venerdì 21 novembre 2014

Il capitale disoccupato

disoccupato

"Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura, e quindi il valore di scambio deve cessare di essere la misura del valore d’uso. Il pluslavoro della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non-lavoro dei pochi ha cessato di essere la condizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana. Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla, e il processo di produzione materiale immediato viene a perdere anche la forma della miseria e dell’antagonismo." - Karl Marx - Grundrisse -

La tesi di Marx è priva di qualsiasi ambiguità: il capitalismo rimpiazza il lavoro con i macchinari, aumentando così la capacità produttiva del lavoro nel processo di produzione. Come risultato, viene immesso sempre meno lavoro nel processo produttivo; mentre il lavoratore agisce sempre più come sorvegliante e come regolatore del processo stesso: gradualmente, l'agente principale del processo produttivo diventa il capitale costante, prodotto per questo scopo. Nella misura in cui il lavoro degli operai cessa di essere la fonte primaria della ricchezza materiale, tale lavoro cessa anche di essere la misura di questa ricchezza materiale.
Sostanzialmente, il lavoro di milioni di lavoratori diverrebbe superfluo ai fini della produzione di ricchezza materiale; la forza lavoro immessa nel mercato diventerebbe ridondante; la compravendita di questa forza lavoro arriverebbe al capolinea e senza l'acquisto e la vendita della forza lavoro, il modo di produzione, che è, innanzitutto, l'acquisto ed il conseguente consumo di forza lavoro, si fermerebbe. Il lavoro di molti ed il non lavoro di pochi cesserebbe di essere la condizione necessaria per la produzione di ricchezza materiale. Una volta che la compravendita di forza lavoro cominciasse a diminuire, la produzione sulla base del valore di scambio collasserebbe.
In altre parole, Marx non aveva predetto solamente un ennesimo arresto economico periodico, bensì il collasso dell'occupazione salariata su una scala senza precedenti. La produzione di ricchezza materiale non avrebbe più richiesto la compravendita di forza lavoro sulla scala che si era resa fino ad allora necessaria. L'aumento della produttività del lavoro alla fine avrebbe reso obsoleto il lavoratore industriale. Sarebbe stata la fine di quelle lunghe ore passate ad avvitare il bullone A nella filettatura B, e milioni di lavoratori sarebbero stati congedati.
Fedele all'analisi di Marx, settant'anni dopo, il capitalismo si trovò precisamente nella situazione che Marx aveva predetto nei Grundrisse, quando scoppiò la Grande Depressione. Nel 1930, Keynes scrisse un saggio che sostanzialmente confermava la teoria marxiana:
Siamo affetti da una nuova malattia di cui alcuni lettori possono non aver ancora sentito il nome, ma di cui sentiranno spesso parlare negli anni a venire – chiamata disoccupazione tecnologica. Questo significa disoccupazione causata dalla scoperta di nuovi mezzi per economizzare sull’utilizzo del lavoro ad una velocità superiore a quella con la quale riusciamo a trovare nuove forme d’impiego.” - John Maynard Keynes - "Possibilità economiche per i nostri nipoti" - John Maynard Keynes - "Possibilità economiche per i nostri nipoti" -
Sebbene alcuni oggi vogliono presentarlo diversamente, Keynes non era un ammiratore di Marx. Non provava altro che disprezzo per Marx e per le "innaturali" simpatie di Marx nei confronti della classe operaia. Eppure Keynes non ha potuto fare a meno di pervenire alle stesse conclusioni di Marx, arrivando alla stessa diagnosi circa la "depressione". Con la sola differenza che Marx l'aveva diagnosticata settant'anni prima che avvenisse!
Marx non ha introdotto alcun agente cosciente nella sua argomentazione: il collasso della produzione sulla base del valore di scambio è il risultato delle stesse forze cieche che costringono i capitalisti ad introdurre macchinari sempre migliori nel processo di produzione di ricchezza materiale. La concorrenza fra i capitalisti forza ciascuno di loro ad introdurre o ad adottare sempre più macchinari, tecnologia e scienza per produrre, conservando un tasso medio di profitto. E' la stessa spinta competitiva a massimizzare i profitti che compromette la produzione sulla base del valore di scambio.
