sabato 12 aprile 2014

Europa, chi? di Piero Pagliani

1. L’Europa al passaggio di fase della crisi sistemica

Il dibattito riguardo l’Euro e l'Europa non può essere avulso dalle ipotesi di evoluzione della coppia finanziarizzazione-globalizzazione e quindi dallo stato delle condizioni sistemiche mondiali. In secondo luogo non può essere scisso dall’analisi delle attuali caratteristiche economiche, lavorative, culturali e politiche delle classi (caratteristiche quindi sia “strutturali” sia “sovrastrutturali”, per usare una comoda ma a volte fuorviante classificazione). Solo in questo modo si possono analizzare le opzioni sull’Europa in base ai tre criteri minimi con cui dovrebbero essere valutate: la loro ricaduta sull’interesse nazionale, quella sull’interesse di classe e la loro praticabilità politica.

Nel mio libro on-line “ Al cuore della Terra e ritorno ” ho avanzato l’ipotesi che la prossima stagione della crisi sistemica sarà caratterizzata da un processo di definanziarizzazione e deglobalizzazione, o più precisamente di revisione del circolo finanziarizzazione-globalizzazione come si è imposto dal Volcker shock del 1979 in poi. Come ogni ipotesi deve essere continuamente rivista alla luce delle crescenti convulsioni della crisi.
Molto schematicamente, essa deriva dalla teoria del valore di Marx.
Da questa teoria si può dedurre che la finanziarizzazione attuale ha un sostegno eminentemente politico (in questo caso si potrebbe proprio dire “biopolitico”) mentre il suo supporto materiale è costituito dall’accumulazione per rapina inter-nazionale e dalla lotta di classe dall’alto, che è una rapina intra-nazionale che coinvolge oltre a quasi tutti gli strati salariati anche la gran parte del ceto medio, due rapine finalizzate alla riduzione della quota di rendita che eccede il plusvalore prodotto1. Questo è solo l’aspetto riguardante i riflussi monetari a cui bisogna affiancare quello istituzionale-normativo riguardante le “regole” che favoriscono il ciclo di autovalorizzazione breve D-D’ (da denaro a denaro accresciuto senza passare per investimenti in commercio e industria), quelle che ad esempio allungano le “leve finanziarie”, o che tassano più il lavoro e il profitto delle rendite finanziarie, o che legittimano i conflitti d’interesse tra attività d’investimento e attività commerciali.
La coppia globalizzazione-finanziarizzazione ha permesso di intercettare il valore reale creato mondialmente, specialmente al di fuori dei centri capitalistici storici. Essa però ha fatto emergere competitor indipendenti dal sistema di potere mondiale degli Usa, in cui l’Europa è invece inserita, che hanno iniziato a incrinare in vari punti quel meccanismo, basato sul Dollaro. Segnali di ciò sono gli scambi all’interno dei Brics eseguiti in valute nazionali o il progetto di nuova Banca per lo Sviluppo, così come lo sono i tentativi di denominare in altre valute (Euro) beni strategici come il greggio o lo spostamento verso attività non denominate in dollari di riserve gigantesche come quelle cinesi.
Stanti così le cose, la definanziarizzazione di cui parlavo non è un esito “naturale” bensì è dettata dalle variazioni degli scenari geopolitici e politici e dal modo in cui si configurerà in questi scenari la produzione di valore e di plusvalore mondiale (e qui si innesta anche il tema ecologico).
Il ciclo finanziarizzazione-globalizzazione è stato sostenuto finora da quella che ho chiamato “finanziarizzazione di Stato”, cioè lo svincolo del Dollaro da ogni forma di riferimento metallico e il suo aggancio esclusivo alla potenza politica, diplomatica, culturale e militare degli Usa. Quindi l’indebolimento politico-finanziario del Dollaro può verosimilmente tradursi in una insostenibilità dei meccanismi del ciclo finanziarizzazione-globalizzazione2. Io, per lo meno, la vedo così. Posso sbagliarmi e infatti considero il mio libro solo un abbozzo di lettura della crisi, non certo una proposta di spiegazione definitiva. Un abbozzo influenzato dalle contraddizioni della crisi sistemica stessa. Ho cercato di dare un ordine logico a queste contraddizioni a partire dalla dialettica interno/esterno, ma sono consapevole che il risultato è incompiuto e meno che meno coerentizzato.
Tuttavia se la mia ipotesi di “finanziarizzazione di Stato” è vera, allora, per parafrasare il Segretario al Tesoro di Nixon, John Connally, si può dire che gli Stati Uniti sono il loro stato-nazione ma il nostro problema, così che i temi dell’antimperialismo e dei rapporti tra contraddizioni principali e contraddizioni secondarie non possono essere licenziati con sufficienza o guardati con sospetto come semplici scuse per ritorni di fiamma nazionalisti. Questi temi, al contrario, sono parte integrante di ogni discorso di definanziarizzazione progettuale democratica. Non solo, se questo è vero anche il sistema sub-imperialistico europeo che fa perno sulla Germania rientra nello stesso ordine di problemi.
Da ciò si capisce che il problema “sovranità vs imperialismo” seppur formulabile in modo relativamente semplice, non ha soluzioni semplici (banalmente perché le contraddizioni secondarie rimangono pur sempre contraddizioni).


2. L’Europa nello snodo tra globalizzazione e deglobalizzazione

Per ritornare al tema “definanziarizzazione”, l’ipotesi coniugata, la “deglobalizzazione”, ovvero la ridistribuzione dello spazio globale in nuovi compartimenti, cioè in nuove aree economico-geopolitiche distinte (il Transatlantic Trade and Investment Partnership, o Ttip, è in vista di ciò), non esclude che al loro interno persisteranno meccanismi di finanziarizzazione. Anzi, il restringersi degli spazi esterni potrebbe peggiorare la crisi di sovraccumulazione limitando le possibilità di deleveraging non traumatico. Quindi si può ragionevolmente pensare che verranno escogitati nuovi meccanismi finanziari nella speranza di tenere in vita il moribondo in attesa che capiti qualche miracolo e nel frattempo si cercherà di renderli capitalisticamente più plausibili inglobando negli asset finanziari sempre più valore realmente creato, di nuovo tramite rapine di classe intra-nazionali e, ove ancora possibile (ad esempio in Africa o a spese dei Paesi capitalistici politicamente più deboli) con rapine imperialistiche inter-nazionali. Infine utilizzando zone non ancora sfruttate della biosfera; chiamiamola rapina ecologica. In tutti e tre i casi uno degli effetti sperati è il contrasto alla caduta del saggio di profitto, ma come vedremo le modalità con cui vengono ricercati possono interferire con questo obiettivo. Al contempo sono convinto che si porrà mano all’aspetto istituzionale-normativo per rimettere in qualche misura sotto controllo il ciclo D-D’ ormai insostenibile.
La recente decisione del Gruppo dei Governatori e dei Capi della vigilanza (GHOS) sull’indice di leva finanziaria mi sembra, di primo acchito, che faccia proprio la prima cosa per le banche europee eurizzate, mentre il concomitante appoggio del presidente della Consob al ripristino della separazione tra l’attività di banca commerciale e quella di banca d’investimento indica che anche ai piani alti si sente la necessità di porre dei limiti alla finanziarizzazione 3 . Un processo contraddittorio e contrastato, come ho scritto, che in più non sarà ecumenico ma seguirà le ramificazioni della gerarchia di differenziali di sviluppo e di differenziali politici su cui si è basato il sistema capitalistico in ogni sua fase, per scaricare il più possibile sugli altri i costi altissimi di questo processo 4 .
Occorre qui sottolineare che c’è un disallineamento tra le normative europee e quelle statunitensi in tema finanziario, essendo le seconde più restrittive 5 . Si può infatti notare che l’Europa ha regolarmente sopravanzato i meccanismi di finanziarizzazione statunitensi per cercare di superare il gap dovuto alla sua subordinazione politica.
Ad ogni modo, ambiti di manovra più ristretti condurranno verosimilmente ad esplosioni di definanziarizzazione violenta (lo scoppio della bolla della New Economy e della bolla dei subprime sono esempi di tali esplosioni).


3.
Il lascito della globalizzazione. I: privatizzazioni, finanziarizzazione, sfaldamento delle borghesie nazionali e liquefazione della società in Occidente

Il percorso sarà molto accidentato, anche per via delle lotte per accaparrarsi le fette più succulenti di ciò che rimane del dominio pubblico. Ragion per cui è da prevedere un ulteriore giro di privatizzazioni. Oltre a quelle annunciate dal nuovo governo, in Italia si pensi a istituti come la Cassa Depositi e Prestiti, alle manovre attorno a Bankitalia, ad asset strategici come Eni e Finmeccanica, infine alle dismissioni progressive di servizi pubblici come Sanità e Istruzione alle quali corrisponderà una loro finanziarizzazione tramite l’obbligatorio ricorso ad assicurazioni e a prestiti (bisogna sottolineare, per chi ancora nutrisse illusioni politiche, che per le pensioni questo processo è stato iniziato dal centrosinistra di Prodi). Ciò che possiamo senza esagerazione definire “finanziarizzazione dei diritti costituzionali”.
Uno degli effetti collaterali di questa finanziarizzazione di servizi e di bisogni primari come la casa, è l’induzione nei ceti subordinati di una sorta di complicità coi meccanismi finanziari, ovvero il rendere compartecipi le vittime degli interessi dei loro aguzzini, ciò che può essere definita una “finanziarizzazione delle masse” che comporta una loro denazionalizzazione e declassizzazione. Il risultato è ciò che è stata definita “società liquida”, termine che dal mio punto di vista denota una società sempre meno strutturata in classi, che fa propri il senso comune, i termini, i concetti e i miti di un avversario che invece le contrappone un modo di produzione sempre più di classe e la sua crisi. Questa asimmetria è uno dei principali problemi politici e culturali da affrontare.
Un altro effetto generale della finanziarizzazione è stato lo sfaldamento delle borghesie nazionali, sempre più invischiate nella finanza internazionale. Anche questo sfaldamento segue le gerarchie sistemiche che fanno capo agli Usa e alla sua finanziarizzazione di Stato. Tuttavia, proprio questa strutturazione gerarchica fa sì che sarebbe un errore pensare che non esista più un interesse nazionale. Anche in questo caso l’asimmetria che ne risulta si manifesta come un serio problema politico e anche teorico. Quello teorico è sostanzialmente la trappola di pensare di essere in presenza di una forma di ultraimperialismo governato dai poteri finanziari, come a suo tempo aveva ipotizzato Kautsky. In realtà le forti tensioni finanziarie, commerciali e valutarie dimostrano che la struttura gerarchica (che ai livelli superiori è composta da uno Stato imperiale, gli Usa, da un vicereame, la UE, e da un Territorio a statuto speciale, il Giappone, cioè la “triade” di cui parla Samir Amin) è sempre fonte di conflitti e che l’entità di questi conflitti è collegata al grado di autonomia politica che i contendenti hanno rispetto agli Usa. A ciò è connesso un importante problema politico: come si manifesta questo interesse nazionale?


