giovedì 21 maggio 2015

Pensioni e scuola un’unica lezione di Massimo Villone, Il Manifesto



Sulle pen­sioni, una cosa è chiara. Che di osser­vare la sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale (70/2015) e trarne le con­se­guenze Renzi pro­prio non ha inten­zione. E come fa abi­tual­mente si nasconde die­tro un ingan­ne­vole gioco di spec­chi. Recu­pero, certo: ma non tutti, non tutto, non subito. Intanto, un obolo di 500 euro per 4 milioni di italiani.

Non vogliamo elar­gi­zioni gra­ziose e cari­ta­te­voli. Vogliamo il dovuto.

La Corte ha dichia­rato l’illegittimità costi­tu­zio­nale della norma che bloc­cava l’adeguamento (d.l. 201/2011). Dob­biamo allora ragio­nare distin­ta­mente per il pas­sato e per il futuro. Ful­mi­nata quella norma, i pen­sio­nati – tutti — hanno titolo all’adeguamento secondo le regole pre­e­si­stenti ille­git­ti­ma­mente modi­fi­cate. Da domani, tutti avranno diritto secondo le regole nuove che ver­ranno sta­bi­lite. Che a loro volta dovranno essere con­formi a Costi­tu­zione. Solo su que­sto può eser­ci­tarsi la ricerca di spi­ra­gli nella sen­tenza della Corte.
Men­tre per il futuro sarà pos­si­bile al legi­sla­tore un ambito discre­zio­nale nel defi­nire un ade­gua­mento diver­si­fi­cato per tutti, per alcuni, per fasce o quant’altro, nes­suno spa­zio sus­si­ste per il pas­sato. È dovuto a ognuno l’adeguamento che avrebbe dovuto essere effet­tuato e che invece non è stato cor­ri­spo­sto in base alla norma dichia­rata ille­git­tima. Sta­bi­lire ridut­ti­va­mente il recu­pero in base a norme nuove ora per allora è come rifiu­tarlo, in tutto o in parte. Uno Stato che rifiuta il recu­pero è come il debi­tore che rifiuta di ono­rare il suo debito.
Que­sto ci dicono il buon senso, l’onestà poli­tica, il diritto, i diritti, la Costi­tu­zione. Ma con que­sti valori la fre­quen­ta­zione del governo in carica è sal­tua­ria e occa­sio­nale. 
Il metodo l’abbiamo già visto in opera. Una comu­ni­ca­zione abile, qual­che men­zo­gna in senso stretto, pro­messe fatte sapendo che non saranno man­te­nute, soprat­tutto un bastone par­la­men­tare usato senza esi­ta­zioni con­tro ogni dis­senso. Ora, con le ele­zioni regio­nali alle porte, qual­che cau­tela in più. Ma alla fine i nodi riman­gono. Il recu­pero o c’è, o non c’è. Il pre­side sce­riffo o c’è o non c’è. I diritti sono rispet­tati o calpestati.

Ascol­tiamo tutti, dice Renzi, ma poi si decide. Quel che conta, come ripete osses­si­va­mente, è andare avanti. Ma dove, e come? Sulle riforme isti­tu­zio­nali la sen­si­bi­lità del paese è stata tor­pida e mar­gi­nale. Ma su pen­sioni e scuola abbiamo un ter­reno di con­fronto di massa. Non stu­pi­sce che i sin­da­cati abbiano alzato la testa, e per­fino la sini­stra Pd abbia smosso il sepol­cro e mostrato segni di vita.
Il punto è che abbiamo davanti una con­ce­zione del gover­nare che punta su un ascolto mera­mente vir­tuale da un lato, e sulla deci­sione nel cir­colo ristretto del pre­mier dall’altro. Non c’è ora, né potrà esserci in futuro, spa­zio per una effet­tiva par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica. Che non è solo avere il diritto di par­lare, ma anche – e soprat­tutto — avere il diritto di inci­dere sulle decisioni.
Si può mai rifor­mare la scuola con­tro il mondo della scuola? Si può non capire che l’indipendenza e l’autonomia di ogni docente sono il car­dine di una scuola con­forme alla Costi­tu­zione? E che non soprav­vi­vono se qual­siasi sog­getto – mono­cra­tico o col­le­giale che sia — può discre­zio­nal­mente disporre del posto di lavoro? È qui che cogliamo il nesso tra il gover­nare e le riforme isti­tu­zio­nali che sono state messe in campo. La ridu­zione degli spazi di rap­pre­sen­tanza poli­tica e di par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica, la domi­nanza dell’esecutivo e del pre­mier, la inve­sti­tura mag­gio­ri­ta­ria dro­gata nei numeri par­la­men­tari di un solo par­tito for­ni­scono la stru­men­ta­zione isti­tu­zio­nale neces­sa­ria per poli­ti­che regres­sive. Il par­tito della nazione offre il fon­da­mento politico.
La fase in atto dimo­stra che dall’interazione tra riforme e indi­rizzi di governo viene un esito in ultima ana­lisi con­ser­va­tore o per­sino per taluni versi rea­zio­na­rio, chiun­que sia al potere. Quel che rimane dei corpi inter­medi – sin­da­cati, par­titi, asso­cia­zio­ni­smi di ogni tipo – dovrebbe cogliere il nesso tra i pro­pri obiet­tivi e la lotta con­tro le riforme in atto, dal sistema elet­to­rale alla Costi­tu­zione, dalla scuola alla Rai. Diver­sa­mente, calerà sul paese una cappa di for­zato con­for­mi­smo governativo.

Dov’è l’Italia di Renzi, quella delle magni­fi­che sorti e pro­gres­sive? A quanto pare, gli ita­liani cre­dono a Crozza e non al pre­mier, e pen­sano che non esi­sta. L’Ocse in un Bet­ter Life Index cer­ti­fica l’opinione degli ita­liani sulla pro­pria qua­lità di vita. Tra 36 paesi ci col­lo­chiamo in coda. Die­tro di noi solo Giap­pone, Corea, Polo­nia, Slo­ve­nia, Tur­chia, Esto­nia, Unghe­ria, Por­to­gallo, Gre­cia. Ai primi posti paesi come Dani­marca, Islanda, Sviz­zera, Nor­ve­gia. Fa impres­sione vedere che siamo in basso soprat­tutto per il red­dito, la casa, il lavoro, l’istruzione, l’ambiente, l’impegno civile. Sem­bra di leg­gere la Parte I della Costi­tu­zione, che su que­sti temi è in spe­cie col­pita da poli­ti­che regres­sive e con­ser­va­trici per­ché richiede risorse e poli­ti­che attive per la pro­pria rea­liz­za­zione. La clas­si­fica Ocse ci dice che il rispetto pieno della Costi­tu­zione farebbe bene ai gover­nanti oltre che ai governati.
L’architettura isti­tu­zio­nale è deci­siva non solo per l’organizzazione dei poteri, ma anche per la tutela dei diritti che a quei poteri si chiede di rea­liz­zare. Il punto è che i costi­tuenti del 1948 ave­vano un pro­getto e guar­da­vano lon­tano. Men­tre l’Ocse non segue le com­par­sate tele­vi­sive e i twit­ter di Renzi. Evi­den­te­mente, gufi for­mato esportazione.

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