mercoledì 30 gennaio 2013

Ogni tempo ha il suo fascismo di Primo Levi

Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti.

Ecco come le pensioni finanziano lo Stato (e non viceversa)

I "falsi" politici (e contabili) della riforma Fornero

In queste prime settimane di campagna elettorale due questioni rimangono in ombra: lavoro e pensioni. Si discute di alleanze, di massimi sistemi economici, di banche, di impresentabili. E si fanno tanti “pettegolezzi”. In verità la parola “lavoro” viene citata, ma non si parla di salario, di cassaintegrazione, della drammatica condizione dei disoccupati e dei giovani e ragazzi che col lavoro precario vengono privati del futuro.
In merito all’occupazione l’unica ricetta prospettata da Bersani, Monti e Berlusconi è una maggiore libertà di licenziare e di assumere senza regole; di ridurre i contratti a semplici riferimenti, cioè non vincolanti; di erogare incentivi a chi assume: in buona sostanza: garantire maggiori profitti alle aziende.

Le pensioni invece sono ignorate. Un terzo dei pensionati, oltre sei milioni, riceve assegni inferiori ai 500 euro al mese, l’aumento del costo della vita ha fatto diminuire nell’ultimo decennio del 30% la capacità d’acquisto degli assegni pensionistici. Chi si pensionerà in futuro riceverà assegni modesti. Aumentano i poveri e dai dati Istat risulta che in gran parte si tratta di persone anziane e famiglie del Sud.

Ogni tanto, nei dibattiti televisivi, mentre disquisiscono del sesso degli angeli, si lasciano scappare qualche frase sulle pensioni. Bersani: “Ci sono gli esodati” (ma il PD quella legge l’ha votata!); altri: “La CGIL di fronte alla legge sulle pensioni ha dato prova di responsabilità” (per sostenere che non è conservatrice) e poi “la legge Fornero è l’unica a favore dei giovani”, “lo Stato paga le pensioni”, affermazioni, queste ultime, pronunciate ad ‘Otto e mezzo’ da un certo Del Vecchio, un giovanotto belloccio e sorridente, senza un capello fuori posto e gonfio di supponenza che credo sia un candidato nella lista Monti: affermazioni lapidarie, ignorate sia dai presenti che dalla conduttrice.
Sostenere che lo Stato paga le pensioni è come affermare che gli asini volano.
Anche i sassi sanno che le pensioni non sono pagate dallo Stato, ma dagli istituti previdenziali con le quote di salario (contributi) versate dai lavoratori e dalle lavoratrici. In verità è lo Stato che preleva dal sistema pensionistico somme consistenti che permetterebbero, ad esempio, di aumentare gli assegni pensionistici a cominciare da quelli minimi. Il prelievo avviene con modalità diverse: il rimborso parziale di quanto l’Inps eroga per conto dello Stato per le prestazioni assistenziali (assegni sociali, invalidità civili…) e gli sgravi contributivi alle aziende; le ritenute fiscali sulle pensioni, pari a circa 30 miliardi l’anno sono un'anomalia italiana in quanto negli altri paesi europei le pensioni non vengono tassate, o lo sono solo simbolicamente. La crisi del fondo pensioni dei dirigenti e manager d’azienda lo Stato la fa pagare all’Inps, che interviene con 3 miliardi e 300 milioni. L’Inps ripiana anche il fondo clero e quelli degli agricoltori, dei commercianti, dei contadini, complessivamente per 10 miliardi e 500 milioni di euro circa l’anno.
Gran parte del peso del decreto “Salva-Italia” è stato caricato sulle pensioni per circa 20 miliardi anche attraverso la sterilizzazione per due anni della rivalutazione delle pensioni superiori a 1.200 euro netti al mese, taglio che ha prodotto una diminuzione, per tutta la vita, dell’importo annuo della pensione mediamente di 1.000 euro.
“Se non ci fosse l’Inps”, diceva Tremonti…Ma l’Inps c’è e i governi Berlusconi e Monti l’hanno utilizzato come un bancomat e senza limitazioni.
La nuova legge sulle pensioni - dicono - sarebbe a favore dei giovani, ma quella legge, aumentando consistentemente l’età per il diritto alla pensione, blocca il turn-over, obbligando milioni di lavoratrici e lavoratori a non lasciare le aziende e impedendo l’ingresso nel lavoro dei giovani i quali continueranno a restare disoccupati. Non so se è ‘montiana’, ‘ tremontiana’ o ‘fassiniana’ l’idea che lavorando più a lungo si creano posti di lavoro. Ad ogni modo è certamente bizzarra, anzi illogica: se da un autobus alla fermata non scendono passeggeri come vi salgono quelli che devono partire?
I meccanismi di calcolo della pensione previsti dalla legge Fornero hanno conseguenze micidiali per i futuri pensionati, ed in particolare per quanti si sono affacciati o si affacciano in questi anni sul mercato del lavoro. Una parte dei tanti che lavorano saltuariamente e con salari bassi rischiano di non versare la quantità minima di contributi per maturare il diritto alla pensione, molti altri matureranno assegni pensionistici simbolici, in ogni caso, anche i fortunati, dopo 40/50 anni di lavoro continuativo e discretamente remunerato riceveranno assegni pensionistici inferiori al 50% del salario che percepivano. Lor signori suggeriscono ai giovani che trovano lavoro solo precario o che sono disoccupati di accendere una polizza assicurativa o aderire ad un fondo pensione se vogliono un minimo di tranquillità quando cesseranno di lavorare: “dovete essere voi responsabili del vostro futuro”.
Si afferma poi, ed è un coro quasi unanime, che le pensioni, gli ammortizzatori sociali, i contratti di lavoro, le regole per le assunzioni sono residuati del secolo scorso, roba da nostalgici e di una sinistra conservatrice…ma il risultato è che chi lavora ha sempre meno protezione, meno salario, meno diritti e non ha nemmeno la certezza di un’anzianità tranquilla e dignitosa.
La legge Fornero sulle pensioni è palesemente negativa, in primo luogo per i giovani in quanto, ripeto, blocca il turnover e li manda in pensione sempre più vecchi e con pensioni più misere.
So bene che è impossibile immaginare un faccia a faccia sulle pensioni con i responsabili del varo della legge Fornero, una legge talmente feroce che portò persino il Ministro a lacrimare mentre ne illustrava finalità e contenuti.
È una legge che considera gli attuali pensionati e quelli futuri dei “mantenuti” dalla società, un peso insopportabile per lo Stato e non uomini e donne che hanno lavorato una vita e creato ricchezza, pagato le tasse.
Diceva il grande sindacalista Di Vittorio: “la civiltà di una nazione si misura dalla condizione degli anziani e dell’infanzia”.
 
Sante Moretti, Liberazione.it

Il Monte dei Loschi di Siena

Mps: da Mussari a Profumo chi paga sono i lavoratori

Il piano industriale del presidente "coperto" dai sindacati "complici"