4.
Il lascito della globalizzazione II: dalla finanziarizzazione al nuovo interesse nazionale in Occidente e nel resto del mondo

L’interesse nazionale non si manifesta allo stesso modo in tutto il mondo. Negli stati-nazione più indipendenti dal potere imperiale statunitense, che è ancora quello di riferimento nonostante le esagerazioni sulla sua decadenza, esso è collegato agli interessi delle (emergenti) borghesie nazionali, anche se in modo ben diverso da quanto accadeva nell’Ottocento durante la formazione degli stati nazionali borghesi occidentali. La differenza è che queste nuove borghesie nazionali portano su di sé il marchio della globalizzazione, perché con essa sono emerse, e quindi della finanziarizzazione. La finanziarizzazione griffata Usa è quindi un’arma di grande potenza, un altro dei motivi che fanno ritenere la definanziarizzazione un processo a) di natura politica, b) non lineare, c) dipendente dalla struttura gerarchica sistemica e dalle sue inevitabili variazioni, e quindi d) dipendente da come viene ricompartimentalizzato lo spazio geo-socio-ecologico mondiale.
Lo sviluppo dei mercati interni dei Paesi emergenti, sempre se sarà “ecologicamente” possibile, potrebbe cancellare in parte quel marchio. Anche in questo caso occorre però stare attenti alle modalità di quello sviluppo che potrebbe dipendere da una internazionalizzazione di capitali finora nazionali (cosa che io chiamo “iperfinanziarizzazione” vedi oltre al punto § 5 ). Molto diversa la prospettiva se quello sviluppo avviene invece sotto un’esplicita direzione politica che svolga anche la funzione di protezionismo politico come finora è avvenuto in Russia e in Cina 6 . Da qui le continue accuse occidentali di mancanza di democrazia e di autoritarismo e il continuo tentativo di fare attorno a questi Paesi il prato inglese (le aggressioni e le crisi in Libia, Siria, Iran, Tibet, Xinjiang, Myanmar, Balcani, Ucraina, tanto per citarne alcune clamorose, pur con tutte le loro specificità locali rientrano in questa strategia o da essa sono sfruttate).
Non bisogna tuttavia pensare che i governi anche di immense Potenze, come la Russia e la Cina, e nemmeno quello degli Stati Uniti, abbiano possibilità di manovra illimitate. Essi devono sempre fare i conti coi vincoli economici pena tagliare l’erba sotto i piedi al proprio potere e quindi alla propria possibilità d’intervento e di guida. Viceversa i vincoli economici non sono il frutto esclusivo di dinamiche neutrali e dipendenti da un numero limitato di parametri, ma in essi intervengono, e pesantemente, anche fattori di carattere politico e, con sempre maggior peso, di carattere ecologico.
Il ruolo rilevante della decisione politica, riconferma che lo sviluppo dei processi di definanziarizzazione-deglobalizzazione non sarà determinato da “leggi” e quindi i suoi passaggi saranno difficilmente prevedibili.
Se quanto abbiamo detto sopra è innanzitutto rilevante per i Paesi emergenti, tuttavia anche i Paesi di antico sviluppo capitalistico e infeudati al sistema di potere statunitense e in subordine europeo hanno un interesse nazionale. Il discorso è lungo, ma si può sintetizzare affermando che tale interesse ha come “corrispettivo oggettivo” il capitale sociale fissato in uno stato-nazione. Questo concetto non deve limitarsi alle infrastrutture ma deve denotare in generale la ricchezza (capitalistica e non) accumulata in una nazione. Essa comprende le infrastrutture, ma anche i macchinari, i laboratori di ricerca, le scuole e le università e persino beni più immateriali come le competenze scientifiche e lavorative o la cultura e le ricchezze artistiche e paesaggistiche. In qualche misura potrebbe comprendere anche le riserve auree. Non solo, anche la coesione sociale rientra nel discorso, così come le istituzioni, perché le capacità di gestione delle dinamiche politico-sociali fanno parte della ricchezza di una nazione 7 . Ora, il punto è che nelle nazioni europee la sfilacciata borghesia nazionale non è più la custode di questo capitale sociale fisso. Il tradimento dei patti costituzionali nazionali ne è forse l’esempio più macroscopico ed ha una portata storica. La conseguenza logica è che la difesa dei patti costituzionali e del capitale sociale fisso dovrebbe a questo punto essere presa in carico dalle classi subalterne, dai salariati e da quegli strati medi professionali e produttivi che dalla finanziarizzazione ricevono briciole o danni (e che a volte ingenuamente vengono quantificati come “il 99%”, vedi i movimenti “occupy”). Il punto politico è allora: quali soggetti hanno la forza e la capacità di assumersi un compito che finora è stato svolto dalle borghesie nazionali? Detta in altri termini, come è possibile difendere gli interessi di uno stato nazionale in assenza di una borghesia nazionale? Tale situazione di doppia contraddizione, cioè A) rapporti di produzione classisti vs destrutturazione di classe della società e B) persistenza di un interesse nazionale vs metamorfosi della borghesia nazionale in borghesia cosmopolita, è irreversibile o è transitoria? Come si vede siamo in assenza di analisi soddisfacenti, in particolare quelle riguardanti le dinamiche di classe in Italia e in Europa.
E’ un punto che ha serie e dirette conseguenze sia sulle ipotesi di “rinazionalizzazione” dell’economia, della finanza, della politica e della democrazia, sia su quelle opposte di loro ulteriore europeizzazione.


5. L’Europa nel sistema-mondo al bivio tra definanziarizzazione e iperfinanziarizzazione

Non bisogna identificare “privatizzazioni” con “finanziarizzazione”; e nemmeno la finanziarizzazione dei servizi con la finanziarizzazione tout-court. Le privatizzazioni e la finanziarizzazione del welfare non sono un modo di emettere cambiali su cambiali, per dirla in termini d’antan; possono assumere quest’aspetto (si pensi al leveraged buyout), ma quel che conta in questo caso è che costituiscono un modo per “strizzare” i redditi e i risparmi così che vadano a riempire i “buchi finanziari” creati. In un certo senso, come si è detto, sono forme di definanziarizzazione, anche se sicuramente non quella a cui noi aspiriamo. La lettura di questi processi quindi non sarà semplice e il puro aspetto economico-finanziario potrebbe ingannare se non gli si affianca quello politico e sociale.
La definanziarizzazione sul piano istituzionale-normativo potrebbe essere rallentata anche dalla grande inerzia dei meccanismi e delle istituzioni finanziarie. Questa inerzia è un dato empirico ricordato da Giovanni Arrighi che, a mio avviso, è legato alla scala dei fenomeni, molto maggiore rispetto a quella dell’economia reale, alla loro complessità e al ruolo preminente della finanza nel modo di produzione capitalistico.
Purtroppo, ci ricorda sempre Arrighi, finora la definanziarizzazione si è sempre accompagnata a guerre mondiali (il che, detto incidentalmente, vuol dire che una soluzione locale alla finanziarizzazione può forse esserci ma solo se protetta da provvedimenti politici, diciamo “molto decisi”. Può anche non piacere, ma è così).
Oggi i venti di guerra spirano da tutte le parti. C’è chi sostiene che i grandi contendenti come la Cina, la Russia e gli Usa cercheranno in tutti i modi di evitare un conflitto globale. Ma fino a quando ciò sarà possibile senza rovesciare il “fine ristretto” del capitalismo, cioè l’accumulazione senza (un) fine? E dato che l’unico fine visibile dell’accumulazione capitalistica è l’accumulazione di potere che a sua volta serve all’accumulazione di capitale, come si può evitare la catastrofe se non si scardina questo doppio meccanismo? E il primo passo per far ciò non dovrebbe essere una redistribuzione del potere politico e finanziario globale? E come si fa a ridistribuirlo? In molti parlano di nuova Bretton Woods, rievocando il “bancor” proposto all’epoca da Keynes e rifiutato dagli Usa. Una variante a questo scenario sarebbe un ritorno di fatto al gold-standard. Va in questa direzione la corsa all’oro della Cina o i piani della Germania per recuperare il controllo fisico del proprio oro, oggi suddiviso tra diverse giurisdizioni statali? E come reagirebbero gli Usa che secondo alcuni si sono sbarazzati delle proprie riserve di Fort Knox (e probabilmente anche di quelle non sue, come ad esempio quelle tedesche)? Forse con un’altra variante, cioè con l’assorbimento dei capitali cinesi, primi tra tutti quelli detenuti dalla Banca del Popolo, nei giochi finanziari internazionali, aiutando così la Cina a ridurre i propri investimenti e ad ampliare il proprio mercato interno dei beni di consumo, mantenendo al contempo l’egemonia del Dollaro. Trattati come la Trans-Pacific Strategic Economic Partnership (Tpp) e il citato Ttip sono fatte in vista di questo scenario? In termini più generali, questa iperfinanziarizzazione mondiale e non più transnazionale sarebbe in contrasto con la ricompartimentalizzazione del sistema-mondo o no? Si può rispondere “no” se si pensa che l’eventuale iperfinanziarizzazione mondiale funzionerebbe ancora allo stesso modo e con le stesse finalità dal vecchio circuito finanziarizzazione-globalizzazione. Ma ciò è discutibile, perché quest’ultimo presupponeva una particolare divisione del lavoro internazionale, sia economica sia finanziaria, mentre, ad esempio, sgravare i capitali cinesi dall’obbligo degli investimenti avrebbe come effetto l’aumento dei consumi finali interni, cosa che ricentrerebbe sulla Cina gran parte della sua produzione. Ma la domanda forse preliminare è: accetterebbe la Cina di cedere buona parte della sua “sovranità finanziaria”? Se sì, quali contromisure politiche attuerebbe? E, prima ancora: quali potrebbe attuare? Riuscirebbe anche lei a sospendere le incompatibilità descritte dal Triangolo Impossibile di Mundell e Fleming, come sta facendo gli Stati Uniti da oltre quarant’anni ? In che modo? Quanti Paesi le possono sospendere contemporaneamente in un sistema-mondo? O sono tutte domande inutili perché la Cina deciderebbe di punto in bianco “to give up”?
La complessità del quadro è così ampia che non è chiaro se potrà effettivamente essere controllata, ancorché da parte di Stati giganteschi e organizzati come la Cina e gli Usa. Tuttavia, quando si parla di Euro ed Europa sarebbe necessario considerare questi aspetti riguardanti il sistema-mondo. E per capire le modalità di un eventuale riordino finanziario e monetario mondiale, occorre ricordarsi che Bretton Woods aveva due gambe, una economico-finanziaria e una politico-militare. Ma alla seconda quasi nessuno pone attenzione.


