lunedì 14 ottobre 2013

La faglia della crisi passa per gli Stati Uniti di Claudio Conti, Contropiano.org


La faglia della crisi passa per gli Stati Uniti

Mentre in Italia ci si guarda l'ombelico
- grazie a un governo in bilico tra i conti della serva senza soldi e le ambasce per il povero Silvio che va a detenersi in casa - nel modo sta accadendo qualcosa di enorme. Segnali, ancora, ma decisamente forti ed evidenti, di un processo che appare ormai inarrestabile: la caduta dell'egemonia globale degli Stati Uniti.

Qui da noi se ne sono occupati in pochi (un libro appena uscito del compianto Gianfranco Bellini, La bolla del dollaro), ma quanto sta avvenendo negli Usa – alle prese con un braccio di ferro parlamentare apparentemente folle sul'innalzamento del tetto del debito federale – è qualcosa di più di un segnale.
Sappiamo da oltre 40 anni – agosto 1971, quando Nixon abbandona unilateralmente la parità tra oro e dollaro - che l'imperialismo statunitense utilizza un mezzo assai sbrigativo e parecchio criminale per risolvere i propri ricorrenti problemi finanziari o fiscali interni: stampa dollari e li mette in circolazione nel mondo. Insomma paga con carta di dubbio valore le merci fisiche che le occorrono, oltre a nutrire con quella stessa carta (ora elettronica) i mercati finanziari globali. Nessun altro paese può ricorrere a questa soluzione, perché immediatamente subirebbe una svalutazione tale da distruggerne le capacità di importazione, a meno di non accettare un'inflazione “importata” di dimensioni forse incontrollabili.
Il “potere sovrano” di stampare dollari deriva agli Stati Uniti dalla propria forza militare (è più facile fare accettare i propri “pagherò” di carta se hai un robusto randello in mano) e dalla posizione unica che il dollaro detiene sul mercato delle valute. Solo il dollaro infatti è al tempo stesso mezzo di scambio interno e internazionale, unità di misura di tutte le merci strategiche (materie prime e idrocarburi) e moneta di riserva internazionale, presente in quantità massicce anche nelle casse delle Banche centrali di altri paesi.
Ogni movimento del dollaro ha insomma effetti globali, ma ogni mossa viene decisa “nazionalisticamente”, come scelta del governo e della Federal Reserve (la banca centrale che lì non è affatto un potere indipendente dalla “politica”). Il mondo, da 40 anni, mugugna ma subisce, perché lo Zio Sam ha un sacco di armi e le usa con “generosità”.
Ma ogni ricetta ha un limite di applicazione. Questa facilità di trasferimento dei problemi interni sul resto del pianeta, esplosa senza più freni dopo la caduta dell'Orso Sovietico, ha incancrenito l'irresposanbilità fiscale e di bilancio di quel paese (ricordatevi dei Bush padre e figlio, che hanno ridotto le tasse per i più ricchi a una percentuale inferiore a quella riservata ai lavoratori dipendenti). Mentre le delocalizzazioni produttive (persino di componenti d'arma hi tech!) per inseguire il massimo profitto ne hanno sgonfiato progressivamente la potenza economica. La globalizzazione che tanto era servita a mettere il mondo al servizio del capitale finanziario basato soprattutto negli Usa (cittadella per definizione inespugnabile) si è rovesciata nel suo contrario. L'appiattimento dei salari e dei profitti verso la “media” - con quelli dei paesi emergenti in rapida crescita e quelli dei paesi “maturi” congelati per venti anni – ha reso meno sbilanciati i rapporti di forza tra aree monetarie e paesi in competizione. L'unicità Usa si trova così a fare i conti con partner-competitor sempre meno disposti a tollerare tutto sul piano “geostragico” e militare; e a riempirsi di titoli di stato Usa (i Treasuries) dal valore sempre più incerto e dal rendimento sempre molto risicato.
La Cina, naturalmente, è il paese che per molte ragioni può oggi permettersi di mostrare più nettamente questa insofferenza.
Coincidenza vuole, peraltro, che questa esibizione di “autonomia” rispetto agli Usa si manifesti nello stesso momento in cui l'ala più retrograda e ottusa dell'establishment statunitense – i Tea Party repubblicani – gioca con l'idea di lasciar fallire (”default”) lo Stato federale per costringere l'amministrazione Obama a “tagliare la spesa e le tasse”. Ovvero a moltiplicare l'irresponsabilità fiscale degli Usa nel momento stesso in cui il resto del mondo chiede conto – e pretende la fine – di questo comportamento. Per il buon motivo che un “default” statunitense avrebbe conseguenze immediate e colossali sull'economia globale.
Due articoli da leggere in parallelo, qui di seguito. Uno da Wall Street Italia e l'altro da La Stampa, vermente illuminanti. Allacciate le cinture, ci sarà da ballare parecchio. E non sarà divertente.
 
