e il segretario si guardano perplessi.
- Credo ci sia un problema con la traduzione simultanea... ha detto ''dimettersi''?
L'italiano annuisce.
- Dimettersi da cosa?
L'italiano alza le spalle.
- Da asteroide.
Il presidente fissa lo schermo con aria incredula.
- E pensa che basterà? - Chiede, sarcastico.
L'uomo scuote la testa calva.
- Certo che no.
- Ah, ecco...
- La nostra richiesta di dimissioni dovrà essere accompagnata dal sostegno di Confindustria. E da un implicito consenso vaticano.
- È tutto?
L'italiano riflette qualche secondo. Poi risponde.
- Ok, mettiamoci anche una fiaccolata. E un'iniziativa di Repubblica online, gente che si fotografa con una pietra appesa sulla testa, e il cartello ''brutto sasso non rompere il casso''...
- Basta! - Sbotta il presidente - Voi italiani avete tutti il cervello spappolato dal Viagra!
- Le ho già detto che sono dell'opposizione.
- E allora vada a opporsi a qualcuna delle porcate che ammorbano il suo paese, invece di rifilarmi le sue stronzate! Avete ancora venti ore di tempo per cacciare qualche vecchio pappone, e provare a salvare la faccia, visto che per il culo è troppo tardi.
L'italiano scuote la testa.
- Le iniziative estremiste ci farebbero perdere i voti centristi.
- I voti di chi? La razza umana sta per estinguersi, la terra è diventata un bersaglio!
- Non è un buon motivo per spostarsi dal centro.
Il presidente allarga le braccia.
- Siete completamente fuori dal mondo.
L'italiano sorride.
- Bene. Così quando sarà distrutto, ci salveremo.





























































































Bravo, Umberto, ne hai fatta di strada... di Alessandro Robecchi, Il Manifesto

In una vecchia barzelletta sovietica, Stalin mostra alla madre i segni del suo potere. La potente macchina nera, la guardia in alta uniforme, le meravigliose stanze del Cremlino. E lei, l'anziana madre, lo benedice con affetto: «Bravo, Josif, ne hai fatta di strada... Ma attento, che se arrivano i comunisti...». 
Chissà se il popolo leghista conosce quella vecchia storiella. Davanti a esso viene periodicamente mostrato un capo-caricatura che si esprime ormai solo a gesti, pugni tirati all'aria, pernacchie e parolacce. Di Bossi conosciamo ormai solo le patetiche ostensioni organizzate per mascherare la sorda lotta tra colonnelli che avviene alle sue spalle, poi la reliquia viene ripiegata e portata via dagli addetti del cosiddetto «cerchio magico». 
«Vergognosi attacchi alla mia famiglia», ha biascicato dal palco di Venezia. Eh, sì, la famiglia, croce e delizia. Un figlio piazzato alla regione Lombardia a incassare un grosso assegno, capo delle nazionali di calcio padane alla maniera dei pargoli Gheddafi. Una moglie, Manuela Marrone, baby pensionata dall'età di 39 anni - una cosa che al leghista medio fa salire il sangue agli occhi - e fondatrice di una scuola dove si insegnano ai bambini le tradizioni padane. Tradizioni padane, sì, ma soldi di tutti gli altri, visti gli 800.000 euro munificamente concessi alla struttura da una legge del 2010, opportunamente chiamata «legge mancia» (tenga il resto, buon uomo). E, di contorno, seggiole, cariche, poltrone, nomine, stipendi pubblici, consulenze, affari e affarucci, perlopiù andati male e malissimo, come quella famosa banca CrediEuroNord che costò bel po' di soldi proprio ai più gonzi tra i padani. Ce ne sarebbe abbastanza per farsi cadere le braccia, o almeno le spesse fette di salame padanamente piazzate sugli occhi. Ora, il salvataggio in aula di un bel pezzo di Roma ladrona (Marco Milanese) e, prossimamente, anche un voto a protezione di interessi mafiosi (il ministro Saverio Romano). 

Che dire? Bravo Umberto, ne hai fatta di strada. Ma occhio, che se arrivano i leghisti...