Le dimissioni di Mussari dall'Abi hanno acceso i riflettori sul Monte dei Paschi di Siena, il terzo gruppo bancario italiano con i suoi  31.000 dipendenti.
L 'inchiesta avviata ha fatto emergere che nel periodo in cui questi presiedeva l'istituto senese ha utilizzato diversi prodotti derivati per coprire perdite di bilancio. Un fatto su cui si vociferava da tempo. La Guardia di Finanza a maggio del 2012, con riferimento all'acquisizione della banca Antonveneta aveva effettuato delle perquisizioni a casa e negli uffici di Mussari ed il ministro dello sviluppo Passerà aveva " auspicato" che non trovassero nulla. Al di là dell'opportunità di tali dichiarazioni mentre la guardia di finanza faceva il suo lavoro, nessuno si è posto il problema dell'opportunità che Mussari continuasse a sedere sullo scranno più alto dell'Associazione Bancaria Italiana. Non se lo è posto l'Abi, che gli ha confermato piena fiducia rinnovandogli il mandato, non se lo è posto il governo, che con le dichiarazioni di Passerà dava la sua benedizione all'avvocato senese, non se lo è posto il Partito Democratico, che come noto controlla la banca tramite il comune di Siena e la Fondazione, non se lo è posto la Banca d'Italia l'organo di vigilanza che non si e' accorto di nulla.
Il Pd senese, soltanto tra il gennaio 2011 e il febbraio 2012, riceveva da Mussari due assegni per complessivi 200.000 euro (ma secondo i dati ufficiali della camera dei deputati dal 2002 l'importo cresce a 683.500 euro). Il presidente dei banchieri che finanzia il partito più grande della "sinistra". Ma, a dimostrazione dell'autonomia del Pd, questi, il 28 febbraio dello scorso anno, fa approvare un emendamento alle liberalizzazioni con cui "sono nulle tutte le clausole comunque denominate che prevedano commissioni a favore delle banche a fronte della concessione di linee di credito''. Una vittoria per il Pd che si ascrive il risultato ottenuto. Tutto il vertice dell'Abi, Mussari in testa rassegna le dimissioni. La norma appena partorita farebbe perdere troppi soldi alle banche. Anziché cogliere l'insperata occasione di cogliere due fave con un piccione, contrordine compagni, Bersani dichiara che il governo deve modificare tutto l'impianto normativo.
Ma la vicenda dei derivati che ha portato alle dimissioni di Mussari è solo l'ultimo atto di una carriera segnata da disastri. L'acquisto di Antonveneta è il vero capolavoro che  ha aperto a questo brillante manager le porte dell'Abi. L'associazione dei banchieri non poteva fare a meno di premiare cotanta professionalità riconoscendogli la massima carica.
Al momento dell'acquisto, Antonveneta capitalizzava 2,3 miliardi di Euro. Mediamente, le operazioni che venivano effettuate nel settore prevedevano un prezzo pari ad un multiplo di 2,5 volte il valore della capitalizzazione. L'Istituto spagnolo Santander aveva acquistato Antonveneta soltanto due mesi prima di cederla al Mps pagandola 6,5 miliardi di euro, un valore di poco superiore al multiplo di cui sopra. Dopo soli 60 giorni Mussari la pagava ad un prezzo pari a 10,2 miliardi di euro, con un multiplo pari a 4,5 volte e con una differenza di ben 3,7 miliardi di euro. Delle due l'una: il Santander aveva fatto l'acquisto del secolo o Mussari stava seriamente ipotecando la stabilità economico-finanziaria del Mps-Antonveneta. Il fatto che l'Istituto proprio in questi giorni abbia ottenuto 3,9 miliardi di Euro dallo stato italiano, sotto forma di Monti bond, la dice lunga su quanto pesi quel sovrapprezzo pagato al Santander. Ma, come detto, tale operazione, lungi dal decretare la fine di questo personaggio, lo lancia invece alla presidenza dell'Abi. Qualcuno, forse, da questa operazione miliardaria deve averci guadagnato, certamente non i lavoratori dell'ormai ex Antonveneta e del Monte Paschi di Siena che sono coloro che, in questi giorni, in un silenzio assordante, vengono chiamati a pagare un prezzo salatissimo. Nel frattempo la presidenza dell'Istituto senese è passata da Mussari a Profumo, banchiere indagato per frode fiscale dalla procura di Milano (evidentemente a Siena fa curriculum), anch'esso ben visto dal Partito democratico.
Vista la situazione economica compromessa, Profumo ottiene le mani libere da parte di tutti e lancia il guanto di sfida ai lavoratori del Mps varando un piano industriale che prevede: una riduzione di organico di 4.600 lavoratori e lavoratrici entro il 2015, esternalizzazione con cessione di ramo di azienda di 1.110 lavoratori facenti parte del Consorzio Mps, ricorso al fondo di solidarietà per 1.000 unità integralmente pagato dai lavoratori, stralcio di intere parti del contratto Integrativo che peggiorano sia la parte economica che professionale. Un attacco senza precedenti nella storia delle relazioni industriali in Mps che dice chiaramente chi pagherà il conto lasciato da Mussari. Ma nessuno ne parla, nessuno sembra avvedersene. Ma per comprendere bene la gravità dei fatti e bene ricordare che soltanto qualche mese or sono era stato firmato proprio da Mussari, a nome dell'Abi e dalle segreterie sindacali nazionali di categoria, un contratto di lavoro che recuperava soltanto una parte esigua dell'inflazione dietro il ricatto occupazionale e si garantiva in cambio 5.000 nuove assunzioni nelle banche e la reinternalizzazione di lavorazioni uscite dal settore. Il contratto ha ottenuto il "no" di oltre il 40 per cento dei lavoratori ed il "no" della stragrande maggioranza degli iscritti alla Fisac-Cgil (la cui segreteria nazionale aveva pure firmato). Essi avevano capito che si trattava di promesse da mercante. L'attacco occupazionale dunque non si è fermato con la firma del contratto nazionale a perdere ma, al contrario, ha trovato vigore da questo ed ha colpito pesantemente non solo il Mps ma tutti principali gruppi bancari.
Ma la beffa peggiore è nascosta dietro il finanziamento dello stato al Mps che si continua a dire non essere a fondo perduto. Infatti, in caso di mancato rimborso dei 3,9 miliardi di euro, il Mps dovrà pagare con azioni proprie, ma non non è affatto chiaro quale sarà il prezzo che verrà scelto, se al costo storico o di mercato, come sarebbe del tutto naturale. Nel primo caso, come ha cercato di fare la commissione finanze un mese fa circa con un emendamento inserito nel patto di stabilità senza che alcun partito si opponesse, si tratterebbe di un regalo fatto agli azionisti, in quanto il costo storico non ha alcun corrispettivo con la realtà ed allo Stato non rimarrebbe che un pugno di mosche. Nel secondo caso, lo Stato diverrebbe azionista di maggioranza, ma questo significherebbe che Profumo incontrerebbe molte più difficoltà a cancellare 4.640 posti di lavoro e che i soldi presi dalle tasche dei lavoratori dipendenti, che costituiscono il 90 per cento del gettito fiscale, almeno tornerebbero allo Stato.
Per il momento l'Unione Europea ha fermato il blitz tentato in commissione finanze, in quanto si configurerebbe come aiuto di Stato, ma risulta chiaro che l'intenzione non è quella di nazionalizzare il Mps, bensì di utilizzare i soldi dei lavoratori dipendenti come un bancomat a favore degli azionisti (domani probabilmente con qualche investitore russo rampante invitato da Profumo).
Lo scandalo di cui invece nessuno parla è che il piano industriale ha partorito un accordo tra Profumo Fiba-Cisl, Uilca, Ugl e Sinfub. La Fisac-Cgil, prima sigla per rappresentatività, non ha firmato (insieme ad altre sigle minori della categoria) ed ha proposto di sottoporre al voto certificato l'accordo, sia con assemblee unitarie che separate, così come previsto esplicitamente dal Ccnl. La risposta e' stata completamente negativa. Così mentre i sindacati firmatari facevano assemblee puramente informative con pochissimi lavoratori, la Fisac-Cgil raccoglieva 6.293 voti contrari su 6.667 votanti, con una percentuale di contrari pari a circa il 95 per cento, un risultato assolutamente straordinario. Né l'azienda né i sindacati firmatari intendono ascoltare i lavoratori e le lavoratrici. Il risultato è eclatante! La trattativa va ripresa al più presto, tenendo presente che non può essere tradito il mandato delle assemblee che hanno sancito un "no" secco all'esternalizzazione ed all'esodo coercitivo, nonché la difesa del contratto integrativo nelle sue parti più importanti. Se si permettesse a chi ha firmato questo accordo di farla franca, la parola democrazia non avrebbe più alcun valore. Adesso chi deve parlare lo faccia.

Daniele Canti, segretario regionale Lazio, Fisac Cgil

Tutte le cifre del disastro italiano (che tocca a noi fermare) di Dino Greco, Liberazione.it

