martedì 9 dicembre 2014

Censis, ma che stai a dì?

 
di Christian Raimo e jumpinshark

Qualcuno ha letto le Considerazioni Generali all’inizio del 48° Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese del Censis?
Noi due sì per esempio. Sono quelle dieci paginette che cominciano con un periodo molto depresso e deprimente:
“Dopo anni di trepida attesa, la ripresa non è arrivata e non è più data come imminente; e quasi si ha il pudore, forse la stanchezza, di continuare a usare un termine ormai consumato nel racconto collettivo.”
E dell’Italia subito dicono che:
“si adagia, con un pizzico di fatalismo, a introiettare un galleggiamento su antiche mediocrità.”
Ci domandiamo come si possa, in apertura di un testo così importante nel nostro discorso pubblico, scrivere queste due frasi riportate. Tanto pretenziose sulla società e l’individuo quanto goffe nel linguaggio, da tema scolastico copiato male da qualche manuale per temi scolastici. Parole che sembrano un orrore premeditato, messe lì apposta per richiamare l’eterno urlo morettiano «ma come parla?»
Qualcuno è andato avanti nella lettura, ha provato a farsi strada tra un «cespuglio di vitalità» e una società «sempre più informe, sghemba addirittura nei suoi pensieri»? Ed è arrivato al punto in cui l’analisi comincia a diventare una specie di profezia religiosa?
“Si tratta solo di richiamare due semplici verità: la prima, banale e kirkegaardiana insieme, è che non è pensabile una ri-presa dello sviluppo senza un’adeguata ri-flessione della base reale su cui operiamo;”
C’è da ri-manere basiti, oppure ci si può chiedere e ri-chiedere perché il disgraziato “richiamare” non ri-meriti il trattino kirkegaardiano.
Ri-troviamo fiducia qualche riga dopo, quando il testo ha finalmente scovato le giuste metafore per rispondere alla domanda: che tipo di società sia quella in cui si stanno compiendo le importanti trasformazione di questi anni?
“Non c’è bisogno di inventarsi nuove metafore interpretative per ribadire una realtà da tempo chiara: siamo una società molto differenziata, molecolare, ad alta soggettività, piena di aspettative e di obiettivi diversi. Altri l’hanno chiamata “società liquida” e la definizione può utilmente essere presa a riferimento di base, specialmente da chi inclina spesso alle metafore idrauliche (si pensi a quanto anche questo Rapporto ha navigato su fenomeni quali il sommerso, il galleggiamento, la mucillagine).”
Stupidi e presuntuosi noi, che non abbiamo compreso subito il termine tecnico galleggiamento? Come la mucillagine. E allora le alghe? E il pattìno, no? E perché discriminare il pedalò? Zygmunt Bauman ha mai parlato della “funzione bagnino” in qualche saggio? Tutto questo liquame ci sommerge.
Stiamo per affogare quando ecco che incontriamo di nuovo l’amichevole cespuglio, a cui possiamo aggrapparci. Questa volta ci sono pure i fili d’erba:
“Al di là delle metafore, siamo comunque una società indistinta e sfuggente: indistinta, perché non è più descrivibile con forme e figure delineate e significative (si pensi al progressivo successo del termine “gente” e alla propensione a parlare di “gentismo”); e sfuggente, perché tutto vaga senza radicamenti, per cui è impensabile un ritorno ai fili d’erba e ai cespugli di sviluppo, fenomeni tipicamente terragni, che hanno cioè bisogno di terra per sorgere e crescere.”
E meno male che il paragrafo iniziava con “al di là delle metafore”… Ma almeno abbiamo capito che la colpa della crisi è la nostra, ci siamo allontanati dai “fenomeni tipicamente terragni”.
Per espiare cerchiamo di comprendere la logica interna del discorso ed ecco che arriva l’illuminazione: siamo all’oroscopo sociologico. Abbiamo fatto i segni d’acqua e di terra, tra un po’ seguiranno quelli d’aria e di fuoco.
Intanto ci viene svelato l’ultimo arcano agricolo.
“La denominazione di questi mondi incomunicanti è semanticamente avventurosa (circuiti, strati, vasi, tubi, bigonce), ma in via di consapevole approssimazione si può avanzare il termine “giare”, a significare contenitori a ricca potenza interna, ma con grandi difficoltà a stabilire significativi rapporti esterni. E facendo un più arrischiato passo in avanti si può definire allora l’attuale realtà italiana come una “società delle sette giare”, dove le dinamiche più significative avvengono all’interno del loro parallelo sobollire, senza processi esterni di scambio e di dialettica.”
Il rapporto del Censis definisce appunto l’Italia il Paese delle Sette Giare (lo sottolinea anche il comunicato stampa). Ci crediamo. Dev’essere proprio così! Perché non c’eravamo arrivati prima? Finalmente una definizione utile! Abbiamo sudato camicie e fatto il giro delle sette chiese nella lettura, ma ora siamo al settimo cielo!
Passa un secondo, e ci guardiamo di nuovo perplessi. Ci chiediamo: sarà mica un riferimento a una vecchia fiaba raccolta da Calvino? O forse, in perfetto tempismo, una variante di un gioco di carte natalizio, tipo spurchiafiletto?. E soprattutto: se si rompe una giara, gli anni di sfortuna sono sempre sette?
Ma basta fare ironia: il Censis istruisce e ammonisce severo. E noi continuiamo pagina dopo pagina, avvinti dal tono da sciagura con cui si ribadisce che l’Italia è al tracollo: una, due, dieci quindici volte. Stiamo veramente male, ci viene detto. Tanto che in alcuni passaggi ci sembra di ascoltare una specie di confessione da sabato notte del nostro amico all’apice della depressione:
“Al destino di essere un mondo che vive di se stesso non sfugge neppure il mondo della gente del quotidiano. È enorme, articolato, liquido, molecolare, di moltitudine, ma non riesce ad avere dinamica: né in avanti, attraverso nuove stagioni di iniziativa e di impegno; né all’indietro, attraverso l’accettazione di un downgrading della composizione sociale.”
E a un tratto pensiamo che forse non siamo noi i lettori a cui è destinato questo accollo – no, scusate, rapporto – ma le generazioni future, umane e non. Questo testo è come quei documenti spediti subito prima di morire dall’ultimo resistente nella navicella spaziale, con la speranza che qualche popolazione aliena nelle estreme galassie lo legga e non commetta gli stessi errori. Oppure è per i nostri bis-bis-nipoti che fra cento anni vorranno comprendere qualcosa dell’Italia? Del perché all’inizio del nuovo millennio questo paese andò in malora, e cercheranno nei vecchi rapporti Censis qualche chiave interpretativa?
A questi sociologi futuri basterà sbirciare due righe scelte a caso, tra vocaboli desueti (“è un giuoco tutt’interno”), metafore che s’incartano, figure retoriche sballate e profezie apocalitticche condite di termini pseudo-scientifici… Ma se, per rigore o per tigna, vorranno arrivare all’ultima pagina, finiranno come noi, stremati dalla lettura, e forse decideranno che per capirci qualcosa è meglio consultare qualche fondo del caffè o qualche viscera di pollo. E riconosceranno l’amara verità. Altro che mediocre kierkergaardiano galleggiamento: si capiva da come scrivevano, che erano un popolo condannato all’estinzione.

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