martedì 10 ottobre 2017

MOVIMENTO POLITICO E SOCIALE PER L'ALTERNATIVA

La sinistra di alternativa: civica, civile, partitica e sociale

Tomaso Montanari e Anna Falcone

E' importante l’elemento centrale che viene fuori dalla conferenza stampa tenuta a Roma ieri da Tomaso Montanari e Anna Falcone: il civismo come realtà politica della partecipazione singolare dei cittadini che non fanno parte di forze politiche unito però alle forze politiche stesse. Piena dignità collaborativa ed equipollente per tutte e tutti: mi sembra questo un principio che si può tradurre in un dato di fatto, quindi anche in uno schema di attuazione della politica del futuro “Quarto polo”.
La ragione fondante sembra quella di unire la sinistra e, al contempo, di mettere i cittadini nella condizione di riappropriarsi di un concetto esteso della politica non banalizzata nella ristretta dicitura della “casta”, così tanto usata e abusata terminologia a scopo denigrante di un revisionismo attualistico delle istituzioni stesse rese uguali nei molti, ma comunque soli, aspetti negativi per cui hanno indecorosamente brillato negli ultimi decenni.
Semmai, cittadini e politica diventano nel progetto esposto da Montanari e Falcone una reinvenzione che non guarda al passato nostalgico di vecchi schemi parlamentari, ma che ha come punto di riferimento, dopo il 4 dicembre, non soltanto più la difesa della Costituzione della Repubblica quanto la sua valorizzazione come programma fondante la lista civica e politica nazionale di sinistra di alternativa che si andrà costruendo.
Condivido le aspettative che sono state illustrate da un punto di vista unitario che focalizzi la sua attenzione non sui tatticismi tra partiti ma sull’obiettivo davvero impegnativo (e per questo forse anche molto stimolante) di attrarre un consenso non soltanto in chiave elettorale ma sociale. Il tutto in una dinamica di idee e di progetti che ha alcuni punti fissi oltre l’abbraccio del testo costituzionale: l’archiviazione definitiva di qualunque progetto di centrosinistra e l’alternativa netta, senza se e senza ma, alle tre destre rappresentate dal PD, dai Cinquestelle e dal centrodestra classico, quello più schiettamente politico anche nel suo essere “destra” di facciata.
E’ evidente che una dimensione di questa natura impone non tanto a Rifondazione Comunista o a Sinistra Italiana di ripensarsi dentro al Quarto polo, quanto ad un Movimento Democratico e Progressista che all’atto della sua nascita aveva come obiettivo dichiarato da D’Alema, Speranza, Bersani e Rossi di ridare vita ad un centrosinistra che fosse il competitor naturale del PD alla guida del Paese.
E’ altresì evidente che, operando una necessaria critica politica, la missione di Articolo 1 – MDP è fallita in questo senso, tanto che le contraddizioni che impedivano una chiara comprensione della collocazione ideal-programmatica del movimento citato oggi sembrano venire meno proprio per l’impossibilità di gestire la creazione autonoma di un nuovo centrosinistra escludendo il PD.
Prende più corpo, invece, l’ipotesi di un mascheramento del renzismo da pseudo-corrente di sinistra che si apre all’idea della formazione di una coalizione in vista delle elezioni del 2018. E, se Renzi esclude qualunque rapporto con MDP, non altrettanto fa il ministro della giustizia Andrea Orlando che oggi, dalle colonne de “La Stampa”, incalza il suo partito (e segnatamente la cosiddetta “sinistra interna”) a riprendere un terreno di dialogo con MDP sulla legge elettorale e sullo Ius soli.
E’ evidente che si tratta di una corda di salvataggio lanciata a chi ha detto di voler chiudere la porta verso ogni ipotesi di sostegno della maggioranza di governo (peraltro finora sostenuta) se non fosse stata cambiata la manovra di bilancio su alcuni punti come, ad esempio, la redistribuzione delle risorse destinate alla sanità pubblica.
Dunque, la formazione del Quarto polo non è ancora un ambito politico definito: è giusto che sia così, che sia un “divenire”. Un processo di formazione che eviti magari le storture degli anni passati, gli inciampi frettolosi sulla composizioni di raffazzonate liste improvvisate per concorrere comunque alle politiche.
Ed è giusto che il dibattito sia profondo, che arrivi e che parta (soprattutto) dai territori per comprendere davvero ciò che si intende costruire e per farlo in modo tale da non trovarsi separati il giorno dopo il voto.
Per questo il richiamo alla dualità civismo-organizzazioni politiche, ad una interazione che diventi vicinanza per entrambi e scambio quindi anche culturale, è essenziale per ridare senso e fiato ad una idea di sinistra di alternativa che ha bisogno di un substrato ideologico oltre che programmatico. I programmi senza le idee non sono che astrazioni, dettami senza un punto certo di riferimento.
Le prossime settimane saranno interessanti perché ci obbligheranno a fare i conti non soltanto col tempo che passa ma soprattutto con l’impellenza di una risposta che oggi nessuna sinistra riesce a dare ad esempio ai lavoratori dell’ILVA, a quella che, finalmente, qualche operaio del porto di Genova – parlando della sua presenza in corteo con i lavoratori della siderurgia – ha definito “solidarietà di classe”.
Era da tanto tempo che non si sentiva più la parola “classe”. Compito della sinistra vera, di alternativa è sostenere questa solidarietà e farlo nell’ambito dei valori costituzionali e anche di una più alta aspirazione al cambiamento sociale, al capovolgimento dello stato di cose presente.
MARCO SFERINI
 
 
Per una sinistra larga, civica e partecipata
 
Pubblichiamo di seguito il documento letto da Tomaso Montanari e Anna Falcone nella conferenza stampa che si è tenuta oggi nella sala della Stampa Romana che fa il punto della situazione politica in seguito alle vicende di questi giorni e rilancia con forza l’inizia del percorso per un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza.