Il circolo vizioso dell'economia liberista

Bisognerà pure raccontarli, non a spizzichi e bocconi, ma nel loro insieme, gli effetti economici e sociali delle politiche di austerità che le classi dominanti e i guru dell'alta finanza stanno imponendo all'Italia, contrabbandando quelle misure per una salvifica terapia.
Proviamo allora ad illustrare i dati di questo disastro che non promette nulla di buono per il futuro.
Solo negli ultimi dodici mesi dello scorso anno la disoccupazione è cresciuta in Italia del 26%, quasi il doppio della Spagna, contro un 13% dell'Eurozona. Il tasso di disoccupazione (vale a dire il rapporto fra le persone in cerca di lavoro e la "forza lavoro", cioè la somma dei primi e degli occupati) ha superato il 12%, mentre nella fascia di età fra i 15 e i 24 anni, i giovani senza lavoro raggiungono il 37,1% (il top dal 1992), dato di cinque punti superiore a quello registrato nel novembre del 2o11.
Ma quanti sono, in totale, i disoccupati? I dati ufficiali dicono 2.870.000, ma se si dà uno sguardo all'entità oraria dell'occupazione si scopre che i contratti a tempo pieno sono diminuiti del 4%, mentre i part-time sono cresciuti del 20. Si tenga poi conto che, per la contabilità della pubblica amministrazione, si perde lo "status" di disoccupato (e il modesto sostegno economico che ne deriva) ove si disponga di un reddito superiore agli 8.000 euro annui, anche se percepiti svolgendo lavori saltuari (e precari). Poi ci sono coloro che neppure si affacciano al mercato del lavoro, avendo ormai perso la speranza di ottenerne uno. Infine c'è la cassa integrazione, con i 4,2 miliardi di ore autorizzate (3 nella sola industria) nel periodo 2009- 2014, qualcosa come il 370% in più del quadriennio precedente (2005-2008). Di questo esercito, sono 520.000 i lavoratori sospesi "a zero ore" (oltre il milione, se consideriamo il 50% del tempo lavorato). Per molti di loro è di imminente scadenza il termine ultimo previsto per l'ammortiìzzatore sociale, preludio del licenziamento.
La mortalità delle aziende monta a ritmo crescente. Unioncamere documenta la chiusura di 365.000 imprese nel 2012, al ritmo, tutt'altro che in frenata, di 1.000 al giorno. Lo stock complessivo di imprese esistenti si contrae paurosamente in tutto il comparto manufatturiero, in particolare nell'artigianato che chiude il 2012 con 20.319 inprese in meno. Ma il tracollo non risparmia l'edilizia, tradizionale volano dello sviluppo (-7.427) e l'agricoltura (-16.791), mentre il commercio al dettaglio, dove "chiude un'impresa al minuto", è travolto da una vera slavina.
L'impoverimento del sistema d'impresa e il crollo correlato dell'occupazione ha aperto una voragine nei redditi da lavoro: i consumi hanno subito un tracollo, abbattendo la capacità di spesa al livello di 15 anni fa. L'indicatore dei consumi di Confcommercio (Icc) parla del 2012 come "dell'anno più difficile del secondo dopoguerra", con una riduzione dei consumi delle famiglie che risulta essere la più elevata dall'inizio delle serie storiche disponibili.
La deflazione dei redditi da lavoro e da pensione ha poi ricevuto una spinta formidabile dalle politiche "sociali" promosse da Berlusconi prima e da Monti poi: il blocco per legge della contrattazione nel pubblico impiego e quello di fatto verificatosi nel settore privato si sono combinati con un tasso di inflazione del 3%, esattamente doppio rispetto alla dinamica delle retribuzioni; mentre lo stop alla rivalutazione delle pensioni, anche delle più povere, rispetto alla dinamica del costo della vita, ha assestato un colpo micidiale che nessuna propensione al risparmio può assorbire.
Ebbene, la questione sociale del nostro paese si può leggere con questi occhiali: i salari sono retrocessi ai livelli di trent'anni fa, precisamente al 1983, mentre 8 milioni di persone (vale a dire il 13,6% dell'intera popolazione), vivono al di sotto della soglia della "povertà assoluta", fissata in 599 euro mensili per chi vive da solo e 999 per coloro che vivono in coppia. Appena al di sopra c'è una vasta "area grigia", stimabile in un 30% degli italiani, che rischia di scivolare da un momento all'altro nell'indigenza.
In questo scenario da paura, i responsabili della politica economica imbelle e autolesionista che ha messo l'Italia in ginocchio, vanno cianciando di una prossima ripresa, anche se la data della risalita viene continuamente spostata in là nel tempo. Per accreditare questa infondatissima previsione, i procuratori di disgrazie che ci hanno sin qui governato hanno riesumato una formula che vorrebbe avere il crisma della scienza economica: si chiama "effetto di rimbalzo", con cui, semplicemente, si vorrebbe dare ad intendere che - per dirla con Gioppino Trigozzo, la famosa maschera bergamasca - "quando si è toccato il fondo non si può che risalire". Un distillato di sapienza allo stato puro, insomma...Purtroppo, dietro questo cialtronesco sfoggio di adagi popolari non vi è nulla, ma proprio nulla, di serio. Come è noto, se l'inerzia continua, giunti al fondo si può scavare ancora. E tutto fa pensare che non vi sia ravvedimento alcuno, in un orizzonte politico che va da Mario Monti sino al Pd, passando per Berlusconi.
La ragione è presto detta. Continuando con l'Austerity, la recessione si avviterà su se stessa, perché l'inibizione alla spesa per investimenti imposta dai vincoli europei (dal patto di Maastricht al Pareggio di bilancio al Fiscal compact), la catastrofica spirale innescata da una pubblica amministrazione che non è in grado di pagare i debiti contratti, i default a catena del comparto manufatturiero, le fatali ricadute sull'occupazione, la ulteriore contrazione dei redditi, dei consumi e della domanda aggregata, il recidivante blocco del credito alle imprese e alle famiglie (Credit crunch), alimenteranno un circolo vizioso dal quale non si uscirà se non con un diametrale salto di paradigma politico ed economico, capace di affrancarsi dall'ideologia monetarista oggi dominante.
I piccoli accorgimenti, le misure tampone di cui sono colme agende e agendine che proliferano in questa declinante fase della storia politica nostrana non sono che aspirine con cui si vorrebbe guarire il malato di polmonite. Se ne sono accorte anche le associazioni aderenti a Rete impresa Italia (Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Cna, Casartigiani), che riuniscono due milioni e mezzo di aziende e che hanno inscenato una clamorosa protesta, portando ieri in piazza 30.000 imprenditori in ottanta città. "E' questa l'Italia - ha tuonato Carlo Sangalli, il loro portavoce - che non frequenta i salotti buoni e non ha santi in paradiso". Evidentemente nemmeno loro si fidano, perché sul mercato della politica incontrano solo chiacchiere, "perché la valvola dell'export è tutto sommato ancora un privilegio per pochi Piccoli". E perché se non ripartono i consumi non ce n'è più per nessuno.
Stupefacente, invece, lo stallo totale del sindacato. Che dice poco (il piano per il lavoro presentato dalla Cgil è poco più che un attestato di esistenza in vita) e fa - se possibile - ancor meno, avendo da tempo archiviato ogni mobilitazione e avendo ogni sigla delegato ai propri rispettivi partners politici ogni giurisdizione sul lavoro.
Scuotere le acque limacciose è il nostro non lieve compito. A partire da questa campagna elettorale in cui i primattori si somigliano come gocce d'acqua.

Nazionalizzazioni. Una questione di priorità di Sergio Cararo , www.contropiano.org


Monte dei Paschi di Siena, Alcoa, Ilva, San Raffaele, evocano o fanno aleggiare l'opzione delle nazionalizzazioni. Ma il problema è il presupposto... E' su questo – oltre che sulle ricadute concrete– che occorre marcare le distanze e le priorità.

Il ministro dell'Economia Vittorio Grilli, nel corso dell'audizione alle commissioni Finanze di Camera e Senato sulla vicenda del Monte dei Paschi di Siena ha affermato: «L'intervento dello Stato, in questo caso, non si configura come intervento di salvataggio di una banca insolvente». Una linea confermata anche dal Comitato sulla stabilità che in mattinata ha parlato di «situazione patrimoniale complessiva solida». Grilli, durante una seduta parlamentare tesissima, ha rimandato al mittente tutte le accuse di scarsa vigilanza sugli impicci del Mps che aleggiano in queste ore. Ma tra le varie considerazioni è aleggiato che la nazionalizzazione è una strada possibile, come del resto ha confermato anche l'attuale presidente di Mps, Alessandro Profumo per il quale «potenzialmente può accadere. E sottolineo potenzialmente perché abbiamo fatto un piano industriale che dovrebbe consentirci di restituire il finanziamento». «Questa è una banca - ha detto Profumo - che ha comunque una sua solidità patrimoniale, che riceve un supporto pubblico e che ha trentamila persone che lavorano in modo intenso». In pratica funziona così: lo Stato presta tre miliardi di euro alla banca Mps– tramite i Monti-bond - ad un tasso tra il 5 e il 9%. Se la banca non sarà in grado di restituire i soldi nei tempi previsti dovrà cedere l'equivalente in proprie azioni al Ministero del Tesoro, il quale vedrà quindi crescere il proprio peso azionario nella banca (si calcola che possa arrivare al 68%).

