domenica 17 giugno 2018

Due numeri – ufficiali – sull’accoglienza di Potere al Popolo


I social sono un “luogo” in cui si strepita e ci si strilla addosso. Riportiamo alcune informazioni importanti per stare coi piedi per terra, che smontano le bugie che ci dicono dall’alto. Se in Italia viviamo male, ed è così perchè 11 milioni sono in povertà assoluta, non è colpa dei richiedenti asilo.
Vogliono farci credere questo perchè non possiamo andarcela a prendere coi veri responsabili, e mandarli davvero a casa per i danni che hanno fatto al paese. Pensateci.
1. “ORMAI SIAMO TROPPI, NON POSSIAMO ACCOGLIERLI TUTTI!”
L’Italia è, in proporzione al numero di abitanti, uno dei paesi in cui vengono depositate meno richieste d’asilo, anche rispetto a paesi più piccoli. Dueogni mille italiani: è questa l’invasione di cui parlano?
2. “E GLI ALTRI PAESI CHE FANNO? DIAMOGLI UNA LEZIONE!”
Per questo parlano i numeri che vi mostriamo. Nel mondo 11 milioni 700 mila persone sono rifugiati. Di questi vivono in Europa – non in Italia – 1 milione e 700 mila. Dove stanno questi rifugiati? Fuori dall’Europa, il Pakistan è il primo paese per numero di rifugiati accolti, per esempio.
Non diamo una lezione a nessuno quando “chiudiamo i porti”, se non a chi rischia di morire di stenti in mare non per sua responsabilità.
3. “DISPIACE PER CHI MUORE IN MARE MA FERMIAMO IL BUSINESS”.
E’ vero, tanti imprenditori e tanti pezzi di criminalità organizzata lucrano sull’accoglienza. Noi NON VOGLIAMO che il sistema d’accoglienza resti così com’è.
Ma se sono imprenditori senza scrupoli e mafiosi a speculare, che senso ha prendersela coi richiedenti asilo, i primi a subire gli effetti di questa speculazione malsana e inumana?
Perchè non prendersela con i forti e alzare, in questo caso davvero, la testa? Perchè questo scomodo la politica non se lo prende, non vuole davvero affrontare i responsabili, preferisce buttare fumo e prendersela con chi non c’entra?
Il problema non è la quantità – come abbiamo visto irrisoria per un grande paese come il nostro – ma il modo in cui si gestisce il sistema d’accoglienza.
Dobbiamo superare la gestione emergenziale, militarizzata e straordinaria, proponendo centri di piccole dimensioni gestiti dal pubblico, in trasparenza assoluta, senza possibilità di lucro e profitto per privati di ogni genere.
Dobbiamo promuovere subito percorsi autonomi di inserimento, abitativo, sociale, lavorativo, per chi arriva.
TOLLERANZA ZERO CON CHI SFRUTTA GLI ESSERI UMANI E SI ARRICCHISCE, NON CON CHI E’ SFRUTTATO!
I dati sono dell’istituto di statistica Eurostat, dossier anno 2017, nessun buonista è stato maltrattato per elaborarli, tranquilli 

venerdì 15 giugno 2018

Prima gli sfruttati, scendiamo in piazza perché il problema non sono gli immigrati. Ma i ricchi


Prima gli sfruttati, scendiamo in piazza perché il problema non sono gli immigrati. Ma i ricchi
            
