sabato 4 luglio 2015

BRUTTI BASTARDI!

In questi giorni che precedono il referendum, la stampa eurista gronda di falsità sul popolo greco. 
L'ultimo esempio che abbiamo sotto mano è quello della statistica sulla spesa pensionistica in rapporto al Pil, pubblicata stamane dal Sole 24 Ore. 
Il grafico, va da sé, vede primeggiare i pensionati ellenici, che ci vengono presentati come dei veri privilegiati, con una spesa pensionistica pari al 17,5% del Pil.
Già, ma di quale Pil si parla? Ovviamente di quello decurtato del 25% dalla recessione causata dal sistema dell'euro e dalla politica austeritaria imposta dall'UE. Se questa decurtazione non vi fosse stata, se il Pil fosse rimasto quello del 2010, la spesa pensionistica greca sarebbe soltanto al 13,1%, al di sotto dell'Italia (16,6), della Francia (15,2), dell'Austria (15,0), del Portogallo (14,8), della Danimarca (14,5) e dell'Olanda (13,4). Ovvio che il giornale di Confindustria si guardi bene dal minimo accenno a questo piccolo dettaglio... 

Ma tante sono le falsità che vengono dette in questi giorni per colpevolizzare i greci. Del resto è così fin dall'inizio della crisi del debito, visto che è assai più semplice dipingere i greci come dei fannulloni, piuttosto che indagare le responsabilità del sistema dell'euro e di chi lo guida da Bruxelles a Francoforte.

Per smontare queste falsità ripubblichiamo un pezzo di Vladimiro Giacchè, uscito sul Fatto Quotidiano del 2 agosto 2011. L'articolo è vecchio di quattro anni, ma proprio per questo è ancor più indicativo. Perché ci dice come già allora le cose fossero chiare, perché nel frattempo la situazione dei greci è peggiorata, perché dopo tanto tempo l'unica politica dell'oligarchia eurista ha sempre il solito nome: sacrifici.

***

I greci sono tutti così pigri come dicono?
di Vladimiro Giacchè

Con oltre un anno di ritardo rispetto a quanto sarebbe stato necessario, le autorità europee hanno finalmente preso atto dell’inevitabilità di una ristrutturazione almeno parziale del debito pubblico greco. Non sono mancate note stonate: come la proposta di chiedere in pegno il Partenone, avanzata dai finlandesi. Una proposta che fa il paio col titolo comparso sul quotidiano tedesco Bild: “Vendete le vostre isole, Greci bancarottieri!”. Quello dei Greci bancarottieri è soltanto uno dei molti luoghi comuni che sono diventati popolari in Europa in questi mesi. Vediamoli.

1. I Greci lavorano troppo poco. Falso: prima della crisi i Greci lavoravano in media 44,3 ore alla settimana. La media dell’Unione Europea è di 41,7 ore, quella tedesca è di 41 ore (rilevazioni Eurostat). Secondo la banca francese Natixis il totale delle ore lavorate per addetto sono 2.119 in Grecia, 1.390 in Germania.

2. I Greci sono sempre in vacanza. Falso: i lavoratori greci godono di 23 giorni di vacanza all’anno. Il record europeo è dei Tedeschi: 30 giorni.

3. I Greci hanno stipendi troppo elevati. Falso: Il livello salariale medio in Grecia è pari al 73% della zona euro (e un quarto dei lavoratori greci guadagna meno di 750 euro al mese). Gli impiegati pubblici guadagnerebbero di più dei loro omologhi europei: ma già prima della crisi gli insegnanti, ad esempio, dopo 15 anni di servizio guadagnavano in media il 40% in meno che in Germania (Fonte: Rosa Luxemburg Stiftung).

4. I Greci hanno delle pensioni d’oro, e sono tutti baby-pensionati. Falso due volte: I lavoratori maschi vanno in pensione in media all’età di 61,9 anni. In Germania a 61,5 anni. Le presunte “pensioni d’oro”, poi, sono queste: una media di 617 euro al mese, pari al 55% della media della zona euro.

5. In Grecia c’è un’eccessiva presenza dello Stato nell’economia. Falso: Prima della crisi, tra il 2000 e il 2006, il rapporto tra spesa pubblica e Pil era sceso dal 47% al 43% e si era sempre mantenuto al di sotto del livello tedesco. Per non parlare della Svezia, il cui rapporto tra spesa pubblica e Pil negli ultimi 10 anni si è sempre mantenuto tra il 51% e il 55%.

6. I Greci hanno truccato i conti. Vero. Il deficit è sempre stato superiore al limite del 3% previsto dal Trattato di Maastricht dal 1997 in poi. I trucchi contabili sono stati evidenti sin dal 2004. Come mai nessuno ha fatto niente? Perché era funzionale agli interessi di Germania e Francia (in quanto esportatori e in quanto creditori) che la Grecia fosse nella zona euro.

7. La Grecia non è competitiva. Vero. La Grecia ha da molti anni un forte deficit della bilancia commerciale, che nel 2009 ha raggiunto il 14% del prodotto interno lordo. Questo è il vero problema della Grecia. Peccato che all’origine del problema ci sia (anche) l’euro, che ha ridotto i rischi legati al tasso di cambio tra i Paesi europei e impedito le svalutazioni competitive, favorendo così le importazioni di prodotti manifatturieri dalla Germania e accentuando la specializzazione produttiva greca in servizi non destinati all’esportazione.

8. Il debito pubblico greco è troppo elevato. Vero. E’ passato dal 115% del Pil del 2007 al 143% del 2010. La causa ultima è rappresentata dal deficit della bilancia commerciale nei confronti dell’estero: quando c’è uno squilibrio prolungato di questo genere, qualcuno deve indebitarsi; nel caso della Grecia lo Stato. Ma l’impennata recente del debito è dovuta in buona parte alle pressioni speculative, la cui responsabilità grava soprattutto sulla pessima gestione della situazione da parte delle istituzioni europee.

9. La Grecia deve risparmiare di più. Falso. A causa delle misure di austerità intraprese nel 2010, il reddito dei Greci si è ridotto in media del 20%. Allora ci si può chiedere per quale motivo il debito pubblico abbia continuato a crescere. La risposta è semplice: perché – proprio a causa delle misure di austerity – si è avuto un crollo della domanda interna (-18% a marzo 2011 rispetto a un anno prima), quindi dell’economia (65mila imprese hanno fatto bancarotta), quindi anche delle entrate fiscali per lo Stato (-1,2 miliardi di euro quest’anno rispetto alle previsioni).

