giovedì 28 gennaio 2016

Le nuove servitù e il lavoro intellettuale di Carlo Formenti

Quella che segue è la trascrizione dell'intervento tenuto nello scorso aprile a Pistoia all'interno del seminario "La cultura di massa dall'emancipazione all'alienazione". Sui numeri 182-183 e 184 abbiamo pubblicato le altre relazioni
Lavoro intellettuale e lavoro manualeIn poco più di trent'anni, dall'inizio degli anni ottanta a oggi, le conquiste di secoli di lotta delle classi subordinate - salari, condizioni di lavoro e di vita dignitose, diritto all'assistenza sanitaria, e alla pensione, ampliamento degli spazi democratici - sono stati spazzati via senza incontrare praticamente resistenza. Voi vivete letteralmente in un altro mondo, rispetto a quello in cui è vissuta la mia generazione.
Forse vi può essere utile apprendere qualche cenno biografico su chi vi sta parlando per aiutarvi a capire. Ho sessantasette anni, non ho visto la guerra, ma ho vissuto altre grandi mutazioni. Quando insegnavo all'università di Lecce, ora sono in pensione, iniziavo sempre il corso con questa breve nota autobiografica, perché sono convinto che non esista alcun sapere, alcuna conoscenza, anche quelle che si pretendono scientifiche, che non sia situata. Parliamo sempre da un punto di vista: appartenenza di genere, di classe, appartenenza a un'epoca storica e alla sua cultura, eccetera... E quindi il mio punto di vista - per quanto io possa essere dotato di autoconsapevolezza critica, capacità di auto-distanziamento o di autoironia - è determinato da tutti questi fattori.
L'età ve l'ho già detta. Ho fatto diversi mestieri perché ho sempre avuto l'abitudine - quando non mi sentivo più a mio agio in un determinato ruolo - di cambiare vita, buttando via quello che oggi si chiama il mio "capitale sociale" per ricominciare da zero. Mio padre era un artigiano di origini contadine nato nel 1903, quindi ha fatto in tempo a vedere la ritirata di Caporetto, i disertori che venivano accolti nei fienili dai contadini del suo paese e, quando venivano trovati dai carabinieri, fucilati sul posto. Ha anche fatto in tempo a vedere le vittime della spagnola portate via sulle carrette, prima di emigrare a Milano, dove ha cominciato a svolgere la sua attività politica: prima nella Gioventù socialista poi nel Partito comunista d'Italia; ha partecipato alla prima resistenza, negli anni venti, contro il regime fascista e si è fatto i suoi anni di galera e di confino, per riprendere l'attività politica dopo la Seconda guerra mondiale. Mia madre era svizzera - ecco perché sono nato a Zurigo - figlia di un tecnico orologiaio che era emigrato in Italia per lavorare in una industria italiana. Entrambi i miei genitori erano autodidatti: mio padre aveva fatto la quinta elementare, ma essendo uno di quei vecchi quadri comunisti si era formato da solo, al punto che lo definirei quasi un aristocratico, lo ho ereditato una parte significativa della mia biblioteca da lui. Ricordo che quando avevo tredici anni mi mise in mano il primo libro del Capitale, di cui devo dire non capii altro se non che questo signore che parlava difficile era molto incazzato, e riusciva a trasmettermi la sua rabbia contro i padroni.
Ho cominciato presto a lavorare, perché ero iscritto all'università ma la famiglia non aveva i soldi per mantenermi, quindi nel 1968-69 non ho partecipato alle vicende dei miei coetanei del movimento studentesco perché lavoravo in ufficio; invece ho dato molti dispiaceri alla multinazionale americana che mi aveva assunto, riuscendo a far fare decine di ore di sciopero laddove non se ne era ancora fatta neanche una. Perciò il sindacato mi propose di uscire a fare un mestiere che forse mi riusciva meglio, cioè il dirigente sindacale dei metalmeccanici, dal 1970 al '74. Poi arrivò un'altra svolta. Dopo le battaglie contrattuali del 1973 fu chiaro che sarebbe iniziato quel riflusso che avrebbe trovato compimento nel 1980 con la marcia dei quarantamila quadri della Fiat. Avendo intuito che il futuro di una carriera sindacale sarebbe stato quello di scaldare una sedia come burocrate, me ne sono andato. Mi sono laureato in Scienze politiche. Poi, non essendo riuscito a restare all'università come ricercatore, sono andato a fare il giornalista, mestiere che ho fatto per più di vent'anni: prima come caporedattore del mensile culturale "Alfabeta", rivista che ha avuto un ruolo significativo nel tenere vivo quel che restava della cultura di sinistra italiana, dopodiché, quando la rivista ha chiuso, ho accettato l'offerta di andare a lavorare come redattore nelle pagine culturali del "Corriere della Sera", dove ho vissuto l'esperienza più dura della mia vita, nel senso che vivere e lavorare in quel posto non è stato particolarmente gradevole. Infine, nell'ultimo decennio, mi sono ritrovato a insegnare Sociologia della comunicazione all'università di Lecce, finché due anni fa sono andato in pensione e ora faccio il consulente editoriale.