6. L’Europa e il controllo progettuale democratico dell’economia e della finanza

Negli Usa, ha ricordato di recente Michael Hudson, gli hedge funds comprano massicciamente case a un prezzo scontato così che le ipoteche e i prezzi degli affitti salgono, “strizzando” i redditi delle persone. Ciò avviene anche in Australia, un altro Paese che è stato caratterizzato da una grande bolla immobiliare. Anche questa può essere vista come una forma di “definanziarizzazione violenta”, in quanto fa crescere la parte di “valore reale” incorporata nei derivati spostando verso di essi una quota maggiore dei redditi provenienti da attività lavorativa, cioè una parte maggiore del valore e del plusvalore realmente creati.
Sono stratagemmi antipopolari e para criminali dettati dal fatto che la finanziarizzazione occidentale è ormai a livelli stratosfericamente superiori alla ricchezza prodotta e alle necessità di “leverage” dell’economia (capitalistica) reale 8 .
La “definanziarizzazione violenta”, o “definanziarizzazione dall’alto” o, ancora, la “definanziarizzazione di mercato” - per tenerla distinta da una definanziarizzazione guidata da un processo di controllo politico progettuale democratico dell’economia e della finanza (e i due aspetti non possono essere disgiunti) - questo tipo di definanziarizzazione, come ho sopra accennato, procede lungo le gerarchie ramificate di differenziali di sviluppo e differenziali politici che da sempre tengono in piedi l’accumulazione capitalistica. Quindi sarà rivolta parallelamente contro le classi e i ceti subalterni, cioè quelli più ampi, quelli che creano valore, ma anche più deboli politicamente, e verso le nazioni politicamente più subordinate o subordinabili, tipicamente a partire da quelle più piccole; si pensi a Cipro, Grecia, Irlanda e Portogallo in Europa, o alla Libia, aggredita anche per questo.
Il fattore geografico-demografico è importante, come si nota; ma la sua importanza non è esclusiva. La debolezza politica (e geopolitica) ha infatti un’importanza preminente. Si pensi alla rapina di una nazione immensa come la Russia durante l’epoca del cleptocrate Eltsin e anche alle pressioni finanziarie contro l’Italia.
Occorre poi notare che alcune modalità di rapina intra-nazionale provocano oltre ad una diminuzione delle spese di consumo anche un aumento del costo del lavoro e quindi un’ulteriore contrazione dei profitti a cui non è detto che possano sopperire misure di cost-cutting. Quindi i loro effetti sulla “ripresa” dell’economia (capitalistica) reale sono negativi. La definanziarizzazione dall’alto non è sinonimo di ripresa. Non solo, la deglobalizzazione intrecciandosi con la contrazione delle risorse naturali e la loro distribuzione geografica indurrà una penuria di natura relativamente non capitalizzata (materie prime, semilavorati, beni di consumo e lavoro vivo) proveniente dall’esterno dei Paesi capitalistici storici, con un’ulteriore caduta del saggio di profitto e quindi degli investimenti privati.


7. Il pericolo della definanziarizzazione dall’alto e la questione delle alleanze

La definanziarizzazione violenta è anche una modalità gestita dalle élite attualmente dominanti per guidare il macello e la centralizzazione di capitali, inevitabili nelle crisi 9 .
Per questo l’alleanza dei ceti salariati con le PMI e le piccole-medie partite Iva, gli artigiani e i produttori in proprio riveste un’importanza strategica per un progetto di controllo politico democratico dell’economia.
E qui nascono gravi difficoltà di ordine culturale prima ancora che politico 10 . L’adesione ad una weltanschauung, ad una visione del mondo, non è automaticamente collegata ai benefici economici o alla posizione occupata nei meccanismi di produzione e riproduzione della società. Se così fosse non avrebbe senso il concetto di “alienazione” elaborato da Marx. E non si capirebbe la pervasione delle parole d’ordine del neoliberismo in strati sociali che ne ricevono solo briciole o addirittura danni 11 . Lo abbiamo accennato poco sopra parlando dell’effetto culturale della finanziarizzazione dei beni e dei servizi primari. Ma che altro era il discorso di Lenin sull’aristocrazia operaia inglese se non un prendere atto che nelle classi esiste ed è rilevante una dimensione culturale-politica (in quel caso in relazione con la dialettica centro/periferia)? La sinistra radicale si è sbarazzata con troppa disinvoltura di Lenin, a volte nella foga di un “ritorno a Marx” che non ha nemmeno posto attenzione sul fatto che il marxista ortodosso era Kautsky e non Lenin. Lo era, cioè, il rinnegato che votò i crediti di guerra e non colui che riuscì a fare la rivoluzione e a tirare fuori la Russia dall’inferno della prima grande carneficina interimperialistica.
A ragione, nel suo contributo scritto per il recente convegno di Chianciano “Oltre l’Euro” dell’11-12 gennaio scorso, Bruno Amoroso ha richiamato l’attenzione sull’ultima analisi delle classi fatta in Italia, quella di Paolo Sylos-Labini dove la dimensione culturale viene sottolineata fin dalla prefazione 12 . E giustamente Amoroso si duole che autori come Sylos-Labini o Augusto Graziani siano stati “snobbati” dallo scolasticismo marxista. Allo stesso modo, aggiungo, i “sinistri” dell’epoca potevano snobbare Gramsci o persino accusarlo di ogni peccato 13 . Quelli attuali possono quindi snobbare o ripudiare Lenin.
Ciò che in tutti i casi si fa è snobbare e ripudiare le relazioni della dimensione politica e culturale con quella “strutturale”, così è facile usare la prima per far scordare la seconda.


8.
Euro sì, Euro no. Capitalismo buono e capitalismo cattivo. Problema della progettualità politica

Bruno Amoroso nel suo contributo non si pronuncia con secchezza sulla dicotomia Euro sì-Euro no. E’ una prudenza condivisibile.
Capisco benissimo che l’incalzare della crisi non tolleri molto i tentennamenti. Ma occorre distinguere un tentennamento dalla legittima richiesta di riflessione su mosse d’importanza nodale. Chi gioca a scacchi sa che benché incalzato dal ticchettio dell’orologio il vero giocatore a volte si sofferma a lungo su una singola particolare mossa dalla quale può dipendere tutto lo sviluppo della partita. Siamo in una situazione analoga.
Da qualche tempo cerco di portare l’attenzione sugli sviluppi differenti che possono avere un’uscita dall’Euro dall’alto e un’uscita dal basso, cioè democratica, cioè, ancora, guidata da un processo di definanziarizzazione progettuale, come detto prima.
La questione delle alleanze rientra tutta in questa differenza. Un’alleanza senza un progetto comune significa solo che ognuno va per la sua strada.
La strada della piccola e vivace azienda del Nord Ovest che esporta in Germania, dove può condurre? La strada di piccoli e medi industriali stressati dall’Euro, dalla finanziarizzazione e dalla tassazione ma dipendenti culturalmente, organizzativamente e politicamente da una Confindustria che tra un borbottio e un mal di pancia segue le linee geostrategiche di Marchionne, dove può portare?
Questi problemi devono sicuramente essere impostati in modo più completo e preciso, ma non possono essere accantonati. Necessitano di una soluzione.
E’ una soluzione pensare di far confluire in un movimento anti-Euro soggetti disparati senza che si abbia la possibilità di essere egemoni politicamente? Oppure ne abbiamo la possibilità? O possiamo ragionevolmente pensare che la situazione che si verrebbe a creare con un’uscita dall’alto dall’Euro possa comunque favorire tale egemonia democratica? Cosa è successo quando l’Italia uscì dallo Sme nel 1992? Certo, economicamente non ci fu inflazione, ma ci fu una “deflazione politica” i cui effetti si sono moltiplicati fino ad oggi. Eppure il movimento operaio era all’epoca incomparabilmente più forte e il Pci non era interamente inglobato nelle politiche delle élite, benché molti dei suoi dirigenti fossero da tempo sulla buona strada.
Insomma, che progettualità politica abbiamo? Ce l’abbiamo o ci affidiamo al caso? Pensiamo di poter diventare egemoni in corso d’opera, perché la parola d’ordine “Uscire dall’Euro” susciterà enormi consensi? Ma non è una parola d’ordine in esclusiva. Quale parte politica, utilizzandola, sarà in grado di raccogliere maggiori consensi?
Nelle discussioni sull’Euro raramente questi nodi sono affrontati, condizione necessaria per poterli eventualmente sciogliere.
Le condizioni sistemiche erano assenti dalla relazione al convegno di Chianciano di Warren Mosler, esponente della Modern Money Theory, che prendo come esempio di un paradigma di pensiero. A parte il fatto che la sua concezione della moneta mi lascia perplesso, è proprio l’incipit della relazione che mi ha fatto trasalire 14 . «C’era una volta un’economia giusta, che funzionava bene. Quella che nel dopoguerra aveva come fine la piena occupazione. Bisogna avere la mia età per ricordarsene». Sono un po’ più giovane di Mosler, ma me la ricordo anch’io. La multinazionale americana per la quale lavoravo appena laureato ci faceva periodicamente delle pippe ideologiche raccontandoci che la sua mission economica era quella di sfornare prodotti migliori della concorrenza e la mission sociale era la piena occupazione. Peccato che qualche anno dopo (c’era stato il Volcker shock) la sua mission economica principale era quella di garantire finanziariamente grandi progetti e i dividendi alle “vecchiette del Massachusetts” e la mission sociale era quella di licenziare il 50% dei lavoratori. Era la stessa azienda e il suo management non era radicalmente cambiato.
Insomma, come spesso accade, il discorso sentito è che nei primi decenni del dopoguerra c’era un capitalismo buono, che è diventato cattivo per motivi esoterici, come vedremo. Dal nostro punto di vista, possiamo dire che c’era un capitalismo che riusciva ad accomodare le istanze delle classi subalterne. Certo, molto meglio di adesso. Ma era anche il capitalismo che ha generato la crisi sistemica, annunciata al mondo col Nixon shock del 1971 e i cui effetti, moltiplicati dai meccanismi per cercare di gestirla, ci stanno travolgendo. Tra questi effetti c’è sicuramente l’appropriazione indebita di prerogative sovrane (e quindi in linea di principio influenzabili democraticamente) da parte di élite che si sono rifugiate in territori che possiamo definire “politicamente offshore”, come la sede della Commissione Europea e l’Eurotower, al riparo da ogni disturbo democratico 15 .
La domanda allora è: Ritornare purchessia alla moneta nazionale significa ritornare a poter esercitare il controllo democratico perso e, contemporaneamente, tornare a “crescere”? E’ lecito avere dei dubbi? Innanzitutto, è veramente impensabile che queste élite riescano a ricavarsi territori offshore anche all’interno delle singole nazioni riequipaggiate con valute nazionali? E’ impensabile che queste élite riescano a disinnescare e neutralizzare le istanze democratiche nazionali, come quelle previste dalla nostra Costituzione? Ma non è quello che stanno facendo da un pezzo? Oppure queste élite saranno soppiantate da un progetto alternativo? E questo progetto su che basi sociali camminerà, appurato che non esistono più “borghesie nazionali” europee sufficientemente autonome, forti e motivate?
In termini più generali, credo che sia lecito chiedersi se certi modelli valgono in determinati contesti economici, politici, geopolitici ed ecologici, ma non in altri. Quale era il contesto degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta? Come influivano la ricostruzione postbellica, la sconfitta del nazifascismo, la forza del movimento operaio, la decolonizzazione, l’Urss, la rivoluzione cinese, le invenzioni messe a punto durante il conflitto (si pensi al radar, al computer, all’energia atomica, ai motori, ai jet, ai missili, ma anche alla logistica)? Come influiva l’impianto di Bretton Woods? E’ un contesto ripetibile? E se non è ripetibile, occorre rivedere il modello o va bene lo stesso? O è il modello che crea il contesto? Qual è l’utilizzo di un modello di economia politica in un contesto sociale reale, cioè determinato da variabili e meccanismi eterogenei e con relazioni complesse?
In logica esiste uno strumento molto sofisticato che si chiama “calcolo di Lambek” 16 . Con questo calcolo si riesce a modellizzare la grammatica delle lingue naturali e, ad esempio, dedurre se una frase è grammaticalmente corretta o, viceversa, stabilire come si costruisce una frase corretta. E’ collegato a raffinati rami della matematica e alla linguistica computazionale. Eppure nella riabilitazione di persone colpite da lesioni corticali dell’area di Broca non gioca nessun ruolo.
Ora, io immagino che come tutti quelli che hanno a che fare con modelli formali, anche gli economisti si siano posti il problema dell’ambito di pertinenza e di utilizzabilità dei propri, sulla cui validità formale, non essendo un economista, io non ho nulla da dire 17 .
Non vale la pena di porsi lo stesso problema anche in questo caso e chiedersi, inoltre, quali rapporti sociali siano rappresentati dai vari modelli?


