mercoledì 25 gennaio 2012

Fotografarsi al Giglio: il trionfo delle teste di cazzo di Stefano Galieni, www.controlacrisi.org


Che bel Paese. Mentre stanno per arrivare i primi colpi dell’iceberg che affonderà la nave Italia, ci sono le teste di cazzo, si è giusto chiamarle con il proprio nome, che trovano il tempo per andare all’Isola del Giglio, prenotare il biglietto ( crescita del 600% del turismo) per farsi immortalare con moglie, marito, amante, bambini, cani e quant’altro, avendo ben visibile sullo sfondo il cadavere di metallo della Concordia. Roba che ti fa smorzare la rabbia anche contro il sedicente comandante Schettino, contro la Costa Crociere, vera e propria catena di montaggio di sfruttatori disposti a passare sulle vite altrui, sul circo mediatico alla Bruno Vespa che si è scatenato sul tema. 
Si perché quelle foto di cretini sorridenti e beati, con lo sfondo del mare blu scuro che nasconde la morte, sono la metafora di un fallimento sociale, culturale e antropologico, il trionfo sguaiato e misero della società dello spettacolo. Non nasce da oggi, viene da lontano, da quell’odore di cadaveri che attirava le folle alle esecuzioni nella pubblica piazza, viene multimedializzato oggi con programmi da tv del dolore dove sedicenti giornalisti alla Cucuzza o alla Giletti, infilano la forbice della telecamera sulla crudeltà della vita, si estende anche ai giornali che dovrebbero fare opinione e invece vanno a caccia oscena del dettaglio macabro o meschino. 
Non c’è voglia di giustizia, solo bisogno di mostrare qualcosa di più. Onori alla pornografia allora è più onesta e diretta, non si nasconde dietro l’ipocrisia pelosa della pietà o della voglia di informare. 
Ma le foto squallide del Concordia sono state scattate da una tipologia umana diffusa e onnipresente. Quelli che andavano a curiosare a casa Scazzi, nei pressi del pozzo in cui hanno trovato i resti di Sara, quelli che cercavano l’odore di Yara e gli ultimi spasimi del piccolo Tommaso, quelli e quelle che vanno ai funerali e alle camere ardenti nella speranza di farsi immortalare da una tv anche locale, magari con lo sguardo mesto, la lacrima pronta come la banale battuta. Fa schifo questa pornografia del dolore, ridotto a merce, misero e vigliacco, superficiale e sciatto, segno indiscutibile di un Paese morente. Viene da dire a queste stesse persone: dove cazzo state quando una persona senza telecamere muore in carcere o sul lavoro, di miseria o di razzismo, di freddo o di indifferenza? Dove cazzo state quando vi chiude una fabbrica, vi tolgono un servizio sociale, vi levano una strada o un autobus? Vi girate, vi rassegnate, chinate la testa e fate finta di nulla? Cercate altre soluzioni individuali alla faccia del vicino, del collega di lavoro nella logica del mors tua vita mea? Forse che indignarsi insieme ad altri per assumersi responsabilità e lottare per un diritto, è un crimine? Dove stanno molti – per fortuna non tutti – fra i giornalisti lo ha scritto Giorgio Gaber nel 1980 “Compagni giornalisti, avete troppa sete, non sapete approfittare, della libertà che avete. Avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate, e in cambio pretendete, la libertà di scrivere, e di fotografare. Immagini geniali e interessanti, di presidenti solidali e di mamme piangenti , e in questa Italia piena di sgomento, come siete coraggiosi voi che vi gettate, senza tremare un momento. Cannibali! Necrofili! Deamicisiani e astuti
e si direbbe proprio compiaciuti. Voi vi buttate sul disastro umano, col gusto della lacrima in primo piano.

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