Come risultato di queste manovre recessive il tasso di disoccupazione è salito a oltre il 20% e - secondo Eurostat - già nel 2010 il 27,7% della popolazione era a rischio di povertà o esclusione sociale e per la fine dell'anno la percentuale salirà a oltre il 30%. Le manovre «canaglia» imposte alla Grecia dall'Europa e dal Fondo monetario non sono per ora riuscite a modificare la crisi fiscale di Atene, ma hanno contribuito solo a frenare la crescita: nel triennio 2010-2012 il Pil diminuirà segnando una caduta superiore al 12% senza che i conti pubblici siano stati risanati. Basti pensare che i nuovi obiettivi prevedono una diminuzione del rapporto Debito/Pil dall'attuale 160% al 120%, ma solo nel 2020. D'altra parte se un paese non cresce è impossibile il risanamento dei conti pubblici.
E tutto questo perché?
A maggior gloria del sistema bancario e dell'euro nell'egoismo dei paesi europei. Non è un caso che dal 4 ottobre 2009 quando Papandreou vince le elezioni anticipate e comincia a scoprire la bancarotta fraudolenta del precedente governo conservatore, è iniziata la guerra contro la Grecia. Prima il paese è stato tradito dagli stessi greci con una massiccia fuga di capitali all'estero frutto del disinvestimento dei titoli del debito pubblico. Poi è stata la volta del sistema bancario internazionale a mettere sotto tiro il debito pubblico, peraltro non enorme, visto che è circa un sesto di quello italiano.
Sarebbe stato possibile - all'inizio del 2010 - salvare la Grecia con costi notevolmente minori, ma non lo si è fatto. A non volerlo è stata soprattutto la Germania che per mesi ha ostinatamente rifiutato ogni aiuto, condizionandolo poi a enormi manovre correttive varate da Papandreou. Quando nel maggio del 2010 fu accordata la prima linea di credito era evidente che sarebbe stata insufficiente: le correzioni dei conti stavano stravolgendo il tessuto produttivo e sociale del paese. L'impressione - anzi la certezza - è che si volesse «colpire uno per insegnare a cento». Non è infatti possibile credere che nessuno avesse capito la mostruosità di quanto si stava chiedendo alla Grecia.
L'importante, però, era dare l'esempio, spingere i salari sempre più in basso, cancellare i diritti acquisiti e più in generale cancellare tutti i diritti, a cominciare da quelli dei lavoratori, depredando al tempo stesso il paese dei suoi beni pubblici con massicce privatizzazioni. Di più: quando Papandreou minacciò strumentalmenete (e forse senza un a vera volontà di farlo) di ricorrere a un referendum consultivo per chiedere ai cittadini se erano d'accordo con i sacrifici e quindi con la permanenza del paese nell'euro, fu subito stoppato dall'Europa. Insomma, dopo lo scippo dei beni archeologici e dell'economia, la Grecia ha subìto anche quello della democrazia. Ora Atene è a terra, ma all'Europa - come dimostra la pretesa di Junker - ancora non basta. Sarebbe il caso che la Grecia, con un gesto di orgoglio e di indipendenza, dicesse basta all'Europa e soprattutto all'euro.
A maggior gloria del sistema bancario e dell'euro nell'egoismo dei paesi europei. Non è un caso che dal 4 ottobre 2009 quando Papandreou vince le elezioni anticipate e comincia a scoprire la bancarotta fraudolenta del precedente governo conservatore, è iniziata la guerra contro la Grecia. Prima il paese è stato tradito dagli stessi greci con una massiccia fuga di capitali all'estero frutto del disinvestimento dei titoli del debito pubblico. Poi è stata la volta del sistema bancario internazionale a mettere sotto tiro il debito pubblico, peraltro non enorme, visto che è circa un sesto di quello italiano.
Sarebbe stato possibile - all'inizio del 2010 - salvare la Grecia con costi notevolmente minori, ma non lo si è fatto. A non volerlo è stata soprattutto la Germania che per mesi ha ostinatamente rifiutato ogni aiuto, condizionandolo poi a enormi manovre correttive varate da Papandreou. Quando nel maggio del 2010 fu accordata la prima linea di credito era evidente che sarebbe stata insufficiente: le correzioni dei conti stavano stravolgendo il tessuto produttivo e sociale del paese. L'impressione - anzi la certezza - è che si volesse «colpire uno per insegnare a cento». Non è infatti possibile credere che nessuno avesse capito la mostruosità di quanto si stava chiedendo alla Grecia.
L'importante, però, era dare l'esempio, spingere i salari sempre più in basso, cancellare i diritti acquisiti e più in generale cancellare tutti i diritti, a cominciare da quelli dei lavoratori, depredando al tempo stesso il paese dei suoi beni pubblici con massicce privatizzazioni. Di più: quando Papandreou minacciò strumentalmenete (e forse senza un a vera volontà di farlo) di ricorrere a un referendum consultivo per chiedere ai cittadini se erano d'accordo con i sacrifici e quindi con la permanenza del paese nell'euro, fu subito stoppato dall'Europa. Insomma, dopo lo scippo dei beni archeologici e dell'economia, la Grecia ha subìto anche quello della democrazia. Ora Atene è a terra, ma all'Europa - come dimostra la pretesa di Junker - ancora non basta. Sarebbe il caso che la Grecia, con un gesto di orgoglio e di indipendenza, dicesse basta all'Europa e soprattutto all'euro.
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