9. La doppia trappola: Euro e Dollaro. La moneta come politica internazionale

La critica all’Euro si basa fondamentalmente su tre punti: 1) dell’Euro non se ne può più, 2) dall’Euro si può uscire senza traumi e, infine, 3) senza il vincolo dell’Euro si può ritornare a crescere come una volta.
Sulla prima affermazione sono perfettamente d’accordo. La seconda a mio avviso dipende dalla gestione politica soggettiva e non da meccanismi formalmente coerenti. Sulla terza ho dei dubbi seri. E ho anche dei dubbi che si possa evitare di parlare di Euro senza parlare di Ttip. Cosa succederebbe a una Lira Ttip-izzata? Che cosa succederà con un Euro Ttip-izzato? E’ un problema che fa parte di un tema più generale: se il sistema sub-imperiale europeo guidato dalla Germania fa parte del sovrasistema imperiale guidato dagli Usa, l’uscita dall’Euro metterebbe i bastoni tra le ruote all’intero meccanismo o servirebbe invece ad attutire le contraddizioni (ad esempio quelle tra Re e Viceré). Oppure ne farebbe nascere altre (ad esempio con una Lira dollarizzata)? O non avrebbe nessuno di questi effetti? O il fatto che la trappola del Viceré sia inglobata in quella del Re non merita attenzione?
Finora nessuno, o quasi, ne parla. Paradossalmente quando si discute di Euro non si considerano i rapporti internazionali, se non limitatamente a quelli italiani, e a parte casi rari, che per fortuna ci sono, si parla di politica solo fugacemente e obliquamente, incorrendo nello stesso difetto che caratterizza i sostenitori dell’Euro: pensare che la moneta abbia leggi proprie. Ma quando la politica ritorna “al primo posto”, che è quello che le compete, le cose necessariamente si complicano.
Questa complicazione traspariva a Chianciano nell’intervento di Sergio Cesaratto, che concludeva con una dichiarazione di prudenza rispetto alla parola d’ordine dell’uscita dall’Euro nonostante la sua relazione sostenesse che lo stato-nazione è il playing field migliore per la classe lavoratrice. Una conclusione, quindi, che in realtà apriva un dilemma 18 . Per chi conosce gli scritti del professor Cesaratto, uno dei principali problemi economici che egli pone all’uscita dall’Euro è quello del commercio internazionale, che non si svolge in valute nazionali ma in dollari. Questo è il lato economico della questione, che riporta immediatamente al problema dei rapporti geopolitici internazionali e del rapporto politico che una moneta nazionale può (o vuole) intrattenere col Dollaro19 .
Invece nel dibattito attuale il posizionamento politico internazionale della moneta è un tema che quasi mai viene affrontato. In alcuni casi sembra che le ragioni di scambio sarebbero dettate da meccanismi “naturali” che finalmente avrebbero l’opportunità di liberarsi dei meccanismi “innaturali” imposti dai trattati europei. Gli statunitensi, dal canto loro, a volte sembrano far implicito riferimento al funzionamento del Dollaro, incuranti che esso sia una moneta imperiale. Invece per capire l’importanza dei rapporti politici internazionali di una moneta, basta pensare allo yen, divisa di uno Stato che spesso viene portato ad esempio positivo in quanto il suo mostruoso debito pubblico, che supera il 200% del Pil, non ha provocato una crisi analoga a quella europea e questo sarebbe accreditato proprio alla supposta autonomia della sua politica monetaria.
Intanto io penso che lo scudo più efficace del Giappone sia la sua posizione strategica come baluardo orientale verso la Cina, cosa che lo pone ai ripari dai missili lanciati dalle società di rating statunitensi (a meno che si pensi che esse operino solo in base a criteri di mercato 20 ). In secondo luogo, gli Stati Uniti hanno ripetutamente dimostrato di poter fare quel che vogliono dell’autonomia della politica monetaria giapponese, col Plaza Accord del 1985 e col Reverse Plaza Accord del 1995, con esiti pensantissimi sull’occupazione e la crescita, il primo, e un’imponete fuoriuscita di capitali dal Giappone, il secondo 21 .
Quindi il posizionamento politico internazionale della moneta è uno dei grandi problemi, che nei suoi termini più generali probabilmente sussume anche quello della limitazione ai movimenti di capitale, che invece è in generale il tema di politica economica più ricordato. Anche in questo caso chiedo aiuto agli amici economisti.