Nulla di tutto questo è stato invece previsto finora per le crisi industriali. Il 1 dicembre scorso il ministro Clini, relativamente alla nazionalizzazione dell'Ilva, non l'aveva voluta chiamare con il suo nome e cognome davanti ai giornalisti alla fine del lungo consiglio dei ministri, ma potrebbe essere esattamente questa la conseguenza dell'applicazione degli articoli 42 e 43 della Costituzione citati per ben due volte dal ministro nel corso dei suoi interventi. «Se l'azienda non adempie» alle prescrizioni previste dal decreto legge sull'Ilva varato dal Consiglio dei Ministri" - ha detto Clini- «si potrà arrivare all'adozione di provvedimenti di amministrazione straordinari e atti sostitutivi in base agli articoli 42 e 43 della Costituzione, in considerazione dell'interesse strategico nazionale dell'impianto».

Due vicende diverse ma emblematiche del fatto che la ri-nazionalizzazione di banche e industrie strategiche, volendo, avrebbe tutti gli strumenti legali e costituzionali per essere messa in atto. «A fini di utilità generale», si legge infatti nell'art. 43 della Costituzione, «la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale». Anche il terzo comma dell'art.42 recita: «La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale». Volendo dunque si potrebbe fare. Però.. C'è un però infatti nel doppio standard utilizzato dal governo nelle ipotesi di salvataggio di una grande banca nazionale o di una grande industria nazionale, ed è il presupposto.

Nel caso di una banca il presupposto è che la grande banca va salvata comunque per evitare che la sua crisi abbia un “effetto sistemico”, magari finanziandola con un prestito pubblico. La banca cercherà di ripianare i buchi, licenzierà migliaia di dipendenti per abbassare come di consueto il costo del lavoro e avrà tutto il tempo per restituire il prestito ricevuto lasciando la banca nelle mani degli azionisti privati. Se non vi riuscirà, il Ministero del Tesoro, che nel frattempo ha accresciuto il suo peso nelle quote della banca, la affiderà ad un commissario che “risanerà” i conti e poi cercherà di rivendere la banca ad uno o più soggetti privati.

Nel caso di una crisi industriale – vedi l'Alcoa – fin dall'inizio della crisi industriale si è invece lasciato tutto nelle mani del mercato e della individuazione di un possibile acquirente privato. In assenza di questo la fabbrica ha chiuso, la produzione è cessata e viene cannibalizzata dalle multinazionali straniere che si prendono la sua quota di mercato, i lavoratori vengono gettati in mezzo alla strada. L'alluminio che serve al sistema industriale verrà dunque importato dall'estero.

Nel caso dell'Ilva – a differenza dell'Alcoa - si è affacciata invece l'ipotesi della ri-nazionalizzazione come estrema ratio solo di fronte alla fuga dei capitali della proprietà (i Riva) e agli alti costi della bonifica di un grande impianto che si è dimostrato nocivo per la popolazione. In questo caso – e tardivamente – ci si accorge che anche uno stabilimento industriale delle dimensioni dell'Ilva può avere un effetto sistemico sull'economia reale.

Infine potremmo segnalare una terza vicenda che non riguarda una grande banca o una grande industria ma un servizio strategico come un grande ospedale. E' il caso del San Raffaele di Milano. In questo caso si tratta di una struttura in mano a privati che hanno fatto più impicci del Monte dei Paschi di Siena, creando buchi in bilancio fino a portare al collasso una struttura sanitaria “di eccellenza”, privata, ma con funzioni pubbliche. Dallo Stato non viene alcuna sollecitazione o soluzione. L'atteggiamento è più simile a quello dell'Alcoa. Un ospedale, insomma, può chiudere tranquillamente, la cosa non ha alcun effetto sistemico preoccupante per il capitale finanziario e la salute dei cittadini e la sorte dei lavoratori non viene ritenuta affatto una priorità.

Esiste dunque una scala di priorità nell'agenda dei governi delle banche, come quelli che abbiamo in Italia e nell'Unione Europea, e vede appunto la salvaguardia delle banche in cima a questa lista. Tutto il resto – fabbriche, servizi strategici, lavoro, salute – può essere lasciato perire. Solo in casi del tutto eccezionali – come l'Ilva – si può prendere in considerazione l'idea di un intervento pubblico, un intervento però “a tempo”, quello necessario a ristrutturare, ridurre i costi (quello del lavoro innanzitutto) e riconsegnarla ai privati.

Impugnare la battaglia per le nazionalizzazioni significa scardinare completamente questa logica e riaffermare la priorità dell'interesse collettivo rispetto a quello privato, una cifra questa del tutto assente dall'agenda del prossimo governo e dell'Unione Europea. Il presupposto, in questo caso, non può che essere quello di rovesciare il tavolo e l'ordine delle priorità.

lunedì 28 gennaio 2013

La Seconda repubblica e il proto-fascismo di Berlusconi di Dino Greco, Liberazione.it




Le drammatiche responsabilità dell'"Arco incostituzionale"
Avendola fatta grossa, avendo di nuovo e spudoratamente aperto il suo cuore nero per assolvere quel buon uomo di Mussolini e le sue gesta, Berlusconi ha suscitato indignazione sdegno vergogna ripulsa sgomento - e chi più ne ha più ne metta - in quasi tutti i principali protagonisti e commentatori della politica nazionale. Per sovraprezzo, il Caimano ha vomitato le sue indecenti parole proprio nel "giorno della memoria", davanti a quel "binario 21" della stazione centrale di Milano da cui partivano i vagoni piombati diretti al mattatoio di Auschwitz.
Così per un giorno, forse per due ancora, l'argomento della Shoah, sudiciamente maneggiato dal capo indiscusso e idolatrato di tutto il Pdl, ha tenuto e terrà banco. Ma - siatene certi - si inabisserà presto, riassorbito nella "normale" dialettica politica di questo strano paese dalla memoria cortissima.
La cosa più semplice da fare è parsa ai più quella di liquidare le frasi pronunciate da Berlusconi come "delirio revisionistico". E di questo certamente si tratta. Ma, a ben vedere, nessuna delle cose da lui dette è una primazia.
Che Mussolini non ammazzò mai nessuno e che il confino dove venivano rinchiusi gli antifascisti fosse un luogo di villeggiatura, che il Duce abbia fatto anche cose buone, che l'Italia non ebbe la stessa responsabilità della Germania e che si alleò con essa per evitare di entrare in collisione con colui che sembrava destinato a divenire il futuro padrone d'Europa: tutte queste aberranti farneticazioni, fra pulsioni nostalgiche e negazionismo stile Casa Pound, le avevamo già sentite. Tranne una. Quella con cui Berlusconi ha provato, come sua consuetudine, a smarcarsi da se stesso. "Tutta la mia storia, passata e presente - ha detto - documenta la mia condanna della dittatura fascista".
Ecco, forse è proprio su questo che merita riflettere. Perché è proprio tutta la storia di Berlusconi , quella passata e quella presente, che rappresenta il filo nero, nerissimo, che lega la sua "discesa in campo", il suo avvento al potere e la nascita della cosiddetta Seconda repubblica, segnata, fin dai suoi esordi, dallo sdoganamento non soltanto del fascismo risciacquato nelle acque di Fiuggi, ma anche di quello più estremo e nazisteggiante, recuperato in tutti i suoi rivoli e in tutte le sue frange. E reinserito con piena legittimità nella vita istituzionale del paese.
Ma non si tratta solo di adiacenze pericolose, opportunisticamente blandite da Berlusconi per estendere la propria base di consenso elettorale. C'è infatti un fascismo sostanziale, che Berlusconi ha coltivato in proprio in quanto consustanziale alle sue più profonde convinzioni, nutrito con le sue personali frequentazioni e con i suoi sodali politici più stretti: si pensi a quell'impasto di populismo xenofobo e secessionista a reggimento monarchico che è stata e rimane la Lega; si pensi ai concreti atti di governo, coerentemente rivolti ad esautorare il Parlamento (vi ricordate l'insofferenza per la libera dinamica democratica, per l'impaccio che questa arrecherebbe al lavoro dell'esecutivo e la proposta di ridurre tutto al voto dei soli capigruppo?); si pensi, ancora, all'attacco compulsivo portato a tutto l'impianto costituzionale e, in primo luogo, al diritto del lavoro.
Il controllo e il sequestro di gran parte della stampa e di quasi tutte le emittenti televisive, l'uso spregiudicato della legislazione "ad personam", non rappresentano uno scivolamento verso una forma di dominio integrale della vita politica, certo ancora incompiuta, ma tendenzialmente totalitaria?
E la stessa origine inquietante del patrimonio economico del Caudillo, la base materiale sulla quale egli ha costruito il suo regno, lo scambio di inconfessabili favori e l'inestricabile groviglio malavitoso con cui egli ha costruito il suo sistema di potere, non sono la plastica rappresentazione di un paese la cui democrazia è già collassata e a rischio di irreversibile entropizzazione?
Ora, il fatto è che tutta l'infelice parabola della nostra vita pubblica, e la stessa denerazione partitica che tocca oggi il suo limite estremo, non hanno trovato seria opposizione in quello che, già da tempo, non era più l'"Arco costituzionale" che aveva dato vita al compromesso resistenziale. Il fatto è che il nocciolo duro delle politiche che si è intestato il Centrodestra nel corso della sua lunga occupazione del potere era da tempo in incubazione e che la sconfitta della Sinistra in quegli anni ha avuto piuttosto le caratteristiche di una resa, culturale prima e politica poi.
E' proprio questa resa, questo smarrimento di orizzonti e di autonomia della Sinistra che ha permesso a Monti di succedere a Berlusconi per portare sino alle estreme conseguenze - sotto l'egida della Bce e con il consenso del Pd - la definitiva archiviazione della Carta e l'instaurazione di un dominio di classe che si esercita passando con disivoltura attraverso schieramenti omologabili.
Questo spiega perché, qualche giorno fa, Mario Monti ha potuto sostenere che un'alleanza del suo Centro con il Pdl non è per nulla da considerarsi una bestemmia, solo che si tolga di mezzo (essenzialmente per ragioni estetiche) quel relitto feudale che è Berlusconi. Non si tratta di una butade da campagna elettorale e la cosa va presa sul serio. Il populismo reazionario è una variante della dittatura del finanzcapitalismo, ma si rivolge agli stessi interessi, milita nel medesimo campo.
Il paradosso è semmai che il Pd, per un anno intero leale soostenitore di Monti, partner fedele della dissennata manovra iperliberista che ha spesso persino rivendicato ed esaltato, ora si senta tradito dall'uomo della Trilateral. Il quale, comprensibilmente, ora ambisce a proseguire in proprio nella strategia che gli ha fatto guadagnare così entusiastici consensi nel Pd che, da par suo, aveva investito tutto se stesso non nella critica al liberismo, ma nell'antiberlusconismo. Il Pd non se ne capacita, protesta, strepita e chiede (inutilmente) a Monti di onorare il patto di alleanza a cui si era così generosamente immolato. Ma la politica, malgrado a volte sembri procedere a zig-zag, segue logiche e geometrie precise.
Se i Democrat hanno sin qui sposato la linea dettata dall'Unione europea, sino al punto da scartare - solo un anno fa - il ricorso alle urne che li avrebbe probabilmente visti vittoriosi, perché mai colui che di quella linea è il più pedissequo interprete dovrebbe ora levare il disturbo? E su quale discontinuità politica può far leva, nella sua proposta elettorale, quel Pd che nell'ultimo scorcio di legislatura ha approvato letteralmente tutto: dalla liquidazione dell'articolo 18 all'abolizione delle pensioni di anzianità, dalla riforma che avvia all'estinzione gli ammortizzatori sociali all'introduzione dell'Imu, dalla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio al fiscal compact? Ora tace anche il Grande Timoniere, l'inquilino del Quirinale, quel Giorgio Napolitano che di Monti è stato l'inventore e mentore.
Oggi, con la sola eccezione di Rivoluzione civile, tutto il confronto politico, al netto delle nebbie, dei diversivi, delle risse mediatiche di cui si fatica ad intravedere l'oggetto, si muove nello stesso recinto programmatico. sicché i competitor che si fronteggiano, Monti e Bersani, propongono politiche le cui differenze si riducono a modeste "variazioni sul tema", inscritte nel medesimo progetto di società.
Per questo né l'uno né l'altro riescono mai a liberarsi definitivamente del Caimano, che nella desertificazione della democrazia e nel pascolo dei poteri forti trova sempre fonti a cui abbeverarsi.