 

sabato 7 ottobre 2017

Che Guevara, perché parlarne ancora, cinquant’anni dopo di Antonio Moscato

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Rallentata l’ondata di pubblicazioni che riempivano un vuoto dopo anni di oblio, è possibile e necessario ricollocare Guevara fuori dal mito e dalla retorica del “guerrigliero eroico” ma sfortunato. Dissolta la nuvola di pubblicazioni di terza mano, rimangono alcune grandi biografie frutto di un lavoro reale tra cui spicca per completezza quella di Paco Ignacio Taibo II, che ha potuto far fruttare i molti rapporti con stretti collaboratori del Che stabiliti nei suoi lavori precedenti su Santa Clara e sul Congo.
1 C’è poco da chiarire invece sulle circostanze della morte di Guevara: conta poco se l’ordine di ucciderlo a freddo è partito da Washington o da La Paz. Conveniva a molti impedire che in un processo pubblico potesse spiegare le ragioni della sua scelta. Invece rimangono da chiarire le ragioni della solitudine del Che negli ultimi sei mesi, senza medicine, senza radio, senza modesti walkie talkie per mantenere il contatto con la seconda colonna; senza che si tentasse, come fu fatto con altri nuclei di guerriglieri in quegli stessi anni, di far arrivare boliviani pratici della zona per aiutarlo ad uscire da quella regione ostile.
2 Era rimasto in ombra un altro elemento decisivo: perché il Che aveva lasciato Cuba, che egli amava e dove era amatissimo. Eppure si chiarisce facilmente se si riflette sul testo di bilancio della spedizione nel Congo, finalmente pubblicato nel 1994 in tutto il mondo (tranne che a Cuba, che ha dovuto aspettare altri cinque anni). Appare chiaro che a quell’impresa – già avviata da altri – Guevara si era dovuto aggiungere, dopo la critica ai “paesi socialisti” complici dell’imperialismo, divenuta inevitabilmente pubblica perché pronunciata ad Algeri. Era abbastanza esplicita da suscitare l’ira di Mosca, come ammise anche Raúl Castro nell’atto di accusa contro la “microfrazione” di Aníbal Escalante. Anche l’impresa di Bolivia non era una iniziativa personale del Che: con lui erano partiti diversi membri del CC del partito comunista cubano. Casomai resta da chiarire come mai in entrambi i casi le informazioni raccolte dai servizi cubani erano risultate poco fondate: per il Congo in ritardo di almeno sei mesi, per la Bolivia del tutto sbagliate.
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3 Anche se Guevara non ha contribuito all’arricchimento del marxismo come Lenin, Rosa o Trotskij, è apparso giustamente un gigante rispetto alla maggior parte dei dirigenti comunisti o socialisti della sua epoca, perché ha “riscoperto” alcuni semplici pilastri del marxismo dimenticato o occultato: la necessità dell’indipendenza del partito comunista, il rifiuto della collaborazione interclassista, l’autorganizzazione del proletariato, l’internazionalismo. Era difficile farlo in un epoca in cui invece dei classici del marxismo in tutti i partiti comunisti si studiava sui “brevi corsi” tradotti dal russo, che assicuravano un indottrinamento fideistico. Per questo, senza troppe polemiche, il Che ha dovuto lasciare una Cuba che cominciava ad essere assimilata allo stile sovietico su molti terreni, compreso quello della “doppia verità”. Il gruppo dirigente cubano, per sopravvivere in un mondo ostile, e non solo per le pressioni sovietiche, stava imboccando una strada che in pochissimi anni l’avrebbe portata a tacere sugli errori e sui crimini di ogni governo “amico”, a partire da quello del Messico (il massacro di piazza Tlatelolco nel 1968, ignorato dalla stampa cubana, segue di appena un anno la morte del Che). Ma avrebbe taciuto anche sulle illusioni di Salvador Allende sulla evitabilità di un conflitto necessario per difendersi anche con le armi in caso di inasprimento del conflitto.
4 Grande merito del Che è la comprensione tempestiva della crisi strisciante dell’URSS e dei paesi che ne avevano dovuto seguirne il modello, e in particolare la Cecoslovacchia. Grazie all’apporto di molti consiglieri cechi e anche sovietici, Guevara aveva saputo passare dal primo entusiasmo ingenuo dopo il primo viaggio in quei paesi (quando si autodefinì egli stesso “Alice nel continente delle meraviglie”) a una critica puntuale della crisi sociale ed economica che li minacciava e che sarebbe venuta alla luce in Cecoslovacchia pochissimi anni dopo la sua morte, trascinando con sé gran parte dei militanti comunisti educati al culto dell’URSS e al fideismo.
5 Le Critiche al manuale di economia dell’Accademia delle scienze dell’URSS, ribattezzate da Borrego Quaderni di Praga perché completate in quella città, rimasero inedite per quaranta anni, nonostante il Che le avesse preparate minuziosamente per la pubblicazione. Da alcuni economisti cecoslovacchi come Valtr Komarek era stato aiutato a capire i punti deboli del “modello sovietico” imposto a tutti i paesi “socialisti”, ma in quella bellissima città non poté incontrare nessuno dei suoi amici e compagni locali, perché dovette vivere da clandestino, senza contatti. Secondo lo stesso Fidel la permanenza in quella città “aumentava i rischi” per i suoi progetti, e per questo lo convinse a tornare, di nuovo clandestinamente, a Cuba. Ma quelle riflessioni critiche sulle strozzature dell’economia sovietica sarebbero state preziose se pubblicate immediatamente, o almeno al momento del crollo dell’URSS; ora, rilette attentamente, servono quasi solo come testimonianza di un itinerario intellettuale. La fine dell’URSS è lontana, e chi aveva creduto nella sua eternità non vuole ammettere che era possibile prevederne il declino, come il Che fu capace di fare.
6 Il ritardo nel pubblicare altri scritti già preparati dal Che, come i Pasajes de la guerra revolucionaria, Congo, ha avuto conseguenze gravi già per le successive imprese cubane in Africa, celebrate ancor oggi sorvolando sulle caratteristiche dei regimi che hanno puntellato (Angola, Mozambico ed Etiopia, soprattutto) e su quelle dei dirigenti dei movimenti di liberazione che si erano formati giocando sulla concorrenza tra URSS e Cina, come Laurent Désiré Kabila, su cui il Che aveva espresso un giudizio severissimo non ascoltato, e che diventerà poi trent’anni dopo presidente della Repubblica Democratica del Congo.
7 La tardiva pubblicazione di gran parte degli inediti ha avuto una scarsa incidenza nel dibattito cubano di oggi. Pesa la inesorabile estinzione per ragioni anagrafiche di alcuni dei tenaci cultori del Che come Fernando Martinez Heredia, tollerati dopo gli anni di silenzio forzato ma a condizione di ricorrere a un linguaggio poco comprensibile ai non addetti ai lavori. Ma si deve anche al fatto che le ricette di Guevara, come quelle di Lenin nel cosiddetto “Testamento politico”, erano già in ritardo sulla trasformazione del paese, che era già in gran parte avvenuta. La sua sconfitta nel dibattito del 1963-64 non era casuale, era il riflesso del consolidamento di una burocrazia sempre più consapevole dei suoi interessi, ben diversi da quelli che pretendeva (e pretende) di rappresentare.
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8 Pesa molto il nuovo isolamento di Cuba nel continente. Sono già stati sconfitti i governi progressisti in Argentina e soprattutto in Brasile, uno dei paesi chiave per il progetto bolivariano grazie alle sue dimensioni e le sue risorse, e non è facile che altri ne prendano il posto in questa fase. Cuba sostiene il governo del Venezuela, ma le sue difficoltà non sono un’invenzione dei media ostili: Caracas ha dovuto ridimensionare drasticamente le forniture di petrolio. L’isola quindi è sola di fronte agli Stati Uniti, per giunta guidati non più da un Obama (di cui era peraltro lecito dubitare all’inizio delle trattative per riprendere i rapporti diplomatici) ma da un bruto imprevedibile come Trump. Tanto più perché utilizzano largamente l’argomento del comportamento non ineccepibile del governo Maduro, principale anche se ormai insufficiente puntello esterno di Cuba. Lo stesso rapporto privilegiato instaurato tra Cuba e Venezuela (sul piano economico, ma anche politico e ideologico, e con un forte legame personale tra i due fratelli Castro e Chávez) era stato utile e prezioso soprattutto per l’isola, ma a Caracas evocava il rischio di un’assimilazione a Cuba, che spaventava per la sua rigidità ideologica e il permanere delle pesanti difficoltà economiche della popolazione, e forniva argomenti alle opposizioni ostili a una maggiore integrazione nell’ALBA. E di fatto era stata dimenticata e comunque poco ascoltata un’altra delle indicazioni di Guevara, che pensava già cinquant’anni fa a coordinare i movimenti, più che gli Stati di un presunto “campo progressista”…
9 Un’altra “riscoperta” di Guevara che allora sbalordì il mondo e fu alla base del suo fascino tra i giovani, è che la verità è rivoluzionaria, che bisogna dire quel che si pensa e fare quel che si dice. Era scontata in Lenin, Trotskij, Rosa, Gramsci, ma era stata dimenticata nei decenni in cui la maggior parte dei partiti comunisti abbellirono con frasi rivoluzionarie una collaborazione di classe non diversa da quella praticata dalle socialdemocrazie. Sembra poco ma è tantissimo, per la sinistra smarrita e afona in tutto il mondo. Basterebbe questo per rendercelo indispensabile.

