mercoledì 26 agosto 2015

Il dibattito sulle scelte di Tsipras di Alfonso Gianni


TSIPRAS

Capita purtroppo di rado di leggere delle critiche non faziose né infantili alle scelte operate da Tsipras in queste settimane. Quindi, quando questo avviene, non va persa la discussione per approfondire il dibattito. Nella fattispecie mi riferisco al post di Giacomo Russo Spena, postato nel suo blog, che insieme a Matteo Pucciarelli è stato tra i primi a scrivere in modo approfondito dell'avventura di Alexis Tsipras e di Syriza.
Le critiche di Russo Spena, possono essere così sinteticamente riassunte: Tsipras avrebbe sottovalutato i rapporti di forza sfavorevoli alla Grecia; non ha compreso il ruolo del Pse, della socialdemocrazia europea, riponendo quindi speranze del tutto infondate in quest'ultima, in Hollande e persino in Renzi; non avrebbe preparato il famoso piano B tanto reclamato da Varoufakis; ha eluso il programma elettorale originario, quello di Salonicco; infine ha ridotto in frantumi Syriza, costruita con tanta fatica.
Sono critiche precise che nessuno può eludere. Non ho l'ambizione di sciogliere d'incanto questi nodi, ma semplicemente di avanzare qualche osservazione. L'argomentazione della sottovalutazione dei rapporti di forza e del ruolo negativo della socialdemocrazia non può essere rovesciata su Tsipras. Chiama in causa le responsabilità di quest'ultima. È stata proprio la vicenda greca che ha messo a nudo la totale sottomissione della socialdemocrazia europea, o quantomeno della parte più rilevante della medesima, alle politiche di austerity e di inflessibilità nei confronti della Grecia.
Si poteva dire che era proprio tutto così anche prima? Certo a pensare male ci si prende sempre, come diceva un celebre personaggio della prima Repubblica italiana. Ma in questo modo si nega, o quantomeno si sottovaluta - qui sì - il peso che hanno i processi reali sulla maturazione delle posizioni delle forze politiche. Non si sarebbe potuto dire che Sigmar Gabriel si potesse collocare addirittura a destra della Merkel, se il governo greco non avesse costretto ognuno a scoprire le carte. Magra consolazione? Forse. Ma se, come è accaduto in altre circostanze e fasi storiche, la valutazione sui rapporti di forza sfavorevoli avesse inibito fin dall'inizio qualunque resistenza e reazione da parte del governo greco, oggi la situazione politica in Europa, e non solo, sarebbe molto più grigia e più piatta.
Non si sarebbero aperte le falle vistose che oggi vediamo: il Fmi che dice apertamente ciò che i greci hanno sempre sostenuto, ovvero che il debito di quel paese - e non solo - non è sostenibile senza un taglio del suo valore nominale; Olanda e Finlandia che hanno preso una posizione finalmente non identica a quella tedesca; la stessa riapertura di un dibattito dentro e fuori la Germania sulla intransigenza della Merkel.
A questo va aggiunto un punto essenziale. In autunno si andrà a una discussione sulla ristrutturazione/riduzione del debito greco. Ma la questione non riguarda solo quest'ultimo, ma il debito sovrano dei paesi europei nel loro complesso. Non è il remake della Conferenza di Londra chiesta nel programma di Salonicco, ma è un punto di novità che non ci sarebbe stato senza l'insistenza dei greci. Naturalmente la partita è apertissima e difficilissima su questo fronte, ma, appunto, si è aperta una nuova fase. Come sarà difficilissimo evitare che gli aspetti più odiosi di un "accordo" in sé brutto vengano elusi. Qui c'è un'altra novità che non deve sfuggire. Il governo greco non ha mai presentato l'accordo come una vittoria. Non ha nascosto la sua negatività e i suoi caratteri recessivi. Ma ha chiarito che non esiste solo il testo ma anche il contesto, ovvero ciò che si è movimentato in Europa. E quest'ultimo non è il quadro che i creditori presentavano prima del referendum.