Questo percorso potrebbe essere definito come permanenza in una posizione "marginale di lusso", una marginalità associata a condizioni che la nostra generazione ha potuto permettersi, il che marca una differenza radicale fra il nostro mondo e il vostro. lo negli anni settanta, e in buona parte degli ottanta, ho potuto permettermi di buttare via una quantità impressionante di tempo; mi sono preso tutto il tempo per laurearmi, ho fatto diversi lavori eccetera. Questo perché si aveva la netta sensazione - alla quale corrispondeva un dato di fatto reale - che comunque non si sarebbe morti di fame. Vivevamo una dimensione in cui quegli stessi saperi che costruivi attraverso esperienze come quelle delle lotte sindacali o dei movimenti politici erano riciclabili sul mercato del lavoro.
Perché tutto questo castello costruito in secoli di lotte è crollato in trentacinque anni? Come sapete le risposte che sono state date sono tante: il processo di globalizzazione e finanziarizzazione dell'economia, la capacità delle grandi imprese di decentrare i processi produttivi grazie alle nuove tecnologie di rete, la possibilità di decentrare la forza lavoro in paesi dove la forza lavoro costa pochissimo come la Cina e altri paesi del Terzo Mondo, processi che hanno creato rapporti di forza estremamente negativi per le classi subordinate dei paesi ricchi o ex-ricchi.
 
 La finanziarizzazione dell'economia in Occidente vuol dire che il grande capitale ha molto meno bisogno di prima di ricorrere allo sfruttamento industriale della classe operaia per realizzare profitti. Una quota impressionante dei profitti che vengono oggi realizzati sono profitti speculativi. Lo ha spiegato molto meglio di quanto potrei spiegarlo io Luciano Gallino nel suo libro Finanzcapitalismo, così come lo stesso Gallino ha descritto "la lotta di classe dall'alto" che è stata condotta in questi trent'anni, a partire dai governi Thatcher e Reagan nell'Inghilterra e negli Stati Uniti. Un'impresa di cui si sono poi fatte carico le stesse "sinistre": il continuatore di Thatcher in Inghilterra è stato Tony Blair, di cui Renzi è l'attuale reincarnazione italica. I governi socialdemocratici hanno condotto con ancora più radicalità dei governi conservatori le politiche di smantellamento dello stato sociale, di indebolimento dei rapporti di forza della classe operaia, di taglio della spesa pubblica. Oggi in Inghilterra larghi strati di popolazione vivono condizioni simili a quelle descritte da Dickens. Le banche del cibo devono sovvenzionare una quantità impressionante di persone che non hanno più reddito sufficiente per mangiare; ci sono delle malattie dovute al fatto che la gente mangia cibi scaduti; il livello di assistenza sanitaria - un tempo fiore all'occhiello del welfare inglese - è peggiorato a causa della privatizzazione di molti servizi. Per tacere di cosa sta succedendo in Grecia, un paese letteralmente massacrato.
