martedì 29 settembre 2015

Ma l'Umbria....no !


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 Hanno già messo a punto i quesiti. Prossimo appuntamento domani in Cassazione per depositare tutta la documentazione. E discutere la strategia per il redde rationem. Da una parte le Regioni e dall’altra il governo, sordo alle richieste di trovare un accordo per dire “no” alle trivellazioni in mare previste dal decreto “Sblocca Italia”. Otto i consigli regionali favorevoli ad un referendum abrogativo: a Puglia, Sardegna, Molise, Basilicata e Marche si sono aggiunte anche Abruzzo, Calabria e Veneto. A parte quest’ultimo, guidato da Luca Zaia, le altre 7 giunte vedono a capo esponenti di quel Partito democratico (Pd) di cui è segretario lo stesso Renzi 

 
 
Referendum "No trivellazioni", Flamini: «La maggioranza regionale si conferma un proconsolato renziano»
 
Mentre nella mattinata del prossimo 30 settembre dieci Regioni depositeranno in Cassazione la richiesta di referendum sulle trivellazioni impugnando su questo tema lo “sblocca Italia”, il Pd umbro ha deciso che la strategia energetica del nostro paese non riguarda gli umbri. E lo ha fatto facendo scadere i termini grazie ad un balletto stucchevole di rimandi tra Consiglio Regionale e commissione competente. Per la verità il segretario-capogruppo Leonelli è stato chiaro: la materia non interessa direttamente l’Umbria e si tratterebbe di una presa di posizione contro un provvedimento governativo. Cioè Leonelli non solo ci ricorda che l'Umbria non ha il mare, ma chiarisce una volta per tutte che il governo regionale è nei fatti un proconsolato renziano. Peggio. La situazione conferma che l'Umbria è governata da un monocolore Pd disinteressato a difendere l'autonomia regionale e che gli attuali alleati sostengono una maggioranza senza che ce ne sia bisogno e senza contare nulla al di là di dichiarazioni di buona volontà e di circostanza. Noi pensiamo invece che le scelte energetiche nazionali riguardano eccome gli umbri perché le trivellazioni sotto i mari italiani e lungo l'appennino non solo sono del tutto inutili, ma metteranno in forte crisi la pesca e il turismo. All'Umbria e all'Italia serve invece una politica che punti alle fonti rinnovabili e all'efficienza energetica. Detto questo, visto che il Pd umbro ha deciso di non disturbare il manovratore, c'è da scommettere che anche su sanità, trasporti e stato sociale finirà molto male. Per questo ci rivolgiamo a tutte le forze politiche e sociali della sinistra umbra per prendere un’iniziativa unitaria contro questo governo regionale completamente subalterno al Pd e a Renzi

Enrico Flami
Segretario Regionale Prc Umbria

Ancona – Contro Sblocca italia e grandi opere: 4 ottobre assemblea nazionale


Ancona – Contro Sblocca italia e grandi opere: 4 ottobre assemblea nazionale


Comitati, associazioni, movimenti a confronto. Per la nostra terra, per il nostro mare, la democrazia. Domenica 4 ottobre – Ancona – Forte dei Pirati, via Scrima 13

 Ci siamo lasciati per rivederci presto, dopo il Festival a Trivelle Zero tenutosi a San Vito Chietino lo scorso agosto a cui hanno partecipato molte realtà da 15 regioni.
Lo abbiamo fatto constatando l’esigenza di un’assemblea che sia nazionale nel senso della ricomposizione volontaria di forze protagoniste delle lotte territoriali.
Partendo dalle movimentazioni che si stanno dando sulle questioni più specifiche delle trivellazioni e dello Sblocca Italia, ma declinandole anche in una ottica più allargata, sulla scorta passata e presente delle resistenze alle grandi opere, e nell’invito allargato a tutte quelle vertenze territoriali sparse e forse anche confinate nei limiti dei giardini precostituiti da altri.
Movimenti e questioni che a nostro avviso ci pare limitativo etichettare solo come “ambientalisti”, ma che interrogano simultaneamente l’esigenza di democrazia e partecipazione reali, di ripensamento delle forme del lavoro, di difesa delle strutture economiche e sociali legate e frutto delle esperienze territoriali.
E quindi No Ombrina e Trivelle Zero, insieme ai NO tav della Valsusa e a No Grandi Navi veneti, e il coordinamento comitati ambientalisti Lombardia, i Comitati cittadini per l’ambiente di Sulmona, V Forum Friuli, il Forum Acqua, i NoTRIV di Potenza, gli StopBiocidio, e tanti altri ancora…
Fedeli quindi a questa atipicità che spinge a liberarci da facili etichettature proponiamo di iniziare a pensare e praticare uno scenario nazionale che sia da subito connessione anche con altre lotte: Lavoro, scuola, beni comuni, privatizzazioni… Nel generalizzarsi delle politiche di “devastazione e saccheggio”, dallo Sblocca Italia alla Buona Scuola, al Jobs Act alle riforme costituzionali, non ci si può perdere in discussioni che attentano alla stessa coesione dei movimenti. Le strade per resistere sono tante e possono essere sperimentate e praticate tutte, è importante però che si creino i tempi e le condizioni giuste affinché tutte le azioni che mettiamo in campo siano efficaci e in sincronia tra loro.
Si dibatte sulla questione del referendum. Emergono da più parti perplessità poiché si sottovaluta un aspetto fondamentale, quello del quorum. Non dimentichiamo il risultato positivo del referendum sull’acqua, che molti di noi hanno vissuto in prima persona, che continua ancor oggi a essere oggetto di numerosi attacchi e proprio per questo non si è dispiegato in tutta la sua efficacia originaria. Il referendum non può essere inteso come momento meramente informativo, piuttosto sarebbe meglio agire nei territori per prepararli a livello sociale e culturale per poter poi eventualmente pensare anche ad iniziative di questo tipo. E in questo senso, per avere successo in iniziative referendarie e per dare loro un significato più ampio di generale opposizione all’ideologia liberista su cui si fondano gli atti del Governo, è fondamentale allargare la questione anche alla “Buona scuola” e al “Jobs act”. In ogni caso una vittoria referendaria può ottenere formalmente il cambiamento di una legge, che può però rischiare di rimanere anche lettera morta o momento di resistenza simbolico e non di costruzione di modelli alternativi, in assenza di una continua e generalizzata movimentazione sociale anche a posteriori. Anche perchè siamo di fronte ad una deriva autoritaria delle politiche di Governo, che stanno completamente ignorando il volere e il dissenso diffuso in tantissimi territori, dalle province alle metropoli. Nelle decisioni di Governo emerge addirittura una totale esclusione anche di quelle regioni che avevano posto delle questioni a livello nazionale.
Le questioni della deriva petrolifera, delle grandi opere e in generale dei processi devastanti attivati e/o esacerbati dallo Sblocca Italia, come ad esempio la questione degli inceneritori promossi con l’Art.35 del decreto, hanno ormai una dimensione che tocca quasi tutte le regioni.
Dobbiamo ribaltare questa situazione, valorizzare le ricchezze di quanto si produce nei territori e non lasciarle isolate e se stesse , schiacciate dalle proprie vertenze territoriali. Dobbiamo avanzare e costituire, non tanto o non solo coordinamenti, ma anche e soprattutto campagne. C’è urgenza di forte concretezza e dell’assunzione di consapevolezza che se non lo facciamo noi, nessun altro lo farà.
Coordinamento No Ombrina