Marx non predice l'emergere di una "nuova società post-capitalista", nel suo "frammento sulle macchine". Predice, semplicemente, il crollo, o il collasso, della produzione che avviene sulla base del valore di scambio. Per essere ancora più chiari, non predice affatto il crollo del capitalismo!
Se il capitalismo è produzione di plusvalore, negli scritti di Marx, non viene affermato da nessuna parte, che la produzione di plusvalore avviene solamente sulla base del valore di scambio. Nel "Capitale", si afferma che la produzione di plusvalore può aver luogo anche se i beni vengono venduti al loro valore.
Quello che Marx predice nei Grundrisse, è il crollo della produzione sulla base del valore di scambio. Henryk Grossman riprenderà questa predizione nel 1929, nel suo saggio: ad un certo punto dello sviluppo delle forze produttive, le condizioni della produzione capitalista, come vengono descritte da Marx nel Capitale, devono essere violate se il sistema vuole continuare a registrare profitto.
"Oltrepassato un punto preciso nel tempo, il sistema non può continuare a vivere al tasso di plusvalore ipotizzato del 100%. Si verifica una carenza sempre maggiore di plusvalore e, nelle condizioni date, una continua sovraccumulazione. L'unica alternativa è quella di violare le condizioni postulate. I salari devono essere tagliati in modo da spingere il tasso di plusvalore a livelli ancora più alti. Il taglio dei salari non viene ad essere un fenomeno meramente temporale che svanisce una volta ristabilito l'equilibrio; esso dovrà essere continuo. O i salari vengono tagliati continuamente e periodicamente, o dev'essere istituito un esercito di riserva." - Henryk Grossman - Il crollo del capitalismo -
Grossman, sta dicendo sostanzialmente che ad un certo punto le condizioni per cui la forza lavoro viene acquistata al suo valore, vengono violate. La forza lavoro, una merce che ha un valore di scambio come tutte le altre merci, non può più essere venduta al suo valore. Ad un certo punto, il valore di scambio pagato per questa merce deve cadere al di sotto del suo valore, se il sistema vuole continuare a realizzare profitti. Marx era preciso su questo punto: "collasso nella produzione sulla base del valore di scambio". Da un certo momento in poi, nello sviluppo delle forze produttive, il profitto può essere mantenuto solamente forzando i salari ad abbassarsi al di sotto del valore della forza lavoro.
Ad un certo punto ben preciso dello sviluppo delle forze produttive, il capitale comincia a violare i presupposti di base, sui quali il capitale funziona!
Per accorgersi di questo, basta andare a guardare i dati a partire dagli anni 1970. Per 40 anni, i marxisti sono rimasti a guardare la classe operaia mentre sprofondava sempre più nella povertà, senza mai arrivare a fare praticamente questo genere di connessione.
Ci sono diversi modi per testare empiricamente la teoria di Marx circa il collasso della produzione sulla base del valore di scambio. Per esempio, si potrebbe guardare allo scostamento, sempre più crescente, dei prezzi delle merci nei confronti del loro valore come viene espresso in alcune "monete-merce". Ma questo non avviene, in quanto i marxisti hanno deciso anche che la teoria della moneta di Marx è un'altra stronzata. Ma allora, come si può comprovare o confutare la predizione marxiana, se non si mantiene la sua teoria della moneta, vale a dire il valore di scambio?!?
Chiaramente, Marx credeva che il collasso della produzione sulla base del valore di scambio avrebbe portato ad una disoccupazione diffusa e ad una crisi sociale. Milioni di lavoratori sarebbero stati resi superflui per la produzione di ricchezza materiale , in quanto l'accumulazione avrebbe portato - come viene affermato da Marx nel terzo Libro del Capitale - a "da una parte capitale disoccupato, e dall'altra popolazione lavoratrice disoccupata".

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