10. La crisi sistemica e la necessità di una programmazione democratica

Rimane un’ultima considerazione. Si può pensare che, data la nostra debolezza politica attuale, la cosa migliore che si possa fare è cercare di sostenere comunque quei processi, come l’uscita dall’alto dall’Euro, che benché non nostri e benché al di fuori della nostra possibilità di intervento e di influenza, possono verosimilmente limitare i danni. Che cioè permettano almeno di mantenere ciò che si può del welfare esistente e della capacità di spesa esistente e, in una prospettiva internazionale, che agevolino la nascita di un mondo multipolare e sufficientemente equilibrato.
Non è un’opzione da prendere con sufficienza o da rifiutare sdegnosamente per questioni ideologiche o di purismo teoretico. Non lo è perché la nostra società è veramente ammalata e i rapporti internazionali sono sottoposti a tensioni crescenti e sempre più preoccupanti.
Sembra inoltre un approccio più agevole perché affronta i problemi utilizzando un filtro di grana grossa invece che quello più fine e complesso dell’insieme dei rapporti sociali e di quelli internazionali. Ma è veramente una scorciatoia praticabile? Se la crisi sistemica è data dalla congiunzione delle contraddizioni dei processi di accumulazione capitalistica con quelle indotte dal restringimento del rapporto interno/esterno (rapporto che coinvolge la configurazione geopolitica e le condizioni ecologiche del globo), se la crisi è data da questo “complesso dinamico”, come è possibile pensare di uscirne agendo solo su due ordini di dimensioni, quelli forniti dal binomio stato-nazione, senza tener conto della terza dimensione, cioè quella dei rapporti sociali (non ridotti però alla pur sacrosanta e necessaria redistribuzione della ricchezza)?
Il dubbio è che così facendo si arriverebbe, semmai, solo ad una calma che precede la tempesta. Tuttavia ci si può ancora chiedere se una via eterodiretta sarebbe praticabile almeno temporaneamente, almeno fino a un certo punto. Il fatto è che una manovra anti-Euro eterodiretta, come si è detto, sarebbe utilizzata da alcuni centri di potere per condurre una lotta orizzontale contro altri centri ed esasperare la lotta di classe dall’alto. Le forze “naturali” dell’economia capitalistica tendono al disequilibrio: la concentrazione dei capitali e, parallelamente, la concentrazione di potere politico. La dimensione progettuale e democratica di un’uscita dall’Euro non può dunque essere messa tra parentesi.
In realtà chiunque parli di uscita dall’Euro accenna in vario modo al ruolo delle istituzioni e del controllo statale. Qui però sorgono due problemi, come al solito uno “strutturale” e uno “sovrastrutturale”. Come insegna Keynes l’investimento statale limita l’investimento speculativo. Ma questa virtù (che tale è e tale rimane alla faccia dei neoliberisti) e che consiste nel «valutare il rendimento dei beni capitali in un’ottica di lungo periodo e sulla base dell’interesse sociale generale» si può esplicare, per l’appunto, se ci sono dei rendimenti di lungo periodo dei beni capitali. Se la crisi sistemica è nata perché i rendimenti dei beni capitali erano decrescenti, si impone quanto meno una variante di cui si discuterà al capoverso successivo. Il problema “sovrastrutturale” riguarda la natura politica del controllo statale: è tout court un controllo democratico? Questa domanda rimanda al problema di come costituire un fronte democratico e di come mantenerlo unito durante il processo. Siamo nuovamente davanti alla già accennata questione delle alleanze e dell’egemonia. Ma siamo anche nuovamente davanti alla questione riguardante la comprensione delle ragioni profonde della crisi sistemica. Perché se non le si affronta eziologicamente pensando di lenire per lo meno alcune delle più dolorose sintomatologie, il respiro sarà molto corto. Addirittura è da temere che non si riuscirà nemmeno a limitare o rallentare l’aggravamento della malattia. Si rischia di illudere le persone e di deluderle in brevissimo tempo, con gravissime conseguenze sociali e politiche.
Il problema “strutturale” e quello “sovrastrutturale” congiunti, come si è anticipato, impongono un tema che deve essere attentamente valutato: quello della programmazione democratica. Una programmazione imposta anche dai rapporti, sempre più critici, con lo spazio economico esterno e dai vincoli ecologici, anch’essi sempre più critici. Siamo quindi di fronte a un bel salto in avanti rispetto alle soluzioni keynesiane (chiedo conferma agli amici economisti) 22 .
L’eclettismo delle analisi non giova ad affrontare questi problemi. Giova invece chiarire la differenza delle assunzioni anche per poter eventualmente far coesistere le conclusioni (comunque differenti, anche se magari nel solito dettaglio in cui sta il diavolo).
Sorge infatti il dubbio se quando si parla di crisi sistemica, o di crisi strutturale, si parli effettivamente della stessa cosa. Da tempo, sulla scorta di Giovanni Arrighi, io dato l’inizio “ufficiale” della crisi all’agosto del 1971. Ma è un’indicazione che non ha seguito e, anzi, a volte disturba. Tipicamente si fa partire il disastro attuale dalla “crisi Internet” del 2000, ma più spesso dalla crisi iniziata nel 2006-2007, due crisi che, in realtà, sono fenomeni derivanti da quella principale. Questo è ciò che usualmente succede nelle analisi della crisi attuale. Da quella periodizzazione però è difficile dedurre la finanziarizzazione in termini storico-logici, cioè inserire la sua esistenza e la sua ragione in un processo storico evitando così di giustificarla con la pseudo-teoria del “golpe” di un’élite finanziaria globale (o “classe globale” per dirla en marxiste) o con l’ipotesi che chi governa non conosce i modelli “corretti” 23 .
Se si ignora il processo storico in tutte le sue eterogenee dimensioni e si fanno solo le fotografie di particolari momenti di poche dimensioni omogenee, allora non si può far altro che parlare di “modelli”. A questo punto la crisi e il suo aggravamento verranno spiegati con l’assunzione di modelli “sbagliati”, a fini di pura “ingordigia” o per semplice “ignoranza”. Ma non si riuscirà a spiegare, ad esempio, come mai i modelli neoliberisti erano ben noti anche quando Richard Nixon, un presidente repubblicano reazionario e criminale di guerra, si vantava dicendo “Adesso siamo tutti keynesiani” 24 . Se erano già noti, perché non furono assunti allora?
Per inciso, si faccia attenzione che “reazionario” non coincide con “antipopolare” se a quest’ultimo termine non si aggiungono specifiche qualificazioni politiche. Altrimenti oltre alla politica di Nixon, non capiremmo le problematiche di Gramsci sui movimenti “spuri” e sull’egemonia o il concetto stesso di “populismo”. E sul piano economico non capiremmo né la piena occupazione nazista, né l’Iri o l’Opera Maternità e Infanzia. Viceversa, “progressista” non coincide con “popolare”. Altrimenti non capiremmo la lotta dei comunisti contro Weimar e l’asservimento di quest’ultima alla finanza angloamericana. Ma nemmeno capiremmo le politiche ai danni dei lavoratori dei governi che negli ultimi venti anni sono stati sostenuti da tutti i progressisti occidentali (e tanto meno la natura guerrafondaia del socialista Hollande, del laburista Blair e del democratico Obama).
Quindi la semantica di questi termini deve essere ogni volta precisata e non è data una volta per tutte. E soprattutto deve essere posizionata nello spazio e nel tempo 25 .
Non possiamo dunque assecondare spiegazioni della crisi che fanno perno sull’idea di “modello sbagliato” o di “golpe” 26 . A mio modo di vedere, le spiegazioni della crisi sistemica devono incentrarsi sul concetto di evoluzione naturale-patologica del capitalismo. Non è una contraddizione in termini, è una contraddizione reale: essendo il rapporto sociale capitalistico intrinsecamente patologico per via del suo “fine ristretto”, l’esplosione delle sue patologie fa parte della sua evoluzione naturale 27 .


11. L’Unione Europea è riformabile? Il problema fondamentale: la democrazia

Detto ciò, devo finire affermando che l’ipotesi di riformabilità dell’Unione Europea e dell’Euro è a mio avviso utopica. In astratto sarebbe lo sviluppo da me preferito (ma non per motivi pseudo-internazionalisti, che già molti danni hanno arrecato per ogni dove). Tuttavia temo proprio che non sia un’opzione. I motivi sono molteplici, come la non omogeneità dei fattori economici e di quelli storici, politici e culturali 28 . Chi sogna “più Europa” prendendo a modello gli Usa e la loro Fed, dovrebbe ricordarsi della Storia statunitense. Non solo del padre della (con)federazione Thomas Jefferson (e del fatto, solitamente trascurato, che per lui e i suoi collaboratori “confederazione” e “impero” erano sinonimi), ma anche di Abraham Lincoln e della sanguinosissima Guerra di Secessione (a mio avviso il vero punto d’inizio della storia contemporanea) 29 .
Il criterio principale di valutazione delle diverse opzioni dovrebbe essere costituito dalla possibilità di esercizio della democrazia che esse promuovono o, viceversa, limitano. Da questo punto di vista, imprescindibile, è un dato di fatto che la UE (non solo l’Eurozona) è il playground più favorevole per le élite europee, le quali, come esito di un processo non lineare (e non ineluttabile), utilizzando una crisi dietro l’altra si sono infine costruite le loro Cayman politiche con una sequenza di atti autoritari; e danno per scontato che l’Europa non possa procedere altrimenti 30 . Ovverosia, si rivendica apertis verbis che l’Europa realmente costruita e costruibile è quella delle élite, economiche, finanziarie e politiche. Ed è un altro dato di fatto che il Parlamento Europeo sia del tutto impotente di fronte a questi piani e a queste traiettorie. Al contrario, le uniche influenze su organismi come la Commissione Europea provengono dagli stati nazionali, che anche per questo sono il playground più favorevole alle classi subalterne (lo stesso vale per l’apparentemente blindata Bce – vedi l’influenza della Germania su di essa).
Un altro conto è inserirsi a livello europeo nelle contraddizioni che inevitabilmente nasceranno, per intralciare dall’interno i rapinosi meccanismi europei, cercare per quanto possibile di neutralizzarli e sfidare i decisori europei su soluzioni anti-elitarie (o anti-oligarchiche, se si preferisce). E’ l’unico modo per ricostruire una “Europa dei popoli”, che però io preferisco chiamare “Europa democratica” senza altri fronzoli. Presupposto ad ogni azione in tal senso è la denuncia della natura non democratica delle istituzioni europee e, connessa ad essa, quella della sofferenza degli interessi nazionali popolari.
Questo lo dico in vista delle prossime elezioni europee, una sorta di promemoria per chi vorrà presentarsi con un programma democratico incomponibile con quello delle élite europee. Ciò che invece bisogna assolutamente evitare di fare è dare l’illusione che le istituzioni europee si possano riformare dal loro interno in senso democratico 31 .
Non è possibile non per impedimenti tecnici o formali, ché quelli ci sono per essere superati, ma per il semplice ma ben più serio fatto che se c’è una cosa che le élite europee (e statunitensi) proprio non vogliono più, è avere tra i piedi la democrazia.