lunedì 28 settembre 2015

Augusto Graziani, l’uomo che ha davvero capito la moneta di Steve Keen

moneta romana antica procilius 1992453Cos’è la moneta e come viene creata? Queste dovrebbero essere due delle domande più semplici a cui rispondere in economia; dopo tutto, la moneta è l’unica cosa che tutti noi usiamo in un’economia; ma davvero sappiamo di cosa si tratta, e da dove viene?
Purtroppo conosciamo la moneta allo stesso modo in cui i leggendari ciechi di Hindustan sanno cos’è un elefante: colui che ha afferrato il tronco sa che è “come un albero”, mentre quello che ha afferrato la zanna sa che è “come una lancia “, e così via. La moneta è un elemento così sfaccettato e onnicomprensivo del nostro sistema – il proverbiale “elefante in salotto” [qualcosa così ovvia da non poter non essere vista, ndt] – che la nostra attitudine a fissarci su un suo singolo aspetto ci impedisce di sviluppare una comprensione corretta di cosa è realmente.
Non sapendo cosa sia, diamo vita a “miti della creazione” riguardo la sua origine, scontrandoci poi su questi come bande di fanatici religiosi rivali. A un estremo troviamo persone come Paul Rosenberg, le quali sostengono che il nostro sistema monetario è basato sulla frode :
Possiamo voi ed io scrivere assegni “emessi a nostro nome”? Ovviamente no. Dobbiamo sostenerli con un valore. La Fed non lo fa. E così, il potente dollaro USA non è sostenuto né da oro né da argento né da niente altro; è semplicemente un trucco contabile.” (da “That Couldn’t Possibly Be True”: The Startling Truth About the US Dollar).
All’altro estremo ci sono economisti mainstream come Paul Krugman, i quali sostengono che come si crea la moneta non è un grosso problema e che quindi quando si fanno modelli economici la si può ignorare
C’è un che di gioco di prestigio nel modo in cui trattiamo la moneta stessa. Prima riconosciamo che è un bene del tutto speciale che la gente desidera solo in quanto ce ne è dell’altra che ne vuole, poi ignoriamo questa sua peculiarità per tutto il resto dell’analisi.” (da There’s Something About Money).
Ma sbagliano gli uni e gli altri e per lo stesso motivo. Non hanno compreso cosa sia la moneta. C’è una sola persona che lo abbia mai fatto e no, non si tratta di Ayn Rand. Si tratta di Augusto Graziani(*), un professore italiano di economia scomparso all’inizio dell’anno scorso. Egli ha capito cos’è la moneta poiché ha posto e correttamente risposto a una semplice domanda: in che cosa differisce un’economia monetaria da una in cui le transazioni si realizzano attraverso il baratto?
Ciò esclude che l’oro sia moneta, poiché l’oro è un bene che chiunque può produrre da sé con un po’ di estrazione mineraria (e molta fortuna). Nonostante sia tanto peculiare e incredibilmente raro, l’oro non è dunque altro che una merce: un’economia che utilizza l’oro nei suoi scambi è a tutti gli effetti un’economia di baratto e non un’economia monetaria. Come ha sostenuto Graziani:
una vera economia monetaria è incompatibile con la presenza di una moneta merce. Una moneta merce è per definizione un tipo di moneta che qualunque produttore è in grado di produrre da sé. Ma un’economia che utilizza come moneta una merce che deriva da un normale processo produttivo, non può essere distinta da un’economia di baratto. Un’economia monetaria dovrà allora necessariamente utilizzare una moneta segno, che attualmente è di tipo cartaceo” [lo scritto risale al 1989, prima che fosse sviluppato il moderno sistema di moneta elettronica].
Ciò non esclude naturalmente un mondo nel quale l’oro sia usato come base per gli scambi: significa semplicemente che non si tratta di un’economia monetaria. Coloro che affermano che “faremmo meglio a tornare all’oro” stanno in realtà dicendo che non vogliono un’economia monetaria e che considerano che in un’economia di baratto ci sarebbe invece maggior benessere.
Tuttavia non  è sufficiente identificare la moneta come segno, poiché vi sono alcuni strumenti cartacei – come le lettere di credito – che sono utilizzate nelle transazioni ma lasciano un’obbligazione di debito tra il compratore e il venditore. Un’economia che utilizza cambiali non è un’economia monetaria – ha precisato Graziani – ma un’economia basata sul credito.
Se in un’economia basata sul credito alla fine di un periodo alcuni operatori debbono ancora del denaro ad altri, è necessario un pagamento finale, il che significa che non è stato utilizzata moneta.
Per essere moneta, il “segno” dato in cambio di un bene deve essere accettato come pagamento definitivo, ma ciò comporta il rischio che chi ha prodotto il “segno” riceva qualcosa in cambio di nulla, e anche questo dovrebbe essere escluso in un sistema economico ideale.
Ciò ha portato Graziani a stabilire tre condizioni basilari che la moneta deve soddisfare per essere tale:
1) La moneta deve avere valore di segno (altrimenti darebbe luogo a baratto e non a scambi monetari)
2) La moneta deve essere accettata come mezzo di regolamento definitivo delle transazioni (altrimenti sarebbe credito e non moneta);
3) La moneta non deve garantire privilegi di signoraggio a qualunque agente che effettui un pagamento.
Graziani ha individuato un solo modo per soddisfare queste tre condizioni:
l’unico modo per soddisfare quelle tre condizioni è quello di effettuare pagamenti attraverso ‘promesse di pagamento’ fatte da un agente terzo ed è la banca il tipico agente terzo dei nostri giorni
Quindi la moneta è fondamentalmente la promessa che una banca fa al suo cliente, e un pagamento monetario è il trasferimento di quella promessa da un cliente all’altro. Graziani ha descritto la tipica transazione basata su assegni che ha dominato lo scambio monetario prima che si sviluppassero i pagamenti elettronici:
Quando un agente effettua un pagamento per mezzo di un assegno, egli soddisfa la sua controparte con la promessa della banca di pagare l’importo dovuto. Una volta che il pagamento è effettuato, non rimangono rapporti di debito e credito tra i due agenti. Ma uno di loro è ormai un creditore della banca, mentre il secondo è un debitore della stessa banca. Ciò assicura che, nonostante il fatto che i pagamenti finali sono effettuati a mezzo di moneta cartacea, gli agenti non godono di alcun tipo di privilegio.
Questa accurata visione della moneta ha portato Graziani a due rivelazioni su cui si è basato il mio modo di modellare la moneta dal primo momento in cui sono venuto a contatto con i suoi scritti. In primo luogo, anche se tutti noi tendiamo a pensare allo scambio come qualcosa che coinvolge due persone che commerciano due beni, in realtà tutte le operazioni coinvolgono tre parti -un venditore, un acquirente, e una banca – e solo una merce, la cui contropartita è il trasferimento di una promessa di pagamento della banca dal compratore al venditore. Pertanto tutte le transazioni sono triangolari: qualsiasi pagamento monetario deve quindi essere una transazione di tipo triangolare, che coinvolga cioè almeno tre agenti, il pagatore, il beneficiario, e la banca.
In secondo luogo, le banche devono essere parte dell’analisi economica – lasciandole fuori si omette il principale (anche se non unico) modo in cui si crea denaro in un’economia moderna – e non possono essere semplicemente accorpate alle altre imprese:
Le imprese sono presenti sul mercato come venditori o acquirenti di merci e ricorrono alle banche per effettuare i loro pagamenti; le banche d’altro canto producono mezzi di pagamento, e agiscono come stanze di compensazione tra imprese. In un modello di economia monetaria, le banche e le imprese non possono essere aggregate in un unico settore.”
Purtroppo, questo [errore] è precisamente ciò che fanno gli economisti tradizionali. Come Krugman ha affermato recentemente:
in un certo senso la moneta è una strana cosa, che può riguardare le persone in quanto attività reale- denaro contante – ma è in ultima analisi, come ha detto Paul Samuelson, un “congegno sociale”; il suo valore è più o meno evocato dal nulla. La Macroeconomia Mainstream ne riconosce la stranezza – in particolare, si basa molto sulla possibilità delle banche centrali di decidere quanta moneta legale creare – ma per il resto considera i soldi un po’ come dei beni ordinari. Questa visione non è però naturale per molti, quindi c’è sempre spazio per gli eccentrici della moneta.”
La suddetta “visione” è in realtà un errore, ed è il motivo per cui gli economisti mainstream non vedono l’importanza delle banche nella creazione della moneta. Non è solo la Federal Reserve che può creare moneta, come ritengono molti dei quali Krugman etichetta “eccentrici della moneta” – né la Fed può controllare il credito bancario come credono i macroeconomisti tradizionali, tra cui Krugman.
Le banche creano moneta mediante l’emissione di un prestito ad un contraente; registrano il prestito come una attività, e il denaro che depositano nel conto del contraente come una passività. Questo, in un certo senso, non è diverso dal modo in cui la Federal Reserve crea moneta, contro cui Rosenberg si scaglia definendolo una frode. In realtà è semplicemente la natura di un’economia monetaria: la moneta è semplicemente la promessa di un terzo di pagare, che noi accettiamo come pagamento definitivo in cambio di beni. I due principali soggetti terzi le cui promesse accettiamo sono lo Stato e le banche.
E’ semplicemente la natura della moneta: non è sostenuta da nulla di “fisico” ed invece si basa sulla fiducia. Naturalmente ci possono essere degli abusi di fiducia – e francamente questi provengono più spesso dalle banche che dallo Stato. Ma grazie all’avversione degli “eccentrici della moneta” come Rosenberg nei confronti dello Stato, e la predominanza di “eccentrici del baratto” come Krugman – che ignora completamente le banche e nonostante ciò finge di capire l’economia – continuiamo ad ignorare il gioco principale: è ciò che le banche fanno (nel bene e nel male) che guida l’economia.