La sinistra e Montanari: “Attuare la Costituzione”


Quarto polo. La tappa fiorentina del giro d'Italia di 'quelli del Brancaccio' e della Rete delle città in Comune, per una lista di sinistra nel segno dell'attuazione della Carta repubblicana: "Compreso il titolo III". Cioè il modello economico 

Al di là delle dichiarazioni ad effetto – “il nostro programma non è di stare al tavolo, ma di ribaltarlo” – che pure muovono l’applauso di Sant’Apollonia, è il filo del ragionamento di Tomaso Montanari che non mostra smagliature, almeno agli occhi di (quasi) tutta una platea fatta di attivisti di partiti, comitati e associazioni, e per fortuna anche di curiosi, compresi molti under 40. La tappa fiorentina del giro d’Italia “Cento piazze per il programma”, lanciato dall’ “Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza”, cioè ‘quelli del Brancaccio’, e dalle “Rete delle città in Comune”, non offre risposte definitive su un programma di sinistra che, appunto, è un work in progress. Ma segna comunque gli assi cartesiani di un rassemblement, non solo elettorale, “che intende ricostruire la sinistra con un percorso di partecipazione democratica dal basso, e che ci veda tutti sulla stessa rotta, nella stessa direzione”.
Quale direzione? La risposta dello storico dell’arte tiene insieme una provocazione e un giudizio politico: “Alla fine di questo percorso faremo una nuova assemblea a Roma, al Brancaccio. Io vorrei farla il 19 novembre, e non perché quel giorno c’è un’iniziativa politica che vuol fare D’Alema. Lo vorrei fare quel giorno perché, nel 1944, in quel teatro un discorso memorabile lo fece Emilio Lussu, sulla ricostruzione dello Stato dopo vent’anni di fascismo. E lo Stato, negli ultimi 25 anni, è stato di nuovo smontato, pezzo per pezzo”.
In realtà la futura assemblea novembrina del Brancaccio dovrebbe svolgersi una settimana più tardi. Anche per la sensibilità che si deve a chi sta organizzando un percorso politico parallelo. Difficilmente convergente però, se Montanari davanti alle telecamere di La7 osserva: “Le politiche di centrosinistra hanno provocato tanti disastri”. Parole che si accompagnano, pensando alla “sua” Toscana, all’invito rivolto ad Enrico Rossi in un auditorium che ben conosce, e denuncia, la reale natura delle scelte sanitarie e infrastrutturali della Regione: “Lo dico all’amico Rossi: va bene un percorso comune, ma solo se si cambia rotta sull’aeroporto di Firenze, sull’inceneritore, sul sottoattraversamento dell’alta velocità, sulle politiche sanitarie”.
Il diretto interessato si schernisce: “Questo progetto non ha un leader. Credo sia finito il tempo in cui le case si costruivano dai tetti”. Ma i riflettori sono comunque per lui, Tomaso Montanari. Eppure l’auditorium ascolta con attenzione, in sintetici interventi di cinque minuti scanditi da Giulia Princivalli e Alberto Mariani, le parole assai critiche – vedi nuova possibile legge elettorale – di Alberto Cacopardo dei comitati per il “No” al referendum del 4 dicembre. Poi Tommaso Fattori, di Sì Toscana a Sinistra, pronto a rilevare: “Occorre nettezza, radicalità, credibilità: appena un mese fa uno dei leader di Mdp (Pierluigi Bersani, ndr) ha preso pubblicamente le distanze da Jeremy Corbyn sulla rinazionalizzazione dei servizi pubblici. E non dimentichiamo che, senza interconnettersi con il ‘campo di gioco’ europeo, non saremo mai in grado di difendere le nostre scelte politiche dai diktat dell’Ue come il pareggio di bilancio. Dobbiamo imporre la nostra agenda e non inseguire quella degli altri, come abbiamo fatto con i referendum sull’acqua e i servizi pubblici”. Poi disattesi.
Ancora, Massimo Torelli dell’Altra Europa, con un secco intervento a colpi di tweet sul modello coniato da Pablo Iglesias di Podemos. E, fra Dimitri Palagi (Prc), Serena Pillozzi (Si), Serena Spinelli (Mdp) e Miriam Amato (Al), c’è il prof di liceo Andrea Bagni: “ Per chi ha meno di 30 anni, la dimensione della politica è stata terra bruciata fino al 4 dicembre scorso. Non deludiamoli di nuovo”. Chiude Montanari: “Ricordiamolo sempre, il governo è un servizio, non un fine: al governo ci andremo quando avremo la forza di imporre un progetto. Di attuazione della Costituzione, compreso il titolo III”. Il modello economico
RICCARDO CHIARI