12. Appendice I. Deglobalizzazione, tapering, Ttip e nuova fase politica italiana

Il riallineamento tra finanziarizzazione e produzione di valore richiede di essere sostenuto politicamente, per due ordini di motivi. Il primo è che la finanziarizzazione ha fatto espandere in modo abnorme particolari centri di potere che quindi produrranno notevoli resistenze. La seconda è che la definanziarizzazione non ha possibilità di successo se alla rendita non verrà sostituito un ritorno al profitto. Infatti, in un’ottica capitalistica il ripristino di livelli accettabili di profitto non finanziario è l’unico sostegno alle definanziarizzazione.
Il tapering deciso dalla Fed (riduzione progressiva dell’acquisto di titoli del Tesoro e ipotecari) è un meccanismo di definanziarizzazione e al tempo stesso favorisce la ricompartimentalizzazione dell’economia-mondo nella misura in cui induce un rientro dei capitali dai Paesi emergenti verso il vecchio centro capitalistico occidentale, Usa ed Europa. Da questo punto di vista il tapering ha lo stesso effetto che ebbe la Reaganomics all’inizio della finanziarizzazione. La differenza è che all’inizio degli anni 1980 esso derivava dall’innalzamento inaudito dei tassi d’interesse (Volcker shock), mentre ora deriva dalla diminuzione della “liquidità aggiuntiva” (alla quale potrebbe comunque seguire un aumento dei tassi d’interesse, però non da shock e a determinate condizioni riguardanti la disoccupazione e l’inflazione 32 ). La seconda e più grande differenza è che la Reaganomics dava l’avvio alla combinazione finanziarizzazione-globalizzazione mentre oggi i segnali vanno in senso opposto.
Gli Usa richiedono da tempo un allentamento dell’austerity europea perché è un ostacolo alla creazione del compartimento Ttip, che come sembra di capire richiede che la finanza venga frenata per ridare un po’ di fiato all’economia reale a patto però che essa ritorni profittevole, ad esempio con un aumento del potere delle multinazionali nei confronti di ogni normativa statale, con lo sconvolgimento del settore pubblico e con le famose “riforme del lavoro” 33 . Gli Usa chiedono a tal fine che la UE si riequilibri e ciò andrebbe a spese della Germania.
Inoltre gli Usa sono alla ricerca di personale politico che si assuma il compito di gestire l’avvio del Ttip. Ecco allora in Italia il ricambio Renzi che annuncia una battaglia europea sull’inviso limite del Patto di stabilità del 3% debito/Pil. Sarebbe una battaglia in linea col compito, anche se non è detto che Renzi sia in grado di condurla o che la voglia veramente fare (potrebbe essere solo un pour parler di propaganda; anche Hollande fece annunci analoghi appena eletto). Comunque la battaglia è iniziata da un pezzo. Ogni manovra espansiva della Bce è bollata dalla Germania come un attacco ai risparmiatori a beneficio dei Piigs e della quasi-pig Francia. Ad ogni modo il taglio dei tassi non beneficia di per sé il commercio e l’industria. Ci sono spiegazioni tecniche di ciò, che illustrano come nelle circostanze date i tagli dei tassi non riescano a trasmettere impulsi all’economia reale. Ma il problema di fondo rimane la compressione dei profitti industriali e commerciali. In queste condizioni le banche non prestano all’economia reale. Per lo stesso motivo l’enorme inondazione di liquidità negli Usa e in Europa degli anni precedenti è finora arrivata all’economia reale solo come modesto rivolo residuale.
Bisogna poi tener presente che se i rendimenti attesi di nuovi investimenti non vanno oltre alcune soglie desiderate (differenziali), il capitale alla ricerca di diversificazione si sfoga oltre che nella finanza, che comunque è sempre un gioco rischioso, anche sulla ricchezza reale già in essere, ovvero su asset industriali e commerciali già esistenti. La crisi è allora usata per svalorizzare questi asset e poterli così comprare a prezzi vantaggiosi 34 . Ragione per cui i settori del capitale dominante che intendono dedicarsi a queste operazioni di mergers & acquisitions premeranno su una forma selettiva di deflazione, sempre che tale selettività sia possibile. Nel mirino di queste operazioni c’è ovviamente anche il dominio pubblico, sanità, istruzione, aziende, banche, immobili, risorse (come l’acqua).
Per riassumere, la definanziarizzazione richiede un aumento del tasso di profitto e l’invasione dei capitali privati nel dominio pubblico, mentre favorisce la macellazione di capitali deboli o appositamente indeboliti (perché più piccoli, meno invischiati con la finanza e - ciò che è decisivo - non sostenuti politicamente) a vantaggio di capitali dominanti (perché più grandi, transnazionali, invischiati con la finanza e sostenuti politicamente).
Ma c’è un ulteriore problema di carattere molto generale. Il saggio di profitto non può tornare a crescere nella misura richiesta se i capitali e le risorse utilizzate (materie prime, semilavorati, forza lavoro) rimangono intrappolati nei circuiti centrali di valorizzazione, a dispetto di tutte le misure di cost cutting attuabili. Anzi, come ben si sa, queste possono deprimere la domanda aggregata. Si ha così che la compartimentalizzazione del sistema mondo, frenando ed eventualmente invertendo il processo di ampiamento dei circuiti di valorizzazione promosso dalla globalizzazione, non riuscirà a venire a capo della contraddizione di fondo che ha generato la crisi: la sovraccumulazione. Anzi, in linea di principio è destinata ad aggravarla e maggiormente nell’area Ttip, proprio perché è quella capitalisticamente più forte e più matura 35 .
La richiesta statunitense di fine dell’austerity in Europa va nella direzione di ritardare lo scoppio di questa contraddizione. Con essa gli Usa agiscono come potenza egemone su uno dei lati della contraddizione, cioè depotenziando la finanziarizzazione per evitare lo scoppio di una bolla di ampiezza inimmaginabile in vista di un inevitabile o per lo meno molto probabile blocco dei circuiti mondiali di valorizzazione. La resistenza da parte della Germania è a prima vista irragionevolmente egoista ma a ben guardare agisce sull’altro lato della contraddizione mettendo in atto una sorta di “finanziarizzazione controllata” o “ben fondata” e ha parimenti una sua logica da potenza sub-dominante. La Germania sa benissimo che non conterà mai nulla politicamente, nel senso che non potrà mai avere una politica estera autonoma, a meno di un crollo verticale della potenza statunitense. Lo hanno sempre saputo anche i nostri governanti. Ma a parità di condizioni, cioè la sconfitta nella II Guerra Mondiale, Italia e Germania hanno avuto due reazioni differenti. Il capitale dominante italiano (con a capo il gruppo Agnelli) ha scelto una linea di massima collaborazione con gli interessi degli Alleati vincitori, mentre la Germania per lo meno a partire dalla riunificazione ha deciso di svilupparsi il più autonomamente possibile, replicando, se così si può dire, all’interno dell’Europa i meccanismi della finanziarizzazione-globalizzazione a scapito dei partner europei, non potendo sfidare gli Usa politicamente sulla scena globale 36 . Ciò è potuto succedere a causa di gelosie e sospetti reciproci, specialmente tra Germania e Francia, e della politica levantina dell’Italia. Alla fine quella specie di gremlin che è l’Euro-Marco divenne da una parte un’arma micidiale in mano alla Germania e dall’altra fu ritenuto dal grande capitale italiano, già affetto da propensioni compradore e quindi con scarsa coscienza della propria responsabilità nazionale, un buon modo per partecipare al gioco della finanziarizzazione iniziato “ufficialmente” col Volcker shock. La retorica dell’Euro forte che ci proteggeva dagli shock esterni nascondeva quella ben diversa verità. Era una protezione sì, ma non per le nazioni europee.
Spesso ci si chiede se la Germania si renda conto che il suo gioco non può durare a lungo. Intanto bisogna specificare per quali motivi non può durare a lungo. Si dice che si può spennare un pollo finché ha le penne. Perfetto, ma le penne del piccolo-medio capitale e della classe media non sono quelle del grande capitale. La capacità di durata di questo gioco è quindi da studiare e capire. Ad ogni modo la Germania cercherà di sfruttare sia l’Euro sia la crisi il più possibile. Quindi resisterà quanto può alla richiesta di eurobond. Più facile che accetti un aumento dell’inflazione e dei salari tedeschi, ipotesi per altro già ventilata un anno fa dal ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble. Benché non sia chiaro se questa soluzione venga agitata solo per replicare alla periodica richiesta di eurobond e di cambiamento della politica monetaria e fiscale dell’Eurozona, dovremmo comunque porci nell’ottica che i decisori europei possano voler mettere mano a una correzione dell’austerità permettendo parzialmente l’introduzione di quelle misure su lavoro, ammortizzatori sociali, deviazioni dal famigerato 3% e investimenti selettivi che in Italia sembrano costituire il programma di Renzi. Attenzione quindi a non prendere lucciole per lanterne, perché le prime non risolvono la crisi ma ne “illuminano” effimeramente un possibile nuovo corso.
E’ a questo punto richiesto uno sforzo per immaginarsi come sarà la società della seconda parte di questo decennio, il suo grado di stabilità, la sua composizione di classe, le nuove fratture e le nuove contraddizioni che vi si creeranno, i nuovi apparati simbolici di cui si nutrirà. E’ un esercizio inutile pensare che saranno uguali a quelli del secolo passato o anche solo del primo decennio di quello attuale. Chi lo farà avrà perso in partenza. Solo per fare un esempio, le nuove modalità di utilizzo e soprattutto di non utilizzo della forza lavoro pongono il problema di una mancata contiguità temporale e spaziale negli istituti sociali, a partire dal lavoro, tra le vecchie e la nuove generazioni che può trasformarsi in mancata contiguità sociale e culturale. Come possono inserirsi in eventuali nuovi processi produttivi che saranno all’insegna dell’innovazione di prodotto e di processo, quei milioni di ex giovani e non più giovani tra i 27 e i 40 anni il cui skill, essendo stati tenuti in perenne stato di disoccupazione o sottoccupazione, non ha avuto modo di aggiornarsi (altro che “learning by doing” e “learning on- the-job”!)? Chi li “terrà a bottega”? Chiunque abbia esperienza dei processi lavorativi sa che si creerà un buco di competenze coincidente con un buco generazionale che inevitabilmente si trasformerà in un buco sociale. Avremo un gruppo sociale che avrà lo stesso status economico e gli stessi problemi dei pensionati con la minima, ma più giovane e con una psicologia e una coscienza sociale ben diverse da chi ha lavorato per una vita nella seconda parte del XX secolo.

In conclusione, la caduta del saggio di profitto e la conseguente sovraccumulazione nell’Occidente capitalistico ha indotto la globalizzazione-finanziarizzazione. Questa ha inintenzionalmente favorito l’ascesa dei Brics che a sua volta ha portato alla necessità di ricompartimentalizzare il sistema-mondo, cosa che implica una revisione dei meccanismi finanziari oggi dominanti. Ma questo processo ostacola le controtendenze alla caduta del saggio di profitto e quindi proprio le possibilità di definanziarizzare l’economia occidentale mentre aumenta l’insostenibilità della finanziarizzazione stessa. In sintesi, le condizioni che ostacolano la definanziarizzazione sono le stesse che la rendono necessaria, così come le conseguenze inintenzionali del tentativo di dare uno sbocco alla sovraccumulazione di capitali spingono ad attuare misure, come la compartimentalizzazione del sistema-mondo, che acuiscono le cause di tale sovraccumulazione 37 .
A lume di naso si può ipotizzare che per venire a capo, temporaneamente, di questa doppia contraddizione si cercherà di invischiare i Brics, e specialmente la Cina, nella finanza internazionale. In questo modo la loro prossima crescita interna, cioè sempre meno dipendente dalle esportazioni, oltre a fornire uno sbocco di mercato creerebbe valore reale a tutto beneficio della riduzione della quota irredimibile degli assets finanziari.
Tutto ciò in vista di un tentativo di “atterraggio morbido” mondiale che si renderà necessario forse prima di quanto si pensi. Ma sarà possibile un atterraggio morbido mondiale? Finora gli atterraggi morbidi sono stati regionali e hanno scaricato i loro effetti all’esterno. Ma in un atterraggio morbido mondiale quel è l’esterno?
Intanto, sua condizione imprescindibile sarebbe un governo mondiale, mentre tutto sembra congiurare per il suo contrario. Una variante sarebbe un accordo Usa-Europa-Cina (Sudamerica, Africa) che consideri la Russia come spazio esterno. Quanto è verosimile? Cosa succederà nella società statunitense, europea e cinese prima che maturino le condizioni di un tale accordo? Come reagirebbe la Russia?
E come inciderà la distribuzione ineguale di risorse sempre più scarse?
Come si vede, le dimensioni da considerare per poter condurre un’analisi minimamente sensata, anche se sicuramente imperfetta e incompleta, sono veramente molte e la loro interazione è complessa. Ma non c’è via d’uscita, non ci sono scorciatoie.
D’altra parte, se proprio ci si volesse rifare alle passate glorie, non è che le dimensioni di cui Lenin dovette tener conto per fare la sua rivoluzione e poi per consolidarla fossero molto di meno. Forse erano solo un po’ meno contorte. Forse.