di Paolo Ferrero - www.ilfattoquotidiano.it -

Sabato pomeriggio a Roma si terrà una manifestazione convocata dall’Unione sindacale di base che ha come slogan di convocazione Prima gli sfruttati. A questa manifestazione hanno aderito Rifondazione Comunista, Potere al Popolo e molte altre organizzazioni e associazioni. Invito tutti e tutte a parteciparvi perché la manifestazione affronta precisamente il problema fondamentale dell’Italia di oggi: l’ingiustizia sociale che è alla base della sofferenza sociale che il governo cerca di trasformare in guerra tra i poveri.
Il problema principale dell’Italia è l’ingiustizia. Innanzitutto nella distribuzione del reddito. I ricchi nella crisi sono diventati più ricchi e larga parte della popolazione è diventata più povera. In
Italia la ricchezza privata è enorme: il risparmio privato è pari ad ottomila miliardi di euro, quattro volte il debito pubblico italiano e – per avere un’idea – il doppio del risparmio privato dei tedeschi. Di quegli ottomila miliardi di risparmio privato più della metà sono in mano di meno del 10% della popolazione, mentre il 50% più povero della popolazione non riesce ad arrivare a fine mese. Per capirci bene, il 10% più ricco della popolazione italiana ha un risparmio maggiore di tutta la popolazione tedesca – ricchi e poveri – messa insieme! In Italia i soldi ci sono, solo che sono in mano ai ricchi e ai grandi evasori fiscali, per questo mancano i soldi ai lavoratori, alla povera gente e mancano i soldi allo Stato.
Questa distribuzione della ricchezza completamente spostata verso l’alto, è una inaccettabile ingiustizia sociale ma è anche un grande fattore di crisi economica. Se le famiglie non arrivano alla fine del mese, non spendono e l’economia non gira. Chi possiede milioni, i soldi non li spende e non li investe produttivamente. Non li spende perché dopo tre ville e due ferrari, non è che questi mangiano sei volte al giorno: per le grandi ricchezze, i consumi non aumentano proporzionalmente al reddito. Non li investono per fare posti di lavoro perché se il mercato è fermo, non ci sono investimenti produttivi ma solo investimenti in speculazione. E’ esattamente cosa fanno i ricchi: si fregano i soldi e poi li usano per qualche bene di lusso e per speculare. Cosa propone di fare il governo? Il contrario di cosa servirebbe. In una situazione così sarebbe utile per l’Italia una decisa redistribuzione del reddito, facendo pagare le grandi ricchezze, cominciando con una patrimoniale. Invece il governo vuole fare una tassa piatta, cioè regalare altri soldi ai ricchi che ne hanno già troppi e favorire l’evasione fiscale.
In secondo luogo gli stipendi italiani sono troppo bassi e i giovani e i migranti sono sfruttati in modi inumani con stipendi da pochi euro all’ora. Bisogna abolire la precarietà del lavoro in modo da dare più forza ai lavoratori per migliorare gli stipendi. Qualcuno dirà che questo non è possibile perché siamo nel mercato mondiale e non possiamo aumentare i costi. Si tratta di una balla. La bilancia commerciale italiana è in attivo: esportiamo di più di quanto importiamo e il surplus sta crescendo. In altre parole, le imprese italiane sono competitive sul mercato mondiale e non sarebbe certo un aumento di stipendi a mandarle fuori mercato. Inoltre molti dei settori in cui ci sono bassi stipendi (dal commercio all’edilizia) non sono certo esposti alla concorrenza internazionale. Il problema dell’Italia è che gli stipendi troppo bassi hanno depresso i consumi delle famiglie, cioè il mercato interno. Mentre le esportazioni crescono, dal 2008 non sono ripresi i consumi: il problema dell’Italia sono i bassi stipendi e le leggi che precarizzano il lavoro.
In questa situazione la gente si sente impotente e non capendo bene come fare si affida agli uomini della provvidenza e spera nei miracoli. L’ultima porcheria propagandata dal governo Lega – Cinque stelle sarebbe che il problema degli italiani sono i migranti e che bisogna tagliare le tasse ai ricchi. La retorica del “prima gli italiani” si trasforma rapidamente in un prima i ricchi. Per gli italiani lo spot nazista dei migranti lasciati a rosolare nel Mediterraneo, per i ricchi i soldi!
Sabato quindi tutti e tutte in piazza per dire con chiarezza che il problema degli italiani sono i ricchi! Per dire che i nostri nemici non sono quelli che stanno sotto di noi ma quelli che stanno sopra di noi.

Euro o no, e se la sovranità monetaria fosse solo un mito?

Euro o no, e se la sovranità monetaria fosse solo un mito?

