sabato 28 gennaio 2012

RIFIUTI: COSTI PER I CITTADINI, BENEFICI PER I "SOLITI NOTI"

Cip 6: vent’anni di soldi pubblici “in fumo”
 
Vent’anni. Tanti ne sono trascorsi da quando, a seguito della legge n. 9 del 1991, è stata adottata la delibera del Comitato Interministeriale Prezzi del 29 aprile 1992, tristemente nota ai cittadini come Cip 6. Con questa delibera le bollette energetiche degli italiani sono state sovraccaricate del 7% con lo scopo di incentivare la diffusione delle energie rinnovabili e “assimilate”. Grazie a tale termine questi soldi – 35 miliardi di euro – pubblici sono finiti nelle tasche di chi ha costruito e gestisce inceneritori. Nel 2004 la Commissione Europea mise l’Italia in procedura di infrazione per il seguente motivo: non si poteva spacciare l’incenerimento come energia rinnovabile (e dunque ammessa a ricevere incentivi pubblici). L’Italia, con tempi biblici, si adeguava a modo suo, creando uno di quei regimi transitori che dalle nostre parti sono eterni. Intoccabili, perché sembra che non esistano. Non mi soffermo a raccontare tutti i passaggi burocratici tra norme, ordinanze e decreti. Il risultato è che oggi in Italia esistono degli inceneritori che ancora godono di flussi di denaro pubblico, aiuti statali palesemente illegittimi rispetto a tutte le norme UE.
Il ragionamento è semplice: come può essere incentivato con finanziamenti pubblici un tipo di impianto che, secondo la direttiva “rifiuti”, dovrebbe essere l’estrema ratio, l’opzione residuale e ultima del ciclo dei rifiuti negli Stati membri? Siamo in tanti, tra cittadini, associazioni e comitati, a domandarcelo. Per questo ho già più volte interrogato la Commissione Europea per metterla di fronte alle diverse e significative contraddizioni di tale vicenda. Basti pensare che nel gennaio 2007, nella lettera di chiusura della procedura di infrazione, la Commissione segnalava all’Italia che il suo progetto di aiuti di Stato per l’incenerimento di rifiuti non biodegradabili doveva essere compatibile con la normativa comunitaria. Eppure lo scorso settembre, in risposta ad una mia interrogazione, la stessa Commissione ha affermato di non aver ricevuto alcuna notifica (obbligatoria!) di tale progetto da parte dell’Italia. E ha aperto una procedura di indagine. Insomma, tra l’Italia “menefreghista” e la Commissione “smemorata”, tutto è immobile. O meglio, lo era. Proprio pochi giorni fa ho depositato un’altra interrogazione, la terza, per “ricordare” alla Commissione che stiamo aspettando i risultati delle sue indagini…
 
Sonia Alfano, europarlamentare

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