10. Le privatizzazioni possono rappresentare una soluzione. Falso. Quando si deve vendere per forza il prezzo lo fa chi compra e oggi è difficile trovare compratori a prezzi non di saldo. Inoltre, quando lo Stato vende aziende profittevoli, si priva per sempre dei relativi introiti.


Il Fatto Quotidiano, 2 agosto 2011

Più keynesiano del previsto

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La miseria della politica economicaLa resurrezione del keynesismo è più che dubbiadi Robert Kurz
Quanto più chiara appare la caduta della situazione globale di deficit, tanto più forti diventano gli appelli a favore di un programma statale di congiuntura, a partire dal sapiente economista Bofinger, passando per il ministro dell'economia Glos e per i sindacati, fino a ben dentro lo spettro politico della sinistra. Proprio davanti al ritorno della stagflazione degli anni 1970, si riesumano varianti di ricette keynesiane, che allora fallirono e spinsero le élite capitalistiche alla fuga verso la "rivoluzione neoliberista". Ora tornano gli stessi problemi, ad un livello più elevato di globalizzazione. E' più che dubbio che l'evidente bancarotta della dottrina neoliberista possa portare alla risurrezione del keynesismo.
Tutti i programmi congiunturali sono limitati allo spazio dello Stato-Nazione. Tuttavia, ormai non esiste più congiuntura nazionale. Quello che viene ancora statisticamente riferito come tale, è da molto tempo parte integrante di una congiuntura mondiale integrata, orientata all'esportazione a senso unico, il cui punto di fuga è il "miracolo del consumo" degli Stati Uniti, sostenuto dal deficit. Quando questo scarico finisce, cosa che ora è imminente, c'è da aspettarsi un effetto domino negativo su tutto l'insieme collegato dell'economia mondiale. Il declino congiunturale in tutta l'Unione Europea, in Europa Orientale ed in parte anche dell'Asia, è solo l'inizio di questo sviluppo. In queste condizioni, i programmi nazionali di congiuntura potrebbero, nella migliore delle ipotesi, ottenere il famoso effetto della goccia d'acqua nell'oceano. Simultaneamente ritorna, come durante la stagflazione degli anni 70, il dilemma della politica monetaria, in quatto dilemma della politica congiunturale. Le banche emittenti devono alzare i tassi di interesse per eliminare l'inflazione; dall'altro lato devono abbassare i tassi, per stabilizzare la congiuntura che le sommerge. Le iniezioni statali, per mezzo del debito, come prevede la ricetta keynesiana, aggravano tale dilemma. Poiché una crescente domanda di credito da parte dello Stato spinge in alto il tasso di interesse sul mercato, aumentando il costo degli investimenti ed aggravando il potenziale inflazionistico.
Inoltre, le munizioni del keynesismo sono state ormai tutte sparate. Poiché il neoliberismo era più keynesiano di quanto si volesse far credere. Gli interventi statali sono solo andati in un senso differente, non più destinati ai programmi sociali, investimenti nell'istruzione e nelle infrastrutture. Da un lato c'era il keynesismo degli armamenti, a partire dal presidente Reagan, che ricondusse nel "porto sicuro" degli Stati Uniti il capitale monetario globale eccedente. Dall'altro lato, le orge di deregolamentazione e privatizzazione aprirono la strada alla "inflazione degli assets" dell'economia delle bolle finanziarie, con cui venne alimentata la congiuntura mondiale. Con la crisi finanziaria globale e con l'aumento dell'inflazione ugualmente globale arrivava alla fine questa crescita globale basata sul deficit. Per evitare la "fusione nucleare" del sistema finanziario, gli Stati hanno dovuto contribuire con ingenti somme per il risanamento dei bilanci delle banche; e questo processo non è ancora arrivato alla fine. Il keynesismo dell'armamento, delle bolle finanziarie e del risanamento ha già esaurito tutte le possibilità dello Stato, prima che potesse essere preso in considerazione qualsiasi programma di appoggio alla congiuntura.
Il mainstream sempre più neoliberista degli economisti esige, invece di un programma di congiuntura, più "riforme dell'economia di mercato", soprattutto la deregolamentazione del mercato del lavoro. Salta agli occhi la mancanza di logica di quest'argomento rispetto alla congiuntura. Già l'Agenda 2010, in vigore, ha fatto sì che i supposti "successi nell'occupazione" da parte dell'amministrazione coercitiva statale, attraverso bassi salari ed aumento del tempo di lavoro, andassero di pari passo con il prosciugamento del consumo interno. La fine della congiuntura dell'esportazione si ripercuoterà anche sui precari posti di lavoro fittizi sorti alla sua ombra. Sarebbe di grande attualità, esigere non la delega ai poteri miracolosi dello Stato, ma una resistenza sociale senza esitazioni per un drastico aumento dei salari e delle prestazioni sociali del programma Hartz-IV, indegni degli esseri umani, in nome degli interessi vitali. Questo criterio, però, sembra non svolgere più alcun ruolo, quando i sindacati e la sinistra ormai si limitano a funzionare come forza di manutenzione davanti al letto de capitalismo ammalato di mancanza di capacità funzionali, e come forza di trattamento dell'immaginazione circa il disordine vigente. Il dilemma strutturale del capitale mondiale nei limiti della globalizzazione "finanziariamente indotta" richiama ancora una volta l'attenzione verso la mancanza di un'alternativa sociale.
- Robert Kurz - Pubblicato su "Freitag" del 29/8/2008 -
fonte: EXIT!