Il sovranismo non rimuove quelle caratteristiche di fondo della globalizzazione. Non è dell’euro la responsabilità della crisi. Intervista a Marco Bertorello

Ma è una trappola l’Europa, nel senso di Ue? E’ possibile democratizzare l’Unione? Si può uscire dall’euro? Mi pongo questa domanda nelle ore convulse della trattativa per il governo “giallo-verde” con Bruxelles che lancia segnali di “preoccupazione”.
Per il Washington Post, l’alleanza Salvini-Di Maio creerebbe una combinazione “di elementi di euroscetticismo e protezionismo di estrema destra”. Anche il Financial Times titola sul “duo anti-establishment testerà l’armonia della Ue” e argomenta circa il “risultato più destabilizzante per l’Eurozona”. Riemerge la parola spread, la misura di affidabilità di un’economia affidata al differenziale di rendimento tra i titoli di stato italiani e tedeschi, quel valore che ha contribuito a costruire la narrazione della crisi del 2011 e l’imposizione dell’austerità. «E’ vero che da 125 ha raggiunto quota 160, ma nulla di paragonabile al record di 574 punti registrato nel novembre di sette anni fa», mi spiega Marco Bertorello, genovese, studioso di economia, autore fra l’altro di “Non c’è euro che tenga”, sottotitolo “Per non piegarsi alla moneta unica non serve uscirne” (edizioni Alegre).
La sua opinione è che la coalizione che si appresta a governare l’Italia dopo le elezioni di marzo non sia percepita in modo così destabilizzante dai mercati finanziari. «Dopo le manfrine iniziali – dice – la convergenza tra Lega e M5s sembra essersi compiuta sulla flat-tax (peraltro nella versione leghista più drastica di quella forzista) che è assolutamente compatibile con le dinamiche globaliste.
Ma con Bertorello, che lavora con altri ricercatori per una nuova finanza pubblica e sociale, Left vorrebbe mettere a fuoco la questione dell’euro e della sovranità monetaria. Quindi riprendiamo la domanda iniziale: è una trappola l’Unione europea? «Sì, nella misura in cui lo è la competizione globale – risponde Bertorello – fondata sulla compressione dei salari, dei diritti ambientali e sulla rincorsa fiscale per attrarre capitali. Il caso irlandese è indicativo: le ricadute della presenza di tutte le multinazionali attratte dalla bassa tassazione sono minime per la popolazione locale. La crescita non produce più necessariamente una ridistribuzione della ricchezza. Anzi, questo tipo di sfida globale produce anche una sottrazione di welfare nei paesi dove le multinazionali hanno i siti produttivi ma non i libri contabili. L’economia globale conta sempre di più dei fattori interni. Non è solo un problema dei paesi periferici, è solo una questione di intensità e gradazione di quei problemi. La riduzione dell’intervento pubblico, la precarizzazione del lavoro, la destrutturazione del welfare sono problemi che si pongono anche nella potente Germania».
Esiste certamente un problema di scompensi in Europa dovuti alla costruzione dell’euro e le vittime della globalizzazione non sono solo i lavoratori ma anche le imprese che si rivolgono ai mercati interni dove i consumi si comprimono. Ma se uscire dall’euro non è la risposta allora la sovranità monetaria, altro concetto evocato anche a sinistra, è uno dei miti da sfatare? Bertorello – che tuttavia non rimuove il problema di uno slittamento della sovranità, ormai compiuto, tira in ballo Wim Duisenberg che, prima di essere il primo governatore della Bce, era stato a capo della Nederlandsche Bank, la banca centrale olandese. Duisenberg era solito raccontare che, quando Bonn (e poi Berlino) decideva di svalutare il marco, lui aveva un quarto d’ora per adeguare il Fiorino alla nuova situazione. Diceva che quei 15 minuti erano la sua sovranità monetaria e, per questo, venne soprannominato “Signor Quindici Minuti”. «Eppure si trattava dell’Olanda, un paese florido, mica un’economia dollarizzata come quella argentina», sottolinea l’interlocutore di Left. Insomma, anche prima della moneta unica la sovranità monetaria era «apparente più che reale. Il sovranismo non rimuove quelle caratteristiche di fondo della globalizzazione. Era vero anche all’epoca della lira». La sovranità monetaria, come dimostra anche la parabola italiana del dopoguerra, non corrisponde a una sovranità reale.