Bonanni, il sindacalista di Confindustria

«Condivido la stragrande maggioranza delle questioni poste da Confindustria. Tra sindacati e imprese c'è da tempo una convergenza di interessi. Nella distinzione dei ruoli, la nostra alleanza rappresenta un deterrente contro chi pensa di far affondare il Paese». Per il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, intervistato dal Sole 24 Ore, «serve un ampio sostegno al manifesto», perchè «se il nodo delle riforme strutturali resterà irrisolto avremo gravi danni per il Paese». Tra i punti del manifesto di Confindustria, «su fisco, infrastrutture e dismissioni c'è piena sintonia», dice Bonanni, mentre le pensioni «non sono una priorità». Nell'intervista il leader della Cisl rilancia la richiesta di «un governo di grande coalizione» per «aggredire i nodi della crescita» e «governare il Paese in una fase difficilissima». «Da tempo - ricorda - sollecitiamo un patto per il Paese tra le più grandi forze politiche per affrontare i temi come energia, le infrastrutture, la lotta alla corruzione, la riforma della pubblica amministrazione».
Ok, libero di pensarlo. Ma perché chiedere le quote mensili pure ai lavoratori? Non bastano quelle degli industriali?

ECCO I 5 PUNTI DEL MANIFESTO DELLA MARCEGAGLIA
 
Pensioni: interventi su anzianità e donne
La spesa previdenziale italiana è il 2,5% più alta rispetto alla media Ocse. Bisogna quindi accelerare l'eliminazione delle pensioni di anzianità e aumentare rapidamente l'età in cui si va in pensione, oltre ad intervenire sulla pensione delle donne
Via alle dismissioni dei beni dello Stato
Al secondo punto del Manifesto le dismissioni dei beni dello Stato, immobiliari e di società. Una decisione che va presa non solo, ha detto la Marcegaglia, per ridurre il debito, ma anche per comprimere il confine «troppo dilatato» dello Stato nell'economia
Liberalizzare professioni e servizi
Tutte le professioni dovranno essere liberalizzate. Bisognerà intervenire anche sui servizi pubblici locali con privatizzazioni e liberalizzazioni, dall'energia, ai trasporti, al gas, per ridurre i prezzi ai cittadini e ampliare il mercato
Tempi rapidi per le grandi opere
Sul capitolo delle infrastrutture si punta a rendere più veloci i tempi di realizzazione sollecitando procedure d'urgenza per superare gli ostacoli burocratici. L'obiettivo è anche quello di coinvolgere i capitali privati
Ridurre le tasse a lavoratori e imprese
Ridurre l'Irap sulle imprese e l'Irpef per i lavoratori. Per trovare le risorse Confindustria è disposta a discutere di un aumento dell'Iva, una piccola patrimoniale ordinaria, mettendo nell'Irpef la ricchezza personale. Altra misura, che servirebbe a combattere l'evasione, limitare l'uso del contante a 500 euro