Decoro urbano di Luigi Altea




L’abitatore di questa dimora non fissa, e utilizzatore del giaciglio in attesa di sgombero, è un uomo.
Semplicemente un uomo.
La foto, di sabato 23 Settembre, non lo ritrae soltanto per il doveroso rispetto della privacy.
Il diritto alla riservatezza appartiene a tutti, anche a chi è esposto, notte e giorno, ad occhiate indaginose o a sguardi infastiditi.
Lorenzo, con la sua bella barba incolta, con gli occhi intelligenti e vivi, seduto accanto alla sua piccola libreria non fa una brutta figura.
Tra lui e i suoi libri non c’è incompatibilità.
Osservandolo non si avverte quella discrasia che appare evidente, invece, quando vediamo certi “potenti” della politica, fare sfoggio d’improbabile sapienza, seduti in favore di telecamera, davanti a lussuose librerie, stracolme di libri intonsi…
Il viso luminoso e arguto di Lorenzo fa tutt’uno con i suoi migliori amici: i libri che ha cura di disporre accanto al giaciglio, sulla soglia della vetrina in disuso di una banca, da lui immaginata come mensola naturale e pregiata.
La dimora di Lorenzo è situata, pro tempore, sotto i portici di un lussuoso stabile, all’angolo di un grande incrocio, che i milanesi si ostinano a chiamare Piazza…
Girando per Milano si incontrano tante, tantissime altre persone che vivono l’emarginazione estrema, accampate per strada.
Mi ha colpito particolarmente Lorenzo perché su quella lastra di marmo, tirata a lucido, avrebbe potuto disporre i suoi pochi viveri: un po’ di pane, di formaggio, qualche lattina di birra… E proteggerli, tenendoli il più lontano possibile dal calpestio dei passanti, frettolosi e distratti.
Avrebbe cioè potuto utilizzarla come tavolo su cui consumare i miseri pasti, o come piccola dispensa da raggiungere facilmente, durante la notte, per servirsi da bere…
Con tutta evidenza, però, Lorenzo non vive di solo pane.
Seguendo la gerarchia delle sue priorità, ha assegnato quello spazio privilegiato e più sicuro a quanto possiede di più prezioso: i libri.
Non so perché, vedendolo, ho pensato subito ad alcuni ministri e ministre di oggi e di ieri, nei confronti dei quali ho anche mentalmente pronunciato qualche battutaccia, che la vergogna m’impedisce di riferire…
Però non riesco a tacere la banalissima constatazione che, se c’è chi insegue facili o immaginari titoli accademici, per vestire con minor disagio i panni di ministro, c’è anche chi, fortunatamente, apre e legge un libro per il solo impagabile ed onorevole gusto d’indossare dignitosamente l’abito di uomo…
Lorenzo custodisce gelosamente la sua storia.
Resterà quindi inappagato il mio desiderio di conoscere, almeno in piccola parte, i suoi pensieri, le sue riflessioni su di lui, su di noi, sul mondo, sull’esistenza…
Chi sono i suoi santi, se ci crede e se ne ha…
Come immagina il paradiso, se riesce ad immaginarlo e se ci crede…
Gli uomini del ministro di polizia, quando arriveranno per togliere l’ingombro, ci vadano leggeri su quelle due braccia che sorreggono amorevolmente un libro…
Sappiano indirizzare altrove i getti dei loro idranti, perché lì c’è anche una libreria…
E sotto quell’apparente involucro di macerie, si muove qualcosa, c’è ancora vita, c’è tanta vita.
C’è il decoro umano di una persona che legge e che pensa.