Le citazioni sono tratte da: Graziani, A. (1989). “The Theory of the Monetary Circuit.” Thames Papers in Political Economy Spring: 1-26.
Fonte: http://www.forbes.com/sites/stevekeen/2015/02/28/what-is-money-and-how-is-it-created/
(*) Nota di Keynes Blog: l’autore qui esagera retoricamente. Il lavoro di Graziani non è certo l’illuminazione di un solitario e geniale economista. Al contrario, essa si inserisce di una consolidata letteratura che parte da Wicksell e passa per Keynes (nel Treatise on Money ma non nella General Theory), toccando economisti di scuole anche contrapposte, come Hayek da un lato e Kaldor dall’altro.

In barba al risparmio energetico: più consumi, meno paghi.

Tariffe elettriche, consumatori contro la riforma che scoraggia risparmio di energia e autoproduzione
 
Tariffe elettriche, consumatori contro la riforma che scoraggia risparmio di energia e autoproduzione
Nonostante le modifiche fatte dopo la consultazione, le novità proposte dall’Autorità per l’energia e il gas continuano a non piacere a Adusbef, Greenpeace, Legambiente e Wwf. Secondo cui bloccherebbe lo sviluppo delle fonti rinnovabili e aumenterebbe i costi per le famiglie più povere. E il sottosegretario Vicari ha ammesso che è così
               
 
Più consumi, meno paghi. In barba al risparmio energetico e ai continui appelli sulla riduzione delle emissioni inquinanti. Secondo ambientalisti e consumatori, sarebbe questa la logica su cui si basa la riforma delle tariffe elettriche, proposta dall’Autorità per l’energia e il gas. Non solo. La riforma bloccherebbe anche lo sviluppo delle fonti rinnovabili a favore di quelle fossili, e aumenterebbe i costi della bolletta elettrica per le famiglie più povere. Per questo le associazioni di categoria sono sul piede di guerra e lo stesso governo, per bocca del sottosegretario allo Sviluppo economico Simona Vicari, ammette che c’è il rischio di un aumento degli esborsi “per molti consumatori”.
Sono mesi che l’Autorità ci lavora ma, nonostante varie limature, il testo continua a essere oggetto di critiche. L’obiettivo del Garante è quello di aggiornare il metodo di calcolo delle bollette della luce, eliminando la progressività che ora permette a chi consuma meno di pagare in proporzione di meno e spostando gli oneri di rete e di sistema (che servono per esempio a finanziare la promozione delle fonti rinnovabili e delle “assimilate”) dalla parte variabile della bolletta, cioè l’importo da pagare sulla base dell’energia elettrica trasportata sulla rete per soddisfare la richiesta del cliente, a quella fissa (tutte le altre spese indipendentemente dai consumi). In questo modo, è il ragionamento, chi consuma di più, come le famiglie numerose e le piccole imprese, avrà una bolletta più leggera.
Di contro salirà quella di chi consuma poca energia, come single, coppie e non residenti con bassi consumi. Va da sé, però, che al contempo si rende meno conveniente risparmiare energia o autoprodurla, con il risultato di disincentivare il ricorso alle rinnovabili e all’efficienza energetica. Inoltre, famiglie numerose ma molto povere possono comunque avere consumi più bassi di un single benestante.
Una prima versione di riforma era già stata presentata a febbraio scorso. Ma, dopo molte polemiche, il garante ha deciso di avviare una nuova consultazione su una proposta più soft, per arrivare al testo finale entro novembre prossimo. “Secondo alcuni partecipanti alla consultazione – si legge nel nuovo documento – investimenti in efficienza energetica e per l’autoconsumo perderebbero parte del proprio valore e l’introduzione della riforma tariffaria rischierebbe di modificare gli equilibri economici di investimenti già compiuti e di rallentare la naturale evoluzione del mercato verso soluzioni tecnologiche caratterizzata da una maggiore sostenibilità ambientale”.
Rispetto alla prima versione, il nuovo testo prevede un’applicazione più graduale delle misure, che entrerebbero in vigore tra il 2016 e il 2018, e uno spostamento degli oneri rimodulato in modo da non penalizzare troppo il risparmio energetico e l’autoconsumo. Altra novità è il mantenimento della differenziazione tra residenti e non residenti per diminuire l’impatto della riforma sui clienti nelle loro abitazioni di residenza, anche se a svantaggio delle abitazioni non di residenza.
Ma i cambiamenti non sono serviti a smorzare le critiche. Adusbef, Codici, Greenpeace, Italia Solare, Kyoto Club, Legambiente e Wwf continuano a chiedere di fare un passo indietro sulla progressività introducendo il principio del “consumerismo ecologico“. Ossia “minor consumo, maggior risparmio”. Per le sette associazioni la riforma non è adeguata alle esigenze sociali, ambientali, economiche e produttive: “Aumenta i costi dell’energia elettrica, in particolare per le fasce deboli della popolazione e incoraggia il consumo di energia elettrica prelevata dalla rete, che è ancora prevalentemente prodotta da fonte non rinnovabile, disincentivando ogni forma di risparmio di energia elettrica”, dicono.
A scendere in campo anche i presidenti delle commissioni Ambiente di Camera e Senato, Ermete Realacci e Giuseppe Francesco Maria Marinello: si “rischia di favorire un uso meno efficiente dell’energia, con conseguente aumento delle emissioni e delle bollette”, in particolare “per le famiglie più povere”, si legge in una lettera congiunta all’Autorità per l’Energia.
Obiezioni a cui il sottosegretario Vicari ha cercato di rispondere in occasione di un’interrogazione sul tema presentata dal senatore pentastellato Gianni Girotto in commissione Industria al Senato. “Il governo ha chiesto all’Autorità di conoscere l’impatto complessivo della proposta” e “valuterà i dati che saranno forniti, riservandosi gli opportuni interventi”, ha affermato Vicari. Ammettendo però che “il graduale superamento dell’attuale struttura tariffaria può portare un aumento di alcune componenti tariffarie, con impatto per molti consumatori”.

Brebemi, l’autostrada “senza soldi pubblici” costerà allo Stato 1,7 miliardi

Brebemi, l’autostrada “senza soldi pubblici” costerà allo Stato 1,7 miliardi
 
Il premier Renzi giurò che era "tutta finanziata dai privati". Ora il ministro dei Trasporti Delrio scopre di dover pagare tutte le perdite della Brescia-Bergamo-Milano e pensa a una legge per far cedere traffico ad Autostrade
 
 
 
Il 23 luglio 2014, Matteo Renzi inaugurò la nuova autostrada Brebemi, “tutta finanziata dai privati, senza oneri per lo Stato”. Fu il premier a prendere in giro gli italiani o la banda della Brebemi a prendere in giro lui? Se l’onnisciente di Rignano avesse chiesto in giro, avrebbe potuto rivelare agli esausti contribuenti che, dei 2,4 miliardi che costerà la Brescia-Bergamo-Milano, almeno 1,7 li pagheranno loro.
 
Grazie al consolidato imbroglio detto project financing, i mitici privati hanno già presentato il conto e il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio può solo tentare di limitare i danni. Lo scontro vero sarà con il numero uno di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, che non vuol concedere alla Brebemi l’allaccio con la sua A4, l’altra Brescia-Milano: ha un traffico cinque volte superiore alla concorrente parallela e non vuole cederle profitti.
La Brebemi comincia a 20 chilometri da Milano e finisce a 18 chilometri da Brescia, perciò tende a restare deserta. Nei 5 mesi di esercizio del 2014 ha incassato pedaggi per 11 milioni e pagato interessi alle banche per 101. Nel 2015 il traffico è raddoppiato, ha detto Brebemi, anche se Dario Balotta di Legambiente Lombardia ha rivelato che non c’è nessuna crescita. Comunque, anche concedendo a fine anno ricavi per 60 milioni e costi per 30, con un margine di 30 milioni all’anno quando li ripagano i 2,4 miliardi? Mai. Infatti già prima dell’inaugurazione hanno battuto cassa. Il presidente della Brebemi Francesco Bettoni era stato chiaro: “Se lo Stato non ci aiuta noi gli lasciamo l’autostrada e ci deve dare 2,4 miliardi”. Già, è proprio scritto così sui contratti. Il 6 agosto scorso il Cipe, cioè il governo, ha ceduto.
Delrio tamponerà l’emorragia dell’autostrada senza traffico con 260 milioni da pagare in rate annuali da 20 milioni, la Regione Lombardia ci metterà altri 60 milioni, in più la concessione viene allungata di sei anni, a 25 anni e mezzo. In più il ministro deve convincere Castellucci ad accettare l’innesto diretto della Brebemi sulla A4 a Brescia. Autostrade per l’Italia può opporsi e lo farà. Il governo sta pensando a una legge (in sé sacrosanta) per imporre l’interesse generale di interconnettere le autostrade. Lo scontro è singolare. Da una parte un privato difende il suo business. Dall’altra Delrio difende il business di un altro privato visto che, se Brebemi va male, tocca allo Stato pagare.
 
La società Brebemi ha vinto la gara nel 2003, quando il suo principale azionista era proprio Autostrade per l’Italia. Il costo totale previsto era 800 milioni. Poi accade di tutto, sul modello della Metro C di Roma. Nelle varie procedure autorizzative il ceto politico pretende le famigerate opere compensative e altri adeguamenti. Il privato dice sì a tutto per poter poi dire “è la politica che ha fatto saltare i conti”.
Nel frattempo Autostrade per l’Italia ha passato l’affare a Intesa Sanpaolo, che nel 2007 era in preda all’estasi cementizia di Corrado Passera e del suo braccio destro Mario Ciaccia. E la convenzione tra lo Stato e Brebemi è stata riscritta completamente, introducendo nuove clausole che garantissero la famosa “bancabilità”. Esempio: se i conti non tornano sarà lo Stato pagare. Oppure: la remunerazione del capitale privato passa dal 3,59 per cento all’anno del bando di gara all’8,90. E soprattutto: a fine concessione il privato avrà diritto a 1,2 miliardi per il cosiddetto subentro. La Brebemi è costata alla fine 1,6 miliardi ai quali andranno aggiunti 800 milioni di interessi alle banche. Dei 2,4 miliardi totali il privato che faceva tutto con soldi suoi e con i pedaggi avrà indietro dallo Stato, sull’unghia, la metà.
Tutto questo fu denunciato dal senatore Paolo Brutti il 4 luglio 2007, quando la commissione Lavori pubblici di Palazzo Madama dette parere negativo sulla nuova convenzione. Di Pietro reagì con una tirata demagogica da vero leghista: “Brutti vada a spiegare perché l’autostrada non si può fare ai lavoratori che ogni mattina si muovono dalle valli del Bergamasco e del Bresciano per andare a lavorare a Milano”. Sapevano tutto ma tutti d’accordo (destra, sinistra, centro, leghisti, quirinalisti, burocrati, pubblici e privati) sono andati avanti.
Conto finale. Su 2,4 miliardi di costo dell’autostrada i contribuenti dovranno mettercene 1,7: 1,2 miliardi di penale di subentro, 320 milioni appena deliberati dal Cipe, più il valore dell’allungamento della concessione di sei anni, almeno 200 milioni. Nella migliore delle ipotesi i privati ripagheranno un terzo dell’opera, 800 milioni. I soldi dei contribuenti, 1,7 miliardi, saranno equamente divisi tra le banche (800 milioni di interessi) e gli azionisti Brebemi (800 milioni di giusto profitto).
Nel frattempo Bettoni, storico leader della Confagricoltura lombarda, ha espropriato ai colleghi un migliaio di ettari di terreno agricolo al cosiddetto prezzo di mercato (cioè a trattativa privata): 200 mila euro all’ettaro. Intesa Sanpaolo, prima azionista della Brebemi, ha finanziato la Brebemi. Con Unicredit, Montepaschi, Centrobanca e Credito Bergamasco ha preso 600 milioni dalla Bei (banca europea pubblica) al 2 per cento per girarli alla Brebemi al 7 per cento. Uno spread di 30 milioni all’anno per vent’anni su un’opera senza rischi, visto che pagherà tutto lo Stato.
Adesso che l’affare è fatto Intesa vuole uscire dall’attività “non strategica”, come ha confermato il presidente del consiglio di gestione Gian Maria Gros-Pietro, che però è anche presidente della Astm, holding del gruppo Gavio, secondo azionista della Brebemi. Gros-Pietro è la vera scatola nera della Brebemi. Nel 1999 era presidente dell’Iri che privatizzò Autostrade facendo un gran regalo ai Benetton, che poi lo chiamarono alla presidenza della società da lui privatizzata giusto in tempo per vincere la gara per la Brebemi. Nel 2007 come presidente Autostrade firmò la cessione di Brebemi a Intesa Sanpaolo. Adesso come presidente di Intesa Sanpaolo dice che è ora di squagliarsela. E questi sono i mitici privati che secondo Renzi salveranno l’Italia da burocrati e sindacalisti.
da Il Fatto Quotidiano

domenica 27 settembre 2015

All’ultimo congresso del Pci: «Sono per una rifondazione comunista, non si può restare in mezzo al guado»