L’ultima svalutazione competitiva della lira, infatti, risale al 1992 quando, parallelamente a quella manovra venne firmato uno dei peggiori accordi sindacali, fu abolita la scala mobile, prima, e un anno dopo, imposta la concertazione con un altro accordo capestro, la rinuncia a ottenere aumenti salariali superiori all’inflazione programmata. «Segno che la svalutazione da sola non era sufficiente a rimettere in sesto l’economia. Inoltre, quando si svalutava, l’impresa si accomodava per alcuni anni, non avendo molto interesse a rendere più efficiente il sistema produttivo a sue spese. Ci aveva già pensato il governo», insiste Bertorello smontando uno dei principali argomenti degli assertori dell’uscita dall’euro. «Dunque uscire dall’euro non è sufficiente?», domando. «E soprattutto non è necessario», mi sento rispondere. «L’origine di tutti i mali non è la moneta. Non è la moneta in sé a determinare l’economia di un paese. Altra cosa è capire il ruolo in generale della moneta, delle banche centrali in questa fase». Intuisco che il mio interlocutore voglia spiegare il quantitative easing, alla lettera “alleggerimento quantitativo”, ossia l’acquisto da parte della Bce (come la Fed prima ancora) di titoli di stato e di altro tipo dalle banche per immettere nuovo denaro nell’economia europea, incentivare i prestiti bancari verso le imprese e far crescere l’inflazione quando si rischia il suo contrario, la deflazione. «Questo succede perché l’economia reale non è autosufficiente – spiega Bertorello – ma le politiche espansive, in questo contesto, non garantiscono più che si compia il circuito virtuoso spesa-consumi-fisco. Per questo le banche centrali procedono al loro disimpegno con cautela. L’intervento pubblico, in tempi globali, invece dovrebbe servire a uscire dalla cornice dell’economia di mercato, non a tentare di salvarla». Ma è una questione di rapporti di forza, conveniamo entrambi. Non è sperando nell’euroscetticismo supposto del prossimo governo, come fa qualcuno anche a sinistra, che ci salveremo. «In ultima istanza è la capacità dei soggetti in carne e ossa, dei movimenti sociali, a poter incidere su quei meccanismi che richiamavo all’inizio della nostra conversazione. Il problema è tutto politico: come si riduce il tasso di competitività, possiamo pensare alla cooperazione come a un elemento che riduca almeno in parte l’incidenza del “mercato”, quale la funzione per una sfera pubblica, nel senso più pieno, che corrisponda ai bisogni collettivi?». Anche l’euro a due velocità, “benedetto” da Grillo alla vigilia del gabinetto giallo-verde, non appare a Bertorello come una soluzione praticabile: «L’Ue non è un blocco omogeneo, vive di competizione interna. Il 60% dell’export tedesco è verso i paesi dell’eurozona. Se la Germania non deve essere competitiva solo fuori dal continente, perché dovrebbe accettare un “euro 2” che faccia concorrenza al primo e nemmeno è in grado di garantire il debito che emette? Il problema è sempre quello delle regole globali sulla competizione». Anche uscendo dall’euro, insiste Bertorello, il campo di battaglia resterebbe il medesimo ma «andremmo in guerra con un esercito più piccolo. Per reggere lo scontro ci sarebbe bisogno di maggiore disciplina: vuol dire maggiore dose di nazionalismo, l’astratta coincidenza di interessi di tutti in quello nazionale».
«Però una via d’uscita ci vuole!», esclama il cronista a questo punto del dialogo. «Non credo che passare da un governo della Commissione europea a una Europa più parlamentare cambi il quadro sostanzialmente. Il Parlamento europeo è eletto dagli stessi elettori che eleggono i rispettivi governi. L’unica conflittualità possibile avviene quando si frappongono i soggetti sociali, quando si mobilitano i movimenti. Cambiare i Trattati è un obiettivo corretto, infatti era la parola d’ordine di Tsipras all’inizio del suo governo – spiega ancora Bertorello che era a Salonicco, nel 2015, proprio nei giorni del referendum sul III memorandum – Tsipras ha poi rinunciato a portare fino in fondo quella battaglia (sarebbe stato certo un passaggio difficile, non banale) ma cambiare i trattati vuol dire intervenire sul meccanismo austeritario su cui si fonda l’Europa adesso». I giallo-verdi hanno già fatto un vistoso dietrofront sul debito, faccio notare a Bertorello che è anche uno dei fondatori del Cadtm Italia, il comitato per l’audit sul debito. «Un’idea interessante potrebbe essere quella di un annullamento selettivo del debito – conclude – annullare una quota di quel debito (che in gran parte è illegittimo e odioso), tutelando gli investitori più deboli. Sarebbe una sorta di patrimoniale a monte, non devi inseguire il denaro ma ne restituisci un po’ meno. D’altra parte il debito è sempre frutto di una negoziazione, una questione politica come tutte le altre».