Era possibile un piano B? A parte il fatto che per molti quello avrebbe dovuto essere il piano A (l'uscita da l'euro), ogni piano di riserva sconta la debolezza intrinseca di non potere essere sperimentato. Lo stesso Varoufakis ha detto che se ne è parlato, ma al dunque non vi erano le condizioni per attuarlo. Qui non si tratta di capire in quanto tempo di poteva stampare valuta alternativa o tornare alla dracma - in fondo dettagli, anche se importanti - ma di come bloccare la fuoriuscita dei capitali in tempo reale, di come indicizzare i salari per reggere l'inevitabile rimbalzo inflazionistico, di come salvaguardare il piccolo risparmio e altro ancora. Concordo che una riflessione maggiore su queste tematiche avrebbe permesso al governo greco e al gruppo dirigente di Syriza di trovarsi con una via di uscita che non fosse cadere nelle braccia di Schauble, cioè della Grexit pura e semplice. Ma questa è una critica che dobbiamo rivolgere in primo luogo al complesso della sinistra antagonista europea, prigioniera di un dibattito euro - non euro che non porta da nessuna parte. Il limite o gli errori di Tsipras in questo campo vanno quindi molto suddivisi e contestualizzati pur sapendo che mal comune non fa mezzo gaudio.
Proprio la distanza fra il programma di Salonicco e la situazione attuale motiva fortemente la scelta delle elezioni anticipate. Si tratta di chiedere un mandato su un programma diverso, anche se non opposto, come invece dicono gli scissionisti di Syriza e i loro estimatori. Questa scelta porta alla frantumazione Syriza? Anche qui non sottovalutiamo le responsabilità di chi la scissione - tutt'altro che inevitabile - la promuove, altrimenti facciamo di Tsipras un deus ex machina in assoluto.
Qui arriviamo a un punto rimasto in ombra nella discussione. Ovvero la decisione di andare alle elezioni anticipate doveva passare prima attraverso un congresso di Syriza? La mia risposta è: non necessariamente. Non solo perché la democrazia in un paese è cosa più importante di quella in un partito. Neppure per una questione di tempi. Ma perché è bene che Syriza si tenga fuori dalla idea, che tanto male ha fatto nella storia del movimento operaio, del partito-stato o, nella versione attuale, del partito-governo. Non è Syriza che prende le decisioni per la Grecia, ma il governo eletto in libere elezioni - che Syriza ha contribuito a vincere in modo determinante - e quando questo non è in grado di farlo perché ritiene il suo mandato esaurito o superato, sono ancora libere elezioni a doversi assumere la responsabilità di tracciare la direzione per il Paese. Non è forse questa un'applicazione concreta di quel mix tra democrazia delegata e democrazia diretta che a livello teorico siamo in molti ad auspicare?
Quanto a Varoufakis. Ho molto apprezzato la sua recente intervista a Le Monde. Mi pare che voglia tirarsi fuori dalla immediatezza delle vicende greche e lavorare di più in uno scenario europeo, per creare un movimento d'opinione che disveli i segreti di trattati capestro come il TTIP. Da qui il suo apprezzamento della figura di Julian Assange e la riproposizione delle ricette per superare la crisi dell'euro elaborate da lui stesso nel 2010 assieme a Stuart Holland e James Galbraith. Meno convincente è che tutto ciò che la Germania fa lo faccia per punire la Francia. Mi pare che i francesi si mortifichino da soli e al di là di qualche dichiarazione il loro allineamento alla Merkel in tutta questa vicenda sia stata la scelta prevalente.
Ciò che ha in mente l'elite tedesca è piuttosto quello di ridurre l'Europa a un protettorato tedesco, rinunciando alla presenza dei paesi che non accettano questa logica e di giocarsi così la sfida della globalizzazione. In parte già avviene con i paesi nordici. Dove si vede che la questione della moneta conta relativamente. La Polonia ha il suo zloty, ma è un pezzo del sistema produttivo allargato tedesco. Uscire dall'euro, per finire in pasto ai mercati finanziari internazionali o essere un ingranaggio ancora più bloccato nella catena di produzione del valore tedesco non è una grande scelta. Ma mi rendo conto che qui la discussione richiede ben altri approfondimenti che lo spazio non concede.

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