Perché hanno potuto fare questo senza incontrare resistenza? Perché non si sono giocati rapporti di forza che pure ancora erano presenti? lo non ho la presunzione di dare un'unica spiegazione, perché esistono molti fattori integrati che convergono nel produrre gli effetti di cui stiamo parlando. Però c'è un punto focale. Credo che tutto quello che gira intorno alla rivoluzione tecnologica che c'è stata negli ultimi venti-trent'anni abbia svolto un ruolo assolutamente strategico. Non solo perché senza le reti di computer il processo di finanziarizzazione non sarebbe potuto procedere così rapidamente - oggi esiste un'unica borsa integrata a livello globale che reagisce in tempo reale a tutto quanto succede sui vari mercati; abbiamo transazioni finanziarie che avvengono in frazioni di secondo; i broker vengono rimpiazzati dal software che analizza in tempo reale le minime variazioni di valore dei titoli e decide di acquistare o vendere i titoli in nanosecondi. Tutto questo è sempre più fuori dal controllo delle istituzioni che dovrebbero controllare la borsa, anche perché molte di queste transazioni non vengono più effettuate nelle borse ufficiali, ma nelle black pool, "le piscine nere" gestite direttamente dagli istituti finanziari privati come Goldman Sachs, J.P. Morgan eccetera. Però ciò che più conta non è tanto che esistano queste tecnologie: è l'entusiasmo con cui "il progresso tecnologico" è stato accolto da tutti, a partire dalle sinistre. Non solo da socialdemocratici e laburisti, ma anche dalle sinistre radicali come quelle che si ispirano alle teorie operaiste o neo-post-operaiste di Antonio Negri. L'intero apparato culturale della sinistra interpreta la trasformazione tecnologica in corso come una straordinaria opportunità; come qualcosa di sostanzialmente positivo.
Questo è un primo punto. Un secondo punto è l'illusione che l'emergenza di un nuovo strato di lavoratori dotato di istruzione e competenze tecniche più elevate avrebbe spostato progressivamente il rapporto di forza a favore della "classe creativa" o dei "lavoratori della conoscenza". Un terzo punto che prenderò in esame è quello che anticipavo poco fa, riferendomi agli effetti del contributo che le culture dei movimenti degli anni sessanta e settanta hanno offerto a quello che alcuni autori hanno definito "il terzo spirito del capitalismo". Lo spirito del capitalismo attuale si è infatti costruito appropriandosi dei valori culturali dei movimenti dal 1968 in avanti: basta leggere i testi teorici del management per rendersi conto di come ci sia stato un trasferimento diretto dei valori di creatività, autenticità, libertà, orizzontalità, cooperazione, condivisione-tipici della cultura dei movimenti degli anni sessanta e settanta, e dei "nuovi movimenti" successivi, pacifismo, ecologismo, femminismo. Attenzione, non intendo attaccare la cultura dei nuovi movimenti; cerco semplicemente di mettere in rilievo come tale cultura sia sfuggita al controllo di chi l'ha prodotta.
E ciò è avvenuto perché il capitale è la forma sociale più capace di adattamento che sia mai stata prodotta nella storia dell'umanità. È l'opposizione al capitale che fornisce al capitale le idee migliori per rinnovarsi e mettercelo in quel posto. Hanno una capacità straordinaria di usare le idee di chi si oppone come leva per rivoltarle contro gli oppositori, e riescono a farlo con una rapidità straordinaria.
Il quarto punto cui accennerò è la crescente contraddizione di interessi che si è determinata, soprattutto all'interno dei paesi avanzati, fra gli strati superiori delle classi lavoratrici e la massa dei lavoratori del terziario "arretrato", come viene definito. Oggi le uniche lotte di un qualche significato che vengano condotte negli Stati Uniti le fanno per esempio i lavoratori di McDonald, delle grandi catene commerciali, e di altri analoghi settori a basso contenuto di qualificazione. La maggior parte dei protagonisti sono chicanos, neri, portoricani e altri migranti. I portatori di comportamenti e pratiche antagonistiche nei confronti del capitale oggi sono quasi esclusivamente questi. L'esempio cinese da questo punto di vista è clamoroso. Sta per uscire da Jaca Book un nuovo libro di una sociologa di Hong Kong che si chiama Pun Ngai che descrive l'inferno della Foxconn. Foxconn è la fabbrica