 
di Pietro Ingrao, Rimini 1991
Io parto dalla que­stione che mi sem­bra cen­trale nella rela­zione di Occhetto: siamo a una svolta della situa­zione mon­diale. La svolta si mate­ria­lizza nella vicenda del Golfo. Per­ché una guerra tutto som­mato con­cen­trata in un’area ristretta e finora durata poche set­ti­mane, sta assu­mendo signi­fi­cato gene­rale? La que­stione del petro­lio non basta a spie­gare tutto. E nem­meno la paz­zia di Sad­dam o la volontà di Bush di far fronte a un declino eco­no­mico ame­ri­cano. L’unica spie­ga­zione che rie­sco a tro­vare è che la vicenda squa­derna dinanzi a noi l’immagine scon­vol­gente che è o può essere la scienza della guerra moderna. Que­sto emerge da ambe­due i fronti della vicenda.
Dal lato dell’aggressore ira­cheno: vediamo un pic­colo tiranno di un paese a eco­no­mia subal­terna, di pochis­simi milioni di abi­tanti che può lan­ciare mis­sili su Israele e minac­ciare la guerra chi­mica e bat­te­rio­lo­gica. Con­tro que­sto pic­colo despota i più pos­senti paesi dell’Occidente indu­stria­liz­zato dichia­rano di non avere altri mezzi che una guerra senza pietà, con­dotta con i loro più sofi­sti­cati stru­menti di ster­mi­nio. Quanto più mi dicono che que­sta guerra è neces­sa­ria, tanto più mi spavento.
C’è un’altra strada? Io vedo qui il grande valore della scelta che sta dinanzi a que­sto con­gresso. Noi stiamo dicendo qui che per risol­vere i con­flitti tra gli Stati e bloc­care l’aggressore ci può essere un’altra via. E dinanzi all’orrore della guerra del Due­mila stiamo cer­cando, pro­vando, lot­tando per una nuova, grande strada pacifica.
La Costi­tu­zione ita­liana dichiara che l’Italia rifiuta la guerra. Invece per la prima volta in quarant’anni l’Italia è di nuovo in guerra. Que­sta è la scelta che ci sta dinanzi: se quel ripu­dio scritto nella Costi­tu­zione è solo una frase, o invece qui deve diven­tare realtà. Per­ciò la lotta per il ritiro delle navi dal Golfo non è supe­rata o mar­gi­nale o acces­so­ria. È coe­renza con ciò che diciamo: atto signi­fi­ca­tivo e neces­sa­rio di una strategia.
È pos­si­bile un’altra strada? Noi stiamo pro­po­nendo e cer­cando una lotta con­tro l’aggressione e una via per la rego­la­zione dei con­flitti che siano paci­fi­che. Oggi cer­chiamo di agire con­cre­ta­mente per met­tere in pra­tica, qui e ora dinanzi a que­sta crisi, a que­sta guerra del Due­mila, la via della pace. Non è una via rinun­cia­ta­ria. Anzi è quanto mai ambi­ziosa. Discu­tiamo tanto della nostra iden­tità. Se sce­gliamo dav­vero, se ten­tiamo dav­vero que­sta strada, que­sta è una straor­di­na­ria assun­zione di identità.
Que­sta strada chiede una forte coe­renza. Una con­fe­renza sul Medio Oriente non può essere affi­data a un impe­gno gene­rico, su un impre­ci­sato domani, come era ancora anche in quel comu­ni­cato del segre­ta­rio di Stato Usa e del mini­stro degli Esteri sovie­tico, che pure giorni fa è stato rifiu­tato da Bush. E non fer­marsi ai pale­sti­nesi e alla sicu­rezza di Israele ma deve riguar­dare anche il Libano e non solo l’indipendenza, ma la libertà del Kuwait. Cioè dob­biamo lavo­rare per­ché si affermi una auto­no­mia e libertà dei popoli arabi come coes­sen­ziale obiet­tivo della pace. Que­sta via ha impli­ca­zioni poli­ti­che subito: vuol dire che noi lot­tiamo con­tro Sad­dam, ma anche con­tro il despota siriano Assad, di cui nes­suno parla e che oggi è l’amico di Bush e di Gor­ba­ciov; e con­tro i satrapi miliar­dari degli emirati.
Ho apprez­zato che il segre­ta­rio del par­tito abbia detto che biso­gna allar­gare il Con­si­glio di sicu­rezza dell’Onu e abo­lire (ho capito bene?) il diritto di veto. Que­sto signi­fica dire oggi che 1’Onu non è un orga­ni­smo demo­cra­tico ma è con­trol­lato e mano­vrato dalle grandi potenze, sino alla cla­mo­rosa vio­la­zione del suo Sta­tuto com­piuta con la riso­lu­zione 678.
Quanto ci vorrà per rom­pere que­sta oli­gar­chia? Ci vorrà mol­tis­simo se noi già da ora non comin­ciamo ad aprire que­sto ter­reno di lotta. E su ciò, invece, in que­sti mesi abbiamo con­sen­tito una misti­fi­ca­zione. Par­lai al con­gresso di Bolo­gna degli F16. Non mi ver­go­gno di tor­nare a par­larne dopo un anno. Oggi lo vediamo: non si tratta di una base qua­lun­que. Si tratta del fianco sud del sistema mili­tare atlan­tico sul Medi­ter­ra­neo. Il mini­stro De Miche­lis dichiara let­te­ral­mente che «il peri­colo viene da Sud e non più da Est» e che è neces­sa­ria una forza mili­tare capace di inter­ve­nire non solo fuori dai con­fini nazio­nali, ma «a distanza». Gioia del Colle, Cro­tone, Taranto, Sigo­nella, sono solo l’anticipo di una stra­te­gia: apriamo final­mente una lotta reale e di massa per un Mez­zo­giorno di pace? Apriamo final­mente una con­tro­ver­sia per il rifiuto uni­la­te­rale degli F16?
Alle parole deve cor­ri­spon­dere la lotta. Tutti, più o meno, abbiamo cri­ti­cato qui il pesante defi­cit di ini­zia­tiva della Cee nel con­flitto medio­rien­tale. Ma c’è una base, o almeno un primo ter­reno reale di parti nella Cee? No. E non solo per l’egemonia finan­zia­ria tede­sca, ma per­ché ci sono nella Cee due potenze ato­mi­che: Fran­cia e Inghil­terra. Que­sto dato non è mai con­te­stato o fatto oggetto di reale nego­ziato. Su que­sto punto non è esi­stita nem­meno una lotta.
Voglio dire che la grande, enorme, scom­messa sulla pace come rego­la­trice dei con­flitti, come base di un primo germe di governo mon­diale, ha biso­gno di una rigo­rosa coe­renza. Non si può fare a spicchi.
Non si può restare in mezzo al guado. E ha biso­gno di costruire nuovi sog­getti reali. Que­sto con­gresso invece è ancora con­trad­dit­to­rio. Per un verso spinge a una scelta di pace che sem­bra allu­dere ad una nuova idea della poli­tica; e per un altro verso è monco nell’autocritica sul limite grave che la sini­stra euro­pea, ma anche noi, ha avuto nella lotta per il disarmo e per il Sud del mondo. E io stesso qui tac­cio sulla posi­zione assunta dal sindacati.
Sostengo che sce­gliere la via della pace per affron­tare que­sto con­flitto è un modo forte di assol­vere ad una fun­zione nazio­nale e inter­na­zio­nale. Il ritiro delle navi dal Golfo non è trarsi fuori, un rim­pic­cio­lirsi oppure l’Italietta che si sot­trae a un ruolo inter­na­zio­nale. È un’altra stra­te­gia. E anche la pro­po­sta di una tre­gua uni­la­te­rale riceve così una moti­va­zione di fondo, non solo tat­tica. Una simile strada sarebbe un grande atto verso il Sud del mondo: un cam­bia­mento nella sto­ria stessa dell’Occidente cattolico-cristiano. Anche per que­sto parla Woj­tyla. E io non ho per nulla in testa lo schema di una Ame­rica spo­sata alla causa o alla fun­zione di gen­darme mon­diale. Tanta Ame­rica di oggi discute più lai­ca­mente che in Ita­lia della guerra del Golfo. Noi, sini­stra euro­pea, pun­tiamo su que­sta Ame­rica o su Bush? Ecco un nodo essen­ziale su cui si misura e si costrui­sce l’alternativa. Fac­ciamo l’ipotesi che si possa comin­ciare a cam­mi­nare su que­sta strada paci­fica, io credo che man mano che avanzi una tale pra­tica di pace essa si river­be­re­rebbe su tutto il pano­rama sociale. Anche la pre­po­tenza di Romiti sarebbe più debole.
E que­sta stra­te­gia di pace sarebbe un potente anti­corpo con­tro i reami della vio­lenza e le fonti del domi­nio sociale. Sarebbe anche una rot­tura con­tro l’etica maschi­li­sta del possesso.
Io sono comu­ni­sta e sono sceso in campo per una rifon­da­zione comu­ni­sta. E vedo quale novità, e arric­chi­mento que­sto affron­tare con­cre­ta­mente la vio­lenza con la pace intro­duce anche nella tra­di­zione alta del comu­ni­smo ita­liano; e quale ter­reno straor­di­na­rio esso può aprire con altre cul­ture e civiltà. Altro che il ghetto in cui ci vede chiusi Craxi. Ma lo sa Craxi che in Fran­cia si è dimesso il mini­stro socia­li­sta della Difesa?
Se siamo coe­renti, se non arre­triamo spa­ven­tati, assume un forte signi­fi­cato che que­sto par­tito, dato per defunto, si cimenti in una tale inno­va­zione paci­fica e con que­sto tema grande e ine­dito dav­vero il peg­gio sarebbe restare in mezzo al guado.
Allora, su la schiena. E attenti al rischio della sepa­ra­zione. Voi che siete la mag­gio­ranza avete ogget­ti­va­mente il potere più forte per evitarla.
Per­ciò provo a fare un appello a me stesso. Non credo alle con­fu­sioni e ai pasticci, e forse ne ho dato qual­che prova. Credo alla fecon­dità delle dif­fe­renze che si dicono alla luce del sole. Ma se in qual­che modo siamo dav­vero al cimento di cui ho par­lato, e a que­sto punto di svolta della vita mon­diale, tutti dob­biamo par­lare in modo diverso. Tutti dob­biamo cam­biare qual­cosa fra di noi e soprat­tutto fra noi e gli altri. Spe­riamo dav­vero di farcela.