domenica 27 gennaio 2013

Guerra delle monete e neoprotezionismo: la crisi si avvita

Anche a Davos energe con chiarezza che la "guerra delle monete" è ripartita, tenendo al momento l'euro al centro del mirino. La Bce è infatti l'unica banca centrale politicamente "indipendente" e impossibilitata ad operare come "prestatore di ultima istanza".

Il Giappone neoconservatore è il paese che ha rotto anche le apparenze di  "concertazione" globale, aprendo di fatto le ostilità con due mosse chiarissime: ha elevato il target di inflazione dall'1 al 2% (chiarendo dunque che eprsehuirà volontariamente politiche inflazionistiche) e ha preso a "stampare yen" per acquistare euro.
Sul piano delle politiche commerciali globali si tratta di una dichiarazione di guerra, perché in questo modo il Sol Levante cerca di svalutare forzosamente la propria moneta facendo aumentare di lavore quella europea, in modo da assicurare un vantaggio competitivo fortissimo alle merci made in Japan.
Anche gli Stati Uniti e la Gran Bretagna stanno di fatto praticando politiche simili, tramite i quantitative easing della Federal Reserve o il sostegno diretto al sistema bancario nazionale, messo in atto dalla Banca d'Inghilterra.Questo preoccupato articolo de Il Sole 24 Ore chiarisce i dettagli "tecnici" dell'operazione che sta seppellendo il ricordo del Wto e quindi anche tutte le strategie di "rigore di bilancio nazionale" prescritte dall'Europa. Fare i "rigoristi" mentre i competitori seminano inflazione significa quanto meno tagliare le ali alle proprie capacità di esportazione nel mentre si segano le gambe al proprio mercato interno. Creando così in un colpo solole condizioni del fallimento economico e delle rivolte sociali. Ergo: non potranno andare avanti così ancora per molto (capitalisticamente parlando....).



Nella nuova guerra delle valute il Giappone stampa yen e compra euro. Ecco perché la Germania attacca Tokyo. E se l'euro supera 1,4 dollari....

Vito Lops
La nuova battaglia della guerra tra le valute si combatte tra Germania e Giappone. Nelle ultime ore il presidente di Bundesbank, Jens Weidmann, è andato giù duro contro la nuova politica di allentamento monetario varata dalla Banca centrale del Giappone che ha annunciato un obiettivo di inflazione al 2% e ha iniettato sul mercato nuovi yen. Non solo, con questi yen la Banca centrale del Giappone sta comprando euro con l'effetto di rivalutare la moneta unica europea e svalutare la divisa nipponica. Prendendosi di fatto un bel vantaggio: perché chi svaluta di più esporta di più e si conquista terreno nella competizione senza fine voluta dal dogma della crescita a tutti i costi.

In questa guerra chi - come Giappone, Svizzera, Inghilterra e Stati Uniti - può svalutare la propria divisa attraverso la monetizzazione del debito (stampando moneta) è avvantaggiato rispetto a chi - come la Germania e gli altri 16 Paesi dell'area euro che viaggiano in assenza di sovranità monetaria - non può operare manovre così aggressive all'uopo.

C'è pertanto anche questo, il supereuro drogato dalle altre banche centrali che stampano e svalutano, dietro la riduzione dello spread tra BTp e Bund. E c'è anche - a detta di Weidmann - un tentativo da parte del Giappone di rompere un altro dogma oggi prevalente nell'ideologia dei mercati: l'indipendenza delle banche centrali, dato che la nuova azione espansiva della Bank of Japan sarebbe arrivata dopo forti pressione del governo.

«Qui siamo andati molto al di là del solito dibattito sul fatto che certe scelte di politica monetaria siano troppo espansive o restrittive - ha detto Weidmann intervistato dall'agenzia tedesca Dpa -. La manifesta pressione del nuovo governo giapponese ha una nuova qualità».

Secondo il banchiere tedesco «dietro alle richieste per una politica monetaria ancora più aggressiva c'è la minaccia di togliere alla banca centrale la propria autonomia», che è il «presupposto fondamentale» per mantenere la stabilità valutaria.

Le accuse della Gemania vengono rispedite al mittente. «Le critiche sulla manipolazione dei corsi delle valute sono del tutto senza fondamento». Così il ministro delle Finanza del Giappone, Taro Aso.

Prova a spegnere acqua sul fuoco il governatore della Banca centrale europea Mario Draghi ha rilanciato sull'indipendenza della Bce indicando che il meccanismo di supervisione unica delle banche così come il meccanismo di liquidazione unico a livello della zona euro faranno sì che le banche «siano protette» dall'influenza sovrana.