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Cina: "nuova valuta riserva e nuovo ordine mondiale"

Basta con il dollaro come moneta dominante. E' ora di "de-americanizzare il mondo", che sta ancora soffrendo per il disastro economico causato dalle lobby voraci di Wall Street.
di WSINEW YORK (WSI) - Cina sempre più irritata dallo stallo nelle trattative tra Democratici e Repubblicani Usa per evitare il default Usa. D'altronde, insieme al Giappone, il paese è il maggiore detentore di Treasuries americani e i dubbi sulla convenienza a puntare ancora su questo investimento sono sempre più insistenti. E così, nell'agenzia di stampa statale Xinhua appare un editoriale firmato da Liu Chang, che parla "del fallimento fiscale degli Stati Uniti" come un elemento che avalla la "de-americanizzazione del mondo", sostenendo che è arrivato il momento che il mondo consideri una nuova valuta di riserva "che deve essere creata per sostituire il dominio del dollaro, in modo tale che la comunità internazionale possa stare lontana dalle conseguenza del caos politico che si sta intensificando negli Stati Uniti". Ma le critiche non si fermano certo alla questione fiscale. Stando all'editoriale, da quando è emersa dal bagno di sangue della Seconda Guerra Mondiale come la nazione più potente del mondo, l'America ha tentato di creare un impero globale imponendo un ordine mondiale, alimentando la ripresa in Europa e incoraggiando cambi di regime in nazioni che non considera proprio amiche di Washington". In questo modo, continua l'articolo, l'America ha protetto i propri interessi "in ogni angolo del mondo, abituata a infiltrarsi negli affari di altri paesi e regioni". Il governo americano, che si è fatto portatore di alti valori morali, ma "ha nascosto episodi di cui si è reso responsabile, come "la tortura dei prigionieri di guerra, l'uccisione di civili attraverso attacchi con i droni, lo spionaggio dei leader mondiali". E ancora, si ricordano gli effetti della crisi finanziaria che nel 2007 ha travolto gli Stati Uniti e il mondo intero. "Washington ha abusato del suo status di superpotenza e ha introdotto maggior caos nel mondo nel trasferire i rischi finanziari nel resto del mondo, istigando tensioni in diverse aree per dispute territoriali". Il "mondo sta ancora arraccando per cercare di uscire dal disastro economico provocato dalle elite voraci di Wall Street, mentre le bombe e gli attentati sono diventati praticamente una routine quotidiana in Iraq, anni dopo che Washington ha dichiarato di aver liberato il popolo da un regime tirannico". In questa situazione, l'articolo invoca che "le economie emergenti e in via di sviluppo abbiano maggior voce nelle istituzioni finanziarie internazionali, inclusi la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale" e sottolinea che una riforma effettiva debba essere l'introduzione di una nuova valuta di riserva, che sostituisca il dollaro.
Da Wall Street Italia
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La Rivoluzione dei Tea Party: “Fallire salverà l’America”

Dietro la rigidità una scommessa estrema: così lo Stato sarà costretto a tagliare
 