in cui si producono tutti i lettori, i computer, micro-computer, i-Phone, targati Samsung, Apple, Amazon, e nella quale lavorano un milione e mezzo di operai cinesi - perlopiù migranti interni di origine contadina. Gli interessi di questa massa operaia super sfruttata confliggono frontalmente con quelli della nuova classe media cinese che si assiepa davanti ai negozi Apple per avere l'ultimo gadget, esattamente come succede davanti ai negozi Apple statunitensi e di tutto il mondo. L'ultimo punto riguarda cosa resta fuori da questo processo di subordinazione e assimilazione alla cultura neoliberista; qual è il "fuori" che può in qualche modo essere il luogo, il protagonista, il soggetto, di un conflitto anti-sistema. Questo interrogativo non è ancora un "che fare?", non ho la presunzione di delineare progetti tanto ambiziosi in una situazione catastrofica qual è quella attuale; è solo il tentativo di avviare un ragionamento sulle prospettive di resistenza nei confronti degli automatismi del mercato e di un sistema politico che ormai non ha sostanzialmente alcuna autonomia nei confronti del mercato. Questa è la cosa importante da cui partire: noi ormai viviamo in un sistema compiutamente post-democratico. La democrazia rappresentativa non esiste più, se non come puro rituale. Oggi gli Stati Uniti sono, di fatto, un'oligarchia di censo: più della metà dei senatori e dei membri del Congresso fanno parte di quel famoso uno per cento di super ricchi denunciato dai militanti del movimento Occupy Wall Street. Un posto al Congresso si compra, è un investimento; per essere eletti bisogna investire milioni di dollari, che arrivano dalle lobby delle grandi imprese che finanziano le campagne elettorali di chi sosterrà i loro interessi. Oggi non esistono più la politica, la finanza, l'economia; esiste un'oligarchia in cui questi elementi si intrecciano e a volte coincidono nella stessa persona. L'attuale sistema neolibérale, liberista, non è il vecchio sistema liberale. Ha cambiato natura, è mutato radicalmente. Se voi andate a leggervi La ricchezza delle nazioni di Adam Smith trovate una serie di riflessioni di tipo etico e morale che non hanno più alcun senso dal punto di vista dell'attuale neoliberismo. Quando ci si chiede "ma perché fanno cose che sembrano suicide e folli?", perché insistono con politiche che - come nel caso della Grecia - invece di risolvere il problema lo aggravano? Forse sono pazzi? No, non sono pazzi. Il fatto è che il neoliberismo è un tentativo di indurre una mutazione antropologica. Vogliono costruire un uomo nuovo: l'imprenditore di se stesso. Si costruisce un modello per cui tu sei il detentore del tuo "capitale" - capitale sociale, capitale reputazionale eccetera. Tu sei il responsabile del modo in cui ti muovi sul mercato in competizione con tutti gli altri. Questo vale per gli individui, per le imprese piccole medie o grandi che siano; per gli stati, che competono fra loro per creare condizioni che attirino gli investimenti delle multinazionali sul loro territorio, abbattendo le tasse, creando condizioni di miglior favore, creando, come ha fatto la Cina, zone speciali in cui vengono sospese tutte le leggi sul lavoro. La Foxconn, per esempio, può operare - con l'appoggio del Partito comunista e delle amministrazioni locali - in deroga a tutte le leggi sul lavoro cinese: si lavora per dodici, quattordici, sedici ore al giorno, si lavora a partire da dodici-tredici anni, gli studenti delle scuole professionali vengono portati a fare degli stage, durante i quali vengono messi alla catena di montaggio per effettuare lavori che non hanno nulla a che fare col loro programma scolastico. Dall'altra parte si mettono invece in atto processi di cooptazione che, in alcuni casi, sono effettivi: gli impiegati di Google, di Facebook, di Amazon, godono di reali privilegi: salari elevati, benefits di ogni tipo eccetera. Ma si tratta di esigue minoranze: la stragrande maggioranza di coloro che lavorano nelle catene di subappalto, come quelli che sviluppano applicazioni - sviluppatori indipendenti o microimprese che lavorano per i colossi dell'industria hi-tech - competono ferocemente fra loro per strappare salari da fame. Eppure sono a loro volta integrati in questa ideologia dell'imprenditore di se stesso; del lavoro autonomo come valore.
