mercoledì 24 giugno 2015

Lascio il Partito Democratico

Lascio il Partito Democratico. E provo un senso di liberazione. Da oggi una storia finisce e ne comincia una nuova. Nei prossimi giorni spiegherò più dettagliatamente le ragioni e le prospettive. Intanto, questo è il comunicato che abbiamo sottoscritto con alcuni dei compagni di questi mesi che hanno fatto la stessa scelta.
In questi anni la politica ci ha fatto incontrare tanti compagni, tante storie diverse. Si sono creati in molti casi legami di stima che - siamo certi - questa scelta non scalfirà. Sebbene accomunati da un intento comune, da un bene comune che una volta abbiamo persino usato per titolare la nostra rotta, questa sembra oggi essersi persa.
È inevitabile scindere i due piani, fermarsi un attimo e domandarsi sempre: “Se la politica è traslazione in chiave sociale di ciò che siamo, questa traslazione ci assomiglia ancora?” La risposta che ci siamo dati in questi ultimi mesi è negativa, per risultati e metodi: non ci assomiglia più questo partito che ha trasferito se stesso altrove. In un posto molto lontano da quello nel quale era nato con l’auspicio di riuscire a rappresentare il rinnovamento vero dell’Italia di domani. Di un domani che è già diventato oggi, anche se in maniera molto diversa da quanto ci aspettassimo.
Il Partito Democratico che immaginavamo non era questo. L’avevamo espresso nella mozione congressuale con la quale Giuseppe Civati si è candidato a segretario nel 2013, perdendo. Abbiamo cercato di dare il nostro contributo e di portare avanti quella visione anche dopo, negli organi del partito. Con coerenza ed umiltà. Doti che non abbiamo riconosciuto in chi avrebbe dovuto garantirne l’integrità.
Il partito che immaginavamo non era pieno di muri. Muri che sembrano ergersi per chi la pensa diversamente all’interno, ma non per chi persegue una politica antitetica ai nostri ideali di centrosinistra, e coi quali invece si stringono alleanze più o meno solide nel nome della governabilità o della vittoria. A quale prezzo? Al prezzo di non riconoscere più i confini tra le proprie idee e le altrui, al prezzo di non farsi più riconoscere. Pian piano fuori dai nostri circoli è rimasto tutto il popolo che per vocazione, ormai otto anni fa, ci eravamo promessi di rappresentare. E che si è visto garantire rovesci invece che diritti.
Ci si è aperti alla partecipazione tramite le primarie, non dotandosi di regole che salvaguardassero l'identità e la storia. Si osanna ormai il decisionismo, l'uomo solo al comando, dopo essersi affidati a piccole e grandi consorterie che hanno irrimediabilmente influenzato, svilito e poi spento il dibattito interno. Gli anticorpi a tutta questa deriva ci sono stati, ma sono stati e sono percepiti come irrisori, e quindi liquidati con disprezzo quali frutto di una disaffezione verso il futuro e verso il cambiamento. Come in un ribaltamento della realtà o in un contrappasso dantesco, invocando la rottamazione, ci si è autorottamati. 
Ma intanto il calcolo della superficie di riconoscibilità delle azioni di questo partito continua a considerare erroneamente solo l’altezza dei ruoli, e non la base di militanti e cittadini.
Il legame con i territori è diventato via via più blando, le decisioni sono ormai centralizzate e affidate a un gruppo elitario. Anche il momento nel quale i cittadini possono esprimersi circa la cosa pubblica, e cioè il voto democratico, è stato dissacrato da una legge elettorale che sminuisce la rappresentanza e rende pericolosamente squilibrati i rapporti di forza.
La riforma del lavoro scarnifica il valore dello Statuto e taglia il diritto che è alla base della nostra Costituzione. La mansione nobilitante del lavoratore è declassata a merce scambiabile, rimpiazzabile, immolata sull’altare di una flessibilità che è in perenne procinto di spezzarsi.
“Sblocca Italia” è, nei fatti, contrariamente a quanto suggerirebbe il nome, l’intento di far rimanere bloccato il Paese in uno schema di sviluppo ormai superato e dannoso per le nostre ricchezze naturali. Corsa al petrolio, cementificazione, consumo di suolo difficilmente sono inquadrabili in una visione lungimirante e innovativa, che metta al centro la sostenibilità e la salute delle generazioni future e dell’ambiente. Difficilmente si potrebbe dire che tale visione ci sia mai appartenuta.
Come non ci è mai appartenuto concepire la scuola come un’azienda. La riforma in procinto di essere approvata permette a disuguaglianza sociale, discriminazione e liberismo di varcare la soglia della prima agenzia formativa del Paese, mettendo in secondo piano offerta formativa e lotta al precariato. Chi muove critiche o semplicemente esprime preoccupazione è anche in questo caso tacciato di osteggiare l’avanzata verso l’oasi del “fare per il fare” e di essere un gufo.
Ebbene, non crediamo di essere retrogradi né tantomeno miopi. Vediamo bene come si sia perso l'ascolto delle fasce di popolazione più deboli e indifese. Vediamo bene come non ci sia più spazio per i temi di sinistra che ci sono cari da sempre. Vediamo bene come la narrazione delle cose importi più del loro merito e del modo in cui vengono raggiunte.
Vediamo bene come la grave crisi economica, le difficoltà che attanagliano il nostro Paese non possano essere la giustificazione a certe scelte compiute. Non possono nemmeno essere il fondamento di quell’ineluttabilità troppe volte predicata, con la quale si continua a dire che non ci sono alternative.
Esiste sempre la possibilità di smarcarsi dal pressappochismo, dal cinismo, dal trasformismo. Di tornare a rappresentare chi non si sente più rappresentato e si iscrive nel silenzio al più grande partito italiano, quello dell'astensione. Per noi questa possibilità non esiste più nel luogo ideale che doveva essere il PD.
Per questo intendiamo non rinnovare la tessera 2015 e lasciare tutte le cariche che, fino ad oggi, abbiamo ricoperto. Auguriamo buon lavoro a chi compie una scelta diversa dalla nostra, mettendoci ancora passione e convinzione, nella speranza che un giorno ci si possa ritrovare.
Continueremo ad impegnarci nella costruzione di un percorso alternativo. Seguiamo Civati, o meglio gli camminiamo a fianco. Sappiamo di scegliere una strada tortuosa e difficile, ma ci rincuorano ed entusiasmano il coraggio e la limpidezza delle nostre idee. Quelle a cui siamo affezionati, da buoni nostalgici sì, ma di un futuro migliore. E che preserviamo e anteponiamo a ogni strumento quale può essere un partito. Senza rassegnarci né da soli né in compagnia.
Perché un altro modo di fare politica, che ci assomigli di più, è POSSIBILE.


Gianclaudio Pinto, Segreteria regionale PD
Vanessa Nicolardi, Direzione Regionale PD
Diego Dantes, Assemblea nazionale PD
Michele Mongelli, Assemblea regionale e provinciale PD Bari
Valentina Tafuni, Assemblea regionale PD, Segreteria provinciale GD Bari, Segreteria GD Acquaviva delle Fonti
Federica Bruno Stamerra, Assemblea regionale PD, Direttivo cittadino PD Brindisi
Chiara Pisanello, Assemblea regionale PD, Direttivo cittadino PD Gallipoli
Paolo Soccio, Direzione provinciale, Assemblea provinciale FG
Giuseppe Luigi Bianco, PD Putignano
Vito Di Venosa, PD Trani

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