UN SECOLO DI VITA


UN SECOLO DI VITA
  di Luciana Castellina - 30 marzo 2015

Ricordo ancora niti­da­mente la prima volta che cele­brai un com­pleanno di Pie­tro Ingrao: era il 1965, lui com­piva cinquant’anni (un’età che mi parve avan­za­tis­sima) ed era mezzo secolo fa. Con San­dro Curzi, ambe­due non da molto usciti dalla irre­quieta Fede­ra­zione Gio­va­nile, gli rega­lammo il suo primo paio di mocas­sini, con una dedica che lo sol­le­ci­tava ad essere meno pru­dente: «Cam­mina coi tempi, cam­mina con noi».
Lo ricordo bene per­ché era­vamo in piena bat­ta­glia «ingra­iana», pro­prio alla vigi­lia del fati­dico XI con­gresso del Pci, quando i com­pa­gni che si rico­no­sce­vano nelle sue idee (non una cor­rente, per carità), usci­rono un po’ più allo sco­perto per soste­nerle; e lui stesso operò quella che fu defi­nita una ine­dita rot­tura. Disse con chia­rezza nel suo inter­vento con­gres­suale: «Sarei insin­cero se tacessi che il com­pa­gno Longo non mi ha per­suaso rifiu­tando di intro­durre nella vita del nostro par­tito il nuovo costume di una pub­bli­cità del dibat­tito, cosic­ché siano chiari a tutti i com­pa­gni non solo gli orien­ta­menti e le deci­sioni che pre­val­gono e tutti impe­gnano ma anche il pro­cesso dia­let­tico di cui sono il risultato».
Fu, come è noto, applau­di­tis­simo, ma tut­ta­via suc­ces­si­va­mente emar­gi­nato dal ver­tice del par­tito e «rele­gato» (allora Bot­te­ghe Oscure con­tava più di Mon­te­ci­to­rio) alla pre­si­denza del gruppo par­la­men­tare e poi della Camera dei Depu­tati. E noi dispersi in ruoli minori, fuori dal palazzo.
Lo ricordo bene per­ché in fondo fu allora che comin­ciò la sto­ria de «il mani­fe­sto», che pure vide la luce solo quat­tro anni più tardi. Senza Pie­tro, che come sem­pre nella sua vita ha fatto pre­va­lere sulle sue scelte poli­ti­che la pre­oc­cu­pa­zione di non abban­do­nare il «gorgo», quello entro cui si adden­sava il popolo comu­ni­sta. Non per paura, sia chiaro, ma per via di quello che era il modo di sen­tire pro­fondo di tutto il par­tito, il timore di sacri­fi­care l’opinione col­let­tiva alla pro­pria indi­vi­duale.
Noi del mani­fe­sto alla fine lo facemmo, ma anche per­ché le nostre respon­sa­bi­lità nel Pci erano infi­ni­ta­mente minori e dun­que il nostro gesto non avrebbe potuto certo avere le stesse con­se­guenze di quello di Ingrao. Ma non cre­diate che sia stato facile nep­pure per noi, fu anzi una scelta molto molto sof­ferta e tal­volta è capi­tato anche decenni dopo di inter­ro­garsi se non avremmo dovuto restare a com­bat­tere den­tro anzi­ché met­terci nelle con­di­zioni di essere messi fuori.
(Per favore non rea­gite, voi gio­vani, dicendo: ma che tempi, non si poteva nep­pure dichia­rare un dis­senso! È vero, non era bello. E però le opi­nioni nono­stante tutto pesa­vano più di adesso, la nostra radia­zione fu un trauma per tutto il par­tito. Ora si può dire di tutto, ma per­ché non conta più niente).
Oggi Pie­tro Ingrao di anni ne com­pie 100, e noi de il mani­fe­sto, se con­tiamo anche l’incubazione, 50.
Col tempo si è forse smar­rito il senso di cosa sia stato l’ingraismo, e anzi mi chiedo se tra i gio­vani della reda­zione del gior­nale c’è ancora qual­cuno che sa di cosa si sia trat­tato. Non fu, badate, solo una bat­ta­glia per la demo­cra­tiz­za­zione del par­tito, il famoso diritto al dis­senso. C’era molto di più: si è trat­tato del ten­ta­tivo più serio del pen­siero comu­ni­sta di fare i conti con il capi­ta­li­smo nei suoi punti più alti, di indi­vi­duare le nuove, moderne con­trad­di­zioni e su que­ste — più che su quelle anti­che dell’Italietta rurale — far leva, non per «inse­guire mille rivoli riven­di­ca­tivi» (per usare l’espressione di allora), ma per costruire un vero modello di svi­luppo alternativo.
Si trat­tava della rot­tura con l’idea di uno svi­luppo lineare, col mito della «moder­nità acri­tica», che fu alla base della cul­tura neo­ca­pi­ta­li­sta (e cra­xiana) di que­gli anni. E, ancora, il ten­ta­tivo di capire che la crisi ita­liana non rap­pre­sen­tava una ano­ma­lia (un vizio tutt’ora dif­fuso), ma poteva essere capita solo nel nesso con il capi­ta­li­smo avan­zato quale si stava svi­lup­pando nel mondo.
Dal giu­di­zio sulla fase discen­de­vano due diverse linee stra­te­gi­che e per que­sto il con­fronto non fu solo teo­rico, ma stret­ta­mente intrec­ciato con il che fare poli­tico: se biso­gnava agire per ren­dere l’Italia «nor­male», e cioè alli­nearla alla moder­nità euro­pea, o invece inci­dere su quel nesso anche per risol­vere i vec­chi pro­blemi e pre­pa­rare un’alternativa anche alla «nor­ma­lità» capitalistica.
La destra del Pci ovvia­mente si oppose a que­sta pro­spet­tiva. Quando il Pci, dopo la Bolo­gnina, fu avviato allo scio­gli­mento, pro­prio su que­sta neces­sa­ria inno­va­zione costruimmo — que­sta volta uffi­cial­mente assieme a Pie­tro Ingrao — il senso della famosa «Mozione 2» che alla liqui­da­zione del par­tito si oppo­neva. Non in nome della con­ser­va­zione ma, al con­tra­rio, del cam­bia­mento, che non faceva però venir meno le ragioni dell’alternativa al sistema ma anzi le raf­for­zava. Le vec­chie cate­go­rie non basta­vano più e Ingrao è sem­pre stato attento a non ripe­tere lita­nie ma a indi­vi­duare ogni volta le poten­zia­lità nuove offerte dallo svi­luppo sto­rico, i sog­getti anta­go­ni­sti, a capire come si for­mano e si aggre­gano per diven­tare classe diri­gente in grado di pro­spet­tare una società alter­na­tiva. Oggi e qui.
Come sapete, perdemmo.
Su quel nostro dibat­tito degli anni 60 — che trovò poi una siste­ma­zione nel 1970 pro­prio nelle «Tesi per il comu­ni­smo» del Mani­fe­sto (che non dis­sero che il comu­ni­smo era maturo nel senso di immi­nente, come qual­cuno equi­vocò — e iro­nizzò -, ma che non sarebbe stato più pos­si­bile dare solu­zione ai pro­blemi posti dalla crisi nel qua­dro del sistema capi­ta­li­stico sia pure ammodernato).
Que­sto fu l’XI con­gresso del Pci, quello spar­tiac­que delle cui emo­zioni, pas­sioni, sof­fe­renze Pie­tro Ingrao ha dato eco nel suo libro «Volevo la luna».
Nell’anniversario del suo cen­te­simo anno di vita avrei forse dovuto par­lare di Pie­tro Ingrao ricor­dan­done di più i suoi aspetti umani, la sua per­so­na­lità, il modo come ha dipa­nato la sua esi­stenza, e non invece andar subito dritta al noc­ciolo poli­tico della sua vita di comunista.
L’ho fatto per due ragioni: per­ché troppo spesso ormai nel cele­brare gli anni­ver­sari si tende a ridurre tutto ai tratti del carat­tere di chi si ricorda, alle sue qua­lità morali, e sem­pre meno a riflet­tere sulle loro scelte poli­ti­che. E poi per­ché Pie­tro in par­ti­co­lare, invec­chiando, — e forse anche per via di come sono andate le cose nella sini­stra ita­liana — ha finito per ricor­darsi sot­to­tono, per­sino con qual­che vezzo civet­tuolo, più come poeta che come diri­gente poli­tico. Che è invece stato e di primo piano.
Poeta non ha in realtà mai smesso di essere, basti pen­sare al suo modo di espri­mersi, mai poli­ti­chese, sem­pre attento a illu­mi­nare l’immaginazione e non a ripe­tere cate­chi­smi. Vi ricor­date la sua sor­pren­dente uscita nell’intervento al primo dei due con­gressi di scio­gli­mento del Pci, il XIX nel 1990, quando se ne uscì col suo cla­mo­roso «viventi non umani», per chie­dere atten­zione alla natura e alle sue speci? Non era forse una poe­sia, che come tale suonò, del resto, in quel gri­gio e mesto dibat­tito di fine partita?
Pie­tro non usava il poli­ti­chese per­ché ascol­tava. Sem­bra banale, ma quasi nes­suno ascolta. E sic­come ascol­tava è stato anche ascol­tato da gene­ra­zioni assai più gio­vani, quelle che dei nostri dibat­titi all’XI con­gresso del Pci, e del Pci stesso, non sape­vano niente. Penso al Forum sociale euro­peo di Firenze nel 2002, per esem­pio, dove il suo discorso sulla pace con­qui­stò ragazzi che non sape­vano nep­pure chi fosse.
Ascol­tava per­ché della demo­cra­zia ha sem­pre sot­to­li­neato un ele­mento ormai in disuso, soprat­tutto il pro­ta­go­ni­smo delle masse, la partecipazione.
Può sem­brare curioso, ma molto del pen­siero poli­tico di Ingrao è stato segnato dalla sua ado­le­scen­ziale for­ma­zione cine­ma­to­gra­fica. Nei molti anni in cui per via del mio inca­rico nella pro­mo­zione del cinema ita­liano ho avuto con i big di Hol­ly­wood molti incon­tri e spesso la discus­sione sci­vo­lava sull’Italia e sul come era stato pos­si­bile che ci fos­sero tanti comu­ni­sti. Un po’ scher­zando e un po’ sul serio ho sem­pre finito per ricor­rere ad un para­dosso: «Badate — dicevo — il comu­ni­smo ita­liano è così spe­ciale per­ché oltre­ché a Mosca ha le sue radici qui a Hol­ly­wood, che dun­que ne porta le respon­sa­bi­lità». E poi rac­con­tavo loro la sto­ria, tante volte sen­tita da Pie­tro, della for­ma­zione di un pezzo non secon­da­rio di quello che poi diventò il gruppo diri­gente del Pci nel dopo­guerra: Mario Ali­cata, lui stesso, e anche altri che pur fuori dai ver­tici sul par­tito ave­vano avuto una for­tis­sima influenza, Visconti, Liz­zani, De San­tis. Tutti allievi del Cen­tro spe­ri­men­tale di cinematografia.
Rac­con­tavo loro, dun­que, di Ingrao che mi aveva detto di come la sua gene­ra­zione, già a metà degli anni ’30, avesse avuto il suo ceppo pro­prio nel cinema. E, segna­ta­mente, nel grande cinema — e nella let­te­ra­tura — ame­ri­cani del New Deal, tor­tuo­sa­mente cono­sciuti pro­prio al Cen­tro gra­zie a una for­tuita cir­co­stanza: l’arrivo, come inse­gnante, di un sin­go­lare per­so­nag­gio, Ahr­n­heim, ebreo tede­sco sfug­gito al nazi­smo e chissà come appro­dato pro­prio lì, prima che le leggi raz­ziali fos­sero intro­dotte anche in Italia.
«Pro­prio quelle pel­li­cole — mi disse Pie­tro in occa­sione di un’intervista (per il set­ti­ma­nale Pace e guerra che allora diri­gevo) su una impor­tante mostra alle­stita a Milano sugli anni ’30 — mostra­vano cari­che di socia­lità, in cui c’era la classe ope­raia, la soli­da­rietà sociale, la lotta. Pro­prio gra­zie a quei film, che erano mezzi di comu­ni­ca­zione fra i movi­menti sociali e l’americano qua­lun­que, così diversi dalla cul­tura anti­fa­sci­sta ita­liana degli anni ’20 — eli­ta­ria, erme­tica — che ave­vamo amato, ma non ci aveva aiu­tato; pro­prio quei film che ci apri­vano una fine­stra sull’intellettuale impe­gnato, noi ci siamo poli­ti­ciz­zati. Sono stati il primo passo verso la poli­tica».
Que­sto nesso fra cul­tura e poli­tica è stato un tratto che ha distinto il comu­ni­smo ita­liano. E Pie­tro Ingrao ne è stato uno dei più signi­fi­ca­tivi interpreti.
Gra­zie e tanti auguri, Pietro.