L’ asineria del legislatore: tutti somari per decreto



@Tam Tam
 

Assurdità E se nasci nel posto sbagliato?
di  ANTONELLO CAPORALE
 
Siamo giunti al punto in cui lo Stato denigra se stesso, indica i concittadini difettosi, in questo caso i concittadini ignoranti, assegnandogli un minus, una riduzione di qualità oggettiva. Siamo giunti agli asini per decreto. Dove è il valore del merito in questa incancellabile assurdità? La valutazione del candidato al concorso in un ufficio pubblico dev'essere oggetto del risultato di una indagine che ne accerti la competenza per quella prova. L’indagine si chiama esame e infatti i concorsi, almeno in teoria, si dicono concorsi ad esami. Che io sia nato a Napoli o a Cantù, sia figlio di filosofo o di sfasciacarrozze,nonrilevanulla. Né, tanto più, deve rilevare che abbia studiato alla Federico II o al Politecnico di Torino. L’oggetto dell’esame sono, o dovrebbero essere, unicamente le capacità dell’esaminato a svolgere l’ufficio per cui è indetta la selezione. Ho dato prova di essere eccellente o mediocre? La selezione viene nel merito delle mie conoscenze. Come diavolo si può pensare che io sia più o meno bravo in ragione non, si badi, del punteggio di laurea conseguito e delle prove d’esamesuperate,madellascelta dell’ateneo effettuata da ragazzo? In questo caso, volendo puntare all’incredibile, bisognerebbe che il ministero dell’Università indicasse quelle buone e quelle cattive con la doverosa obbligatoria avvertenza per gli studenti: quella fa schifo e te ne pentirai.
Qui siamo, senza neanche renderci conto dell’assurdità, alla selezione preventiva della selezione preventiva, alla natura funzionale dell’incapacità, all’identità geografica dell’ignoranza. Siamo al somaro elettivo, alla scelta per territorio degli adeguati e degli sfaticati.
QUI PERÒ casca l’asino. Perché l’emendamento approvato induce a un interrogativo pregiudizialecheattiene,purtroppo,all’asineriadellegislatore. In Parlamento siedono, e prove inconfutabili ci sono, esimisomarielettiafurordipopolo, alcuni di essi di indubitabile efferatezza. Ma, come abbiamo visto con il caso De Luca, la volontà popolare fa premio sulla legge, e dunque potràcapitarechealmigliorasino eletto venga conferita la cattedra di ministro degli eccellenti. Ed Egli, asino istituzionale, nelle proprie inderogabili funzioni, indicherà la commissione valutatrice dell’asineria altrui. Ah, dite che già avviene?

Un referendum per salvare l’Europa di Marco Bascetta

Qua­lun­que sarà l’esito della vicenda greca se ne pos­sono già trarre nume­rosi inse­gna­menti. Per l’oggi e per il tempo a venire. Nono­stante una mar­tel­lante cam­pa­gna media­tica che mira ad anno­ve­rare il governo di Atene tra i popu­li­smi anti­eu­ro­pei, affian­can­dolo alla Polo­nia o a Marine Le Pen (qual­cuno ha voluto per­fino sco­mo­dare l’impero d’Oriente e la fede orto­dossa), quella greca è pro­ba­bil­mente la prima lotta demo­cra­tica euro­pea e per l’Europa alla quale abbiamo assistito.
La prima volta in cui la tenuta dell’Unione viene affron­tata nella sua dimen­sione poli­tica, eco­no­mica e sociale. E l’occasione nella quale è venuto pie­na­mente in luce il rifiuto delle isti­tu­zioni e dei governi euro­pei di fare i conti con que­sta “tota­lità”, nono­stante gli enormi rischi che incom­bono sul pro­cesso di unificazione.
Il lungo pro­cesso nego­ziale tra Atene e le “isti­tu­zioni” non è stato che un esa­spe­rante gioco di fin­zioni poi­ché i dogmi, com’è noto, non sono nego­zia­bili e l’Europa è pri­gio­niera di una dog­ma­tica neo­li­be­ri­sta che, per defi­ni­zione, non può essere smen­tita dai suoi effetti nella realtà. Per quanto disa­strosi pos­sano rivelarsi.
Soprat­tutto nella sua ultima fase la trat­ta­tiva ha assunto i tratti incon­fon­di­bili della lotta di classe: i conti non devono tor­nare in un modo o nell’altro, ma solo man­te­nendo inal­te­rati (e pos­si­bil­mente ancor più squi­li­brati) i rap­porti tra le classi sociali. Le cor­re­zioni del Fmi al piano pro­po­sto da Atene non mostrano il minimo sforzo di masche­rare que­sta cir­co­stanza. Si ricor­derà che in anni ormai piut­to­sto lon­tani, nella tra­di­zione social­de­mo­cra­tica, le “riforme di strut­tura” indi­ca­vano una tra­sfor­ma­zione in senso sociale e mag­gior­mente inclu­sivo del sistema eco­no­mico e poli­tico. Oggi signi­fi­cano l’esatto con­tra­rio. Ragion per cui devono essere messe al riparo da pos­si­bili inter­fe­renze dei pro­cessi democratici.
Le social­de­mo­cra­zie euro­pee, enfa­tiz­zando i lati peg­giori della loro sto­ria, coniu­gando l’autoreferenzialità burocratico-amministrativa con la zelante ade­sione ai prin­cipi dell’accumulazione neo­li­be­ri­sta sono diven­tate il prin­ci­pale nemico della demo­cra­zia. In un duplice senso: o occu­pan­done diret­ta­mente lo spa­zio con il pro­prio deci­sio­ni­smo tec­no­cra­tico, o con­se­gnando i ceti popo­lari alle destre nazio­na­li­ste. Non si richie­dono par­ti­co­lari doti pro­fe­ti­che per imma­gi­nare nul­lità quali Hol­lande e Renzi men­di­care ben pre­sto il “voto utile” di fronte all’onda mon­tante delle destre. In uno scon­tro immi­nente, dagli esiti incerti, tra una Unione inso­ste­ni­bile e i nemici giu­rati dell’Europa.
Di fronte a que­sto pro­ba­bile sce­na­rio dovrebbe essere chiaro che Tsi­pras rap­pre­senta per ora, nel suo iso­la­mento, (almeno a livello di governi) l’unica chance dispo­ni­bile in difesa dell’Unione euro­pea. Tanto si discute dei rischi di un Gre­xit sul fronte della spe­cu­la­zione finan­zia­ria, tanto poco se ne ragiona su quello della spe­cu­la­zione poli­tica. Salvo abban­do­narsi di tanto in tanto alle solite sce­menze reto­ri­che sulla “culla della civiltà occi­den­tale”. Sta di fatto che le isti­tu­zioni euro­pee (e i governi nazio­nali che impon­gono loro di rispet­tarne la gerar­chia e i rap­porti di forze) con­di­vi­dono con le destre nazio­na­li­ste un punto deci­sivo: non può esservi altra Europa all’infuori di que­sta e dei suoi equi­li­bri di potere. Tanto che la si difenda quanto che la si avversi. Di qui la con­clu­sione che il ten­ta­tivo della Gre­cia è con­tro il prin­ci­pio di realtà.
Tut­ta­via, poi­ché nell’opinione pub­blica del vec­chio con­ti­nente, e in non poche ini­zia­tive di lotta, i dogmi della gover­nance neo­li­be­ri­sta euro­pea comin­ciano a per­dere cre­dito, sulla vicenda greca (e non solo) pio­vono le più incre­di­bili men­zo­gne. I greci che vanno tutti in pen­sione a 50 anni (misura cir­co­scritta che riguarda sog­getti ana­lo­ghi ai nostri eso­dati in un paese dove il 26 per cento di disoc­cu­pa­zione rende le pen­sioni un sostan­ziale stru­mento di soprav­vi­venza) fanno il paio con i “clan­de­stini” negli alber­ghi a 5 stelle. Ai cit­ta­dini euro­pei, presi ormai per scemi dalla mat­tina alla sera, si lascia inten­dere che recu­pe­rare l’irrecuperabile debito greco, ripor­terà quei soldi (sia pure indi­ret­ta­mente) nelle loro tasche e non in quelle della grande ren­dita finan­zia­ria. Biso­gna essere otte­ne­brati dalla birra e dalla tele­vi­sione per con­si­de­rarsi “azio­ni­sti” del pro­prio (ava­ris­simo) stato nazio­nale, secondo la mito­lo­gia attri­buita al con­tri­buente tede­sco. Quanto agli altri paesi inde­bi­tati (con tassi di disoc­cu­pa­zione che non si muo­vono di una vir­gola) è una gran corsa a taroc­care impro­ba­bili risul­tati per dimo­strare quanto siano distanti dalla Gre­cia, se non addi­rit­tura in una botte di ferro.
Que­sto ter­ro­ri­smo ci sospinge a pen­sare che a vin­cere (si fa per dire) la par­tita sarà chi è in grado di incu­tere mag­giore paura. Del resto non è una novità. Le classi subal­terne non hanno mai otte­nuto nulla se non quando sono state in con­di­zione di ter­ro­riz­zare la classe domi­nante. Tutta la sto­ria del Nove­cento ne è testi­mone. Da molto tempo non accade. Governi e gover­nati, lavo­ra­tori e pre­cari sotto ricatto non rap­pre­sen­tano più una minac­cia per le oli­gar­chie. Ma, per la prima volta, la vit­to­ria di Syriza, il brac­cio di ferro con le “isti­tu­zioni”, infine il Refe­ren­dum, fanno paura. Tal­mente tanta paura che anche i fal­chi si affret­tano a soste­nere che una vit­to­ria del no non signi­fi­cherà neces­sa­ria­mente la fine del nego­ziato, anche se lo ren­de­rebbe sem­pre più dif­fi­col­toso. Certo, la paura cre­sce­rebbe, tra­sfor­man­dosi in una forza vin­cente, se in tutta Europa si cogliesse l’occasione per mobi­li­tarsi con­tro l’ideologia e la pra­tica del neo­li­be­ri­smo che oggi la governa negando ogni alter­na­tiva. Non è insomma que­sto un nuovo accenno di “grande poli­tica”? Quella che inve­ste gli inte­ressi domi­nanti capar­bia­mente inca­paci di ogni com­pro­messo? Se, tra tante, vi è una ragione sin­te­tica per dire no ai dik­tat è che que­sto “no” incute final­mente timore a quanti desi­de­rano e con­ce­pi­scono la “sta­bi­lità” come tacita sot­to­mis­sione alle oli­gar­chie e alla ren­dita finan­zia­ria. Un no per l’Europa.