giovedì 7 giugno 2018

PRIMA GLI ITALIANI.....RICCHI !

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di Paolo Ferrero – i blog del fatto quotidiano -
 
Dopo aver fatto la propaganda elettorale dicendo “prima gli italiani”, Matteo Salvini adesso dice “prima i ricchi”. Nulla di strano che il razzista demagogo dica una cosa e ne faccia un’altra. Del resto se la prende con l’Unione Europea dopo che il suo partito ha votato a favore del trattato di Maastricht, di Lisbona, del pareggio di bilancio in Costituzione, etc etc. Il problema è che oltre a prendere in giro i suoi elettori, Salvini utilizza motivazioni completamente false con cui ammanta di scienza economica il suo ragionamento a favore dei più ricchi. La tesi di fondo è che se i ricchi hanno più soldi fanno più investimenti e quindi più posti di lavoro. Questa tesi è completamente falsa. Vediamo perché.
Com’è noto un imprenditore investe se pensa di poter vendere le merci che produce. Se uno pensa invece che le merci gli rimarranno in magazzino, difficilmente farà un investimento e – in ogni caso – anche se lo facesse, nel giro di tre mesi licenzierebbe tutti coloro che ha assunto. In altri termini è chiaro che l’investimento viene fatto non solo perché l’investitore ha i soldi in mano ma viene fatto perché l’investitore pensa di poterci guadagnare, di poter vendere quello che produce. Questo vale anche nei servizi: un ristoratore assumerà un cameriere se pensa che qualcuno vada a mangiare la pizza al sabato sera. Altrimenti, anche se ha i soldi per farlo non assumerà nessuno.
Solo chi ha tolto l’articolo 18 – e i grillini e i leghisti che non vogliono rimetterlo – pensano che uno assuma un cameriere solo perché lo può licenziare…
In altri termini gli investimenti privati vengono fatti solo se esiste una domanda solvibile in grado di valorizzare gli investimenti stessi. Solvibile vuol dire che la domanda non solo si deve esprimere come bisogno (mi piace la pizza) ma che il soggetto desiderante deve anche avere i soldi per pagarla la pizza…
Il problema è proprio qui. Gli investimenti privati normali, non sono originati dal fatto che i ricchi abbiano più soldi ma dal fatto che la domanda solvibile si allarghi e quindi richieda nuove merci e nuovi servizi e quindi nuovi investimenti e nuovo lavoro. Non ci vuole un genio per capire che in Italia il problema è proprio questo: metà della popolazione ha difficoltà ad arrivare a fine mese e in ogni caso ha ridotto i propri consumi per mancanza di reddito. Per far ripartire l’occupazione in Italia servirebbe una drastica redistribuzione del reddito dal 10% più ricco verso il 50% più povero in modo da aumentare i consumi e creare una spazio per nuovi investimenti e nuovi posti di lavoro.
Come se non bastasse, in Italia, dall’inizio della crisi, i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri: Salvini propone di accentuare questa diseguaglianza. Salvini propone di curare i tumori facendo esplodere delle bombe atomiche. Inoltre, come è del tutto evidente, se si tagliano le tasse ai ricchi, lo Stato non avrà più i soldi per far funzionare la scuola, il servizio sanitario, pagare le pensioni. In altri termini il taglio delle tasse ai ricchi distruggerà i servizi pubblici e ridurrà i posti di lavoro nel pubblico. Riducendo i dipendenti pubblici e quindi il monte salari complessivo, i consumi si ridurranno ulteriormente e conseguentemente aumenterà la disoccupazione anche nel settore privato. Quindi tagliare le tasse ai ricchi aumenta la disoccupazione, non i posti di lavoro.
Non ci vuole un genio per capire questo, così come non ci vuole Einstein per capire che regalare più soldi ai ricchi significa unicamente gonfiare la speculazione finanziaria. Non avendo sbocco in investimenti produttivi, questa maggiore ricchezza concentrata nelle mani di pochi, finirà a gonfiare le famose bolle speculative, quelle da cui è partita la crisi e che fanno parte dei quel capitalismo finanziario contro cui il loquace razzista padano tuona ogni giorno. Quindi non solo tagliare le tasse ai ricchi non aumenta posti di lavoro ma piuttosto li diminuisce, oltre ad aumentare le ineguaglianze e le ingiustizie.
Salvini vuole fare il contrario di quello che serve al popolo italiano.