Pisapia/MdP – a 48 ore dalla separazione di Alessandro De Angelis



Quarantott’ore alla separazione. Che nei fatti si è già consumata a Ravenna, cuore rosso della Romagna. Sfogandosi con qualche amico, Giuliano Pisapia ha parlato di un’imboscata, di una “trappola” orchestrata per fargli fare ciò che non vuole fare. Dalle parti di Mdp sono basiti: “Ma come, gli diciamo il leader sei tu, e quello non prende un impegno, non dà un segnale, non dice una parola chiara sulla data della nascita del nostro soggetto politico? È imbarazzante”.
Giro di telefonate, poi la decisione, perché il tempo stringe: mancano a occhio sei mesi al voto e non c’è un nome, un simbolo, da presentare. L’intera operazione degli ultimi sei mesi appare drammaticamente consumata. Questo week end, a nome di tutti, Roberto Speranza farà un appello, con tutta la solennità del caso, a costruire il nuovo soggetto a sinistra del Pd. Certo costruttivo, e rivolto a tutti. Ma con indicata la famosa “data” dell’assemblea popolare: seconda metà di metà novembre, il 19 o 26, le domeniche cerchiate in rosso. Tradotto: si va avanti con chi ci sta, anche a prescindere da Pisapia, se in questi giorni non ci saranno chiarimenti sostanziali. Quarantotto ore, poi l’ultimatum che ha la separazione incorporata, perché è complicato che l’ex sindaco possa cedere sul punto su cui ha resistito finora.
La sensazione è che il solco si allarga. Va solo sbrigata qualche formalità. Arturo Scotto ha raccontato ai suoi che era diventato complicato andare in giro a difendere Pisapia, figuriamoci dopo quello che è successo. A Genova due giorni fa pareva uno sfogatoio: “I nostri non ne potevano più, sono esasperati. Sei mesi di chiacchiere, ambiguità. Mai una parola chiara. Pensano che abbia l’accordo con qualcuno per rallentare il nostro percorso”. La serata di Ravenna in giro per l’Italia è stata vissuta, dice più di un parlamentare, come una “liberazione”: “Era ora, almeno si è fatta chiarezza”. Pisapia non solo non ha concesso la data del “matrimonio” con Mdp, ma si è dichiarato “poligamo”. Parola che ha offeso parecchi dei presenti, perché per quella gente “o ti sposi con Renzi o con Bersani”. E un leader che si definisce poligamo “è uno in vendita al miglior offerente”. E poi quel botta e risposta con Errani: “Giuliano è il nostro leader ma non ha la delega in bianco, non è il capo”, “Guarda Vasco, che se sono divisivo posso fare un passo di lato. Questa sera mi sembra che tu abbia definito che il leader sei tu”. Massimo D’Alema, quando ha letto le agenzie, ha capito al volo che la storia è arrivata al punto di non ritorno. Archiviata, diciamo. Perché ci sono dei momenti in cui le cose hanno una loro logica oggettiva. Ora ci sarà qualche giorno di chiacchiere, politicismi, giochi del cerino, ma la sostanza è questa.
Cronaca di un feeling mai scattato fino in fondo. Da entrambe le parti, con l’ex sindaco provato da questa vicenda. Con qualche amico si è lasciato andare, dopo Ravenna: “Non pensavo fosse così… Del resto mica me lo ha ordinato il medico”. Troppa tensione emotiva, troppo stress. Se ne era lamentato anche la scorsa estate quando tenne il telefono spento per un mese, praticamente. Fosse per lui, se ne sarebbe già andato. Non col Pd, ma semplicemente ritirato, dedicandosi agli amati viaggi in India e alle pause di riflessione, come quando rinunciò al secondo mandato da sindaco uscente. I suoi però lo pressano, lo puntellano perché è l’ora dell’ansia da sopravvivenza, a pochi mesi dal voto. Da Tabacci a Ragosta suggeriscono di votare il Rosatellum per poi riaprire il discorso “coalizione col Pd”. Il grosso aggrappato all’asse con Mdp sperando che il Rosatellum affossi. Fiutata la rottura tra l’ex sindaco e gli ex Pd, gli altri della sinistra accelerano (leggi blog di Fratoianni e di Montanari su HuffPost). E domenica Sinistra Italiana si riunirà in direzione per chiedere di andare avanti sul percorso unitario di una forza di sinistra. Altro appello. Tra quarantott’ore.