dallo speciale de il manifesto  del 31 marzo 2015
UN SECOLO DI VITA
di Luciana Castellina - 30 marzo 2015

Ricordo ancora niti­da­mente la prima volta che cele­brai un com­pleanno di Pie­tro Ingrao: era il 1965, lui com­piva cinquant’anni (un’età che mi parve avan­za­tis­sima) ed era mezzo secolo fa. Con San­dro Curzi, ambe­due non da molto usciti dalla irre­quieta Fede­ra­zione Gio­va­nile, gli rega­lammo il suo primo paio di mocas­sini, con una dedica che lo sol­le­ci­tava ad essere meno pru­dente: «Cam­mina coi tempi, cam­mina con noi».
Lo ricordo bene per­ché era­vamo in piena bat­ta­glia «ingra­iana», pro­prio alla vigi­lia del fati­dico XI con­gresso del Pci, quando i com­pa­gni che si rico­no­sce­vano nelle sue idee (non una cor­rente, per carità), usci­rono un po’ più allo sco­perto per soste­nerle; e lui stesso operò quella che fu defi­nita una ine­dita rot­tura. Disse con chia­rezza nel suo inter­vento con­gres­suale: «Sarei insin­cero se tacessi che il com­pa­gno Longo non mi ha per­suaso rifiu­tando di intro­durre nella vita del nostro par­tito il nuovo costume di una pub­bli­cità del dibat­tito, cosic­ché siano chiari a tutti i com­pa­gni non solo gli orien­ta­menti e le deci­sioni che pre­val­gono e tutti impe­gnano ma anche il pro­cesso dia­let­tico di cui sono il risultato».
Fu, come è noto, applau­di­tis­simo, ma tut­ta­via suc­ces­si­va­mente emar­gi­nato dal ver­tice del par­tito e «rele­gato» (allora Bot­te­ghe Oscure con­tava più di Mon­te­ci­to­rio) alla pre­si­denza del gruppo par­la­men­tare e poi della Camera dei Depu­tati. E noi dispersi in ruoli minori, fuori dal palazzo.
Lo ricordo bene per­ché in fondo fu allora che comin­ciò la sto­ria de «il mani­fe­sto», che pure vide la luce solo quat­tro anni più tardi. Senza Pie­tro, che come sem­pre nella sua vita ha fatto pre­va­lere sulle sue scelte poli­ti­che la pre­oc­cu­pa­zione di non abban­do­nare il «gorgo», quello entro cui si adden­sava il popolo comu­ni­sta. Non per paura, sia chiaro, ma per via di quello che era il modo di sen­tire pro­fondo di tutto il par­tito, il timore di sacri­fi­care l’opinione col­let­tiva alla pro­pria indi­vi­duale.
Noi del mani­fe­sto alla fine lo facemmo, ma anche per­ché le nostre respon­sa­bi­lità nel Pci erano infi­ni­ta­mente minori e dun­que il nostro gesto non avrebbe potuto certo avere le stesse con­se­guenze di quello di Ingrao. Ma non cre­diate che sia stato facile nep­pure per noi, fu anzi una scelta molto molto sof­ferta e tal­volta è capi­tato anche decenni dopo di inter­ro­garsi se non avremmo dovuto restare a com­bat­tere den­tro anzi­ché met­terci nelle con­di­zioni di essere messi fuori.
(Per favore non rea­gite, voi gio­vani, dicendo: ma che tempi, non si poteva nep­pure dichia­rare un dis­senso! È vero, non era bello. E però le opi­nioni nono­stante tutto pesa­vano più di adesso, la nostra radia­zione fu un trauma per tutto il par­tito. Ora si può dire di tutto, ma per­ché non conta più niente).
Oggi Pie­tro Ingrao di anni ne com­pie 100, e noi de il mani­fe­sto, se con­tiamo anche l’incubazione, 50.
Col tempo si è forse smar­rito il senso di cosa sia stato l’ingraismo, e anzi mi chiedo se tra i gio­vani della reda­zione del gior­nale c’è ancora qual­cuno che sa di cosa si sia trat­tato. Non fu, badate, solo una bat­ta­glia per la demo­cra­tiz­za­zione del par­tito, il famoso diritto al dis­senso. C’era molto di più: si è trat­tato del ten­ta­tivo più serio del pen­siero comu­ni­sta di fare i conti con il capi­ta­li­smo nei suoi punti più alti, di indi­vi­duare le nuove, moderne con­trad­di­zioni e su que­ste — più che su quelle anti­che dell’Italietta rurale — far leva, non per «inse­guire mille rivoli riven­di­ca­tivi» (per usare l’espressione di allora), ma per costruire un vero modello di svi­luppo alternativo.
Si trat­tava della rot­tura con l’idea di uno svi­luppo lineare, col mito della «moder­nità acri­tica», che fu alla base della cul­tura neo­ca­pi­ta­li­sta (e cra­xiana) di que­gli anni. E, ancora, il ten­ta­tivo di capire che la crisi ita­liana non rap­pre­sen­tava una ano­ma­lia (un vizio tutt’ora dif­fuso), ma poteva essere capita solo nel nesso con il capi­ta­li­smo avan­zato quale si stava svi­lup­pando nel mondo.
Dal giu­di­zio sulla fase discen­de­vano due diverse linee stra­te­gi­che e per que­sto il con­fronto non fu solo teo­rico, ma stret­ta­mente intrec­ciato con il che fare poli­tico: se biso­gnava agire per ren­dere l’Italia «nor­male», e cioè alli­nearla alla moder­nità euro­pea, o invece inci­dere su quel nesso anche per risol­vere i vec­chi pro­blemi e pre­pa­rare un’alternativa anche alla «nor­ma­lità» capitalistica.
La destra del Pci ovvia­mente si oppose a que­sta pro­spet­tiva. Quando il Pci, dopo la Bolo­gnina, fu avviato allo scio­gli­mento, pro­prio su que­sta neces­sa­ria inno­va­zione costruimmo — que­sta volta uffi­cial­mente assieme a Pie­tro Ingrao — il senso della famosa «Mozione 2» che alla liqui­da­zione del par­tito si oppo­neva. Non in nome della con­ser­va­zione ma, al con­tra­rio, del cam­bia­mento, che non faceva però venir meno le ragioni dell’alternativa al sistema ma anzi le raf­for­zava. Le vec­chie cate­go­rie non basta­vano più e Ingrao è sem­pre stato attento a non ripe­tere lita­nie ma a indi­vi­duare ogni volta le poten­zia­lità nuove offerte dallo svi­luppo sto­rico, i sog­getti anta­go­ni­sti, a capire come si for­mano e si aggre­gano per diven­tare classe diri­gente in grado di pro­spet­tare una società alter­na­tiva. Oggi e qui.