lunedì 4 giugno 2018

QUEL CHE RESTA DELLE STELLE di Alessandro Giglioli

Alessandro Gilioli | Quel che resta delle stelle

C'è stato un momento, tra domenica e lunedì, in cui la situazione qui a Roma era pesantissima.

Ce lo dicevamo un po' tra noi, giornalisti e circo vario attorno alla politica, ma lo si scriveva moderatamente per non aggravare il senso di inquietudine.

Il niet a Savona, il video digrignante e minaccioso di Di Maio, la richiesta di impeachment, la chiamata alla piazza, il delirio di qualcuno che incitava alla guerra civile. È stato allora che ho giudicato un errore politico (non costituzionale, sia chiaro) la decisione di Mattarella su Savona: perché aveva spaccato malamente il Paese e rischiava di provocare reazioni incontrollate.

Invece - per fortuna - alla fine una mediazione si è trovata, il governo si è fatto, gli spadoni sono stati riposti nelle fodere, il Presidente ha riaccolto i dioscuri al Colle. Ah: chi ha già comprato il biglietto per manifestare a Roma pro o contro di lui, ormai che c'è può venire al baretto sotto casa mia che ci si fa una birra insieme.

Questo per dire che si è rivelato sbagliato il mio giudizio sull'«errore politico» compiuto da Mattarella domenica sera. Ha rischiato molto e forse esagerato un po' (ad esempio, incaricando un uomo della Troika privo di ogni consenso cinque minuti dopo lo scontro su Savona) ma con il suo bluff ha vinto. Non interesserà a molti, ma interessa a me correggermi quando a correggermi sono i fatti.

***

So che tra i miei 25 lettori, qui, non mancano quelli di simpatie pentastellate, nelle diverse sfumature: dai più tenui ai più assertivi.

Questo probabilmente per via della piccola storia di questo blog, nato in tempi di comune e decisa battaglia contro il berlusconismo nella sua fase peggiore, quello delle leggi ad personam; e forse anche per la curiosità e l'interesse che ho avuto verso Grillo fin dai suoi primi post, circa 13 anni fa, quando a scrivere sul web eravamo in quattro gatti e non esistevano i social.

Al contrario di tanti altri, poi, sono sempre stato lontano da ogni demonizzazione preventiva verso il fenomeno-Grillo (pur non avendolo mai votato).

Banalizzando, credo che i miei lettori pentastellati provengano da sinistra - peraltro solo uno sciocco può credere che non vi siano tante persone provenienti dalla sinistra (dai suoi valori storici, assai più che dai suoi partiti) le quali oggi stanno con il M5S.

Del resto, Casaleggio padre ancora quattro anni fa invitava tutti a urlare insieme il nome di Berlinguer, in piazza San Giovanni; al M5S si avvicinavano personalità di sinistra come Dario Fo (più di recente, De Masi o Roventini); e contemporaneamente il Pd insisteva nella sua parabola di emulazione del centro e della destra economica, di cedimento epocale rispetto agli ideali del Pci, da cui proveniva.