Negli anni settanta si parlava del "rifiuto del lavoro". Era un fenomeno reale: la fuga dalla catena di montaggio, la fuga dal lavoro dipendente, era una spinta molto sentita da quella generazione. Dopodiché si sono trovati intrappolati in una macchina infernale che li ha completamente marginalizzati. Ho conosciuto molti operai e molti quadri sindacali dell'Alfa. Quando l'Alfa ha cominciato a smantellare la fabbrica, molti di costoro hanno avviato le loro piccole fabbriche che operavano come subfornitori dell'Alfa stessa o di altri processi produttivi, per lo più tedeschi. Ma la stragrande maggioranza di queste piccole imprese sono state massacrate dalla concorrenza internazionale dei paesi che offrono forza-lavoro a costi molto più bassi; il famoso miracolo dei distretti veneti è stato spazzato così. I valori di autonomia, indipendenza, creatività che venivano esaltati in quegli anni li ritroviamo oggi nei manuali di management dove si scrive che la gerarchia non conta più niente, che il capo dev'essere un leader, deve essere portatore di una visione, deve esercitare una leadership carismatica; si lavora per progetti, per équipe eccetera. È stato messo in atto un apparente processo di orizzontalizzazione delle strutture di impresa, ma anche delle strutture amministrative, politiche e sociali. Tutto sembra divenire orizzontale, tutto sembra essere democratizzato. Ma se andate a vedere cosa c'è realmente dietro a tutto ciò, trovate una straordinaria concentrazione dei processi decisionali. Per esempio si descrive la Rete come un potente strumento di democratizzazione della comunicazione: tutti possono parlare, tutti possono avere il loro blog o il loro profilo Facebook; peccato che il novantanove virgola novantanove per cento di queste pagine abbia tre lettori, mentre lo zero virgola uno può averne anche centinaia di migliaia o milioni. Il libro di uno studioso franco-australiano, intitolato Cyberchiefs, analizza come si concentra il capitale relazionale e reputazionale in rete: all'apparente orizzontalizzazione dei processi corrisponde un radicale processo di concentrazione/verticalizzazione. Ancora, pensate al percorso di sviluppo di tutta la traiettoria del software open-source, nato come progetto libero e spontaneo, condiviso da una comunità di sviluppatori indipendenti connessi attraverso la Rete, ma oggi divenuto una macchina da guerra per fare profitti. La new economy - il "capitalismo immateriale" delle grandi Internet company - viene descritta come una sorta di barone di Munchausen che si solleva tirandosi per il suo stesso codino, ma a reggere i piedi del barone sono milioni e milioni di lavoratori supersfruttati dei paesi in via di sviluppo. La democratizzazione dell'economia che si prometteva negli anni novanta, quando si diceva che le start up sarebbero state in grado di fare concorrenza ai colossi del mercato, si è tradotta in un mostruoso processo di concentrazione monopolistica, al punto che il Ceo di Google, Schmitt, ha potuto affermare che "oggi il mercato è dominato dai magnifici quattro, dalle quattro grandi sorelle: Google, Apple, Amazon e Facebook". E le start up competono fra loro per farsi comprare da una di queste imprese e, quando ci riescono, le loro innovazioni vengono buttate via per non turbare gli equilibri del mercato.
Aggiungo qualcos'altro sull'idea che il lavoro cosiddetto immateriale sarebbe di per sé portatore di un livello più elevato di autonomia e creatività. Qui torna buona una battuta di Simone Weil, "il sogno dell'essere umano è diventare una macchina". Questa battuta mi ha ricordato che c'è un aspetto della teoria marxista in cui non mi riconosco più (del resto Marx diceva spesso "io non sono marxista"). Marx continua a darci strumenti teorici straordinari per capire quanto succede oggi, ma alcune sue idee non funzionano più perché sono il prodotto di una cultura ottocentesca. Nel famoso Frammento delle macchine dei Grundrisse, per esempio, scriveva che, allorché la conoscenza scientifica e tecnologica incorporata nel sistema automatico delle macchine raggiungerà determinati livelli di sviluppo, l'idea di misurare il valore di un prodotto con il tempo di lavoro necessario a produrlo non avrà più alcun senso. Allora saremo sulla soglia dell'emancipazione della forza lavoro: il lavoro vivo sarà in grado di rovesciare facilmente (con un clic di mouse diremmo oggi) il dominio parassitario del capitale su un processo produttivo ormai totalmente determinato dallo sviluppo scientifico e tecnologico e che potrà essere direttamente gestito dai lavoratori. Ma questa visione presuppone che capitale e tecnologia possano essere facilmente