La forca e il Partenone di Paolo Favilli


La forca e il Partenone
di Paolo Favilli*
 
Contro Atene, la coerenza del Pd
«Grande è la confusione sotto il cielo», ma la situazione è tutt’altro che eccellente. Stiamo assistendo ad una forma di impazzimento del frullato politico, proprio come avviene con la proliferazione incontrollata di grumi e di scollamenti nel connettivo della maionese. Il fenomeno, però, non è indicatore di mutamenti importanti negli equilibri tra i poteri economici davvero dominanti, ma solo della progressiva decomposizione del tessuto sociale e delle sue proiezioni politiche. Anzi il fenomeno rafforza la stabilizzazione del «paradiso dei padroni», così qualche anno fa Serge Halimi ha chiamato lo stato di cose presente. E l’espressione non potrebbe essere maggiormente aderente alla realtà.
Seppure nella salsa italiana che da più di vent’anni caratterizza i “capi” emersi nel paese (una mistura di ignoranza, arroganza, interesse privato, tratti macchiettistici, impermeabilità al senso del ridicolo, estraneità sostanziale allo stato di diritto), il frullato politico nazionale non si differenzia dalle leadership internazionali consustanziali ai nuovi e vecchi padroni del mondo. Comune è l’impegno per la distruzione progressiva del compromesso tra «capitalismo civilizzato» (costretto alla civilizzazione) e società democratica. Comune è l’applicazione della «nuova razionalità» e dunque del rigore, della dura e giusta legge nei confronti dei lavoratori dipendenti protetti da garanzie inammissibili, durate per troppo tempo. Ora bisogna pagare. Pagherete caro, pagherete tutto! Come recitava un antico slogan della protesta oggi passibile di uso rovesciato.
Il problema principale del frullato politico riguarda solo la capacità di controllo degli effetti degli squilibri provocati dalle varie forme del rigore. Tutte i meccanismi in atto di progressivo ed ormai avanzato svuotamento della democrazia stanno producendo effetti di controllo piuttosto efficaci. Naturalmente in presenza di ogni genere di tensioni: immiserimento progressivo e miseria cronica, disaffezione, quando non odio, nei confronti della politica, guerre tra poveri, etc. Contraddizioni che, per ora, non sembrano in grado di toccare il centro da cui scaturiscono. Anzi le forme dell’impazzimento del frullato sono diventate il catalizzatore dello spettacolo politico, il simbolo stesso di quell’universo. L’universo dei padroni del mondo, invece, sembra situarsi in una dimensione inaccessibile e inconoscibile.
 
