martedì 21 febbraio 2012

Libertà di stampa addio, chi tocca Fiat paga caro di Luca Telese, Il Fatto Quotidiano

C’è qualcosa di inquietante e violento nella sentenza che ieri ha colpito (in primo grado), Corrado Formigli e Annozero, condannandoli a pagare cinque milioni (cinque milioni!) di euro per aver criticato in una puntata le prestazioni di un’auto della Fiat, la Mito, definendole inferiori a quelle di altri modelli concorrenti. Cinque milioni per aver realizzato un servizio comparativo in cui si sosteneva che la Alfa Mito in circuito va più piano di altri due modelli di altre case. Il dato della velocità é un dato tecnico: ma anche se fosse stato un eccesso, o una forzatura? Anche se fosse stato un errore? Anche se fosse stato un dato interpretato male? Cosa significa condannare un giornalista a pagare cinque milioni di euro?
Il messaggio che arriva da questa sentenza é davvero preoccupante. Cosa accadrebbe a Formigli se, come sempre succede in questi casi, la Rai gli facesse pagare anche solo metá della cifra dovuta? Se questa incredibile condanna venisse confermata ci sarebbero due conseguenze immediate: in primo luogo la vita di Formigli verrebbe rovinata (costretto a lavorare fino alla fine dei suoi giorni per risarcire il Lingotto). E subito dopo sarebbe sancito da una sentenza il principio per cui i prodotti Fiat non possono essere criticati. Insomma: chi tocca paga, colpirne uno per educarne cento. E non con un risarcimento simbolico, ma con una pena insostenibile per un privato.
Tutto questo è incredibile per almeno due motivi. Il primo: in questi stessi mesi, malgrado sentenze sfavorevoli, é stato consentito alla Fiat di escludere alcuni dei suoi operai dalla rappresentanza, senza che questo abbia comportato (per ora) sanzioni o scandalo. A Pomigliano l’azienda ha potuto evitare di riassumere tutti gli iscritti a un sindacato (la Fiom) perché giudicati ostili o indesiderati. Il che vuol dire che nessuno può criticare le merci, ma che invece si possono colpire gli uomini.
Il secondo elemento di inquietudine riguarda il collegio dei periti che ha assistito i magistrati. Un pool ben assortito, composto di professori che hanno avuti rapporti con istituzioni finanziate dalla Fiat, a partire dall’attuale ministro Profumo. Se un giornalista viene schiantato da una pena insostenibile non si colpisce solo lui, ma anche tutti i suoi colleghi, che domani dovranno pensare cento volte anche prima di scrivere una sola riga. Chissà, forse anche io dovrei preoccuparmi prima di pubblicare questo post. Viviamo in un tempo in cui i diritti dei singoli sono ridotti a dettaglio irrilevante, e le merci diventano sacre e inviolabili.


Io, la Rai e la Fiat: tanti saluti al diritto di critica  di Corrado Formigli
Un giudice di Torino ha condannato me e la Rai a risarcire con 7 milioni di euro Fiat per aver realizzato un servizio, nel dicembre del 2010, per la trasmissione Annozero. Si tratta di una condanna senza precedenti, applicata sulla base del codice civile. Una cifra impressionante, del tutto insostenibile. Una sentenza che investe non soltanto la vita di una persona, ma le ragioni stesse della nostra professione.
Nel servizio incriminato, al fine di valutare la competitività di Alfa Romeo sul mercato delle auto sportive, avevo messo a confronto tre piccole “belve” su una pista per testare le loro prestazioni assieme a un pilota collaudatore. Un confronto già peraltro realizzato dalla più autorevole rivista di settore, Quattroruote, la quale aveva sancito con tanto di responso cronometrico che l’Alfa Romeo Mito Quadrifoglio Verde, una delle tre auto a confronto, era la più lenta su circuito, distanziata dalla Mini Cooper S di tre secondi e dalla Citroen DS3 di un secondo e mezzo. Insomma, il test di Annozero si era limitato a ribadire un confronto già realizzato e mai contestato.
In uscita dal servizio, dentro lo studio della Rai dove mi trovavo, mi sono limitato a constatare che la Mito “si è beccata tre secondi dalla Mini”. Frase che, agli occhi di Fiat, è risultata un’insopportabile aggressione mediatica. Non mi addentro nelle ragioni giuridiche di questa sentenza, mi limito a osservare l’immensa sproporzione tra fatto e ammenda, quindi il suo intento punitivo. Del totale, “solo” un milione e settecentocinquanta mila euro quantificano il danno patrimoniale, mentre ben cinque milioni e duecentocinquantamila euro rappresentano il danno non patrimoniale. Insomma, cinquanta secondi di filmato nel quale il giornalista afferma non che l’Alfa Mito perde le ruote a 180 all’ora in autostrada e causa la morte di chi la guida, bensì che in pista è sì stabile e sicura, ma meno veloce di una Mini (fatto non contestato dalla Fiat) valgono molto più della vita di una persona: le tabelle in vigore presso il tribunale di Milano, fatte proprie dalla Suprema Corte, riconoscono al padre che ha perso un figlio un danno non patrimoniale massimo di 308.700 euro.
Naturalmente sul mio servizio si può dissentire. Ma quale principio democratico afferma una sentenza che contesta non il fatto raccontato, bensì l’incompletezza dell’informazione in questione? In sostanza Fiat sostiene (e il giudice accoglie) che non puoi parlare della sportività di un’auto senza citare anche l’ampiezza del suo bagagliaio, la qualità delle sue finiture e la comodità del suo abitacolo. Insomma, se dici che un’auto è più lenta di un’altra (dato, insisto, mai contestato da Fiat), devi anche aggiungere che in compenso è bella spaziosa. Con tanti saluti al diritto di critica e di scelta del terreno del confronto.
Questa sentenza è un atto di intimidazione nei confronti di chi si azzarda a criticare un prodotto industriale. Nell’era della crisi globale, quando crescita e competitività diventano fattori cruciali per il futuro di un paese, una stampa orientata più ai consumatori che ai produttori è non solo necessaria, ma utile a stimolare le imprese. La domanda è: in Italia questo giornalismo libero di confrontare e criticare un prodotto ce lo possiamo ancora permettere? O questi 7 milioni di euro stabiliscono il limite oltre il quale non ci si può spingere? In Italia, guardando la tv o leggendo le riviste specializzate, tutte le auto sono belle, comode e veloci. Ma è sufficiente guardare un programma della Bbc (per esempio il mitico Top Gear) per rendersi conto di quanto lontano si spinga nel mondo anglosassone la facoltà di critica.
In Italia può esercitare il ruolo di perito indipendente del tribunale chi riceve finanziamenti da una delle parti: nel mio caso è successo per ben due dei tre consulenti indipendenti, i quali hanno ammesso di fronte al giudice che i rispettivi istituti ricevono finanziamenti da Fiat. Eppure sono rimasti tranquillamente al loro posto. Difficile per un giornalista, solo di fronte a questa condanna immensa, immaginare di continuare a esercitare il proprio diritto di critica. Chi parla male di un’auto Fiat, in Italia paga. Questa è la morale, questo deve sapere chi si appresta a fare il nostro mestiere.

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