separati. Invece oggi vediamo come la macchina informatica - non solo reti di computer e software, ma anche modelli organizzativi, cultura di impresa eccetera - abbia la capacità di ridurre drasticamente l'autonomia di chi lavora: sono modelli che determinano a priori che cosa puoi o non puoi fare, sono modelli mentali che non si limitano a esteriorizzare la memoria e il controllo dei dati, condizionano le modalità del pensiero. Così, anche attraverso la pedagogia del lavoro autonomo, dell'imprenditoria di se stessi, si costruisce un'etica del lavoro che cancella il confine fra tempo libero e tempo di lavoro, che induce a lavorare anche quando si è malati, a trascurare gli affetti, all'autosfruttamento, a una spietata competizione di tutti contro tutti. Per sopportare questo stato di cose proliferano gli inviti a praticare la meditazione trascendentale. Sui siti americani sembra che la meditazione sia divenuta la chiave per essere felici (la felicità dipende da te, medita e capirai che diciotto ore di lavoro al giorno è il tuo destino; è la cosa migliore per te; è la perfezione che puoi raggiungere). È stato costruito un dispositivo culturale e antropologico che è una macchina infernale da cui apparentemente è molto difficile trovare una via d'uscita. Due autori francesi, di formazione foucaultiana, Dardot e Laval, hanno scritto un libro molto interessante su tale dispositivo, però alla fine che cosa propongono come soluzione? Le contro-pratiche, le contro-condotte, sulla scia dell'ultimo Foucault della cura del sé. Ma io penso che non è sul piano individuale che possiamo sottrarci, costruendo un'etica e una pratica alternative a quello che viene trasmesso dall'università, dalla pubblicità, dai media, dal capo, dai partiti, persino dai movimenti (vedi i guasti prodotti dai principi femministi del "partire da sé" e del "privato è politico"). Accanto al pensiero femminista radicale, per esempio, è venuta crescendo una cultura femminista "mainstream" che ha svolto una funzione importante nei processi di "femminilizzazione del lavoro" che hanno abbattuto i rapporti di forza del lavoro maschile attraverso l'immissione massiccia delle donne nel mercato del lavoro (senza migliorare affatto la condizione femminile nel lavoro e nella vita). Il politically correct, che impera fino al paradosso nella cultura americana, serve a far dimenticare che le donne continuano a guadagnare il quarantacinque per cento in meno degli uomini, che continuano a essere confinate in ruoli secondari, a essere sfruttate per metterne a valore la flessibilità, la disponibilità, la capacità di cura eccetera. L'ecologia si è a sua volta trasformata. Mentre dovrebbe aiutarci a capire che, se non buttiamo giù il sistema capitalista, siamo condannati all'estinzione in tempi relativamente brevi, il movimento ecologista ha progressivamente perso la sua carica anticapitalista. Il più forte partito verde europeo, il partito tedesco, ha votato leggi antioperaie, ha votato i crediti di guerra nei Balcani, ha fatto delle cose orrende. Come dice Boltanski, dal 1968 si sono separate le due critiche al capitalismo: la critica sociale e la critica artistica. La critica sociale è quella tradizionale del movimento operaio, è la critica dell'ingiustizia sociale che chiede la redistribuzione del potere e del reddito, che invoca una democrazia reale, non formale. La critica artistica è invece quella che rivendica l'autenticità, la libertà, la creatività. La critica sociale è stata massacrata, quella artistica è stata integrata nella cultura di regime. Cosa resta fuori da questo dispositivo di dominio? lo sono pessimista sull'Europa. Meglio di noi stanno gli Stati Uniti, dove ci sono le lotte del terziario arretrato, delle grandi catene commerciali come Wall Mart, un colosso che ha più dipendenti di Foxconn in Cina. Il lavoro terziario aumenta mostruosamente in America perché la vita che conducono i lavoratori della conoscenza fa sì che necessitino di sempre più servizi mentre vengono mercificate le attività di cura che in precedenza venivano garantite gratuitamente dalle strutture famigliari. Oggi queste prestazioni sono servizi retribuiti, un settore che impiega quantità crescenti di forza lavoro, lavoratori che cominciano a organizzarsi e a lottare.
Invece sono più ottimista per quanto riguarda i paesi in via di sviluppo. Prima citavo la Foxconn: la situazione cinese è divenuta drammatica dopo le riforme degli anni ottanta, a causa delle condizioni dei lavoratori, che sono in larga maggioranza migranti interni, centinaia di milioni di contadini inurbati privi di diritti come gli immigrati irregolari qui in Europa.