13. Appendice II. Il “rebus Germania”

Il rebus dell’Europa si chiama “Germania”. La crisi ucraina lo ha confermato. A quale gioco sta giocando la Germania? Prima ha aizzato e sostenuto finanziariamente i rivoltosi, moderando però l’appoggio politico sapendo che per la Germania essi sono del tutto impresentabili essendo in larga parte nazisti. Ora si propone come unica mediatrice affidabile nella crisi che si è aperta con la Russia, e che la Germania aveva sicuramente previsto. Questa mediazione è accettata dai Russi, che vorrebbero che nella crisi la Germania scalzasse il tradizionale ruolo degli Usa 38 . Inoltre, Putin sostiene l’Euro forte. E non è solo una questione di interessi economici, come generalmente pensa una sinistra affogata nel proprio economicismo.
La crisi ucraina ha però dimostrato in tutta la sua drammaticità che gli Stati Uniti esigono che ogni politica europea verso Est sia subordinata agli interessi strategici degli, per quanto caotici possano essere e controproducenti per l’Europa: «Fuck the EU!».
La Germania sa che la partita per sottrarsi alla tutela Usa è molto difficile e complessa. Intanto non può giocarla cavalcando una partita apertamente nazionalista. Sa che la sua forza le deriva principalmente dalla UE e dall’Eurozona. Che l’Euro sia uno strumento formidabile nel piano di emancipazione tedesco è testimoniato dal fatto che gli Usa hanno attaccato e sono pronti ad attaccare di nuovo i cosiddetti Piigs per ridimensionarlo. Comunque la sola potenza economica non basta alla Germania. La crisi sistemica in corso può dar luogo a ribaltamenti anche repentini. Si ricordi che le crisi sistemiche sono momenti di profonda riconfigurazione dei rapporti di forza tra capitalisti nel sistema-mondo. Il problema della Germania è dunque come sviluppare una strategia geopolitica. Un grosso problema dato che è occupata militarmente da decine di basi statunitensi. Uno dei pochi modi possibili è ricavarsi un ruolo di mediazione negli inevitabili (per via della crisi sistemica) attriti tra un indebolito Occidente e una assertiva Russia. Paradossalmente, infatti, la Russia è l’unico “alleato” che la Germania potrebbe avere.
Per la precisione questa “alleanza” sarebbe solo funzionalizzata all’eventuale progressivo, ma necessariamente non troppo lento, smarcamento della Germania dalla tutela statunitense, ma è ben difficile che possa preludere a una duratura alleanza organica. In tempo di crisi sistemica, infatti, la dialettica interno/esterno acquisisce dinamiche frenetiche e anche caotiche. Questa dialettica esprime la necessità per il capitalismo di organizzare lo spazio nazionale in gerarchie di classi e quello internazionale in gerarchie di stati. Grosso modo, e schematizzando molto aspetti invece più interlacciati e complessi, le prime servono ad estrarre plusvalore e le seconde a contrastare la caduta del saggio di profitto. Ragion per cui un’alleanza organica e stabile tra l’area d’influenza tedesca e la Russia è impensabile a meno di mettere in discussione l’accumulazione capitalistica stessa. Scontando questo limite, per avvicinarsi alla Russia senza che gli Stati Uniti possano interferire troppo, la Germania deve sfruttare ogni occasione per far valere la sua posizione di cerniera tra Est e Ovest e rispondere adeguatamente alle contromosse statunitensi.
Ne segue: a) che la Germania è la chiave di volta di ogni possibile Ostpolitik europea; b) che quindi tale Ostpolitik presuppone una Germania egemone in Europa; c) che di questa egemonia ne fanno le spese i Paesi su cui essa viene esercitata, a partire dai Piigs, che costituiscono i bersagli facili dei missili finanziari provenienti dalla finanza a leadership anglosassone.
Questo è il “rebus Germania”, che diventa il “paradosso Germania” se si considera il fatto che l’alternativa a questa Ostpolitik è la subordinazione ad un’America indebolita e quindi più famelica e rapinosa.
Ovviamente esiste una terza alternativa, ovvero la creazione di una, diciamo così, “Europa bolivariana”, ovvero un’azione politica cosciente che punti all’abbandono dell’Euro (inutile aggiungere “attuale”: l’Euro è solo quello attuale; una moneta unica su altre basi non sarebbe l’Euro), alla riorganizzazione dell’Europa o di sue regioni su basi democratiche, alla loro neutralità e alla riorganizzazione mondiale di Paesi non allineati né sul piano politico né su quello economico. Infine, come si è accennato più volte, è essenziale mettere in discussione il principio dell’accumulazione senza (un) fine.