Questo è lo stato delle cose e continuare a dibattere sulla possibilità di recupero a «sinistra» del PD, magari legata al successo della proposta Barca di «rifondazione» democratica dal basso del partito, non ha alcun fondamento reale. Riguarda il «sogno di una vita più bella», secondo l’espressione, più volte citata, del grande storico Johan Huizinga. Riguarda la sfera del desiderio, non quella dell’analisi.
La «cosa» che nel 2008 si è chiamata Pd, e che oggi è il partito di Renzi, ha una storia che, misurata in termini politici, risulta essere piuttosto lunga. Una storia in cui progressivamente si sono solidificati nuovi assetti ormai diventati strutturali. Strutture relative sia alla cultura politica (la mancanza di cultura non ne è la negazione), sia ai meccanismi di formazione e di funzionamento dei gruppi dirigenti ad ogni livello. Legame solidissimo tra le due dimensioni strutturali è stato, già a partire dalla metà degli anni Novanta, l’accettazione nella sostanza, e poi la convinta assimilazione, del tipo di razionalità che i vincitori della fase di accumulazione capitalistica in corso hanno posto come base della loro egemonia.
È su questa base che è avvenuto lo spostamento del sistema di riferimento sociale. C’è un filo diretto tra la predilezione di D’Alema nel 1999 per i «capitani coraggiosi» Colaninno e Gnutti che scalano la Telecom Italia privatizzata e l’orizzonte di riferimento dell’attuale presidente Giuseppe Recchi. Un presidente che «è un ex consigliere di Blackstone e manager della Genaral Electric, il quale, infischiandosene apertamente del nome della sua azienda, ha dichiarato con soddisfazione: “Il capitale non ha bandiera e le compagnie finiranno per non avere una bandiera che non sia la loro” [Financial Times, 4 agosto 2014] (Perry Anderson)». C’è un filo diretto tra le varie «cose» ante Pd e il complesso di relazioni industrial-finanziarie di cui Renzi è al centro.
 
Di ciò dobbiamo ragionare quando ci si pone il problema del «che fare» e non delle sfumature di colore della «sinistra» del frullato politico del Pd.
È l’insieme strutturale frutto di una storia più che ventennale, delle scelte che al suo inizio hanno prefigurato tanto una direzione che una collocazione sociale, che fa di quel partito un pilastro dello «stato di cose esistenti». Da questo insieme derivano le scelte in ambito economico, sociale, istituzionale, scelte dirimenti, scelte di campo.
L’ultima, particolarmente probante, è di questi giorni e riguarda la scelta di campo relativa alla crisi greca. Sulla questione è intervenuto in maniera assai pertinente Marco Revelli («il manifesto» 27/6/2015). Egli cita Ambrose Evans-Pritchard «un commentatore conservatore, ma non accecato dall’odio». Evans-Pritchard, business editor del Daily Telegraph, scrive che «i creditori vogliono vedere questi Kleft ribelli (…) pendere impiccati dalle colonne del Partenone». Revelli ci ha risparmiato la variante dell’impalamento cui pure il giornalista inglese fa diretto riferimento. Evans-Pritchard, inoltre, definisce «incredibile» la posizione della troika comunque mascherata e paragona la crisi sul debito greco ad una sorta di guerra irakena scatenata dalla finanza («The Telegraph», 19/6/2015).
«Non è l’Europa che sta facendo fallire la Grecia, ma caso mai sono le scelte del governo greco»: così il ministro Padoan. Renzi, lo statista, si è mosso all’interno dell’unico orizzonte che frequenta davvero: la furbizia. E coerentemente ha dato del «furbo» a Tsipras; nella sostanza lo ha trattato da «levantino» Il governo del Pd, dunque, rifugge certo dalla pratica barbara dello «impalamento», ma regge volentieri una parte della corda per impiccare i ribelli al Partenone.
 
* storico, Università di Genova

venerdì 3 luglio 2015

Svalutazione competitiva di Robert Kurz

successione

La moneta forte, con un alto valore esterno, viene generalmente considerata come un segno di superiorità economica. La cosiddette monete deboli, al contrario, attengono agli Stati perdenti ed ai candidati alla caduta sul mercato mondiale.  
Tuttavia, questa regola sembra aver perduto credibilità. Da ogni parte, la paura è quella che la propria moneta possa diventare troppo forte. In Svizzera, la Banca centrale interviene per far abbassare il franco svizzero, in ascesa rispetto all'euro in difficoltà. Le banche centrali del Giappone e di altri paesi attuano la stessa politica nei confronti del dollaro. I paesi emergenti come il Brasile stanno disperatamente lottando contro la valorizzazione del loro denaro. Inversamente, Gli Stati Uniti e l'Unione Europea non sono affatto tristi per quel che riguarda la tendenza alla caduta della loro moneta, che ormai non è più così importante. A partire dalla presunta fine della crisi, si può quasi parlare di svalutazione competitiva.

La faccenda può essere spiegata a partire dalla mutazione avvenuta nella struttura economica di crisi del capitalismo. L'economia mondiale sta camminando solamente grazie ai crediti inflazionati in maniera surreale ed alle relazioni economiche esterne ad essi associate. 
I paesi in attivo, come il Giappone, la Cina e la Germania, dipendono dalle loro esportazioni a senso unico, i paesi in deficit dipendono dal flusso, ugualmente a senso unico, di capitale monetario trans-nazionale. Sia gli uni che gli altri hanno raggiunto il limite. Ora, tutti quanti cercano di recuperare a spese degli altri. Gli uni vogliono salvare a tutti i costi l'eccedenza di esportazione, gli altri, a loro volta, vogliono ottenere una quota maggiore delle esportazioni. Ma le esportazioni sono tanto più a buon mercato e, quindi, più competitive quanto più la propria moneta è debole - situazione in cui le importazioni, al contrario, diventano più costose. La svalutazione competitiva dimostra come dappertutto venga disprezzata l'economia nazionale e si insista soprattutto sulla crescita delle esportazioni.
Nella zona euro vediamo una situazione particolarmente paradossale, nella quale i paesi in deficit non possono svalutare contro i paesi in eccedenza, come la Germania, in quanto entrambe le parti condividono una moneta comune. Inoltre, l'euro relativamente debole, proprio grazie alla crisi del debito del sud Europa, stimola ancora di più le esportazioni tedesche verso il resto del mondo. 
Ma questa storia di successo non può più continuare, poiché distrugge i suoi medesimi presupposti. E' il rullo compressore dell'esportazione della Germania che sta rovinando l'euro. Qualsiasi manuale di economia mostra come una cosa di questo genere non può funzionare. Uno smembramento dell'euro che riporti alle vecchie monete nazionali farebbe certamente aumentare fino ad un valore incommensurabile il debito esterno dei paesi in deficit, valorizzando allo stesso tempo il marco tedesco in maniera così drastica da paralizzare la macchina dell'esportazione tedesca. L'euro è stato ovviamente un'operazione suicida.
Per i paesi con grandi eccedenze di esportazione, la valorizzazione non costituisce un problema, per un certo periodo, solamente quando hanno anche un mercato interno forte e/o un monopolio industriale. Questo è stato il caso del Gran Bretagna del XIX secolo e degli Stati Uniti a metà del XX secolo. E' stato così che le monete di queste potenze mondiali hanno potuto assumere la funzione di denaro mondiale. Dopo il declino degli USA, altamente indebitati, non si vede da nessuna parte un candidato alla successione, ancor meno la Cina. La drastica valorizzazione della moneta cinese, che continua ad essere ritardata, finirà per rovinare le industrie esportatrici, svalutando simultaneamente le enormi riserve di dollari. Nessuno può più tornare indietro dalla propria posizione, ma per i paesi indebitati è oggettivamente impossibile mantenere le esportazioni a senso unico. La svalutazione competitiva porta alla crisi dell'euro, alla crisi monetaria mondiale.

