mercoledì 30 aprile 2014

Le imprese non creano il lavoro di Frédéric Lordon*, Le Monde Diplomatique

Non passa giorno senza che il governo francese dichiari fedeltà alle strategie economiche più liberiste: «politica dell’offerta», tagli alla spesa pubblica, stigmatizzazione degli «sprechi» e degli «abusi» nella previdenza sociale. Tanto che il padronato esita sulla condotta da tenere. E la destra confessa il proprio imbarazzo davanti a un tale livello di plagio…

InterstateBisogna aver esagerato con gli alcolici, che ci fanno sembrare sinuose tutte le strade, per vedere, come fa il coro quasi unanime dei commentatori, una svolta neoliberista nel «patto di responsabilità» di François Hollande (1). Senza innalzare troppo gli standard della sobrietà, la verità richiama piuttosto una di quelle affascinanti immagini di Jean-Pierre Raffarin (2): la strada è dritta e la discesa è ripida – molto ripida (e i freni non funzionano). In effetti, l’ossimoro del tornante rettilineo non fa che approfondire la logica del quinquennio, manifestatasi sin dai primi mesi. Una logica debole, che lascia trasparire strategie di disperazione e rinuncia. Le antiche propensioni al tradimento ideologico si mescolano con i calcoli smarriti del panico quando, avendo abbandonato del tutto il progetto di riorientare le disastrose politiche europee, e di conseguenza qualunque possibilità di ripresa, per salvarsi dal naufragio totale si vede solo la zattera della Medusa: «l’impresa» come provvidenza, cioè… il Movimento delle imprese di Francia (Medef) come scialuppa di salvataggio. Trovata geniale, mentre si sta per essere ingoiati dai flutti: «La sola cosa che non è stata tentata, è dar fiducia alle imprese (3)». Che bella idea! Dar fiducia alle «imprese»... Come ostaggi che danno fiducia ai rapitori e si gettano nelle loro braccia, senza dubbio convinti che l’amore chiama indubbiamente amore – e disarma le richieste di riscatto.
Contrariamente a quanto sosterrebbero all’unisono le schiere degli editorialisti, scandalizzati che si possa parlare di «presa d’ostaggio», non c’è un grammo di esagerazione nella parola che, anzi, è analiticamente dosata al meglio. È vero che l’alterazione della percezione che fa vedere le linee dritte come curve ben si accorda con quest’altra distorsione che porta a vedere delle «prese d’ostaggio» ovunque – da parte dei ferrovieri, dei postini, degli spazzini e più in generale di tutti quelli che si difendono come possono dalle ripetute aggressioni subite – ma non dove ce ne sono davvero. Perché il capitale ha per sé tutti i privilegi della lettera rubata di Edgar Allan Poe (4), e la sua presa d’ostaggio, evidente, enorme, è diventata invisibile proprio per la sua enormità ed evidenza. Come faceva notare Karl Marx, il capitalismo, cioè il lavoro salariato, è prendere in ostaggio la vita stessa! In un’economia monetaria fondata sulla divisione del lavoro, non c’è altra possibilità di riprodurre la vita se non con il denaro del salario… cioè ubbidendo al datore di lavoro. E, se non ci fosse stata la conquista importante dei sistemi di protezione sociale, non si vede cosa distinguerebbe il lavoro sotto il capitalismo da un puro e semplice «o così o crepa». Il capitale non prende in ostaggio solo la vita degli individui, una per una, ma anche (di fatto, nello stesso modo) la loro vita collettiva, che è l’oggetto della politica. Questa cattura risponde al principio di fondo secondo il quale l’intera riproduzione materiale, individuale e collettiva, è ormai entrata nella logica dell’accumulazione del capitale – la produzione dei beni e servizi che riproducono la vita è ormai realizzata solo da entità economiche dichiaratamente capitaliste e ben decise a operare unicamente con la logica della mercificazione per profitto. L’altro principio è la capacità di iniziativa di cui gode il capitale: il capitale finanziario ha l’iniziativa delle anticipazioni monetarie che finanziano le iniziative di spesa del capitale industriale, spese di investimento o spese per le assunzioni. Così le decisioni globali del capitale determinano le condizioni nelle quali i singoli trovano i mezzi – salariali – per la propria riproduzione. È questo potere di iniziativa, di impulso del ciclo produttivo, a conferire al capitale un ruolo strategico nell’insieme della struttura sociale; il ruolo del rapitore, dal momento che tutto il resto della società finisce per dipendere dalle sue decisioni e dalla sua buona volontà. Se non si accondiscende a tutte le sue richieste, il capitale praticherà lo sciopero degli investimenti – «sciopero»: non è forse una parola che nella testa dell’editorialista tipo scatena abitualmente l’associazione con «presa d’ostaggio»? Basta allora andare indietro nel tempo per misurare meglio