mercoledì 11 maggio 2016

Noi sì che valiamo, Il Simplicissimus

autostima

Non contiamo un amato un cazzo, ma in compenso valiamo. Valiamo come acquirenti di shampo, come animali da consumo, come ammiratori incondizionati di supposti “talenti”, come vittime di serie televisive, come citrulli dello chef, come mandrie da cinema e automi di telefonino. E’ la moderna antropologia occidentale che anestetizza attraverso il desiderio continuamente stimolato come fossimo topi da laboratorio, la condizione di servi della gleba del nuovo medioevo. Come cittadini siamo ridotti a zero, siamo indispensabili solo come indiretti produttori di profitti altrui, eppure non siamo in grado di svolgere la matassa di inganni e di inautentico che ci avvolge, anzi partecipiamo come comparse piene di entusiasmo e trepidazione al grande spettacolo. In ogni caso pensiamo positivo e invece di chiederci perché siamo precari o di lavoro non ne abbiamo proprio, disoccupati, perché le retribuzioni si fanno minuscole e le pensioni sono in pericolo costante, perché la ricchezza finisce solo in poche mani. non ci passa nemmeno per la mente di agire di conseguenza e porre un argine al masacro, preferiamo l’autoinganno non riuscendo ovviamente a superare decenni di esposizione al consumismo, all’egotismo, al conformismo e all’alienazione. Al culto dell’io nelle sue forme più tristi.
Così il disoccupato preferisce inventarsi un lavoro, il licenziato diventa consulente, la cameriera manager nel campo della ristorazione, il cuor contento pilota di droni, il protervo a una dimensione si accalca alle selezioni televisive di qualunque tipo e il venditore porta a porta si trasforma in imprenditore. Tutto questo pare più adeguato all’ideologia corrente, mentre l’analisi della propria condizione e delle sue cause è qualcosa divenuto sospetto: sum ergo non cogito. Queste le cose le conosciamo, le vediamo ce le raccontiamo come un groppo in gola che non vuole proprio andare giù. Ma uscire dalla rete del consenso è difficile ancor più che per i branzini perché un disarmante circolo vizioso chiude l’orizzonte: più siamo mediocri, più ciò che consumiamo diventa mediocre, e rassomiglia a un pastone per il truogolo del consenso, più attingiamo a questa fonte e più diventiamo miseri: ci facciamo fanatizzare come bambini da musica scritta al computer, assentiamo pensosi all’arte che ci viene suggerita da un meccanismo di arricchimento commerciale, siamo disposti a pensare che qualunque gadget banale sia un avanzamento tecnologico, le più trite ideuzze divengono incensate starup, battiamo le mani al talento che appena vent’anni fa sarebbe sembrato un dozzinale dilettante, viviamo immersi nell’immagine creata dal foro stenopeico della moda e del mercato che poi detta i suoi criteri anche al discorso pubblico e politico che mai era stato così rozzo, quasi primordiale come oggi, nel quale le parole stesse sono state svalutate a spiccioli buoni per ogni occasione e per ogni stagione o schieramento. E del resto cosa ci si potrebbe aspettare se in anni e anni di produzione, serie pseudo politiche sulle quali si forma la mentalità degli adolescenti e degli adulti mentalmente coetanei, non riescono ad esprimere un solo, unico, miserabile concetto politico?
Alla fine questa falsa dinamicità, questa autoreferenzialità del sistema non produrrà che un mondo scadente e grossolano, fondato sull’auto menzogna e sulle illusioni. Anzi lo sta già producendo da tempo mettendo le basi per il declino occidentale. Talvolta con esisti esilaranti come i presuntuosi brand fatti e pensati integralmente altrove, comprese le tecniche di stampa dei medesimi sugli oggetti del desiderio o le esultanze per l’ingresso nel settore spaziale dei privati, oggetto di un battage senza precedenti in Usa, salvo scoprire che questi utilizzavano i fondi di magazzino dell’industria spaziale sovietica, venduti a caro prezzo nonostante fossero modernariato degli anni ’60. Ma insomma basta vedere l’uniformità soffocante dalla quale siamo schiacciati per accorgersi cosa si muove dietro lo specchio. Cioè, absit iniuria verbis, dietro di noi che non ce ne accorgiamo impegnati come siamo ad amarci, a “fittarci” e affittarci senza requie.

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