Come sapete, perdemmo.
Su quel nostro dibat­tito degli anni 60 — che trovò poi una siste­ma­zione nel 1970 pro­prio nelle «Tesi per il comu­ni­smo» del Mani­fe­sto (che non dis­sero che il comu­ni­smo era maturo nel senso di immi­nente, come qual­cuno equi­vocò — e iro­nizzò -, ma che non sarebbe stato più pos­si­bile dare solu­zione ai pro­blemi posti dalla crisi nel qua­dro del sistema capi­ta­li­stico sia pure ammodernato).
Que­sto fu l’XI con­gresso del Pci, quello spar­tiac­que delle cui emo­zioni, pas­sioni, sof­fe­renze Pie­tro Ingrao ha dato eco nel suo libro «Volevo la luna».
Nell’anniversario del suo cen­te­simo anno di vita avrei forse dovuto par­lare di Pie­tro Ingrao ricor­dan­done di più i suoi aspetti umani, la sua per­so­na­lità, il modo come ha dipa­nato la sua esi­stenza, e non invece andar subito dritta al noc­ciolo poli­tico della sua vita di comunista.
L’ho fatto per due ragioni: per­ché troppo spesso ormai nel cele­brare gli anni­ver­sari si tende a ridurre tutto ai tratti del carat­tere di chi si ricorda, alle sue qua­lità morali, e sem­pre meno a riflet­tere sulle loro scelte poli­ti­che. E poi per­ché Pie­tro in par­ti­co­lare, invec­chiando, — e forse anche per via di come sono andate le cose nella sini­stra ita­liana — ha finito per ricor­darsi sot­to­tono, per­sino con qual­che vezzo civet­tuolo, più come poeta che come diri­gente poli­tico. Che è invece stato e di primo piano.
Poeta non ha in realtà mai smesso di essere, basti pen­sare al suo modo di espri­mersi, mai poli­ti­chese, sem­pre attento a illu­mi­nare l’immaginazione e non a ripe­tere cate­chi­smi. Vi ricor­date la sua sor­pren­dente uscita nell’intervento al primo dei due con­gressi di scio­gli­mento del Pci, il XIX nel 1990, quando se ne uscì col suo cla­mo­roso «viventi non umani», per chie­dere atten­zione alla natura e alle sue speci? Non era forse una poe­sia, che come tale suonò, del resto, in quel gri­gio e mesto dibat­tito di fine partita?
Pie­tro non usava il poli­ti­chese per­ché ascol­tava. Sem­bra banale, ma quasi nes­suno ascolta. E sic­come ascol­tava è stato anche ascol­tato da gene­ra­zioni assai più gio­vani, quelle che dei nostri dibat­titi all’XI con­gresso del Pci, e del Pci stesso, non sape­vano niente. Penso al Forum sociale euro­peo di Firenze nel 2002, per esem­pio, dove il suo discorso sulla pace con­qui­stò ragazzi che non sape­vano nep­pure chi fosse.
Ascol­tava per­ché della demo­cra­zia ha sem­pre sot­to­li­neato un ele­mento ormai in disuso, soprat­tutto il pro­ta­go­ni­smo delle masse, la partecipazione.
Può sem­brare curioso, ma molto del pen­siero poli­tico di Ingrao è stato segnato dalla sua ado­le­scen­ziale for­ma­zione cine­ma­to­gra­fica. Nei molti anni in cui per via del mio inca­rico nella pro­mo­zione del cinema ita­liano ho avuto con i big di Hol­ly­wood molti incon­tri e spesso la discus­sione sci­vo­lava sull’Italia e sul come era stato pos­si­bile che ci fos­sero tanti comu­ni­sti. Un po’ scher­zando e un po’ sul serio ho sem­pre finito per ricor­rere ad un para­dosso: «Badate — dicevo — il comu­ni­smo ita­liano è così spe­ciale per­ché oltre­ché a Mosca ha le sue radici qui a Hol­ly­wood, che dun­que ne porta le respon­sa­bi­lità». E poi rac­con­tavo loro la sto­ria, tante volte sen­tita da Pie­tro, della for­ma­zione di un pezzo non secon­da­rio di quello che poi diventò il gruppo diri­gente del Pci nel dopo­guerra: Mario Ali­cata, lui stesso, e anche altri che pur fuori dai ver­tici sul par­tito ave­vano avuto una for­tis­sima influenza, Visconti, Liz­zani, De San­tis. Tutti allievi del Cen­tro spe­ri­men­tale di cinematografia.
Rac­con­tavo loro, dun­que, di Ingrao che mi aveva detto di come la sua gene­ra­zione, già a metà degli anni ’30, avesse avuto il suo ceppo pro­prio nel cinema. E, segna­ta­mente, nel grande cinema — e nella let­te­ra­tura — ame­ri­cani del New Deal, tor­tuo­sa­mente cono­sciuti pro­prio al Cen­tro gra­zie a una for­tuita cir­co­stanza: l’arrivo, come inse­gnante, di un sin­go­lare per­so­nag­gio, Ahr­n­heim, ebreo tede­sco sfug­gito al nazi­smo e chissà come appro­dato pro­prio lì, prima che le leggi raz­ziali fos­sero intro­dotte anche in Italia.
«Pro­prio quelle pel­li­cole — mi disse Pie­tro in occa­sione di un’intervista (per il set­ti­ma­nale Pace e guerra che allora diri­gevo) su una impor­tante mostra alle­stita a Milano sugli anni ’30 — mostra­vano cari­che di socia­lità, in cui c’era la classe ope­raia, la soli­da­rietà sociale, la lotta. Pro­prio gra­zie a quei film, che erano mezzi di comu­ni­ca­zione fra i movi­menti sociali e l’americano qua­lun­que, così diversi dalla cul­tura anti­fa­sci­sta ita­liana degli anni ’20 — eli­ta­ria, erme­tica — che ave­vamo amato, ma non ci aveva aiu­tato; pro­prio quei film che ci apri­vano una fine­stra sull’intellettuale impe­gnato, noi ci siamo poli­ti­ciz­zati. Sono stati il primo passo verso la poli­tica».
Que­sto nesso fra cul­tura e poli­tica è stato un tratto che ha distinto il comu­ni­smo ita­liano. E Pie­tro Ingrao ne è stato uno dei più signi­fi­ca­tivi interpreti.
Gra­zie e tanti auguri, Pietro.

dallo speciale de il manifesto (che è anche tuo, riprenditelo !) del 31 marzo 2015
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