Ecco: il M5S si è nutrito, per dieci anni, del fallimento della sinistra. Molti esponenti nei sedicenti partiti di sinistra oggi si indignano del suo successo, ma ne sono stati di fatto tra gli artefici.

***

Sarebbe tuttavia molto ottuso non osservare l'evoluzione e la graduale trasformazione del Movimento 5 Stelle.

Dieci anni fa la prima stella era l'acqua pubblica; la seconda l'ambiente; la terza la connettività, il web; la quarta era l'economia circolare e dal volto umano al posto dello sviluppo insostenibile e del saccheggio del pianeta; la quinta l'abbandono dei combustibili fossili e il passaggio dal privato al pubblico per i trasporti.

Tutte cose molto belle, tra l'altro.

Così come del tutto condivisibile era l'attenzione verso i precari (spesso dimenticati dalla sinistra) e verso l'inaccettabilità esistenziale di un modello stritolante di consumo-produzione, che svuota di senso le nostre vite.

Anche l'utopia/distopia di una democrazia diretta nasceva dal tentativo di risolvere un grave problema, cioè il tradimento troppo frequente della rappresentanza, la lontananza sempre maggiore tra le persone e il Palazzo.

Oggi mi chiedo, senza livore, cos'è rimasto di tutto questo nel "contratto di governo" (a proposito, ma non ci avete detto per anni "nessuna alleanza, o governeremo da soli o niente?").

Mi chiedo quanto questi ideali primigeni siano stati diluiti o affogati in un'intesa dove le priorità sono tutt'altre, dove la cultura di fondo è tutt'altra. Perché di chiusura, non di apertura. Perché guarda al passato, non al futuro. Perché parla alla paura, non alla speranza.

Il tutto in un governo tra i cui personaggi forti troviamo lo sceriffo Salvini al Viminale (con tutte le sue ruspe, immagino); l'economista preferito da Brunetta, Tria; il sempreverde d'establishment Moavero Milanesi che andava bene per Monti, Letta e Cottarelli, ma va bene anche per "il cambiamento"; l'avvocatessa di Andreotti (ed ex An) Giulia Bongiorno, che ci spacciava per assoluzione una condanna storica del suo cliente mafioso; l'antiabortista e omofobo Lorenzo Fontana, fissato col "gender" e cattolico anticonciliare, che si occuperà di famiglia - spero non la mia e nemmeno la vostra.

Mah. Davvero vi piacciono? O più semplicemente: davvero li accettate senza battere ciglio? Davvero avete abbassato l'asticella così tanto, voi che siete nati proprio per giustificato sdegno per le troppe asticelle abbassate negli ultimi dieci anni dal Pd?

***

A proposito. Ricordo un'intervista di Beppe Grillo al Corriere nel 2012, sei anni fa. Diceva così, il fondatore del Movimento: «Non è di sinistra l'acqua pubblica? Non è di sinistra la raccolta differenziata? Non sono di sinistra tutte le altre cose che proponiamo? Non sono tutte cose condivise dai ragazzi e dalla base del Partito democratico? Perché quelli di sinistra non si sono impossessati delle nostre idee? Le ho tentate tutte, anche violentandomi in una sezione del Pd ad Arzachena per farmi dare la tessera. Niente, non vogliono ascoltare. Vogliono solo parlare tra loro».

Aveva ragione.

Tuttavia oggi guardo il "contratto", e molti degli esponenti politici che lo impersoneranno. E mi chiedo: non è di destra la flat tax, che taglia le tasse ai ricchi? Non è di destra la cosiddetta "pace fiscale", cioè il condono? Non è di destra il taser ai poliziotti, la pistola elettrica che per Amnesty International è uno strumento di tortura? Non è di destra il capitoletto del contratto sulle spese militari e sulla "tutela dell'industria italiana del comparto difesa"? Non è di destra la xenofobia di Salvini e la sua promessa deportazione di 500 mila migranti? Non è di destra la libertà di sparare a un'ombra che cammina sul tetto, con cui si reintroduce di fatto in Italia la pena di morte (e senza nemmeno un processo)?