Sinistra, svegliati: fuori c'è il mondo! di Tomaso Montanari



C'è un mondo, fuori.
Fuori dai racconti giornalistici, dal teatro, dagli avvitamenti sui nomi e sulle biografie della vecchia politica: fuori da tutto questo c'è un mondo. Un mondo reale: un mondo da cambiare, "grande e terribile".
E in quel mondo c'è un popolo. Un popolo che sente sulla propria pelle "la scandalosa realtà di questo mondo" (sono parole di papa Francesco). E che forse, questa è la speranza, è pronto a unirsi per cambiarlo, questo benedetto mondo.
Siamo tanti. "Siamo il 99%", dicevano gli americani di Occupy Wall Street. Siamo i cittadini comuni. Quelli del tutto sommersi dalla diseguaglianza, e inghiottiti dalla povertà. E, insieme, quelli che ne sono fuori: per ora salvati, ma ben coscienti che i nostri figli staranno peggio di noi.
Tutti insieme, siamo consapevoli di avere perduto ogni potere. Siamo diventati sudditi: di una politica a sua volta asservita al mercato. Una cosa ci accomuna tutti, italiani e migranti, salvati e sommersi: non abbiamo più nulla e nessuno a proteggerci. Non c'è più lo Stato: quello che Aldo Moro progettava, alla Costituente, come una "doverosa forma di solidarietà umana". Tutto è stato privatizzato: e noi siamo stati privati di tutto.
Ora abbiamo davanti due strade.
Possiamo pensare che non ci sia più niente da fare: e che ci resti solo la rassegnazione. Anche quella privata, individuale, chiusa.
Oppure possiamo provare a fare comunità. E a trovare insieme la forza di cambiare. Sarà una strada lunga ed erta, ma non ci sono scorciatoie. E quella strada passa attraverso la possibilità che nel prossimo Parlamento della Repubblica questo popolo sia rappresentato: il popolo che vuole invertire la rotta. Ci vuole una lista elettorale, una sola perché dobbiamo dare forza e credibilità a qualcosa di più grande della somma delle nostre identità: anche così che si cambia il mondo.
È la Sinistra? Certo, se vogliamo continuare a chiamare così un progetto di eguaglianza, inclusione, giustizia sociale. Ma veniamo da tante storie diverse. Io, per esempio, sono cattolico: mi sono formato sui testi di don Lorenzo Milani. Che a chi divideva il mondo tra "italiani e stranieri" rispondeva: "io rivendico il diritto di dividerlo tra oppressi e oppressori". E oggi appartiene forse al papa la voce più radicalmente critica sullo stato delle cose.
Ognuno di noi potrebbe raccontare le proprie origini, la propria storia, le proprie convinzioni: sono diverse, anche diversissime. Ebbene, è l'ora di metterle insieme.
Il percorso che, con Anna Falcone e migliaia di persone, abbiamo iniziato a giugno al Brancaccio di Roma e che prosegue oggi con cento assemblee nelle piazze e nei teatri di tutta Italia è solo questo: la proposta di un metodo, di un modo di stare insieme. Dal basso: ridando la parola ai cittadini, e costruendo una nuova alleanza con i partiti, le associazioni, i comitati e i movimenti. Con chiunque vada nella stessa direzione. Oggi quel percorso, quel metodo, quel modo di aprirsi, è a disposizione di tutti: non ha padroni né custodi. Cambiamogli pure nome se volete: ma usiamolo. E senza che nessuno debba chiedere il permesso a nessuno!
Lo dico con umiltà e con tutto il rispetto per i tempi e le discussioni di ognuno: il momento è ora.
Ora che sta diventando chiara la distinzione tra chi vuole solo perpetuare lo stato delle cose e chi è intenzionato a ribaltarlo. Ebbene, ora è venuto il momento di parlare delle cose. Del progetto. Abbiamo bisogno di un luogo aperto, dove tutti si sentano a casa: dove possiamo darci tutti insieme un metodo per decidere.
Tutti: i cittadini che, come me, non sono iscritti a nessun partito. Quelli che sono membri di associazioni o comitati. Quelli iscritti all'Altra Europa, a Mdp, Possibile, Rifondazione Comunista, Sinistra Italiana e a qualunque altra formazione, con i suoi organismi e gruppi dirigenti. Quelli delusi dal Movimento 5 Stelle.
Ognuno con la propria discussione in corso, con le proprie differenze e storie. Ma tutti alla pari, per iniziare a costruire qualcosa che ancora non c'è. Per ribaltare il tavolo dello stato delle cose. Per invertire finalmente la rotta.
È ora il momento di provarci davvero. Tutti insieme, nessuno escluso.

Non è lavoro, è sfruttamento: proletari di tutto il mondo, svegliatevi! di Francesca Fornario

Non è lavoro, è sfruttamento: proletari di tutto il mondo, svegliatevi!
Raccogliere cozze gratis in alternanza scuola-lavoro non è lavoro, è sfruttamento. 
Scrivere un articolo al giorno per il giornale locale per cinque euro lordi a pezzo non è lavoro, è sfruttamento. 
 Indossare la maglietta fucsia – dell’azienda – e consegnare sushi in bici – la tua – quando ti squilla il telefono – il tuo – per 2,70 euro non è lavoro, è sfruttamento. 
Fare uno stage retribuito per un anno come apprendista commessa in un negozio di mutande per 400 euro al mese non è lavoro, è sfruttamento. 
Marcire alla catena di montaggio tre sabati su quattro senza straordinari pagati, nell’azienda che per la crisi di domanda lascia a casa a far niente i cassintegrati, non è lavoro, è sfruttamento. 
 Impacchettare le Nike e le cuffie e le tazze e la cover del cellulare e il maglione che il cliente ha fretta di ricevere il giorno seguente senza poterti fermare per mangiare, pisciare, fumare, parlare non è lavoro, è sfruttamento. Prestare servizio ogni giorno, per anni, alla Biblioteca Nazionale di Roma, pagato con il rimborso degli scontrini del bar che riesci a recuperare dalla pattumiera non è lavoro, è sfruttamento. 
Aprire una partita Iva per lavorare per quell’unico committente che prima ti faceva il contratto a progetto e che oggi ti spreme dieci ore in uno studio di architettura, nella redazione di un programma tv, in un ambulatorio dentistico, pretendendo che a pagarti i contributi sia tu e negandoti il diritto costituzionale al riposo, alle ferie, alla malattia, il diritto a diventare madre e padre non è lavoro, è sfruttamento. 
 Ramazzare i giardini pubblici per dimostrare che ti meriti di ottenere asilo politico in Italia perché ramazzi le aiuole e non perché ti hanno violentato in un lager in Libia non è lavoro, è sfruttamento. Fare il saldatore in una fabbrica pagato a voucher, lasciarci tre dita, venire per questo lasciato a casa senza sussidi e sostituito con un nuovo saldatore a voucher fino quando non si rompe anche lui non è lavoro, è sfruttamento.