Ma la Germania non nasconde la preoccupazione perché Draghi può far poco, invece, sull'indipendenza della Banca del Giappone. Non a caso la cancelliera Angela Merkel, dal forum di Davos, ha detto che la decisione politica del governo giapponese di consentire alla sua banca centrale l'acquisto illimitato di bond, è un nuovo problema che va guardato «non senza qualche preoccupazione».

Super-euro
La preoccupazione è legata alla nuova accelerazione dell'euro. Oggi è volato ai massimi degli ultimi 11 mesi sulla sterlina (la moneta unica si è rafforzata fino a 85 pence per la prima volta dal 24 febbraio 2012). L'euro è anche in netto rialzo su dollaro e yen. Contro il biglietto verde, la valuta europea è salita a 1,3438, rivedendo anche in questo caso i livelli più alti da 11 mesi, e nel cross con lo yen segna un rialzo dell'1,1% a quota 122,1.

I fattori di rischio per l'economia tedesca
La Germania, che basa oltre il 50% della sua crescita sulle esportazioni, ha sbilanciato negli ultimi anni la sua economia più sulla domanda esterna che su quella interna. Per questo motivo, ancor più di altri Paesi, vive con tensione la nuova fase della guerra delle valute con l'ingresso a gamba tesa del Giappone.

I presupposti per la crescita della Germania sono legati a doppio filo sia aull'andamento dell'euro che sul costo delle materie prime. Secondo uno studio effettuato da Gabriele Roghi, responsabile gestioni patrimoniali di Invest Banca, la locomotiva tedesca sarebbe messa a dura prova se l'euro sforasse 1,4 dollari e se, allo stesso tempo, il prezzo del petrolio fosse stabilmente sopra la soglia dei 95 dollari al barile (il livello sui cui viaggia nelle ultime settimane).

«Abbiamo calcolato i livelli di significatività statistica, attraverso il T-test, del livello di correlazione tra l'indice Dax, da utilizzare come proxi dell'economia tedesca molto ciclica e molto orientata all'export, e, in un primo caso, il cambio euro/dollaro e, in un secondo momento, il prezzo del petrolio. Il risultato è statisticamente rilevante in entrambi i casi - spiega Roghi -. Il livello intorno a 1,40 sembra bloccare la crescita del Dax: quindi possiamo ipotizzare che sia questo il livello di guardia per l'economia tedesca per competere nei mercati internazionali. Quanto al petrolio l'analisi sul prezzo del petrolio indica come il livello di 90-95 dollari al barile sia il limite sostenibile per l'economia teutonica che, similmente alla nostra, deve fare i conti con una bolletta energetica imponente che impatta sulla competitività produttiva».

Ma intanto, mentre Merkel e Weidmann lanciano l'allarme e attaccano il Giappone, gli imprenditori tedeschi non sembrano così preoccupati. Oggi l'indice Ifo - che misura la fiducia delle imprese tedesche - è salito a 104,2 punti a gennaio da 102,4 del mese precedente. Il livello più alto degli ultimi cinque anni. Chi avrà ragione?

da IlSole24Ore

L'industria dell'Olocausto di Norman G. Filkenstein

"Questo libro si propone di essere un'anatomia dell'Industria dell'Olocausto e un atto d'accusa nei suoi confronti. Nelle pagine che seguono, dimostrerò che "l'Olocausto" è una rappresentazione ideologica dell'Olocausto nazista" scrive lo storico ebreo progressista Norman G. Finkelstein.

L'Olocausto non è un concetto arbitrario, si tratta piuttosto di una costruzione intrinsecamente coerente, i cui dogmi-cardine sono alla base di rilevanti interessi politici e di classe. Per meglio dire, l'Olocausto ha dimostrato di essere un'arma ideologica indispensabile grazie alla quale una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di «vittima», e lo stesso ha fatto il gruppo etnico di maggior successo negli Stati Uniti. Da questo specioso status di vittima derivano dividendi considerevoli, in particolare l'immunità alle critiche, per quanto fondate esse siano. Aggiungerei che coloro che godono di questa immunità non sono sfuggiti alla corruttela morale che di norma l'accompagna. Da questo punto di vista, il ruolo di Elie Wiesel come interprete ufficiale dell'Olocausto non è un caso. Per dirla francamente, non è arrivato alla posizione che occupa grazie al suo impegno civile o al suo talento letterario: Wiesel ha questo ruolo di punta perché si limita a ripetere instancabilmente i dogmi dell'Olocausto, difendendo di conseguenza gli interessi che lo sostengono.
Lo stimolo iniziale per questo libro è stato uno studio fondamentale di Peter Novick, The Holocaust in American Life [L'Olocausto nella vita americana], che ho recensito per una rivista letteraria inglese. Le pagine che seguono sono pervase del dialogo critico che ho avviato con Novick e ciò spiega la messe di riferimenti al suo studio. Più un insieme di intuizioni provocatorie che un saggio critico strutturato, The Holocaust in American Life si colloca nel solco della venerabile tradizione americana della denuncia di scandali.
Ma, come la maggior parte dei cacciatori di scandali, Novick si concentra solamente sugli abusi più clamorosi. Per quanto pungente e piacevole in molti punti, The Holocaust in American Life non è una critica radicale. Gli assunti di base non vengono messi in discussione. Pur rimanendo all'interno dell'orizzonte delle opinioni tradizionali, il libro, né scontato né eretico, si colloca agli estremi margini di questo stesso orizzonte, su posizioni controverse e, come prevedibile, ha avuto una vasta eco, suscitando commenti sia positivi sia negativi sui media americani.
La categoria analitica centrale di Novick è la «memoria». Attualmente di gran moda tra gli intellettuali, il concetto di «mernoria» è senza dubbio il più impoverito fra quelli prodotti negli ultimi anni dal mondo accademico. Con l'allusione d'obbligo a Maurice Halbwachs, Novick mira a dimostrare come la «memoria dell'Olocausto» sia stata forgiata da «preoccupazioni di oggi». C'era un tempo in cui gli intellettuali dell'opposizione mettevano in campo robuste categorie politiche come «potere», «interessi» da una parte e «ideologia» dall'altra. Tutto quello che resta oggi è il fiacco, spoliticizzato linguaggio di «preoccupazioni» e «memoria». Eppure, data la documentazione che Novick adduce, la memoria dell'Olocausto è una costruzione ideologica elaborata sulla base di precisi interessi. Secondo Novick, per quanto scelta, la memoria dell'Olocausto è «il più delle volte» arbitraria; questa scelta, cioè, non verrebbe tanto condotta in base a un «calcolo di vantaggi e svantaggi», quanto piuttosto «senza dare troppo peso... alle conseguenze».  Al di là di queste sue parole,  però, la documentazione che lui stesso raccoglie suggerisce la conclusione opposta.
Il mio interesse nei confronti dell'Olocausto nazista prese le mosse da vicende personali.
Mia madre e mio padre erano dei sopravvissuti al ghetto di Varsavia e ai campi di concentramento. Tranne loro, tutti gli altri membri dei due rami della mia famiglia furono sterminati dai nazisti. Il mio primo ricordo, per così dire, dell'Olocausto nazista è l'immagine di mia madre incollata davanti al televisore a seguire il processo ad Adolf Eichmann (1961) quando io rientravo a casa da scuola. Anche se erano stati liberati dai campi solamente sedici anni prima del processo, nella mia mente un abisso incolmabile separò sempre i genitori che conoscevo da quella cosa. A una parete del soggiorno erano appese fotografie di parenti di mia madre. (Nessuna foto della famiglia di mio padre sopravvisse alla guerra.) In pratica non riuscii mai a mettere in relazione me stesso con quelle facce, men che mai a immaginare quello che era successo. Erano le sorelle, il fratello e i genitori di mia madre, non le mie zie, mio zio e i miei nonni. Ricordo di avere letto da bambino The Wall [Il muro di Varsavia, di John Hersey, e Mila 18, di Leon Uris, due romanzi ambientati nel ghetto di Varsavia. (Mi torna alla mente mia madre che si lamentava perché, immersa nella lettura di The Wall aveva sbagliato fermata andando al lavoro.) Per quanto mi sforzassi, non riuscii  mai, nemmeno per un istante, a fare quel salto d'immaginazione che saldava i miei genitori, con tutta la loro normalità, a quel passato. Francamente, non ci riesco neanche ora.
Ma il punto più importante è un altro: se si esclude questa presenza spettrale, non ricordo intrusioni dell'Olocausto nazista nella mia infanzia e la ragione principale sta nel fatto che a nessuno, fuori della mia famiglia, sembrava interessare quello che era accaduto. I miei amici di gioventù leggevano di tutto e discutevano appassionatamente degli avvenimenti contemporanei, eppure, in tutta onestà, non ricordo un solo amico (o un suo genitore) che abbia fàtto una sola domanda su quello che mia madre e mio padre avevano passato. Non era un silenzio dettato dal rispetto, era semplice indifferenza. Sotto questa luce, non si possono che accogliere con scetticismo le manifestazioni di dolore dei decenni seguenti, quando era ormai consolidata.
A volte penso che la «scoperta» dell'Olocausto nazista da parte dell'ebraismo americano sia stata peggiore del suo oblio. I miei genitori continuavano a ripensarci nel loro Privato e la sofferenza che patirono non ricevette pubblici riconoscimenti. Ma non fu forse meglio dell'attuale, volgare sfruttamento del martirio degli ebrei?
Prima che l'Olocausto nazista divenisse l'Olocausto, sull'argomento furono pubblicati solo pochi  studi scientifici, come The Destruction ofThe European jews [La distruzione degli ebrei d'Europa], di Raul Hilberg, e testimonianze come Man's search for Meaning [Alla ricerca di un significato della vita], di Viktor Frankl, e Prisoners of Fear [Prigionieri della paura], di Ella Lingens-Reiner. Eppure questa piccola raccolta di gemme è migliore degli scaffali di cianfrusaglie che ora affollano biblioteche e librerie.
I miei genitori, pur rivivendo giorno dopo giorno il passato fino alla fine della loro vita, negli ultimi anni persero interesse per l'Olocausto come pubblico spettacolo. Uno degli amici di più lunga data di mio padre era stato con lui ad Auschwitz ed era, o almeno sembrava, un incorruttibile idealista di sinistra che per principio rifiutò dopo la guerra il risarcimento tedesco. In seguito divenne un dirigente del museo israeliano dell'Olocausto, lo Yad Vashem. Con riluttanza e sinceramente deluso, mio padre dovette ammettere che perfino un uomo come quello era stato corrotto dall'industria dell'Olocausto, adattando le proprie idee al potere e al profitto. Dal momento che l'interpretazione dell'Olocausto assumeva forme sempre più assurde, a mia madre piaceva citare, non senza ironia, Henry Ford: «La storia è una sciocchezza». I racconti dei «sopravvissuti all'Olocausto» (tutti prigionieri dei campi di concentramento, tutti eroi della resistenza) a casa mia erano una fonte particolare di amaro divertimento. D'altronde già molto tempo fa John Stuart Mill aveva compreso che «le verità se non sottoposte a continua revisione, cessano di essere verità. E, attraverso le esagerazioni, diventano falsità».
Mio padre e mia madre si chiesero spesso perché m'indignassi di fronte alla falsificazione e allo sfruttamento del genocidio perpetrato dai nazisti. La risposta più ovvia è che è stato usato per giustificare la politica criminale dello Stato d'Israele e il sostegno americano a tale politica. Ma c'è anche un motivo personale. Ho infatti a cuore che si conservi la memoria della persecuzione della mia famiglia. L'attuale campagna dell'industria dell'Olocausto per estorcere denaro all'Europa in nome delle «vittime bisognose dell'Olocausto» ha ridotto la statura morale del loro martirio a quella di un casinò di Montecarlo. Ma anche tralasciando queste preoccupazioni, resto convinto che sia importante preservare l'integrità della ricostruzione storica e lottare per difenderla. Alla fine di questo libro sostengo che nello studio dell'Olocausto nazista possiamo imparare molto non solamente riguardo ai «tedeschi» o ai «gentili», ma a noi tutti. Eppure penso che per fare questo, cioè per imparare sinceramente dall'Olocausto nazista, occorra ridurre la sua dimensione fisica ed enfatizzarne quella morale. Troppe risorse pubbliche e private sono state investite nella commemorazione del genocidio e gran parte di questa produzione è indegna, un tributo [16] non alla sofferenza degli ebrei, ma all'accrescimento del loro prestigio. È da tempo che dobbiamo aprire il nostro cuore alle altre sofferenze dell'umanità: questa è la lezione più importante impartitami da mia madre. Non l'ho mai sentita dire: «Non fare paragoni». Lei li fece sempre. Certo si devono fare distinzioni storiche, ma porre distinzioni morali tra la «nostra» sofferenza e la «loro» è a sua volta un travisamento morale. «Non potete mettere a confronto due sventurati» osservò Platone «e dire quale dei due sia più felice.» Di fronte alle sofferenze degli afroamericani, dei vietnamiti e dei palestinesi, il credo di mia madre fu sempre: siamo tutti vittime dell'Olocausto.