Maurizio Molinari
corrispondente da NEW YORK
«Il default? È come la rivoluzione americana»: parlando ad un gruppo di colleghi sui gradini di Capitol Hill è il deputato repubblicano della Virginia Morgan Griffith che riassume la posizione del Tea Party sulla battaglia del debito che minaccia i mercati finanziari. «Dobbiamo compiere le nostre scelte guardando all’interesse di lungo termine degli Stati Uniti - dice Griffith - come fecero i patrioti che nel 1776 sfidando la Corona britannica, anche allora venne causato gran danno all’economia delle colonie, vi furono polemiche e forti contrarietà, ma il risultato nel lungo termine fu la nascita della più poderosa nazione della Terra».
Il default finanziario degli Stati Uniti non viene dunque vissuto come una catastrofe economica incombente bensì come un passaggio traumatico, necessario per riassestare i conti federali e rimettere in moto il Paese. «Non vi fate ingannare dal presidente Barack Obama - aggiunge Bryan Fischer, volto di punta dell’American Family Association, zoccolo duro della destra cristiana che si riconosce nel Tea Party - se il tetto del debito non verrà alzato non ci sarà alcun default».
Il leader indiscusso del Tea Party su tale fronte è Rand Paul, eletto senatore nel Kentucky alle elezioni di Midterm del 2010 che vide proprio l’affermazione di questa nuova anima della destra repubblicana, la cui priorità assoluta è il risanamento dei conti. «Parlare di default à da irresponsabili - ripete Paul nelle interviste ai talk show domenicali - perché gli americani versano ogni mese al governo 250 miliardi di dollari e gli interessi che paghiamo sul debito sono di 20 miliardi di dollari». Ovvero: il gettito fiscale è sufficiente a pagare l’esposizione debitoria e non c’è dunque alcuna ragione per aumentare il debito federale arrivato a 16.699 miliardi. La sfida di Rand Paul a Casa Bianca, Federal Reserve, Congresso ed economisti di mezzo mondo è da far tremare i polsi: «Usiamo le entrate fiscali per pagare gli interessi sul debito agli investitori stranieri, a cominciare da Cina e Giappone, dilazionando i pagamenti per Previdenza e Sanità grazie a un’amministrazione più accorta e in breve tempo risaneremo le finanze federali».
È un approccio che fa venire i brividi al ministero del Tesoro e alle agenzie di rating di Wall Street ma Ted Yoho, deputato del Tea Party della Florida, obietta che «personalmente ritengo sia vero l’esatto contrario, il default porterà stabilità sui mercati finanziari perché il mancato aumento del debito testimonierà la serietà degli Stati Uniti nel volerlo ridurre». Se dunque la Casa Bianca negozia con John Boehner, presidente repubblicano della Camera dei Rappresentanti, una formula per evitare il default la folta pattuglia di deputati del Tea Party - che al Senato ha Rand Paul e Tom Coburn dell’Oklahoma - punta in ben altra direzione. «Ci stanno imbevendo di informazioni fasulle - osserva Coburn - perché il tetto del debito non esiste, è solo una finzione per legittimare l’aumento illimitato della spesa federale». Da qui la conclusione di Mo Brooks, deputato dell’Alabama, che rilancia il verbo di Rand Paul: «Abbiamo entrate fiscali annuali pari a 10 volte gli obblighi del debito, mi spiegate come potremo mai fare ad andare in default?». E Joe Barton, eletto in Texas, manda a dire a Obama: «La smetta di dire bugie, i debiti saranno pagati ma senza aumentare l’esposizione nazionale, faremo ciò che lui non vuole, tagliare la spesa».
Rispetto a tali intenzioni e terminologia le mediazioni di Boehner, come della maggioranza dei senatori repubblicani, sulle settimane di estensione del tetto del debito appaiono preistoria. Ciò che prevale nell’agguerrita pattuglia del Tea Party è l’approccio di Ted Cruz, il combattivo deputato texano che parlando per 21 ore di fila nell’aula della Camera contro il finanziamento della riforma della Sanità di Obama ha dato il via alla battaglia su shutdown e default. Il cui primo intento è rivoluzionare le finanze federali anche se la prima conseguenza ha a che vedere con gli equilibri interni al partito repubblicano, delegittimandone la leadership. Si spiega così quanto sostiene il columnist conservatore del «New York Times» David Brooks: «Esistono oramai due partiti repubblicani, ed è giunta l’ora che si dividano».
Da La Stampa

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