Il lavoratore cinese inurbato non ha diritto alla residenza e all'assistenza sanitaria, non gode dei diritti degli altri cittadini. Quindi è costretto a vivere nei compound delle imprese per cui lavora che sono veri e propri campi di concentramento. È una forma di schiavizzazione di milioni di persone, che stanno cominciando a incazzarsi e a lottare: escono dalle fabbriche, bloccano strade e ferrovie e si organizzano anche facendo un uso alternativo e creativo dei social network che favoriscono la costruzione di reti di sindacalizzazione e di resistenza oltre i confini della singola fabbrica. Il bello è che molti di questi giovani militanti sindacali si dichiarano neomaoisti. È curioso perché per questa generazione Mao è solo un'icona che campeggia nella Piazza Tien-an-men: sono nati dopo la Rivoluzione culturale né hanno idea dei reali meriti e demeriti di Mao: per loro Mao è solo il simbolo di una politica egualitaria; una politica che mirava a realizzare l'uguaglianza fra i cittadini cinesi, a fronte della politica e dell'economia di oggi che hanno prodotto le più grandi disuguaglianze che esistano a livello mondiale (l'indice di Gini cinese, che come sapete è un indice statistico che misura le disuguaglianze di reddito all'interno di un paese, è il più elevato del mondo). Ci sono gli schiavi che lavorano alla Foxconn per un pugno di soldi e ci sono quelli che celebrano matrimoni come quello che si è visto recentemente a Shanghai, con duecento limousine di nuovi ricchi. Quindi cresce una tensione formidabile che ripropone la lotta di classe nelle sue forme più classiche, dure, feroci.
Lo stesso avviene in Sudafrica, coi lavoratori delle miniere. Ma le esperienze che mi hanno più intrigato, perché ho potuto parlare in prima persona con i loro protagonisti, sono quelle in atto in alcuni paesi dell'America Latina. Vedendo come agiscono i movimenti indigeni dei campesindios - come chiamano i contadini di origine india - mi sono reso conto che ero di fronte a un esempio particolarmente significativo di quello che può oggi essere una dimensione di esternità - il fuori - da questo sistema. Per una serie di contingenze storiche è infatti successo che queste culture comunitarie agricole siano state emarginate e messe in condizioni di continuare ad autoriprodursi con metodi di lavoro e di vita simili a quelli delle culture precolombiane. I colonizzatori spagnoli prima, e poi i governi repubblicani instaurati dalle rivoluzioni bolivariane ottocentesche, si preoccupavano solo che pagassero le tasse, abbandonando la gestione delle comunità locali ai capi tribali locali. Naturalmente queste forme si sono successivamente evolute ibridandosi con altre culture. Molti di questi contadini si sono inurbati, sono andati all'università, hanno formato gli intellettuali di un movimento indigenista che ha cambiato indirizzo negli anni novanta. Fino ad allora i contadini avevano condotto lotte sindacali egemonizzate dai partiti comunisti e socialisti, poi a partire dal 1992 (l'anno simbolo del quinto secolo dell'inizio della colonizzazione dell'America del Sud) è iniziata la riscoperta delle loro radici culturali che ha completamente ribaltato la logica di questi movimenti. Le grandi mobilitazioni degli anni novanta e del primo decennio del duemila, che hanno rovesciato i governi neoliberisti in Ecuador e in Bolivia, sono state mobilitazioni etniche oltre che politico-sindacali.
Se è vero, come ha scritto qualcuno, che tutte le rivoluzioni comuniste le hanno fatte i contadini, non gli operai (basti pensare alle rivoluzioni russa, cinese, vietnamita e cubana), qui troviamo una conferma che ci lancia una sfida teorica. Una sfida raccolta da quegli intellet-
tuali marxisti latinoamericani che hanno richiamato l'attenzione sulla svolta teorica compiuta dall'ultimo Marx. Marx negli anni settanta dell'Ottocento entra in contatto con gli intellettuali populisti russi, che chiedono di aderire all'Internazionale e che hanno fatto tradurre Il Capitale in Russia. Intrigato dai loro discorsi, studia il russo e si mette a leggere i lavori di alcuni di loro. Così compie alcune scoperte che gli fanno rimettere in discussione il suo punto di vista progressista/evoluzionista. Prima aveva sempre insistito sulla necessità di sviluppare le forze produttive, valutando positivamente la distruzione delle vecchie culture feudali, asiatiche, comunitarie eccetera, perché pensava che per raggiungere il socialismo fosse prima necessario passare sotto le forche caudine del capitalismo. Leggendo i populisti, apprende dell'esistenza in Russia di una forma sociale particolare, l'obscina, una comune agricola di base che aveva assunto un ruolo interessante dopo l'abolizione della servitù della gleba (avvenuta nel 1861): invece di trasformarsi in piccoli imprenditori agricoli, i contadini russi continuano a vivere in una dimensione che non prevede la proprietà privata della terra. La proprietà è della comunità, che la gestisce in modo democratico attraverso le assemblee degli anziani del villaggio (il Mir) nelle quali si discute e si decide su ciò che riguarda i beni comuni, mentre l'usufrutto della terra spetta ai singoli. Quindi Marx comincia a chiedersi se non avessero ragione quegli autori che sostenevano che, invece di passare sotto le forche caudine del capitale, sarebbe stato meglio sfruttare queste strutture comunitarie per saltare direttamente a una società socialista.
