mercoledì 10 dicembre 2014

Presepiaggini Di ilsimplicissimus


tante-luci-sul-mareNon so se abbia ragione quel preside di Bergamo ( e oggi anche uno di Torino) che ha vietato il presepe in aula per evitare frizioni con altre religioni ormai massicciamente presenti, ma so che ha torto marcio la fuoriuscita di Salvini dal tombino di ghisa delle grossolane strumentalizzazioni per correre in soccorso di una presunta tradizione e di cosiddetti valori che poi consistono solo nella difesa di meccanismi identitari.
Ha torto in radice per così dire, anzi è la pochezza del Paese fatta persona. Pur avendo compiuto tutto l’arco di studi in pieno periodo democristiano, non ho mai visto un presepe in aula, segno che paradossalmente la scuola era più laica allora che oggi e che non c’era alcun bisogno di ribadire appartenenze votive come molti anni dopo avverrà sotto la spinta “nazionale” del neo fascismo travestito e poi della xenofobia. Anzi a dirla proprio tutta la tradizione del presepe, specialmente nelle città del nord, stava del tutto scomparendo prima che fosse  recuperata come un reperto di appartenenza. Per carità non credo sia un dramma il presepe a scuola, né che possa essere considerato offensivo nei confronti di altri credi, forse sarebbe più interessante se la laicità della scuola venisse affermata partecipando di più anche ad altre tradizioni di origine culturale e religiosa piuttosto che negarle tutte. Tanto più che, com’è noto, il Natale prende origine dalle feste pagane del Sol Invictus e quelle della rinascita nel culto mitralico cui il cristianesimo in via divenire l’asse di potere nell’impero contrappose la nascita di Cristo, inventandosi di sana pianta una data opportuna.
Dunque un rito di passaggio stagionale e astronomico  che in qualche modo abbraccia tutto il mediterraneo e la cui simbolicità potenzialmente accomuna più che dividere. Di qui a dire come fa Michele Serra che “la paura di molti che l’immigrazione cancelli tradizioni, recida radici, metta a repentaglio identità, è comprensibile e legittima” ce ne passa. Ma il noto satireggiatore il quale fa sapere di avere un meraviglioso presepe messicano (guai se non ci si mette un po’ di esotismo e di sciccoso per la sinistra dei salotti) tocca proprio il punto dolente da cui nascono queste polemiche: se la nostra identità culturale dipendesse dal presepe allora sarebbe messa ancor più in pericolo dagli scimmiottamenti anglosassoni e mercantili che vengono importati, tipo halloween e in fondo anche Babbo Natale o l’albero.  La ragione di questi ridicoli dibattiti è proprio questo: che il Paese non riesce più a riconoscere una propria reale identità, ad avere memoria del passato e senso del futuro, un pensiero che vada oltre l’opportunismo e perciò si aggrappa scompostamente al presepe in quanto feticcio come al “parmiggiano” per trovare un suo senso.

Del resto che si tratti di miserie intellettuali lo dimostra anche il fronte avverso, quello presepista, per così dire, capitanato dal parroco fiorentino Gianfranco Rolfi che davanti alla sua chiesa chiede di ai fedeli di “schiacciare l’infame” (espressione recuperata da Voltaire)  ensemble nel quale compaiono fra gli altri Augias, Mancuso, Odifreddi e Hack che fra l’altro è anche morta. Rolfi rappresenta bene questo Paese il cui governo e la cui opposizione sono rappresentati da personaggi nati alla Ruota della fortuna: lui invece ha partecipato al Rischiatutto. La fenomenologia di Mike Bongiorno è il vero legante di un Paese ridotto a presepe.

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