* Norman G. Finkelstein Aprile 2000 New York. Il brano pubblicato è l'Introduzione del libro “L’industria de l’Olocausto” edizioni Rizzoli, 2202  pressoché scomparso dalle librerie. Reperibile integralmente in formato elettronico. Filkestein, docente universitario negli Usa, ha subito il pesantissimo ostracismo dei gruppi e della intellettualità ultrasionista statunitense, in particolare dal killer ideologico e legale, il noto giurista Alan Dershovitz

Il ritorno di Dalemoni di Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano

Massimo D’Alema ha molti difetti, ma non la mancanza di franchezza. Trattandosi del principale azionista politico del Pd e della segreteria Bersani, le sue parole vanno prese estremamente sul serio. L’altro ieri, presentando a Torino il suo ultimo libro dal titolo spericolato Controcorrente, ha preannunciato le linee guida della prossima “riforma della giustizia” (anzi dei pm, in perfetta continuità col berlusconismo). Non una parola sulla durata di processi e prescrizioni, sulla necessità di ripristinare il falso in bilancio (tipo Mps), mandare in galera gli evasori, punire i rapporti dolosi con la mafia, l’autoriciclaggio e la corruzione sbaraccando la legge-fuffa Severino.Ben altre sono le priorità dalemiane: eliminare “la confusione tra indipendenza della magistratura e difese corporative” che consente “a ogni sostituto procuratore di fare quel che vuole: questo è anarchismo distruttivo, altro che indipendenza. Bisognerà mettere mano a una riforma” puntando “sulla responsabilità dei capi degli uffici, perché se ogni pm fa come vuole non serve avere i capi”. È la fotocopia della “riforma epocale della giustizia” (cioè delle procure) annunciata due anni fa da B&Alfano e fortunatamente abortita. Il potere “diffuso” di ogni pm di aprire indagini su ogni notizia di reato è il naturale corollario dei principi costituzionali di indipendenza e autonomia di ogni singolo magistrato e di obbligatorietà dell’azione penale: ma è già stato duramente limitato dall’ordinamento giudiziario Castelli-Mastella, approvato dal centrosinistra con la complicità della destra nel 2007-2008. Quella controriforma – votata anche dall’allora ministro D’Alema, forse a sua insaputa – già aumenta a dismisura il potere dei capi delle procure a scapito dei sostituti, secondo il modello verticale degli anni ’50, quelli dei porti delle nebbie e delle sabbie, quando bastava controllare un pugno di capi per imbavagliare tutti i pm: infatti si indagava solo sui delitti dei poveracci e mai su quelli dei colletti bianchi.
Il programma minacciato da D’Alema è ancor più pericoloso se si pensa che il futuro ministro (“non mi dispiacerebbe far parte del governo, se qualcuno mi verrà a cercare”) stava parlando di Ingroia, definito “quintessenza della peggiore cultura dell’estremismo e del moralismo basato sul ‘tanto peggio tanto meglio’”, entrato in politica “col nobile scopo di impedirci di avere la maggioranza al Senato per costringerci all’alleanza con Monti e poi gridare che siamo traditori”. Ora, a parte il fatto che il Pd con Monti è alleato da 15 mesi, non è stato Ingroia, ma Bersani e Fassina ad annunciare che il Pd governerà con Monti anche se avrà la maggioranza. Ed è stato Violante a chiedere sottobanco al pericoloso estremista di ritirare le liste al Senato in cambio di 4-5 “senatori mascherati” nelle liste Pd. Ancor più preoccupante (almeno per gli elettori Pd) è il giudizio di D’Alema sul pm che ha fatto arrestare decine di mafiosi e condannare Dell’Utri e Contrada: sulla trattativa Stato-mafia Ingroia “ha usato il suo ruolo per processare la storia del nostro Paese”. Ecco: uomini dello Stato han trattato sotto banco con la mafia, consegnandole le chiavi della Seconda Repubblica, ma Ingroia doveva voltarsi dall’altra parte in barba alla Costituzione per non infangare “la storia del nostro Paese”. Come se a infangarla non fosse chi trattò con i boia di Cosa Nostra, ma chi l’ha scoperto. Segue l’accusa, anch’essa copiata da B., di aver “concluso l’inchiesta con una candidatura”.
Forse D’Alema confonde Ingroia con qualcun altro. Anni fa un pm di Bari, Alberto Maritati, indagava su un politico illegalmente finanziato con 20 milioni di lire da un imprenditore malavitoso. L’accusa finì in prescrizione e il pm in Parlamento. Lo candidò lo stesso politico indagato e prescritto, che poi lo portò nel suo governo. Era un certo Massimo D’Alema.