Ecco, ai simpatizzanti M5S che passano di qui pongo queste domande e suggerisco - se posso - di non fare lo stesso errore che Grillo imputava al Pd. Non parlatevi solo tra voi.

domenica 3 giugno 2018

Cosa ci dobbiamo aspettare dal nuovo governo? di Giampiero Laurenzano

Per rispondere a questa domanda non bisogna andare a leggere il famigerato “contratto” ma piuttosto quelle che sono le dichiarazioni del neo-ministro dell’economia Tria che sarà colui che effettivamente dirà cosa si può fare e soprattutto come.
In questo senso sono emblematiche le cose che ha detto negli ultimi giorni che svelano in pieno il carattere anti-popolare di questo esecutivo.
«[…] ritengo che in Italia si debba riequilibrare il peso relativo delle imposte dirette e di quelle indirette spostando gettito dalle prime alle seconde. Si tratta di una scelta di policy sostenuta da molto tempo anche dalle raccomandazioni europee e dell’Ocse perché favorevole alla crescita e non si capisce perché non si possa approfittare dell’introduzione di un sistema di flat tax per attuare un’operazione vantaggiosa nel suo complesso»

In pratica afferma che per diminuire le tasse e dare applicazione alla Flat-Tax bisogna aumentare l’IVA. Ciò vuol dire che per coloro che hanno un reddito come il mio, che si aggira sui 1.400,00 euro mensili, il danno è doppio. Il primo danno è che non pagherò meno tasse perché grazie a detrazioni e bonus il mio reddito già rientra in quella che nei programmi del governo è l’aliquota più bassa. Il secondo e più consistente sta nel fatto che il mio reddito, ad esclusione delle spese per il fitto di casa, va tutto in consumi ed è quindi soggetto ad Iva. Nello specifico parliamo dell’80% di ciò che guadagno.
Al contrario per i ricchi una riforma di questo tipo è doppiamente vantaggiosa. Andranno a pagare molto meno tasse e contemporaneamente, poiché spendono una percentuale bassa del loro reddito in consumi, l’aumento dell’Iva inciderà molto poco.
Coloro che hanno redditi alti, infatti, per quanto conducano una vita lussuosa a differenza di quelli che appartengono alle classi popolari, non spendono tutto ciò che guadagnano, ma accumulano le loro ricchezze. Queste ricchezze raramente vengono impiegate in attività produttive, ma quasi sempre sempre vengono investite in ambito finanziario, dove già godono di una fiscalità di vantaggio.
I ricchi saranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
L’aumento delle disuguaglianze che è il fenomeno caratteristico di quest’epoca è che è alla base della crisi che stiamo vivendo non solo non viene intaccato, ma addirittura aggravato.
Ma in questa dichiarazione implicitamente è descritto anche il modello economico e produttivo che hanno in mente e come pensano di ottenere la famigerata crescita.
La crescita la puoi ottenere solo in due modi: aumentando i consumi e/o aumentando le esportazioni.
Ora è evidente che se si alza l’IVA i consumi diminuiscono e quindi non è su questo versante che pensano di agire. Se merci e servizi costano di più, uno come me è costretto a comprarne di meno, si abbassa la domanda interna e la produzione cala.
Di conseguenza ciò significa che loro immaginano di aumentare l’export; ma per aumentare le esportazioni l’unico modo è essere competitivi sui mercati internazionali. Per essere competitivi, bisogna diminuire i prezzi di merci e servizi e per farlo c’è un solo modo: ovvero abbassare i salari, sia nella loro componente diretta che in quella indiretta. In pratica le aziende devono poter pagare meno i propri dipendenti e/o pagare meno tasse, ma per pagare meno tasse non c’è altra strada che tagliare la spesa sociale.

Nei loro piani, per ottenere la crescita, le nostre condizioni di vita e di lavoro devono necessariamente peggiorare rispetto al presente .
Probabilmente è per questo che si sono definiti il governo del cambiamento.