Il sogno dell'ultimo Marx è stato spazzato via da Stalin che, dopo avere ucciso milioni di contadini, ha imposto la collettivizzazione forzata delle campagne russe, annientando quella cultura spontaneamente socialista e democratica per costruire un'industrializzazione e una collettivizzazione forzate. Purtroppo le sinistre marxiste non hanno mai ammesso l'esistenza di strutture sociali non capitalistiche che potrebbero evolvere in una direzione alternativa senza passare attraverso processi di modernizzazione. Sono rimaste intrappolate dal mito del progresso. Non hanno capito che non esiste il progresso: esistono solo rapporti di forza fra classi sociali; esiste un capitale che tenta di colonizzare il mondo intero: nazioni popoli e territori, ma anche i mondi interiori, mercificando tutte le relazioni sociali che non sono ancora mercificate; trasformando in merci-servizio le relazioni gratuite che esistono all'interno delle famiglie e delle comunità.
Dal fuori che ho descritto poco fa ci arriva un'indicazione su che fare? No. Perché la storia non contiene un destino immanente e necessario, non segue un cammino prefissato. La storia può andare avanti e indietro, può procedere a spirale, può avere delle diramazioni laterali e tutto dipende anche da fattori contingenti, come potrebbe essere l'entrata in gioco di nuove generazioni. Qualcuno di voi si chiedeva: "Ma come si fa a fare rete?" La sola risposta che possiamo dare è "Che ne so?" Siete voi che dovete inventare un modo nuovo di fare rete, lo non sono uno di quelli che pensa che oggi occorra rifare il partito. Il partito novecentesco è morto e sepolto. Qualche giorno fa, discutendo con me sulla fine della socialdemocrazia e del comunismo, Bertinotti ha detto "simul stabunt, simul cadebunt"; il riformismo e la forma novecentesca del partito rivoluzionario sono finiti assieme. Ci sono esperienze nuove e interessanti? Sì, considero interessante quello che stanno facendo in Bolivia. Non vuol dire che andrà tutto bene: può andare malissimo come è successo in Ecuador, dove il processo rivoluzionario si è bloccato, come racconto nel mio ultimo libro. Ma comunque vada a finire lì hanno messo in moto un processo politico che, invece di costruire un partito monolitico, ha costruito un'associazione di associazioni. Il Mas (Movimento al socialismo) è una federazione di sindacati dei contadini, sindacati degli operai delle miniere, ong, movimenti sociali urbani. Questa forma politica è stata criticata perché "neo-corporativa"; perché sta tentando di colonizzare le istituzioni dello stato boliviano, trasformandole in camere di contrattazione permanente fra gli interessi compositi di tutti questi soggetti, i quali possono collaborare perché hanno un avversario comune, anzi un nemico comune, che è il liberismo, lo uso sempre il termine "nemico" perché non sono un pacifista. Sono per la guerra di classe, dopodiché so che questa non si può fare come si faceva una volta perché dovremmo combattere contro un esercito di assassini di professione armati fino ai denti. Però, anche se lo scontro frontale non si può più fare, si possono costruire dei movimenti di massa attraverso queste nuove forme federative. Dobbiamo riuscire a spezzare la gabbia d'acciaio che ci è stata costruita attorno così rapidamente. Ma è chiaro che se non la spezzate voi non la spezzerà nessuno. Noi siamo delle mummie, dei brontosauri, che si aggirano lamentandosi nel deserto che gli è stato creato intorno; se sopravviviamo è solo perché - almeno questo è il mio caso - spinti da una grandissima curiosità. Sono curioso. In questa epoca storica succedono un casino di cose... cose terribili perlopiù, ma è come vedere un film d'azione (confesso di adorare i b-movie d'azione, assai più di certi i film d'autore). E quindi mi tengo vivo con la curiosità. Né mi sembra così terribile quella maledizione cinese che recitava: "Possa tu vivere in tempi interessanti".

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