A che servono le tasse? di Nicola Melloni, Liberazione.it

Ecco quello che una sinistra seria dovrebbe (e potrebbe) fare

Come sempre in Italia durante la campagna elettorale le tasse sono argomento tabù, buono solo per un po’ di propaganda e mai per una discussione seria. Il dibattito politico è concentrato da una parte sull’annoso problema dell’evasione e, dall’altro, sulle tasse troppo alte. La pressione fiscale italiana è sicuramente superiore alla media europea, ma sostanzialmente in linea con molti dei grandi paesi dell’Europa Occidentale (mentre l’Europa orientale abbassa la media della Ue sostanzialmente), inferiore a quella francese e di poco superiore a quella tedesca.
Quello invece che andrebbe discusso è la funzione sociale ed economica delle tasse e dunque su come modulare la fiscalità. Le tasse non sono (o almeno non dovrebbero essere) semplicemente un tributo per mantenere i costi dello Stato, ma una importante leva economica, se utilizzata correttamente. Ad iniziare, nella gestione macroeconomica, da un sistema di incentivi tali da spostare la ricchezza verso gli utilizzi più produttivi a scapito di quelli che lo sono meno. Dal punto di vista sociale e politico, senza dover tornare fino a Keynes, Hobson, le tasse sono una componente fondamentale per alleviare le diseguaglianze eccessive, tali da compromettere sia il corretto funzionamento del sistema economico (sia per l’accumulazione di ricchezza improduttiva, sia, al contrario, per un "mismatch" tra attività produttive e possibilità di consumo), sia quello della nostra democrazia, che rischia di trasformarsi in oligarchia.
Vediamo nel dettaglio.
Per quanto riguarda il livello di tassazione sulle imprese, l’Italia si colloca decisamente al di sopra della media europea – che contrariamente a quello che si pensa comunemente è circa la metà (come media calcolata tra i vari paesi Ue: 22.5%) di quella americana (40%). Anche se spesso non è tutto oro quello che luccica – gli Stati Uniti avrebbero appunto il livello nominale di tassazione delle corporazioni più alto del mondo, peccato che la tassazione effettiva (grazie alle esenzione e al ricorso sistematico a vari paradisi fiscali) sia circa la metà. In ogni caso, la nostra "corporate tax" ufficiale (31%) è inferiore a quella dei paesi nordici e pure a quella francese, spagnola ed inglese, ma decisamente superiore, ad esempio, a quella tedesca, soprattutto quando prendiamo in considerazione le tasse implicite sul capitale (36% vs 24%). Il tutto mentre la tassazione sulle rendite finanziarie, pure innalzate al 20%, rimane una delle più favorevoli in Europa (in Germania è sopra al 30%), creando così, de facto, una contrapposizione tra capitale industriale e finanziario.
Ben diversa è la situazione per quanto riguarda la tassazione sul lavoro. In questo caso il nostro paese registra la pressione fiscale più alta d’Europa, al 44% (Germania 39, Francia 41, media UE 34). In realtà questo record negativo è frutto soprattutto dell’evasione fiscale che, colpendo fortemente la entrate dal lavoro autonomo, ha portato a maggiorazioni del prelievo sul lavoro dipendente per compensare, almeno in parte, il buco creato dall’infedeltà fiscale. Con degli effetti, neanche tanto collaterali, disastrosi: una pressione inusitata sui redditi da lavoro dipendente con conseguente repressione dei consumi, costi eccessivi per il datore di lavoro, ed un livello scandaloso di economia sommersa. Appare dunque del tutto evidente come gli incentivi economici creati dalla tassazione siano ben poco funzionali al rilancio del paese.
L’altro aspetto essenziale del problema, cioè quello legato alla funzione sociale della tassazione, è la progressività delle imposte. L’Irpef è l’imposta che tassa il reddito, introdotta una quarantina di anni fa con una modalità, allora, fortemente progressiva, come per altro da dettato costituzionale. Ma cambiata poi nel tempo seguendo il dettato ideologico del neo-liberismo che proprio sul terreno fiscale ha radicalizzato lo scontro coi keynesiani a partire dalla famigerata “reaganomics” che nasceva proprio su teorie fantasiose e ideologizzate come la curva di Laffer, secondo cui un livello di tassazione inferiore avrebbe aumentato le entrate fiscali grazie allo stimolo esercitato sull’economia reale. E dunque tasse più basse per i ceti più abbienti.
Il nuovo mainstream fiscale ha portato ad una rimodulazione delle aliquote Irpef, prima riducendo drasticamente il numero di scaglioni e poi con un deciso innalzamento dell’aliquota più bassa (dal 10 al 18%) ed un ancor più marcato decremento delle aliquote maggiori (dal 72 al poco meno del 45%). Il colpo definitivo è venuto addirittura proprio col governo Prodi, quello che doveva essere il primo governo di sinistra della storia italiana. La rimodulazione allora impostata, fortemente regressiva rispetto al modello precedente, trovava una sua giustificazione guardando ai sistemi fiscali nord-Europei (dove comunque le tasse per l’aliquota più alta superano abbondantemente il 50%). Con un importante caveat, volutamente ignorato. E cioè che quelle società sono caratterizzate da un sistema economico assai diverso dal nostro, in cui la dialettica capitale-lavoro è mitigata dalla concertazione sindacati-imprese che riduce le diseguaglianze salariali già prima della tassazione.
Il combinato tassazione solo marginalmente progressiva-evasione ha contribuito a determinare la scandalosa situazione odierna, in cui il 10% della popolazione detiene quasi il 50% della ricchezza privata. Ed entra allora qui in gioco un’altra peculiarità dell’economia italiana, ovvero l’incredibilmente alto livello di patrimonializzazione della ricchezza che porta a dati altrimenti inspiegabili, come un livello di ricchezza privata assoluta e un rapporto ricchezza privata/Pil più alto in Italia che nella florida Germania. Dati che vengono spesso sventolati come un punto di forza dell’economia italiana ma che andrebbero rivisti in chiave critica come segno del malessere del sistema produttivo – la ricchezza italiana rientra solo marginalmente nel circolo economico in quanto la patrimonializzazione (soprattutto sui beni immobili, raddoppiata in 15 anni e che rappresenta il 60% della ricchezza netta) viene preferita all’investimento produttivo (e dunque, per altro, tassabile sul reddito generato). Non è certo una sorpresa che tale fenomeno avvenga in una economia industriale basata soprattutto sulla piccola e piccolissima impresa che fatica a decollare anche per le scelte imprenditoriali dei padroni che contribuiscono con la propria ricchezza a solo il 12% al bilancio aziendale (contro il 30% della Francia ed il 34% della Germania).
In una tale situazione dovrebbe dunque essere lapalissiano un ricorso ad una tassa patrimoniale fortemente progressiva, accompagnata da una rimodulazione del carico fiscale che allenti la presa sui fattori produttivi a favore di tasse maggiori sui redditi più alti. Un aumento della tassazione ha effetti recessivi soprattutto quando colpisce i redditi più bassi, in quanto riducendo il reddito disponibile riduce il consumo. Ma ha effetti assai meno dirompenti (e minori di quelli dei tagli fiscali richiesti dall’austerity) quando colpisce i redditi più alti, i cui consumi rimangono sostanzialmente invariati. A questa va aggiunta una tassazione sulla ricchezza che vada oltre il modesto contributo dell’Imu. Lì, ormai è chiaro, si concentra la ricchezza italiana e dunque, naturalmente, lì andrebbe ricercata, nuovamente con effetti recessivi piuttosto modesti qualora andasse ad intaccare, anche pesantemente, i patrimoni più alti. Così da rimodulare il sistema di incentivi che al momento favorisce l’accumulazione improduttiva (tassata troppo poco) rispetto all’investimento produttivo (tassato troppo). In questa maniera si potrebbe da una parte ridurre le diseguaglianze sociali e dall’altra detassare gli investimenti in capitale e lavoro. Così da riconciliare il giusto stimolo economico con una maggiore eguaglianza.