martedì 18 dicembre 2012

La distanza crescente tra la classe politica e il paese di Alfonso Gianni, www.lavorincorsoasinistra.it


A volte la contemporaneità dei fatti ne mette in luce le profonde relazioni, per vicinanza o per contrapposizione, che risultano illuminanti più di tanti ragionamenti o analisi. E’ il caso di qualche giorno fa, quando la Camera dei Deputati licenziava con una maggioranza bulgara la proposta di legge che implementa i criteri per la realizzazione del pareggio di bilancio già a suo tempo inserito in Costituzione.
Strambo paese il nostro: infila il pareggio di bilancio in Costituzione, mentre toglie dal codice penale il falso in bilancio. Ovvero meno spesa sociale e più libertà di farla franca per i furbetti di impresa. Allo stesso tempo Bankitalia rendeva noto un suo recente studio sull’iniqua distribuzione della ricchezza nel nostro paese, dal quale si poteva facilmente evincere a quali profondità di ingiustizia e diseguaglianza sociali ci abbia condotto l’attuale crisi economica. Eppure anziché pensare che di fronte a una simile situazione – certificata da tutti gli istituti di analisi, oltre che visibile a occhio nudo – bisognerebbe introdurre qualche politica economica anticiclica che ovviamente comporta iniezione e non divieto di spesa pubblica, ci si preoccupa di fare quadrare i conti della ragioneria dello stato.
Tra coloro che hanno votato il provvedimento tocca persino udire qualche strampalata giustificazione: abbiamo votato sì, perché la proposta di legge (firmata in modo bipartisan) contiene delle eccezioni in cui si può sforare il pareggio di bilancio! Come diceva il saggio Wittgenstein “niente è così difficile come non ingannare se stessi”. Eppure bisognerebbe cercare di contenersi. L’articolo 6 della citata legge prevede che si può evitare il pareggio in caso di gravi calamità naturali, di aggressioni alla nazione, o in presenza di “periodi di grave recessione economica relativi anche all’area dell’euro”. E cosa sarebbe l’attuale per i nostri legislatori? Non siamo forse in recessione tecnica, visto che arretriamo da due trimestri? Eppure si vorrebbe raggiungere il pareggio di bilancio nel prossimo anno.
Chi decide allora sul grado di gravità della crisi in base al quale matura l’eccezione? Qualche ingenuo potrebbe pensare: la valutazione ponderata dei principali istituti economici europei. Invece no, la legge votata alla Camera e in arrivo al Senato, ha in serbo per noi un’ulteriore sorpresa. Infatti è ciascuna Camera che decide e autorizza lo “scostamento” dall’obbiettivo di pareggio e autorizza il “piano di rientro” con deliberazione adottata a maggioranza assoluta dei suoi componenti. Questi ultimi, come è noto – basterebbe guardare all’attuale composizione dei membri del Parlamento o scorrere gli stenografici dei loro discorsi – sono tutti esperti economisti, abili statistici, profondi matematici!
E’ davvero difficile immaginare un distacco più profondo tra l’attuale classe politica e la condizione reale della popolazione del paese. Se il dieci percento della popolazione italiana detiene da sola il 45,9% della ricchezza, significa che per incrementare il reddito del restante 90% non può bastare l’iniziativa del mercato. C’è evidentemente bisogno di una profonda riforma fiscale, tassazione patrimoniale in testa, che alleggerisca il lavoro da un carico insopportabile e colpisca le rendite finanziarie, ma soprattutto un incremento di buon intervento pubblico nei settori strategici dell’economia. Pensare che questo si possa fare con i fichi secchi, ovvero diminuendo la spesa e comprimendo il Pil, a causa della conseguente recessione, serve solo a fare aumentare il debito pubblico, che nel frattempo ha sfondato il muro dei 2mila miliardi.
Con tutto ciò è cominciato il tormentone della candidatura o meno di Mario Monti, presunto eroe di un risanamento che non c’è, se si guarda ai fondamentali dell’economia, dati della disoccupazione in primo luogo. Che Monti sia uomo delle elites del capitalismo europeo e internazionale non lo scopriamo da oggi. Infatti è membro del board europeo della Trilateral Commission e di diversi altri think thank del turbocapitalismo, lo stesso che ha trascinato l’Europa in una crisi più lunga e grave di quella degli anni Trenta. A lui era stato affidato il compito del risanamento e l’obiettivo è stato palesemente mancato, con buona pace di Napolitano. La relativa discesa dello spread deriva solo dalla decisione della Bce di acquistare i titoli, almeno quelli fino a tre anni, sul mercato finanziario. Ma questo effetto non durerà a lungo.
Le capacità di resistenza del nostro paese si stanno assottigliando, così come la quantità di risparmio messo da parte dalle famiglie. Quella candidatura, che sia semplice minaccia o reale intenzione, ha quindi un duplice reale scopo: dare qualche forza a un asfittico e confuso centro e spostare a destra l’asse dei progressisti e dei democratici. Le profferte di Bersani non si contano, così come i viaggi di Enrico Letta a Wall Street per rassicurare i mercati. Intanto si fanno nuove primarie. Ma chiunque verrà eletto si troverà di fronte una strada già tracciata. Cambiare si deve e se si può bisogna guardare a quello che succede a sinistra dei progressisti. Ma su questo tornerò la prossima volta.

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