- Robert Kurz - Pubblicato su "Neues Deutschland" del 14.11.2011 -

Grecia. Sei ragioni semplici per votare "OXI" di Yanis Varoufakis

Grecia. Sei ragioni semplici per votare "OXI"
 
Nella guerra dell'informazione che accompagna l'assalto della Troika alla Grecia e al suo governo "eccentrico" - rispetto ai servi del capitale che abitano le altre cancellerie - la prima vittima è come sempre l'nformazione.
Per questo ci sembra importante far conoscere anche ai nostri lettori il messaggio che il ministro delle finanze ellenico, Yanis Varoufakis, rivolge agli elettori che andranno alle urne domenica per il referendum. Come sapete, noi non crediamo affatto che i paesi più deboli possano "vivere bene" all'interno dell'Unione Europea e dell'euro, né che questa internità sia "ri-negoziabile". Come i fatti di questi giorni stanno dimostrando...
 
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Perché votare NO al referendum in 6 punti veloci
 
1. Le negoziazioni sono andate in stallo perché i creditori hanno
(a) rifiutato di ridurre il nostro impagabile debito pubblico e
(b) insistito che doveva essere ripagato "parametricamente" dai membri più deboli della nostra società, i loro figli ed i loro nipoti
2. Il FMI, il governo degli Stati Uniti, molti altri governi di tutto il pianeta e molti economisti indipendenti credono - come noi - che il debito debba essere ristrutturato
3. L'eurogruppo aveva (Novembre 2012) ammesso che il debito doveva essere ristrutturato, ma ha sempre rifiutato di impegnarsi in tal senso
4. Sin dall'annuncio del referendum, le istituzioni europee hanno mandato segnali in favore della ristrutturazione del debito. Questi segnali mostrano che anche le istituzioni europee voterebbero NO alla loro offerta "finale"
5. La Grecia rimarrà nell'euro. I depositi bancari sono al sicuro. I creditori hanno scelto la strategia del ricatto basata sulla chiusura delle banche. L'attuale impasse è dovuta a questa scelta dei creditori, e non all'interruzione dei negoziati da parte del governo greco o a ipotesi greche di grexit e svalutazione. Il posto della Grecia nell'eurozona e nell'Unione Europea non è negoziabile
6. Il futuro ci chiede una Grecia orgogliosa dentro l'eurozona e nel cuore d'europa. Il futuro chiede che i greci dicano un grande NO questa domenica, chiede che restiamo nell'area euro, e che, con il potere di cui ci investe questo NO, rinegoziamo il debito pubblico e la distribuzione dei carichi economici tra quelli che hanno e quelli che non hanno

dal blog di Yanis Varoufakis. Testo originale:
http://yanisvaroufakis.eu/2015/07/01/why-we-recommend-a-no-in-the-referendum-in-6-short-bullet-points/

giovedì 2 luglio 2015

Atene è sola, la solidarietà non basta di Fausto Bertinotti


La crisi greca mette in chiaro la fine di ogni alternativa socialdemocratica. Nel Vecchio Continente il governo unico della Troika vince sulla democrazia