LA RIVOLTA REAZIONARIA DELLA BORGHESIA

Noterelle visionarie sul futuro che ci attende







di Moreno Pasquinelli, http://sollevazione.blogspot.com



Neanche questa volta, con il voto a scrutinio segreto sulla richiesta d'arresto del braccio destro di Tremonti, Berlusconi è caduto. Ci avevano sperato i pezzi da novanta dell'establishment, scesi in campo, questa volta senza ambiguità, con gli editoriali di Corriere e Sole 24 ore. Per non dire delle esternazioni della Marcegaglia.
La tenuta del blocco parlamentare berlusconiano ha effettivamente dell'incredibile. L'ectoplasma sembra industruttibile. Con le bufere che si sono abbattute di recente sull'euro, e in primis sul debito italiano, pochi avrebbero potuto resistere, ma nessuno ci sarebbe riuscito dopo aver mostrato tanta dabbenaggine.
La domanda è la seguente: come si spiega questo fenomeno, che fa pensare al paradosso del calabrone? Stefano Folli, su Il Sole di ieri, se la cava dicendo che se Berlusconi l'ha scampata è per l'inconsistenza delle opposizioni più che per forza sua propria. Intende che se il Pd fosse ancor più ligio di quanto non sia alla linea delle oligarchie europee (e della cricca confindustriale), pezzi consistenti dell'ectoplasma si sarebbero staccati. Io non lo credo. Tantomeno credo alle spiegazioni di quelli che a ragione Giuliano Ferrara chiama "puritani", alla Scalfaro per intenderci, per cui, siccome questo paese è putrido fino alle midolla, la forza della compagine belusconiana dipende da questo suo essere quint'essenza del marciume.
Il berlusconismo è minoritario nel paese. L'abbiamo detto più volte semplicemente contando i voti espressi alle elezioni: Pdl e Lega non rappresentano che un terzo degli italiani, e se sono al governo è solo grazie a sistemi elettorali truffaldini della Seconda repubblica. Ma in politica è come in borsa, i voti si pesano anzitutto, prima ancora di essere contati. E i voti che vanno al blocco berlusconiano sono voti che pesano. Dopo un trentennio di abdicazione della politica al mercatismo, dopo un trentennio di smantellamento dello Stato e di privatizzazioni, dopo un trentennio di costante deindustrializzazione, dopo un trentennio in cui la classe dominante dall'industria si è via via dedicata all'intrallazzo finanziario e parassitario, dopo un trentennio di americanizzazione culturale: noi abbiamo un paese in cui proprio i ceti sociali rappresentati dal berlusconismo sono quelli trainanti.
L'abbiamo detto più volte e lo ripetiamo: il centro del sistema sociale berlusconiano è la piccola e media borghesia padana, attorno alla quale, dentro una geometria corporativa, ruotano vari satelliti, dagli operai alla gran parte dei bottegai e delle partite Iva. Con la sua discesa in campo Berlusconi agì come catalizzatore di questo blocco intimamnete reazionario. Un blocco che esprimeva già allora, in fieri, la rivolta della borghesia lavorista contro le elite dominanti, alle quali la vecchia sinistra, via Prodi e Mani Pulite, ha tenuto e tiene il moccolo.
Chi pensa che una volta defenestrato Berlusconi questo blocco sociale si squagli si sbaglia di grosso. Dei colpi, a causa della sua demenza, il Cavaliere li ha certamente accusati, ma la gravissima crisi economica non lo ha ferito a morte. E la ragione, può sembrarvi assurdo, è nella crisi stessa, o meglio, negli interessi colossali che tira in ballo.
Chi ci legge sa che noi vediamo solo una via per evitare una catastrofe di portata storica: la cancellazione del debito e l'uscita dall'euro. Abbiamo spiegato perché, e continueremo a farlo, speriamo in modo ancor più convincente. Una via che implica, com'è evidente, una radicale rottura con le compatibilità sistemiche.
Se questo non avverrà la catastrofe sarà inevitabile —ove per catastrofe intendiamo non il crollo del capitalismo, ma un periodo lungo segnato da pauperizzazione di massa e da sacrifici durissimi per le masse popolari. La distruzione del tessuto sociale è infatti la condizione per un risorgimento del capitalismo sulle sue fondamenta mercantili. Non solo quindi noi non ci auguriamo la catastrofe, ma vogliamo evitarla a tutti i costi. E c'è solo una maniera per evitarla: strappare il potere prima che essa ci piombi addosso. E questo potere si prende in un solo modo: con la sollevazione di popolo.
Cos'è accaduto da luglio ad oggi è ben riassunto da Tito Boeri:
«A metà giugno lo spread tra Btp e Bund era di 70 punti inferiore a quello dei titoli di stato decennali spagnoli. Oggi lo spread dell'Italia è di 40 punti superiore. (...) Quei 100 punti a regime significano 19 miliardi in più di spesa per interessi, una tassa pagata per l’incapacità del governo —come aveva profetizzato l’Economist- a guidare il paese». [Tito Boeri, La voce.info]
Boeri tuttavia non la dice tutta. Il differenziale, giunto venerdì al suo massimo storico, indica tuttavia non solo il fallimento della  "manovra", dice che l'acquisto massiccio da parte della Bce dei titoli di debito italiani, non è servito ad impedirne la svalorizzazione (facendo quindi di converso salire gli interessi per poterli smerciare). La tendenza è dunque proprio al "default", per essere precisi alla bancarotta. E' l'euro che non regge? Certo, questa è la corrente principale, allo sfascio dell'euro zona. Il problema è che questo sfascio fa perno sul debito pubblico italiano, e sul sistema bancario, pieno zeppo di titoli tossici, di titoli pubblici di paesi sostanzialmente insolventi.