Marta Fana, dottore di ricerca in Economia all’istituto di Studi politici Sciences Po di Parigi e collaboratrice di questo giornale, sembra rinfacciarlo a chi ci governa e ci ha governato: Non è lavoro, è sfruttamento (Laterza)
A Elsa Fornero e Giuliano Poletti che con la scusa di far emergere il lavoro nero lo hanno legalizzato con i voucher, il Poletti ministro che Fana ha pubblicamente smentito quando aveva spacciato per buoni, fregando tutti i giornali che gli avevano creduto, un milione e 195.681 nuovi posti di lavoro. A Renzi che con la scusa di creare lavoro ha cancellato l’articolo 18 e regalato alle imprese l’equivalente di due Finanziarie in sgravi fiscali pregandole di assumere i lavoratori che le imprese, una volta intascati gli sgravi, hanno smesso di assumere. 
Ai Maroni e ai Sacconi e alle Fornero che con la scusa di creare lavoro lo hanno reso precario, sottopagato, pericoloso, mortificante attraverso le agenzie interinali, l’aumento dell’età pensionabile, la liberazione di ogni forma di lavoro gratuito mascherato da apprendistato, da stage, da attività scolastica.
«Non avete creato lavoro, avete creato sfruttamento». Ma non è a loro che Fana lo dice, in questo volume che mette in fila i numeri e le storie e mappa le vertenze del lavoro povero. Loro lo sanno, lo hanno fatto di proposito. Chi non sapeva dello sfruttamento in agguato eravamo noi, gli sfruttati. Non ci avrebbero ridotto così senza la nostra complicità.
Non ci avrebbero persuaso solo inventandosi che la colpa era degli altri: degli immigrati che ci rubano il lavoro pure se gli immigrati siamo noi, quelli che partono per cercare fortuna all’estero che sono più di quelli che arrivano per cercarla qui. Colpa dei vecchi che lavoravano al posto nostro con i diritti che noi non abbiamo perché ce li hanno tolti, che dunque, per porre fine a questa vergognosa ingiustizia, bisognava che i diritti li togliessero anche ai vecchi. Colpa dei sindacati che difendevano i pensionati invece dei lavoratori e per porre fine a questa vergognosa ingiustizia bisognava che in pensione non ci si potesse andare più, se non per in ultimi in Europa, con l’età media che si accorcia sempre di più e quella pensionabile che si allunga sempre di più (di questo passo, nel 2050 andranno in pensione solo i cattolici).
No. Ci hanno convinto spiegandoci che la colpa era nostra. Che eravamo bamboccioni (Padoa Schioppa), schizzinosi (Fornero), sfigati (Martone) che il posto fisso era monotono (Monti, Sposato con la stessa donna da 50 anni. E viene a spiegare a noi che cos’è la monotonia), che se volevamo un lavoro dovevamo giocare di più a calcetto e non perdere tempo a rafforzare il curriculum (Poletti, che infatti ha trovato un posto da ministro del Lavoro senza lo straccio di una laurea).
Ci hanno convinti a essere affamati e folli che se non lo sei lavori per un anno a voucher in un supermercato facendo i turni di notte e affamato e folle lo diventi. Ci hanno convinti che eravamo imprenditori di noi stessi, fondatori start up, riders e non fattorini. Ci hanno convinti ad abbandonare il conflitto che non era producente: imprese e lavoratori oggi sono sulla stessa barca e anzi, ci hanno convinto che i lavoratori quelli sporchi e proletari non esistessero proprio più, che tanto la prole, i proletari non se la possono mica più permettere, che fossero diventati tutti soci e collaboratori, e se sei collaboratore collabori, mica scioperi.
Ci hanno convinti che dopo lo stage, dopo l’assegno di ricerca, dopo la collaborazione gratuita e l’esperienza formativa all’Expo si sarebbero aperte molte opportunità.
Ci hanno convinti che fosse normale lavorare in un milione e mezzo di noi a voucher nelle gioiellerie e nei fast food per un compenso medio di cinquecento euro all’anno, che fare i turni di notte pagati come quelli di giorno e insegnare agli studenti universitari per un euro all’ora fosse un lavoro. «Non è lavoro, è sfruttamento». Marta Fana lo dice a noi. Svegliamoci, difendiamoci l’un l’altro, reagiamo: perché gli sfruttatori sono uniti e coesi e per reagire bisogna che ci coalizziamo anche noi sfruttati. Perché come dice il vecchio carrozziere che si ribella alla multinazionale in «A l’Attaque!», film del marsigliese Robert Guediguian, «Se non combatti non vinci. Ma soprattutto, ti rompi le palle».

giovedì 5 ottobre 2017

Torgiano, il nostro bene comune!


 
L’associazione Sinistra per Torgiano si è riunita alla presenza dei consiglieri del gruppo di opposizione “Torgiano Bene Comune” Ferroni Andrea e Rastelli Terdelinda.
In questo ultimo anno il Comune di Torgiano non è stato sicuramente un’isola felice, ma ha subito anch’esso gli effetti della crisi e delle politiche nazionali, nelle loro declinazioni locali.
Abbiamo assistito alla chiusura dell’albergo “Le 3 Vaselle”, nell’assordante silenzio delle forze sociali, sindacali, politiche e soprattutto dell’attuale maggioranza.
Si sta inoltre profilando l’incombente minaccia ambientale costituita dal ricollocamento della SCAP, che porterebbe tonnellate di carburante a un passo dal centro cittadino e dal Tevere.
Ci sono stati problemi anche sul fronte sportivo dal momento che l’amministrazione comunale, spesso carente in tema di politiche giovanili, ha assistito immobile al fallimento del Torgiano Calcio ed al totale abbandono degli impianti, togliendo ai ragazzi del comune la possibilità di accedervi. Solo grazie agli sforzi, anche economici, di alcuni cittadini, si è potuta ricostituire una nuova società calcistica.
Ad ultimo ma non meno importante abbiamo assistito a un inizio di anno scolastico molto problematico, con disagi per i bambini e le famiglie causati da un servizio di trasporto inadeguato e sottodimensionato a cui è stato posto rimedio in modo tardivo.
La nostra associazione vuole prendersi carico, come sempre, di denunciare queste situazioni per evitare che passino inosservate. E’ necessario che queste tematiche emergano e che giungano forti all’attenzione dei cittadini. Purtroppo finora c’è stato un silenzio che ha fatto comodo a molti, soprattutto all’attuale maggioranza.
Data la nostra identità politica basata sulla partecipazione, non ci limiteremo a combattere queste problematiche nelle sedi istituzionali ma apriremo una serie di incontri per ascoltare la cittadinanza e far emergere le modalità con cui questi problemi hanno colpito i Torgianesi.
Sono in programma una serie di assemblee che toccheranno tutte le frazioni del territorio, in cui i protagonisti saranno i cittadini stessi, insieme ai quali cercheremo una soluzione a queste problematiche.
Sinistra per Torgiano

