venerdì 11 aprile 2014

Renzi, Grillo, Berlusconi. I tre populismi italiani

Italia. A unire i tre leader politici è l’obiettivo di parlare alla pancia dei cittadini esasperati e di intercettarne il consenso più semplice. Il più penalizzato è il capo di Forza Italia, rimasto ancorato al marketing delle televendite
 
faces-en-masse-boris-de-frietasRenzi, Grillo e Ber­lu­sconi rap­pre­sen­tano – con diverse incli­na­zioni e pro­spet­tive poli­ti­che – tre volti delle ner­va­ture popu­li­sti­che e ple­bei­ste che si sono dif­fuse nel corpo del paese in que­sti anni, di cui anche l’ormai appas­sita e decre­pita espres­sione di Bossi ha rap­pre­sen­tato per lungo tempo la ver­sione più feroce e gretta. Ovvia­mente il Pd – per la sua sto­ria, la sua base sociale e le sue posi­zioni – non è un par­tito popu­li­sta e sarebbe una grande scioc­chezza affer­marlo. Altret­tanto sciocco sarebbe dire che il movi­mento di Grillo sia un par­tito poli­tico o anche un più nobile movi­mento poli­tico. Per non par­lare di Forza Ita­lia, punto d’incontro tra gruppo padro­nale, agen­zia di mar­ke­ting e coa­cervo di comi­tati di nota­bili.
Ma c’è un segno che uni­sce la sto­ria di una parte signi­fi­ca­tiva delle lea­der­ship poli­ti­che (e delle classi diri­genti) di que­sto periodo della sto­ria poli­tica ita­liana: lo sci­vo­la­mento inces­sante nel vor­tice di una “poli­tica della pan­cia” che si pone l’obiettivo d’intercettare gli umori più imme­diati, il con­senso più sem­plice, gli slo­gan più accat­ti­vanti. Il pro­cesso è ini­ziato molti anni fa in Ita­lia e in tutto il mondo, quando si è pas­sati dalla demo­cra­zia della par­te­ci­pa­zione alla demo­cra­zia del gra­di­mento, men­tre i cittadini-elettori sono dive­nuti cittadini-consumatori che si tro­vano a sce­gliere nell’ambito dell’offerta poli­tica data il pro­dotto elet­to­rale più con­vin­cente o, se si vuole, accat­ti­vante. I lin­guaggi sono quelli del mar­ke­ting e della pub­bli­cità, la per­sua­sione è quella occulta e la par­te­ci­pa­zione (pas­siva, ete­ro­di­retta e vuota) è spesso dive­nuta sol­tanto il mi piace del pol­lice alzato di Face­book.
Renzi e Grillo si com­bat­tono su que­sto ter­reno più avan­zato (si fa per dire), men­tre Ber­lu­sconi è rima­sto – e anche per que­sto desti­nato a sci­vo­lare in gra­dua­to­ria – alle tec­ni­che datate della tele­ven­dita e di un mar­ke­ting che ottiene suc­cesso, solo o pre­va­len­te­mente, tra i pen­sio­nati ancora spau­riti dai cavalli dei cosac­chi a San Pie­tro. La sfida – non sem­pre, ma spesso – è tra chi la spara più grossa, non tra chi la spara diversa; tra chi è più cre­di­bile rispetto alla mede­sima pro­po­sta poli­tica. Nes­suno ha più una base sociale spe­ci­fica di rife­ri­mento, tutti hanno la stessa base elet­to­rale che viene con­tesa a colpi di spot e mes­saggi sem­pli­fi­cati.
Ovvia­mente ci sono i con­te­nuti, anche se popu­li­smo e ple­bei­smo sono non solo la forma, ma essi stessi il con­te­nuto degra­dato e aggres­sivo di una poli­tica che ha l’obiettivo di ren­dere super­flui i corpi inter­medi (per Grillo uno vale uno), per Renzi la con­cer­ta­zione va eli­mi­nata, per Ber­lu­sconi i corpi inter­medi sono mate­ria oscura) e sostan­zial­mente ridurre la deci­sione poli­tica al bri­co­lage di misure a effetto (dal punto di vista media­tico) den­tro un con­te­sto mai messo in discus­sione: quello neo­li­be­ri­sta pre­de­ter­mi­nato dall’altra cor­rente domi­nante del nostro tempo, oppo­sta e spe­cu­lare al popu­li­smo, la tec­no­cra­zia. Popu­li­smo e tec­no­cra­zia (il governo degli esperti e delle isti­tu­zioni mone­ta­rie e finan­zia­rie) si ten­gono alla fine per mano: i popu­li­sti – nono­stante le posi­zioni roboanti – sono subal­terni al modello neo­li­be­ri­sta (come le misure sul lavoro di Renzi) e a un’idea di società dove scom­pa­iono le classi e le dif­fe­renze sociali, gli inte­ressi mate­riali diver­genti, la poli­tica non solo come costru­zione dell’interesse col­let­tivo, ma come con­flitto e arena di con­fronto tra visioni gene­rali e pro­getti di società.
È evi­dente che Renzi e Grillo (non più Ber­lu­sconi) inter­pre­tano, nella società, una radi­cale voglia di cam­bia­mento che va com­presa e di cui farsi carico: se saprà emen­darsi dalla sem­pli­fi­ca­zione auto­ri­ta­ria (di cui abbiamo visto i segni nella riforma elet­to­rale e costi­tu­zio­nale) e dall’aggressività liqui­da­to­ria un po’ cra­xi­sta, la nou­velle vague di Renzi potrebbe essere messa al ser­vi­zio di un pro­getto di tra­sfor­ma­zione della società. Così come si pre­senta, al suo esor­dio, rischia di essere solo al ser­vi­zio di un’oscura tra­iet­to­ria per­so­nale, tutto som­mato com­pa­ti­bile con i vin­coli delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste (affatto messe in discus­sione nelle prime uscite euro­pee di Renzi), e al mas­simo fun­zio­nale a una moder­niz­za­zione new age, senza qua­lità né effetti sul cam­bia­mento vero di cui il paese ha bisogno.

Giulio Marcon - il manifesto

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