Per Atene pas­sano vie che con­du­cono ai grandi e irri­solti pro­blemi che la crisi delle società, nelle quali viviamo, ci pon­gono quo­ti­dia­na­mente di fronte. Una di que­ste inve­ste più diret­ta­mente chi pensa che una con­di­zione neces­sa­ria per poterli affron­tare sia quella di con­tra­stare e scon­fig­gere le poli­ti­che di auste­rità e quella di met­tere in discus­sione l’assetto oli­gar­chico dell’Europa.
La Gre­cia ci ha pro­vato, ma l’ordine che regna nell’Europa reale pare essersi impo­sto. Il mani­fe­sto con­sen­tirà il riuso di un suo titolo famoso “Atene è sola”. Qui sta il dramma delle forze del cam­bia­mento in Europa. Le mani­fe­sta­zioni di soli­da­rietà sono neces­sa­rie ed apprez­za­bili, ma non cam­biano il quadro.
La con­tesa è stata tra il governo greco, da un lato, ed il governo dell’Europa reale, dall’altro, senza che in que­sta fosse ope­rato o si aprisse un con­flitto forte ed esteso con­tro le sua poli­ti­che. Il fatto che a Tsi­pras e ai suoi non si possa rim­pro­ve­rare alcun­ché aggrava la que­stione. Il governo greco ha pro­vato a rea­liz­zare un’impresa pres­so­ché impos­si­bile. La sua con­dotta è stata tanto effi­cace da averci per­sino indotti, in qual­che pas­sag­gio cru­ciale, a cre­dere (con­tro l’analisi di cosa sia mate­rial­mente quest’Europa) che ce l’avrebbe fatta. Que­sto qual­cosa è così pre­zioso per il futuro di tutti, anche ora che il ten­ta­tivo è stato scon­fitto, da dover con­ti­nuare a riflet­tere su di esso.
L’Europa reale, che pre­ten­deva di aver espulso da sé, in nome dell’ineluttabilità delle sue scelte stra­te­gi­che, la poli­tica, come auto­noma capa­cità di scelta, se la vede improv­vi­sa­mente parare davanti con la vit­to­ria elet­to­rale di Syriza e la nascita di un governo che pre­tende di tenere fede al man­dato rice­vuto dagli elet­tori, come se que­sto car­dine della demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva non fosse ormai abro­gato in tutti i paesi euro­pei ove, con il voto, si può sce­gliere il governo, ma non le sue poli­ti­che, giac­ché que­ste sono pre­de­ter­mi­nate dal sistema eco­no­mico in costru­zione. Per­ché il governo greco può ten­tare l’impossibile? Per­ché si fonda su un’esperienza poli­tica straor­di­na­ria. Syriza assume pie­na­mente il con­flitto tra il basso e l’alto della società, orga­nizza mutua­lità, coo­pe­ra­zione sociale, pro­muove una par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica nell’organizzazione del par­tito, sta­bi­li­sce un rap­porto di scam­bio per­ma­nete con i movi­menti di lotta, e vede emer­gere, al suo interno, un lea­der e una lea­der­ship che inter­pre­tano poli­ti­ca­mente il biso­gno di una rot­tura radi­cale con tutto il passato.
Syriza si da un pro­gramma di governo alter­na­tivo alla poli­ti­che di auste­rità e che ha le sue fon­da­menta nel sod­di­sfa­ci­mento dei biso­gni prio­ri­tari della popo­la­zione greca. Per­ciò può ten­tare l’impossibile. Ma un’iniezione di demo­cra­zia nella costi­tu­zione mate­riale di que­sta Europa è incom­pa­ti­bile con essa stessa quanto l’uscita dalle poli­ti­che di auste­rità (che sono mici­diali poli­ti­che di destrut­tu­ra­zione e di desog­get­ti­va­zione del lavoro).
L’iniziativa greca ha sospeso la Troika, ma la con­tro­parte rap­pre­sen­tante del governo euro­peo che l’ha sosti­tuito, ha rive­lato che la vit­to­ria del fun­zio­na­li­smo sulla demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva si è già rea­liz­zato in Europa. Todos cabal­le­ros. I governi e i gover­nati devono appar­te­nere alla spe­cie del pen­siero unico e ten­den­ziale diven­tare parti di un governo unico, sovran­na­zio­nale ed arti­co­lato, ma nella sostanza uni­ta­rio. Ai governi nazio­nali è richie­sto di essere pro­con­soli del governo cen­trale, governo costi­tuito sal­da­mente dalla Com­mis­sione euro­pea, dalla Banca cen­trale euro­pea e dal Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale. Lo scan­dalo cau­sato dal governo greco è con­si­stito nel far vivere, in que­sto ordine oli­gar­chico, il man­dato rice­vuto dal suo popolo. Lo scan­dalo ha denu­dato il re ma la debo­lezza dei sud­diti (noi euro­pei) lo ha lasciato sul trono.
All’emersione della poli­tica come pos­si­bi­lità di scelta pro­vo­cata dal governo di Tsi­pras, quest’Europa ha rispo­sto con la poli­tica della con­ser­va­zione del potere. Poteva per­ciò con­tare poco che la Gre­cia fosse una parte così pic­cola dell’Europa da essere inin­fluente sui suoi destini eco­no­mici. Così come poteva con­tare ancora meno che il suo debito potesse essere age­vol­mente ristrut­tu­rato. Quel che andava dimo­strato è che nes­suno può dero­gare alla Regola: non già quella del debito (altri­menti fles­si­bile) bensì quella della com­pa­ti­bi­lità richie­sta tra le poli­ti­che di un qual­siasi governo euro­peo e l’ordine eco­no­mico pro­mosso dal nuovo capi­ta­li­smo, ordine adot­tato e garan­tito dal governo reale di quest’Europa. Non si era mai vista una trat­ta­tiva così squi­li­brata nei rap­porti di forza come quella tra il governo greco e quello euro­peo. Solo una mobi­li­ta­zione dei popoli euro­pei, o meglio un’accumulazione di forze ed espe­rienze, di lotte sociali nei diversi paesi euro­pei, avrebbe potuto col­mare lo squi­li­brio. Non c’era e non c’è stata. Al con­tra­rio qual­cosa di molto pesante è avve­nuto nelle forze di governo.
Non vor­rei che quel che è acca­duto sem­brasse scon­tato. Non vor­rei che il giu­di­zio seve­ra­mente nega­tivo che molti di noi hanno su di essi, oscu­rasse il pas­sag­gio sto­rico che è avve­nuto in que­sta vicenda. Certo, non si può dire, per senso delle pro­por­zioni, che la prima social­de­mo­cra­zia, muore sui cre­diti di guerra e l’ultima muore sce­gliendo di stare dalla parte dei paesi cre­di­tori. Ma che la Troika non abbia tro­vato un solo governo a con­tra­starla e nep­pure a dif­fe­ren­ziarsi da essa è un’enormità. La social­de­mo­cra­zia tede­sca, i socia­li­sti fran­cesi, il par­tito di Renzi, e più in gene­rale i cen­tro­si­ni­stra hanno por­tato a ter­mine, con i pro­pri governi, la pro­pria defi­ni­tiva muta­zione gene­tica. Con essa è morta in Europa ogni ipo­tesi social­de­mo­cra­tica e sono usciti defi­ni­ti­va­mente di scena, nella ver­go­gna, tutti i vari centrosinistra.

La soli­tu­dine di Atene tocca anche noi. Tocca anche tutto il campo, varie­gato e diviso, delle forze cri­ti­che. Non è que­sta la sede per un ragio­na­mento sulla sini­stra di alter­na­tiva in Europa e sui movi­menti, ma quel che non può sfug­gire è però la con­sta­ta­zione dram­ma­tica di un’impotenza. Per rile­varla, basti solo il con­fronto con una pre­ce­dente vicenda che pure ha riguar­dato il for­marsi della costi­tu­zione mate­riale euro­pea, quello della diret­tiva Bol­ke­stein. Allora si riflet­teva cri­ti­ca­mente sul livello di ini­zia­tive e di mobi­li­ta­zione in atto; eppure esse furono incom­pa­ra­bil­mente supe­riori a quelle d’oggi e furono capaci di influire sul vit­to­rioso refe­ren­dum fran­cese con­tro il Trattato.
“Atene sola” ci dovrebbe costrin­gere a riflet­tere cri­ti­ca­mente, corag­gio­sa­mente e in un campo largo di forze che oggi ancora non sono attive ma che potreb­bero esserlo domani, sul nostro destino. Il rischio è che il con­flitto in essere tra l’alto e il basso della società diventi, nei diversi paesi la con­tesa esclu­siva tra il campo del governo e il campo delle oppo­si­zioni popu­li­ste, dei popu­li­smi. Ma anche in que­sto caso, molti ci inse­gnano che le pro­pen­sioni popu­li­ste pos­sono dar vita a sog­get­ti­vità sociali e poli­ti­che radi­cal­mente diverse tra loro. Se qual­cosa Syriza con­ti­nua a dirci, anche con l’appello al voto del suo popolo è che nel con­flitto tra l’alto e il basso della società, una forza di cam­bia­mento nasce e vive, oggi, solo sce­gliendo di stare radi­cal­mente su quest’ultimo ver­sante e solo se lo sa agire sul suo ter­reno di scon­tro che è quello del pro­prio paese ma ormai ine­so­ra­bil­mente anche dell’Europa intera.
Il luogo di voca­zione della rina­scita di un’alternativa, come ci inse­gna Syriza ma anche Pode­mos e come ci testi­mo­niano tutti i movi­menti di nuova gene­ra­zione, è diven­tata la piazza, una piazza che, a inten­dersi, si può anche chia­mare rivolta. Soste­nere le ragioni del “NO” di Syriza al refe­ren­dum di dome­nica pros­sima è sacro­santo, ma per stare dav­vero dalla parte di Syriza, in Europa, non basta la solidarietà.

Giornalisti di guerra in tempi di crisi di Alessandro Avvisato

Giornalisti di guerra in tempi di crisi

Siamo in trepida attesa del primo titolo, sui giornali italiani, in cui si giurerà che Tsipras - o più probabilmente Varoufakis - ogni tanto si mangia un bambino...
L'elenco delle provocazioni, della false notizie, del rovesciamento delle parti, è praticamente infinito e non risparmia nessun media di regime. Diciamo "di regime" in senso tecnico, visto che il "nostro caro leader" di Pontassieve è genuflesso ai voleri della Troika più di un Rajoy o un Samaras.

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Una volta c'era per esempio la Rai, informazione pubbica dove ogni tanto si potevano trovare servizi buoni, addirittura eccellenti, che davano un quadro se non altro "obiettivo" del problema esaminato. Magari lasciavano anche intravedere una predilezione per una soluzione su cui non eri d'accordo, ma fatto con un po' di discrezione, dando comunque in primo piano i dati concreti. Tutto finito. Basta guardare l'immagine qui sopra, in cui la Rai descrive una manifestazione ad Atene a favore del "sì" (pro-Troika, insomma) con una foto presa dalla manifestazione del giorno prima, a favore del "No". Un giochino pedestre (chi l'ha montato andrebbe cacciato in effetti a pedate per omessa deontologia professionale) che evidentemente faceva conto sull'ignoranza del greco tra i telespettatori o gli utenti in rete.
Batte alcune decine di record il servizio di Federico Fubini, inviato ad Atene del Corriere della sera, che in un solo articolo riesce a dare l'immagine di una città senza turisti (che non hanno limiti di prelievo al bancomat), di navi che partono vuote, di uno Tsipras "stravolto" e in balia degli eventi, incerto su tutto, e infine di un luciferino Varoufakis che starebbe studiando un piano per stampare dracme da scambiare alla pari con l'euro. Un lettore che sappia poco ci può cascare, uno che abbia letto qualcosa di più profondo degli articoli di Fubini sa invece da solo che qualsiasi moneta viene scambiata sui mercati, quindi il suo valore di scambio effettivo non viene deciso dall'emittente (dallo "stampatore"), ma dall'accoglienza di quelli che se la passano di mano.
L'esempio più noto, nella storia recente, risale all'unificazione tedesca dopo la caduta del muro. Il predecessore della Merkel, Helmuth Kohl, decise che i marchi della Ddr (Germania Est) sarebbe stati accettati alla pari con i marchi della Rft (Germania Ovest). Si poteva fare, perché avrebbero circolato solo all'interno della Germania riunificata e per il tempo (assai limitato) necessario a far smaltire le vecchie monete in mano agli "ossie", alle prese col trauma del passaggio a un'economia completamente diversa e a cui si arrendevano. Naturalmente il marco Rft subì una svalutazione temporanea, i partner europei chiusero entrambi gli occhi per favorire la riunificazione al prezzo più basso possibile e tutto andò per il meglio (per la Germania, almeno).
Fare il contrario - stampare una moneta diversa pretendendo di mantenere lo stesso valore di cambio "arbitrario" con qualsiasi altra - è invece praticamente impossibile. A meno che tutti coloro che dovrebbero vedersela consegnare non siano d'accordo nel considerarla di pari valore. Non stiamo ovviamente parlando dei cittadini greci, ma dei paesi creditori. Qualcuno faccia la domanda alla Merkel, se se la sente. Ma gli consigliamo di scappare prima di essere raggiunto dalla risposta. Contundente.
Naturalmente, se vinceranno i "no" e non ci sarà - logicamente - nessun accordo successivo con i creditori, allora la Grecia dovrà stampare una propria moneta per garantire la normale circolazione commerciale, pagare gli stipendi e le pensioni, ecc. Che sia una nuova dracma o i vecchi euro (come cambiano rapidamente le cose, vero?) con la facciata nazionale greca, in ogni caso si avrebbe una svalutazione immediata. Che nessuno sa però quantificare con ragionevole certezza. Fiocccano percentuali "terroristiche" ("oltre il 50%"), ma sono per l'appunto tali: modo per spaventare il lettore italiano e dissuaderlo dal criticare l'assetto istituzionale dell'Unione Europea.
Ma Fubini non è il solo. Qualsiasi giornalista si avventuri nelle file ai bancomat o tra le persone al mercato costruisce "reportage" fantasiosi. Non perché necessariamente falsifichino le dichiarazioni fatte da questo o quel cittadino spaventato (lo sono anche i favorevoli al "no", ovviamente, perché si tratta comunque di un salto in "territori sconosciuti", come detto anche da Draghi). Non è necessario. Quando si lavora con decine di mini-intervsite, basta selezionare quelle che risultano più utili al tipo di "pezzo" che la testata di appartenenza ti ha commissionato. Il resto vien da sé...
E informazione di guerra, fatta, calzata e rifinita. Evidentemente c'è in corso una guerra. Ma nessuno - tantomeno questo tipo di "informazione" - ce l'ha mai detto.