martedì 3 ottobre 2017

Hanno distrutto i nostri valori di Tomaso Montanari


Hanno distrutto i nostri valori
            
Antonio Padellaro scrive che se la sinistra non sarà rappresentata nel prossimo Parlamento, i responsabili faranno “bene a espatriare”. Sono d’accordo: è per questo che, il 18 giugno scorso, ho lanciato – al Teatro Brancaccio, con Anna Falcone e quasi duemila persone – un appello per “una sola lista a sinistra”.
Ma non parliamo della stessa “sinistra”. Padellaro è convinto che il Partito democratico ne faccia parte, e che le divisioni dentro e fuori quel partito siano tutte imputabili alle “inimicizie personali” di Matteo Renzi e ai simmetrici personalismi dei troppi leader che si contendono il “comando”. Ma se c’è una cosa che appare chiara proprio leggendo il Fatto Quotidiano è che il Pd è un partito che da tempo non ha nulla a che fare con la sinistra: esso ha invece preso il posto della vecchia Democrazia cristiana, senza averne tuttavia la cultura né una sinistra interna altrettanto efficace e preparata. È il partito del potere: perché ha inteso il potere come un fine. L’unico.
L’Italia così com’è (segnata dalla massima crescita europea della diseguaglianza, Regno Unito escluso) è un prodotto del Pd, che – insieme ai partiti di cui è erede, nella formula del centrosinistra – ha governato più a lungo di Berlusconi. Lo smontaggio dello Stato, la distruzione del pubblico e la negazione sistematica di pressoché tutti i principi fondamentali della Costituzione sono da imputare al Pd almeno quanto a Forza Italia.
Arrivati a Renzi, il problema non è stato il “personalismo” (pure odiosamente pervasivo): ma la definitiva distruzione dei diritti dei lavoratori (Jobs act), la spallata finale alla scuola pubblica (la Buona scuola), la mazzata inflitta all’ambiente (lo Sblocca Italia di Maurizio Lupi), la mercificazione completa del patrimonio culturale e la fine della tutela (la “riforma” Franceschini) e via elencando. Con Minniti, poi, siamo arrivati all’eradicazione dell’articolo 10 dalla Costituzione e a una politica securitaria per la quale i militanti di Fratelli d’Italia e Lega si spellano le mani. Un partito che blocca lo Ius soli mentre approva un maxi-condono per l’abusivismo edilizio: è questo il Pd.
 
A “espatriare” farebbe bene una sinistra pronta a sostenere e prolungare tutto ciò. Votare Pd per fermare la destra vuol dire ripetere l’errore di chi era convinto che la visione di Sanders fosse utopica e minoritaria e ha imposto la Clinton in nome del “realismo”: sappiamo com’è finita. Fermare la destra facendo la politica della destra serve solo a rinviare lo schianto finale, rendendolo ancora più devastante.
In tutta Europa sono nati movimenti radicali di sinistra (che usino o meno questa parola nel loro nome), che contestano alla radice lo stato delle cose e le politiche di centrosinistra degli ultimi vent’anni, rigettano il dominio della finanza sulla politica e rivendicano il diritto di governare puntando al “pieno sviluppo della persona umana” e non obbedendo al mercato. Tutti partiti meno “a sinistra” di papa Francesco, sia chiaro: tanto per dire quanto sia insensato parlare oggi di “centrosinistra” sul piano culturale.
Manca quasi solo l’Italia, e spero che il percorso del Brancaccio possa – con il tempo che ci vorrà – generare qualcosa di simile. Ma un simile progetto non può certo iniziare sostenendo gli alfieri dello stato delle cose. Alle prossime elezioni ci saranno tre, diverse, destre: quella padrona del marchio, i 5stelle di Di Maio e il Pd di Renzi. Una sinistra che voglia rovesciare il tavolo dello stato delle cose non può allearsi con nessuna delle tre.
E i numeri? Si può decidere di rivolgersi solo al 50% che vota, o decidersi finalmente a parlare all’altra metà del Paese, con un linguaggio nuovo e radicale. È la metà riemersa il 4 dicembre, determinando la vittoria del No: laddove i flussi elettorali dimostrano che l’85% dei votanti Pd ha scelto il Sì.
Siamo, dunque, a una scelta di campo. L’oracolare Giuliano Pisapia ha infine detto che sarà al fianco del Pd, mentre MdP deve ancora decidere: tutti gli altri vogliono un quarto polo. Non so come finirà: ma se ci si divide tra chi vuole lasciare tutto così com’è, e chi vuole invertire la rotta non è uno scandalo, è onestà intellettuale. Lo scandalo è non averlo fatto prima: oggi saremmo al 20 per cento. O al governo.

venerdì 29 settembre 2017

SINISTRA – IL PIENO DI ASPETTATIVE IL VUOTO DI CONSENSI

Di Ciuenlai - C'è una domanda che diventa sempre più stringente a sinistra. Come mai le iniziative di Mdp, della Falcone e di Montanari, persino di SI, fanno il pieno di gente e i sondaggi registrano modeste percentuali di consenso verso queste formazioni?
Si, lo sappiamo, che l'ordine è sottovalutare “ scissionisti & Co.”. Si lo sappiamo che siamo alla fase iniziale e non è ancora venuto alla luce il nuovo soggetto politico, ma la dicotomia appare troppo grande per accontentarsi di spiegazioni semplici come quelle elencate prima o come la solita “sale piene, urne vuote”. La verità è che questa apparente contraddizione deriva dal fatto che le aspettative sono grandi quanto lo scetticismo che accompagna questa operazione politica. E non può essere altrimenti.
Se si perdono due stagioni (Primavera ed Estate) dietro al fantasma di Pisapia, se si continua a spacciare come alternativa un “nuovo Ulivo” o un “Centrosinistra innovativo”, se tutta la strategia si compendia nella richiesta di “primarie” con Renzi e nel tragico dilemma Pd si o Pd no, se anche chi prova a superare questa galleria di errori dicendo cose interessanti (leggi D'Alema), il giorno dopo se le rimangia è facile comprendere i tanti perchè la sinistra non sfonda, non convince e non cresce.
Se non hai un progetto tipo quello di Corbyn (che parla di nazionalizzazioni, diritti collettivi, servizi sociali ecc.), se non provi a disegnare una vera alternativa al liberismo, se non esci da questo tatticismo esasperato che ti fa parlare solo di leadership e di alleanze, se non inizi a navigare in mare aperto fregandosene di tutto questo e perseguendo un progetto autonomo, ho paura che si rischia di perdere anche questo ennesimo treno. E stavolta potrebbe anche essere l'ultimo per molto tempo.