l’efficacia dell’estorsione, dalla soppressione dell’autorizzazione amministrativa al licenziamento, a metà degli anni ’80, fino alle disposizioni scellerate dell’Accordo nazionale interprofessionale (Ani), passando per gli sgravi fiscali sulle società, la defiscalizzazione delle stock-options, i ripetuti attacchi al contratto a durata indeterminata (Cdi), il lavoro domenicale (5), ecc. La lista di bottini di guerra è gigantesca; ma bisogna capire che è destinata ad allungarsi all’infinito finché la potenza del capitale non sarà contrastata da una potenza della stessa scala di grandezza, ma di segno opposto, che d’autorità riporti alla moderazione il capitale, visto che esso non ha alcun senso dell’abuso, come dimostra la lista summenzionata. Ma la cosa peggiore, in tutta questa storia, è forse l’irrimediabile inanità della strategia di Hollande e dei suoi consiglieri, spiriti che sono del tutto colonizzati dal punto di vista Medef sul mondo e che come unico punto di partenza per tutte le loro riflessioni hanno la premessa, l’enunciato principe del neoliberismo, ovunque e da tutti ripetuto, entrato in tutte le teste come postulato: «Sono le imprese che creano il lavoro». Questo enunciato, punto nevralgico del neoliberismo, è la prima cosa da distruggere, come primo passo verso la liberazione dalla presa d’ostaggio da parte del capitale. In ogni caso, l’enunciato «le imprese non creano lavoro», non va considerato puramente empirico – anche se gli ultimi 20 anni lo confermerebbero in pieno. È un enunciato concettuale, la cui lettura corretta, del resto, non è «le imprese non creano lavoro», ma «le imprese non creano il lavoro». Le imprese non hanno alcun mezzo per creare da sole i posti di lavoro che offrono: questi derivano solo dall’osservazione del movimento dei loro ordinativi, che, ovviamente, non possono controllare del tutto, dal momento che vengono da fuori – cioè dalla volontà di spesa dei clienti, famiglie o altre imprese. In un momento di verità, accecante quando non intenzionale, è stato Jean-François Roubaud, presidente della Confederazione generale delle piccole e medie imprese (Cgpme) e san Giovanni Crisostomo, a parlare troppo, in un momento certo fatto per essere potentemente rivelatore: quello della discussione delle «contropartite». Come si sa, nel momento clou che precede la conclusione del «patto», il padronato giura sulla testa del mercato che saranno create centinaia di migliaia di posti di lavoro e, come si sa, nel momento immediatamente successivo alla conclusione del patto, di colpo non si è più sicuri di niente… Non perdiamo il controllo, in ogni caso bisogna che vi fidiate di noi. Ed ecco quel babbeo Robaud che svela tutto senza malizia né preavviso: «Bisogna che gli ordini arrivino…», risponde candidamente alla domanda «come contropartita, le imprese sono pronte ad assumere?» (6). Roubaud non è bugiardo! Se le imprese potessero da sé crearsi gli ordini, la cosa si saprebbe subito, e il gioco del capitalismo sarebbe di una semplicità sconcertante. Ma le imprese registrano ordini che hanno la possibilità di influenzare solo marginalmente (e niente del tutto, sulla scala aggregata, macroeconomica), perché questi dipendono unicamente dalla capacità di spesa dei loro clienti, la quale a sua volta dipende per l’appunto dagli ordini (7), e così via, fino a perdersi nella grande interdipendenza che fa il fascino del circuito economico. Con alcune variazioni, determinate dalla concorrenza fra imprese, la formazione dei registri degli ordinativi, che come ci ricorda – giustamente – Roubaud decide tutto, non dipende dunque dalle imprese singolarmente, ma dal processo macroeconomico generale. Le imprese, passive davanti a questa formazione degli ordini, che possono solo registrare, non creano dunque nessun posto di lavoro, ma semplicemente convertono in posti di lavoro la domanda di beni e servizi che viene loro rivolta, o che esse anticipano. Dunque, quel che l’ideologia padronale vorrebbe indurci a vedere come atto demiurgico che deve tutto alla potenza sovrana (e benefica) dell’imprenditore, è piuttosto, meno spettacolarmente, la meccanica del tutto eteronoma dell’offerta che risponde semplicemente alla domanda esterna. Si dirà tuttavia che le imprese sono diverse l’una dall’altra, che alcune riducono i prezzi più di altre, innovano di più ecc. Questo è vero, ma alla fine influenza solo la ripartizione fra le imprese della domanda globale… la quale rimane irrimediabilmente limitata dal reddito macroeconomico disponibile. Ma non è possibile andare a cercare all’esterno un surplus di domanda, al di là dei limiti del reddito interno? Sì. Ma il cuore dell’argomento rimane inalterato: con l’export come sul mercato interno, le imprese semplicemente registrano