sabato 19 dicembre 2015

La cultura per Renzi: più yacht, meno ricercatori

Università. Nella legge di stabilità c'è il taglio alle tasse sulle barche di lusso, non il sussidio di disoccupazione Dis-Coll ai ricercatori precari dell’università. Stanziate risorse per i 500 euro ai 18enni. Mai riconoscere i diritti a chi lavora: questa è la legge. La protesta a Montecitorio domani. Il coordinamento No Triv: «Ecco come il governo sta sabotando i referendum contro le trivelle»


 
Sono due le misure che, ad oggi, descrivono la legge di stabilità che il governo Renzi si appresta a far votare al parlamento. Niente disoccupazione ai precari della ricerca, ma intanto si elimina la supertassa sugli yacht (sopra i 14 metri) introdotta dal governo Monti. Nel patchwork impazzito delle micro-misure contenute nella manovra che sarà discussa da oggi alla Camera tutto è improvvisato, ma nulla è casuale.
Se il favore ai costruttori di barche di lusso è chiaro, più complessa è la valutazione della bocciatura della possibilità di estendere la «Dis-Coll» agli assegnisti di ricerca senza nemmeno esaminare l’ipotesi di ricomprendere dottorandi e borsisti e limitandosi a prorogare l’istituto per il 2016. In primo luogo questa decisione contrasta con il presunto spirito di «civilizzazione» esibito dal presidente del Consiglio Renzi nella lotta contro il terrorismo.

Soldi ai consumi, non a chi lavora

All’indomani degli attentati sanguinosi di Parigi, il premier annunciò la famosa legge «un euro sulla sicurezza, un euro sulla cultura». In questa partita rientrava la «mancetta elettorale» ai 18enni nel 2016: 500 euro per andare al cinema, a teatro, ai musei. Soldi ai «consumi», più che a coloro che quella cultura producono. È la legge che Renzi ha seguito con gli 80 euro ai dipendenti fino a 26 mila euro di reddito (ora esteso alle forze dell’ordine) o con i 500 euro ai docenti della scuola, sempre per i «consumi».
Mai sostenere chi lavora, (o chi ha perso il lavoro), meglio dirottare le risorse su chi compra e dunque finanzia le imprese o le amministrazioni che usano eserciti di precari per tenere aperti musei e tutto il circuito connesso nell’editoria di settore, ad esempio. Questo impianto si è arricchito di un lieve incremento al Fondo integrativo per la concessione di borse di studio che sale nel 2016 da 50 a 54,7 milioni (e altri 4,7 milioni nel 2017).
«Risorse assolutamente insufficienti per garantire la copertura totale delle borse di studio e risolvere la drammatica situazione causata dai nuovi meccanismi di calcolo dell’Isee: servono almeno altri 150 milioni per garantire la borsa di studio a tutti gli aventi diritto» sostiene Alberto Campailla (Link).
Operazioni che non cancellano la realtà dei fatti: per chi studia, elabora saperi e, addirittura, ne crea qualcuno non esiste alcuna forma di tutela. Il caso dei precari della ricerca è paradigmatico: dottorandi e assegnisti, che versano i contributi alla gestione separata Inps come tutti i parasubordinati e autonomi, non avranno il sussidio di disoccupazione. Non sono lavoratori, sono studenti a vita. Ne è nato un caso: la «Dis-Coll» infatti è stata rifinanziata, ma non per tutti i «cococò». Venerdì ci sarà anche una protesta a Montecitorio organizzata da Flc-Cgil, i dottorandi dell’Adi, gli studenti di Link, i ricercatori precari del Coordinamento dei Non strutturati e i ricercatori della Rete29Aprile. In questi giorni ci sono presidi da Bari a Milano, da Padova a Roma e Torino.
La protesta viene da lontano: una petizione online ha raccolto 9 mila firme, sono state inviate 2.750 mail alla Commissione Bilancio della Camera. Non è mai arrivata una risposta. Il governo Renzi, e il Pd, la pensano come i baroni dell’università: i precari che versano i loro contributi all’Inps sono controfigure che svolgono funzione da soprammobile, mentre in realtà tengono in vita i corsi di laurea. Mai riconoscere diritti nel basso impero renziano.

No Triv: Renzi sabota il referendum

Altro dettaglio che parla del tutto. Il coordinamento nazionale No Triv sostiene che il governo «vuole sabotare il referendum» anti-trivelle. «Un autentico inganno» lo definisce il movimento. Gli emendamenti presentati dal governo alla legge di stabilità ricalcano solo apparentemente i quesiti referendari presentati dalle regioni. Le modifiche proposte dall’esecutivo dissimulano «in modo subdolo» il rilancio delle attività petrolifere in terraferma e in mare, e persino entro le 12 miglia marine, eludendo così gli obiettivi del referendum.
I passaggi incriminati sarebbero quelli che si riferiscono all’abolizione del «piano delle aree» e nella previsione per cui si fanno salvi tutti i procedimenti collegati a titoli abilitativi già rilasciati» all’entrata in vigore della manovra nel 2016. «Un mix esplosivo — così viene definito — L’obiettivo è mantenere in vita tutti i procedimenti in corso entro le 12 miglia marine». «Questi emendamenti sono un sabotaggio e uno schiaffo alla democrazia del nostro paese».

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