venerdì 27 febbraio 2015

Il Belpaese a misura di pochi facoltosi

Imposte sui redditi diminuite, via l’aliquota Iva sui beni di lusso. Dal fisco alla sanità, dall’università ai trasporti: le riforme e le norme che avvantaggiano chi ha di più
L’Italia è diven­tato il Paese ideale per una ristretta cer­chia di per­sone capaci di con­cen­trare il potere eco­no­mico e quello poli­tico nelle pro­prie mani. Come ricorda l’Ocse, la mobi­lità fra le classi sociali è inges­sata da anni e sono sem­pre mag­giori le dise­gua­glianze. 
Negli anni l’imposta sui red­diti ha ridotto la sua capa­cità di pre­lievo sui red­diti milio­nari: l’aliquota mas­sima dal 72% del 1980 è scesa fino a rag­giun­gere il 43% nel 2006, avvan­tag­giando i deten­tori di red­diti molto ele­vati. Dal 2010 gli introiti per affitti, in pre­ce­denza tas­sati secondo l’aliquota mar­gi­nale, dispon­gono di un regime di favore, con un’aliquota mas­sima del 21% e un gran­dis­simo bene­fi­cio per i grandi pro­prie­tari fondiari.
poveriL’Iva, gra­zie anche all’armonizzazione euro­pea, non pre­vede più un’aliquota al 38% sui beni di lusso: oggi quest’ultima è la stessa per una pel­lic­cia o una fuo­ri­se­rie e per una matita. Le impo­ste sul capi­tal gain, pari al 12,5% fino a due anni fa, sono ancora al di sotto della media euro­pea, a tutto van­tag­gio dei grandi patri­moni mobi­liari. Le riforme delle impo­ste di suc­ces­sione hanno sug­gel­lato la difesa della ric­chezza fra le gene­ra­zioni appar­te­nenti alle cer­chie dei facol­tosi, gra­zie a fran­chi­gie molto più alte che in passato.
Tutto que­sto men­tre il resto del paese deve fron­teg­giare una ridotta acces­si­bi­lità ai ser­vizi pub­blici, sem­pre più legata a requi­siti di red­dito assai strin­genti. Il mer­cato di luce, acqua e gas ha visto scom­pa­rire nel tempo le fasce pro­tette a favore di un’offerta volta ad avvan­tag­giare chi con­suma di più. I tra­sporti pub­blici non sono da meno, con l’introduzione dell’Alta velo­cità a disca­pito delle reti locali: ser­vizi pre­mium al posto di quelli di base. Nella sanità pub­blica, un tempo gra­tuita per tutti, con l’introduzione dei primi tic­ket nel 1989 si è avviato un per­corso che è sfo­ciato in tariffe spesso più alte di quelle della sanità pri­vata. Anche l’università pub­blica ha subìto rin­cari con­ti­nui (+75% solo nel periodo 2009–2014) e le sue rette sono adesso tra le più alte in Europa. Tutto il con­tra­rio della Ger­ma­nia, che le ha abo­lite. Il volto com­pas­sio­ne­vole dei ric­chi si con­cre­tizza nei diritti di tutti tra­sfor­mati in carità spic­ciola, come con la social card o le elar­gi­zioni elet­to­rali degli 80 euro.
Le classi più ric­che hanno appro­fit­tato e tratto van­tag­gio dalla crisi: a dif­fe­renza dei meno abbienti, per loro inve­sti­menti e pos­si­bi­lità per pro­teg­gere red­diti e patri­moni si tro­vano sem­pre. Quello che manca è il sog­getto poli­tico capace di affer­mare – soprat­tutto oggi – il prin­ci­pio secondo cui a chi ha di più si dovrebbe chie­dere di più, e a chi ha di meno si dovrebbe offrire di più.

LEOPOLDO NASCIA
da il manifesto

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