1 Si ha finanziarizzazione in senso proprio quando strutturalmente la rendita finanziaria eccede il plusvalore prodotto o, in termini più generali, la ricchezza realmente prodotta socialmente (intesa in senso capitalistico, cioè misurata col metro del valore di scambio). Paradossalmente gli effetti perversi della finanziarizzazione sono dovuti ai meccanismi per limitarla. Come dire, la finanziarizzazione è un sacco vuoto che si gonfia sempre di più. I suoi dolorosi effetti si fanno quindi sentire quando si cerca di riempire il sacco. Ciò ovviamente perde di senso se non si accetta la teoria del valore e si parte da altre assunzioni.
2 Le politiche di quantitative easing della Fed hanno effetti contrastanti. Da una parte rischiano di tradursi in una spaccatura del mercato mondiale e anche a causa di questo rischio, la Fed ha annunciato la fine di tali politiche (il famoso “tapering” di Bernanke). A tale annuncio sono seguiti segnali di cedimento dei mercati finanziari ai quali la Fed ha risposto facendo melina. Dopo di che è seguito il famoso shutdown dovuto alla mancanza di accordo al Congresso sul bilancio, che al di là dei giochini politici tra Democratici e Repubblicani è un segnale che i nodi stanno venendo al pettine o, per dirla in lingua franca, America’s chickens are coming home to roost. E non solo le galline americane. Dall’altra parte l’inizio del tapering sta creando problemi ai Brics e agli altri Paesi emergenti, ma in misure differenti in dipendenza dell’autonomia finanziaria e politica dei singoli sistemi. Ciò vuol dire che una politica monetaria statunitense pesantemente restrittiva potrebbe scompigliare il composito fronte “antiamericano”, ma anche danneggiare attuali alleati degli Usa. Inoltre questo è un segno di come sia pervasiva la finanziarizzazione (si veda § 1)
3 Ricordo tuttavia, perché a volte è visto come una panacea, che il Glass-Steagall Act del 1933 che imponeva proprio questa separazione negli Usa, ebbe un ruolo marginale nel superamento della precedente crisi sistemica che si risolse solo con la II Guerra Mondiale.
4 Il capitalismo non può fare a meno di questa gerarchia, come ha dimostrato storicamente Fernand Braudel, logicamente Marx (anche se in modo non privo di contraddizioni) e politicamente Lenin. Giovanni Arrighi ha di fatto sintetizzato questi tre aspetti.
5 Infatti Obama anche per tale motivo vuole tenere fuori i mercati finanziari dai negoziati Ttip (ma soprattutto per mantenerne il controllo politico esclusivo).
6 Una riedizione, in un mondo totalmente cambiato, del protezionismo politico che ha distinto tutte le nazioni che volevano affrancarsi dall’egemonia britannica, anche se in forme molto diverse. Si pensi all’isolazionismo statunitense preparato da una guerra civile che al prezzo di un immane massacro sbaragliò i difensori americani dell’egemonia mondiale britannica, cioè i cotonieri del Sud. Si pensi, ove la geografia non consentiva l’isolazionismo, al prussianesimo, al fascismo, al nazismo. Si pensi al militarismo giapponese. E’ poco scientifico e politicamente improvvido negare che fascismo, nazismo e militarismo consentirono a Italia, Germania e Giappone di uscire dalla trappola del sottosviluppo benché sconfitti. Lo sviluppo capitalistico è fatto anche di queste spiacevoli cose. Strano che qualcuno se ne meravigli.
7 Per fare un esempio, il rifiuto sia dei democristiani tedeschi sia dei socialdemocratici di emettere eurobond è legato anche alla consapevolezza che ciò sposterebbe il peso della crisi anche sui lavoratori tedeschi, minando il patto sociale su cui si reggono la società e la politica della Germania e quindi l’interesse nazionale.
8 Quando si parla di “criminalità” non è una metafora né un’esagerazione. L’Fbi ha riscontrato frodi in oltre tre quarti dei pacchetti ipotecari che ha esaminato.
9 Queste élite sono particolarmente potenti ma non omogenee né tra loro solidali in quanto hanno interessi che possono confliggere e sono collegate a potentati politici differenti (benché tutti funzionari della stessa masnada imperiale, non solo Obama non è Bush jr ma nemmeno Kerry è la Clinton).
10 O persino di ordine antropologico, perché la crisi trasforma l’antropologia delle persone seguendo la struttura della società e i cambiamenti di questa struttura.
11 E non è una prerogativa del neoliberismo. Chi è interessato può andare a vedere la storia dei Bhadralok (gentiluomini) bengalesi all’inizio del Raj britannico - ad esempio nella “Storia dell’India” di Michelguglielmo Torri (Laterza, 2000) o nel mio “Naxalbari-India. L’insurrezione nella futura ‘terza potenza mondiale’ ” (Mimesis, 2007).
12 Si tratta del “ Saggio sulle classi sociali” (Laterza, 1974).
13 «A Mosca, durante il II Congresso, il compagno Lunaciarsky ha detto, in un suo discorso ai delegati italiani [...] che in Italia esiste un intellettuale rivoluzionario e che egli è Filippo Tommaso Marinetti. I filistei del movimento operaio sono oltremodo scandalizzati; è certo ormai che alle ingiurie di: “bergsoniani, volontaristi, pragmatisti, spiritualisti”, si aggiungerà l’ingiuria più sanguinosa di “futuristi! Marinettiani”! Poiché una tale sorte ci attende, vediamo di elevarci fino all’autocoscienza di questa nuova nostra posizione intellettuale» (Antonio Gramsci, “L’Ordine Nuovo”, 5 gennaio 1921, I, n. 5).
14 Secondo Mosler la moneta verrebbe immessa solo per far pagare le tasse, anche se questa funzione viene alterata da quella di riserva di valore, con buona pace del noto polimorfismo della moneta, come numerario, mezzo di circolazione e infine come mezzo di pagamento, cioè come denaro in senso proprio (in dipendenza di ciò il denaro può diventare riserva di valore). Insomma nella relazione di Mosler è ben difficile intravedere il denaro come capitale. Per non parlare del ruolo della riserva di valore come mezzo di conduzione di conflitti intercapitalistici, un concetto assente anche nella maggior parte dei marxisti.
15 Mario Monti nella “Intervista sull’Italia in Europa di Federico Rampini (Laterza, 1998) chiarisce che ciò è costitutivo dell’Unione Europea: «[Le] istituzioni europee ... hanno accettato l’onere dell’impopolarità essendo più lontane, più al riparo del processo elettorale».
16 O “Lambek calculus”, all’Inglese. E’ la stessa cosa, ha persino un suono praticamente identico, ma detto in Inglese fa molto più fico. Non è vero? E’ un piccolissimo esempio della potenza culturale anglosassone.
17 Al più posso essere maggiormente convinto da un modello “non-Blanchard” che da un modello “Blanchard”. Mi riferisco al libro “Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia” di Emiliano Brancaccio (Franco Angeli, 2012).
18 La relazione era incentrata sulle differenze tra Karl Marx e Friedrich List riguardo al ruolo dello stato nazionale e delle classi. Una relazione importante per tutto il discorso che qui stiamo svolgendo, compreso l’aspetto culturale delle formazioni sociali. A Chianciano Emiliano Brancaccio ha affrontato il tema politico decisivo della differenza tra un’uscita dall’Euro da sinistra (dal basso) e da destra (dall’alto) mentre Luciano Barra Caracciolo si è soffermato su importanti contraddizioni tra le normative europee e la nostra Costituzione, che infatti sta subendo un attacco inimmaginabile persino ai tempi del “regime democristiano”.
19 «Tanto come moneta di conto quanto come moneta, il denaro acquista carattere locale e politico, parla linguaggi ufficiali differenti e porta uniformi nazionali differenti» (Marx, “Per la critica dell’economia politica”).
20 Cosa poco credibile, dato che l’allarme debito pubblico giapponese è stato lanciato da molto tempo sui mercati finanziari, però senza che nulla sia successo.
21 La Banca Centrale del Giappone dopo il Plaza Accord usò la sua possibilità d’intervento per attuare come contromisura una politica espansiva che ebbe l’effetto di gonfiare a dismisura i prezzi degli immobili e delle azioni creando una bolla finanziaria di ampiezza storica. Da notarsi che l’effetto finale dei due accordi fu la lunghissima stagnazione giapponese, la cosiddetta “crisi delle Tigri asiatiche” del 1997, quella della Russia l’anno seguente e un parallelo rafforzamento dei mercati finanziari negli States.
22 Gli anglosassoni direbbero: «Prego, definire “programmazione democratica”». Giusto. Occorre definirla e bisogna farlo innanzitutto ripercorrendo criticamente la storia degli Stati sviluppisti, e in Italia del Piano del Lavoro, della programmazione economica e della Cassa del Mezzogiorno; ciò che era nelle intenzioni dei proponenti, come andò veramente e perché andò in quel modo. Gli studi non mancano, ma poiché l’autore è stato già citato, perché non dare un’occhiata al libro di Augusto Graziani, “Lo Sviluppo Dell'Economia Italiana. Dalla ricostruzione alla moneta europea” (Bollati Boringhieri, 1998)?
23 Questa è un’ipotesi completamente insensata anche per studiosi come Bruno Amoroso. Per quanto riguarda il concetto di “classe globale”, io penso che lo sfilacciamento dei tratti nazionali della borghesia dominante e il suo inglobamento nel ciclo finanziarizzazione-globalizzazione non configuri una “classe globale”, a motivo della gerarchia conflittuale da cui il capitalismo non può prescindere e per ragioni storiche e culturali.
24 Milton Friedman iniziò a pubblicare le sue tesi negli anni Cinquanta, era professore all’Università di Chicago dal 1947 e nel 1974 aveva già fatto in tempo a vincere il Nobel. Quel che è più interessante è che i “Chicago Boys” sperimentarono le loro teorie in Cile già a metà degli anni Settanta, su invito del dittatore fascista Pinochet. Sì, stiamo parlando proprio di quelle teorie accolte con entusiasmo da più di venti anni dalla sinistra occidentale a partire dalla nostra, addirittura in estasi. Vedi il capoverso seguente.
25 Pena diventare dei buonisti immaginari dediti a giustificare ogni nefandezza reale.
26 Concetto, quest’ultimo, che ha meno di sei gradi di separazione dal “complotto demoplutogiudaico” di famigerata memoria, che lo si voglia o no.
27 Marx insisteva sul fatto che i meccanismi di accumulazione, e le loro contraddizioni, si ergono come oggettivi anche di fronte agli stessi capitalisti, sottolineando la natura di Charaktermaske degli attori sociali, per quanto potenti possano essere. Ciò non nega l’agire soggettivo delle élite (che da sempre discutono dei loro affari «con discrezione», come ricorda Fernand Braudel). Significa che gli spostamenti dei centri di gravità dell’economia mondiale «non hanno nulla a che vedere con la natura o vocazione segreta del capitalismo» (Braudel, “La dinamica del capitalismo”). Significa, più in generale, che anche questi attori sociali non agiscono «in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che trovano immediatamente davanti a sé» (Marx, “L'ideologia tedesca”).
28 Per i primi ormai la pubblicistica è vasta. Qui consiglio il popolare blog “goofynomics” del prof. Alberto Bagnai, per la sua chiarezza. Per il secondo ordine di fattori segnalo i post di Pierluigi Fagan intitolati “Fenomenologia dello stato-nazione europeo” sul blog “pierluigifagan.wordpress.com”, un piccolo classico on-line. Tuttavia, diverse questioni rimangono aperte quando si tratta di ragionare su “aree culturali” su cui eventualmente costruire aree comunitarie sub-europee, perché non necessariamente coincidono con quelle economiche. Ad esempio alcuni studiosi ritengono che i legami culturali tra Italia e Germania siano più stretti di quelli tra Italia e Francia.
29 Per quanto riguarda Jefferson, il suo “Empire of liberty” (ma non per i negri) era un vero impero materiale (l’extensive empire della sua lettera a James Madison del 27 Aprile 1809) che doveva contrastare il ben concreto impero inglese. I motivi per cui considero la guerra civile americana il turning point che immette nella storia contemporanea, sono complessi e ho cercato di spiegarli nel mio libro on-line sopra citato. La guerra civile americana ha avuto effetti geopolitici, politici ed economici simili a quelli dei Risorgimenti europei dello stesso periodo, una sorta di secondo atto della guerra d’indipendenza. Quindi, per ragioni storiche, culturali e politiche evidenti e per il fatto che la II Guerra Mondiale si è conclusa con l’inserimento organico dei singoli Paesi europei occidentali in un impero formale statunitense (nel senso spiegato da Giovanni Arrighi in “La geometria dell’imperialismo”, Feltrinelli, 1978), non si può paragonare quell’evento alla guerra civile americana, nemmeno per suffragare i generosi ideali di un’Europa unita.
30 Tommaso Padoa Schioppa, sul n. 27 di “Commentaire” del 1999 era molto esplicito: «L’Europa non nasce da un movimento democratico [...]. L’Europa è nata seguendo un metodo che potremmo definire con il termine di dispotismo illuminato». Un metodo che trae la sua linfa dalle crisi: «Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi e di gravi crisi per fare passi avanti» (Mario Monti al convegno “Finanza: comportamenti, regole istituzioni”, Luiss, 22 febbraio 2011).
31 Non è invece da escludere che il Trattato di Maastricht e quindi anche il funzionamento della Bce possano essere rinegoziati, ma questa è un’altra faccenda. Anche ciò dovrebbe essere tenuto presente da chi vuole un mandato anti-austerità per l’Europa. In Italia la rinegoziazione, oppure un’uscita dall’alto dalla moneta unica, potrebbe essere sostenuta non da una “borghesia nazionale” ma da un capitale dominante che da sempre è tecnicamente conservatore e politicamente subordinato agli Stati Uniti (vedi l’Appendice 1).
32 Questo dicono i verbali della riunione del 28-29 gennaio scorsi del Board of Governors della Fed.
33 Durante la Prima Repubblica nessuno avrebbe avuto il coraggio di proporle, per quanto reazionario avesse potuto essere, e invece oggi sono considerate negoziabili anche dalla CGIL.
34 Per il concetto di “accumulazione differenziale”, introdotto dagli economisti J. Nitzan e S. Bichler, e le sue relazioni con la crisi sistemica e le politiche di mergers & acquisitions, si veda Al cuore della Terra e ritorno , Parte Prima, Capitolo VII.5.
35 A fronte di guadagni previsti non strepitosi. Secondo l’Ifo Institut di Monaco di Baviera, il Ttip produrrebbe circa 400.000 posti di lavoro in tutta la UE e il Centre for Economic Policy Research valuta che ci sarà un aumento medio di reddito annuale per una famiglia di quattro persone di 545 euro per la EU e di 655 euro per gli Usa.
36 E’ vero che il vantaggio tedesco si basa sulle sue esportazioni di valori reali dalle quali dipende la sua capacità di fornire ai partner capitali, ma la Germania non è estranea alla finanziarizzazione. Tra inizio 2008 e settembre 2012 la Germania ha messo a disposizione delle proprie banche 646 miliardi di euro, pari a ben il 25,1% del Pil tedesco. Ne sono stati usati 259, pari al 10,1% del Pil. Per confronto, si pensi che l’Italia mise a disposizione nello stesso periodo 130 miliardi cioè l’8,2% del Pil, e ne furono usati solo 15, l’1% (vi ricordate però quanto si sbraitò contro i “Tremonti bond”?).
37 Per quanto detto, la ricompartimentalizzazione del sistema-mondo non sarà solo economica, ma politico-militare. Anzi, a mio avviso questo sarà il segno prevalente. Non erroneamente alcuni parlano del Ttip come della Nato economica.. Ecco il perché delle spinte di conquista verso Est (Ucraina, Caucaso) o di riconquista dell’America Bolivariana (la procurata crisi in Venezuela che può probabilmente avvalersi della nuova debolezza argentina e di quella brasiliana).
38 «Un dialogo trilaterale sul futuro dell’Ucraina deve aver luogo tra quel paese, la Russia e la UE, come Mosca ha proposto ripetutamente». (Sergey Karaganov, “Financial Times”, 5 marzo 2014 – Karaganov è preside della facoltà di Politica Estera ed Economia Internazionale dell’Università Nazionale di Ricerca-Alta Scuola di Economia, a Mosca. Quando parla di UE implicitamente parla della Germania, la più diretta interessata).

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