domenica 30 dicembre 2012

L’estremismo, malattia infantile della nuova (vecchia) sinistra di Matteo Pucciarelli, Micromega



rivoluzionecivile
Alle prossime elezioni sarà presente una lista di sinistra alternativa sia al centrosinistra – il quale non metterà in discussione i vincoli di stampo neoliberista imposti da Bce e Fmi – che al Movimento Cinque Stelle – il quale nega l’esistenza di un processo globale di trasferimento delle risorse, dal basso verso l’alto. Candidato premier Antonio Ingroia.
Ma mentre fuori il mondo fa la guerra a una lista del genere (basti vedere il tam tam mediatico basato sul nulla: Piero Grasso il magistrato buono, l’ex pm di Palermo il magistrato cattivo),  dentro la stessa sinistra si riproduce, come un batterio autodistruttivo, la dinamica dei fratelli-coltelli. Proprio nel momento in cui servirebbe fare quadrato per raggiungere l’obiettivo, mettendo da parte i personali desiderata e le antipatie.
Il cliché, quello di sempre, viene puntualmente confermato: gruppi litigiosi tra loro, propensi a fare la guerra al vicino di banco dimenticando cosa succede all’esterno. Chi propende per i partiti, chi per la società civile, ognuno con le proprie ragioni irrinunciabili e con i propri paletti. Com’è facile far saltare il banco, ogni volta.
L’estremismo, «malattia infantile del comunismo», non è più tanto nelle idee quanto negli atteggiamenti. Nella incapacità di trovare una forma di mediazione, di considerare i rapporti di forza in campo e accettarli serenamente, di uscire da una visione del mondo idilliaca e di tornare con i piedi per terra considerando l’opportunità di cedere qualcosa a beneficio di un obiettivo che comunque migliorerebbe l’esistente.
È evidente come in una parte della sinistra sia ancora presente, più che forte che mai, la cultura dell’onorevole sconfitta, del massimalismo fine a sé stesso e della presunzione di possedere la pozione magica per risolvere i problemi del mondo.
La cultura dello spaccamento del capello in quattro, della bella testimonianza, è utile a chi non ha particolari bisogni di trasformazione della società. Come in passato: c’era chi giocava alla rivoluzione, c’era chi sperava davvero nella rivoluzione.

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