La catastrofe è ineluttabile. Ma come essa si manifesterà se passasse la linea politica (la politica è economia concentrata, diceva Lenin) dell'establishemtn? Delle elite europeiste egemoni? Se esse riuscissero a stretto giro a cacciare Berlusconi, adotteranno misure di rientro selvaggio dal debito. L'hanno detto: portare a stretto giro l'ammontare del debito dal 120% del Pil, almeno all'80-90%: una stretta colossale di circa 400 miliardi di euro. Come ottenerla? Con una tassazione congrua dei patrimoni, immobiliari e mobiliari, zona grigia in cui in questi ultimi trent'anni, grazie ad un sistema fiscale di favore,  sono fuggiti
e enormi masse di capitale, di denaro. Una stanga che non ha precedenti nella storia, se non nelle guerre o, diciamocelo, nelle rivoluzioni.
L'establishment sa fare di conto. In Italia c'è una ricchezza, un patrimonio, tra i più alti del mondo, tre volte il Pil. E un'economia sommersa che si aggira in un sesto del Pil. E' per forza lì, visto che i lavoratori sono già stati spremuti come limoni, che occorre andare a prendere i quattrini per evitare l'insolvenza, la bancarotta. Sulla carta una misura che sembra "anticapitalista". Invece no, invece sarà il contrario. Rubare soldi ai ricchi non è per forza un gesto anticapitalistico. Dipende da chi compie la rapina e da come poi viene utilizzato il maloppo. In questo caso sarebbe una rapina , sì a danno della borghesia, grande piccola e media, ma a tutto vantaggio della finanza speculativa internazionale, delle banche e, anzitutto del salvataggio di questo euro disgraziato. Una mazzata devastante per l'economia, l'ingresso in una depressione senza precedenti, che causerà milioni di disoccupati in più e quindi caotici conflitti sociali.
Torno dunque al problema del berlusconismo. Escludo che l'attuale cricca di trafficanti che guida l'ectoplasma sia in grado di giocare in anticipo il tutto per tutto, la carta del "default" e dell'uscita dall'euro. Ma se essa lo facesse, sarebbe una mossa spettacolare quanto efficace. sarebbe una mossa che otterrebbe il consenso del suo blocco sociale, che non è composto da imbecilli, ma da borghesi che non vogliono farsi portar via dallo Stato i loro beni per tenere in piedi l'euro. Che non possono accettare di morire per salvare la vita all'Unione europea.
E siccome la cricca berlusconiana non ha gli attributi, dato che il Cavaliere è in tutt'altro affaccendato, questo governo è spacciato, dovrà farsi da parte. Le oligarchie finanziarie riusciranno, anche grazie all'avallo di una sinistra collusa e servile, a riprendersi il governo. Quando? Nei prossimi mesi: basteranno un'altro paio di scossoni finanziari, un'asta di titoli che non va a buon fine et voilà.
Ma il berlusconismo cadrà in piedi. E dalla sua metamorfosi prenderà corpo quella che io chiamo rivolta reazionaria della borghesia. Una rivolta che non seguirà il solco di quelle del novecento (fascismo et similia). Basta molto meno, è sufficiente una rivolta fiscale di massa a far saltare il banco, e i piani dell'alta finanza e dei loro comitati d'affari soprannominati partiti. E se ci sarà la rivolta fiscale il governo che farà? Un esproprio generalizzato? Una confisca forzata? Allora da fiscale la rivolta diventerà una vera e propria sollevazione di massa, che potrebbe addirittura rimettere in campo il secessionismo padano, con tanto di sfascio dello stato nazione.
Noi, dato che nel conflitto un fronte anticapitalista sorgerà senza dubbio, che si farà? Combatteremo su due fronti? Sarebbe la via più breve al suicidio. Solo il blocco più forte può permettersi il lusso di combattere due nemici divisi più deboli. Non ho una risposta univoca. Una cosa so tuttavia con certezza, che prima di arrivare a quel punto dovremo aver costruito un Fronte del rifiuto, un blocco popolare contro l'euro e per la cancellazione del debito. Le due misure sono la facce della stessa medaglia, e guai a chi si attarda a capirlo!
Proposte irragionevoli? No, default e morte dell'euro sono entrambi nell'ordine delle cose. Irragionevole è chi si ostina a non vedere quali siano le contraddizioni principali, distinguendole da quelle secondarie, irragionevole è chi non vuole stare all'ordine delle cose.
E sempre vale quanto scrivemmo all'inizio di questa crisi:
«Non sempre le masse fanno la storia, è sicuro che la fanno nei momenti decisivi, quando si decide, non le sorti di questo o quel governo, ma quelle della comunità nazionale o internazionale tutte intere. In questi momenti l’impossibile diventa possibile, l’assurdo ragionevole. Le intelligenze semplici hanno questo vantaggio, che possono afferrare al volo i concetti più arditi e quello spirito del tempo che le sottili e capziose menti dei sapienti riescono a riconoscere solo post festum, dopo un inutile vagabondaggio, comunque sempre in ritardo».