domande che, logicamente, non possono individualmente contribuire a formare, e si limiteranno (eventualmente) a convertire gli ordini in posti di lavoro. Non c’è nessun gesto «creatore», come invece vuol far credere l’ideologia padronale. Gli imprenditori e le imprese non creano nulla in materia di lavoro – il che non vuol dire che non facciano niente: si fanno concorrenza per catturare come possono i flussi di reddito-domanda, quello è il loro lavoro. Questo significa che non dobbiamo accondiscendere a tutte le loro stravaganti richieste come se possedessero il segreto della «creazione del lavoro». Non ce l’hanno affatto. Ma allora, se i posti di lavoro non sono creati dalle imprese, chi li crea? A chi dovrebbero andare le nostre cure e attenzioni? La risposta è che il «soggetto» della creazione dei posti di lavoro non va ricercato fra gli esseri umani; in verità, il soggetto è un non-soggetto; per meglio dire, questa creazione è l’effetto di un processo senza soggetto, meglio noto come congiuntura economica – certo, che delusione per chi si aspettava l’ingresso in scena di un eroe. La congiuntura economica in effetti è questo meccanismo sociale d’insieme mediante il quale si formano al tempo stesso i redditi, le spese globali e la produzione. È un effetto di composizione, la sintesi indeterminata di miriadi di decisioni individuali, quelle delle famiglie che consumano anziché risparmiare, quelle delle imprese che lanceranno o no degli investimenti. È un dramma, per il pensiero liberista eroicizzante: bisogna infatti avere la saggezza intellettuale di interessarsi a un processo impersonale. Ma è possibile, e anche in modo molto concreto! Infatti la congiuntura è un processo che, in una certa misura, si lascia pilotare. E l’oggetto di quest’azione è proprio quel che si chiama politica macroeconomica. Ma il governo «socialista», che si è piegato in modo consenziente ai vincoli europei, ha abdicato a ogni velleità in materia. Non gli rimane dunque che precipitarsi con tutti gli altri lungo il pendio dell’ideologia liberista d’impresa, per plasmare il potente ragionamento secondo cui «visto che sono le imprese a creare i posti di lavoro, dobbiamo essere molto gentili con le imprese». Questa corbelleria si è ormai incistata così profondamente, a giudicare dalla velocità con la quale esce dalla bocca dell’editorialista tipo, che sradicarla richiederà tempo. Ma la politica si comporterà meglio, cioè in modo più razionale, quando i suoi discorsi cominceranno a essere un po’ depurati da tutte le contro-verità manifeste, e manifestamente legate a un punto di vista molto particolare sull’economia; e quando saranno stati disattivati gli schemi di pensiero automatici comandati da queste contro-verità. Le imprese non creano il lavoro: esse «operano» il lavoro determinato dalla congiuntura. Se si vuole del lavoro, occorre interessarsi alla congiuntura, non alle imprese. Ma è duro farlo entrare in una testa «socialista»… È vero che, nel quadro del programma delle conversioni simboliche necessarie, occorre anche abbandonare l’abitudine automatica di considerare di sinistra il Partito socialista e identificare (in modo davvero sconsiderato) la sinistra con il Partito socialista. Quando invece il Partito socialista – che del resto, ricordiamolo, si sforza abbastanza di smontare questo luogo comune – è la destra, ma una destra complessata. E a proposito della destra, visto come vanno le cose, presto ci si dovrà chiedere quali complessi le rimangano, esattamente…
* Economista. Ultima opera: La Malfaçon. Monnaie européenne et souveraineté démocratique, Les Liens qui libèrent, Parigi, 2014 (in uscita il 26 marzo 2014).
note:
 
(1) Proposto da Hollande in gennaio, il «patto di responsabilità» offre alle imprese un alleggerimento dei contributi sociali pari a 30 miliardi di euro…nella speranza che queste vorranno, in cambio, creare posti di lavoro.
(2) Quando era primo ministro di Jacques Chirac, fra il 2002 e il 2005.
(3) Matthias Fekl, deputato vicino a Pierre Moscovici, citato da Lénaïg Bredoux e Stéphane Alliès, «L’accord sur l’emploi fracture la gauche», Mediapart, 6 marzo 2013.
(4) Nel racconto di Edgar Allan Poe La lettera rubata (1844), tutti i protagonisti cercano febbrilmente un biglietto di importanza decisiva pensando che sia nascosto, mentre è in bella evidenza su una scrivania.
(5) Si legga Gilles Balbastre, «Lavoro domenicale: l’eterno ritornello», Le Monde diplomatique/il manifesto, novembre 2013.
(6) «Jean-François Roubaud: “Il faut passer au plus vite aux actes, avec des mesures immédiates”», Les Echos, Parigi, 3 gennaio 2014.
(7) Ordinativi di lavoro per i nuclei familiari salariati, ordinativi di beni e servizi per le imprese clienti. (Traduzione di M.C.)

Nessun commento: