domenica 7 dicembre 2014

Non è solo la questione morale a fare la differenza. Ripartiamo dal “mondo di sotto”

Non è solo la questione morale a fare la differenza. Ripartiamo dal “mondo di sotto”
L’inchiesta “Mondo di mezzo”, ribattezzata dai giornali “Mafia Capitale”, che ha portato nei giorni scorsi all’arresto a Roma di 38 tra malavitosi, fascisti, politici e affaristi, e oltre cento indagati, rimette in luce un “mondo” noto, l’intreccio sistemico tra pezzi diversi di società che, in qualche modo, nella Capitale ha sempre formato quel “comitato di scopo” che mette assieme interessi diversi, ma nel quale ognuno trova il vantaggio nell’alleanza con l’altro per poter realizzare il suo.
Un modello che però, almeno attraverso le inchieste giudiziarie, non aveva ancora completamente manifestato tutta la sua complessità.
L’intreccio losco tra palazzinari e politica è stato il leitmotiv che a Roma ha accompagnato la crescita e l’espansione dell’area metropolitana dal secondo dopoguerra ad oggi, dove la borghesia capitolina, e non solo, per decenni ha innescato meccanismi di profittabilità attraverso strumenti di accumulazione primitiva: piani regolatori ad hoc, cambi di destinazione d’uso, evasione fiscale, incentivi statali, leggi di sostegno, regimi monopolistici, privatizzazioni, svendite del patrimonio pubblico, deroghe, sanatorie. E dove non bastavano i sistemi “legali” interveniva e sosteneva il meccanismo l’illegalità, con corruzione e concussione. Un capitalismo che ha prosperato sugli appalti pubblici, la gestione dei servizi, le agevolazioni e i sostegni, la speculazione e la rendita, l’economia extralegale, e che ha trovato a Roma un’area privilegiata assecondata da un sistema politico clientelare che andava a rimorchio della speculazione, e in accordo con essa. Un sistema che ha avuto varie fasi evolutive, fino a quelle più recenti degli ultimi 10 anni, dove la città doveva essere messa a valore nella sua interezza, anche attraverso i sistemi più moderni e quelli che la crisi del capitalismo impone.
Pertanto al quadro sopra descritto, che ha continuato comunque a perdurare, si è affiancato e aggiunto un sistema meno rozzo, fatto da meccanismi più rispondenti anche ad una borghesia che aspira ad agganciarsi a quella continentale, che si candida a svolgere un ruolo da protagonista nella competizione globale, che maggiormente risponde alle dettami dell’Unione Europea. Allora hanno cominciato a fare la loro comparsa sistemi di speculazione finanziaria, concentrazione di capitali, intensificazione di interessi delle multinazionali, concentrazione di forza lavoro qualificata e “inqualificata” con basso o nullo potere contrattuale e senza diritti, dove il potere politico locale e nazionale ha svolto comunque la sua parte di indispensabile coprotagonista.
Parallelamente a questo, e apparentemente scollegato, si è assistito a Roma ad un connubio tra malavita, fascisti, politica e apparati dello Sato. Un esempio per tutti, forse il più noto, ma non esaustivo, perché più di altri raccontato anche dalla letteratura e dalla filmografia, è quello della cosiddetta Banda della Magliana. Un gruppo di malavitosi romani organizzati, anche se le inchieste giudiziarie non hanno mai riconosciuto l’elemento organizzativo e per questo inquadrato come fenomeno che non si poteva trattare con gli strumenti delle leggi antimafia. Un’organizzazione che sopratutto negli anni ’70 e ’80 ha trovato nel controllo, pressoché totale, del traffico e dello spaccio di droga a Roma il suo maggiore motivo di essere. Traffico e spaccio che sopratutto negli anni ’70 ha falcidiato migliaia di giovani delle periferie romane, luoghi dove maggiormente si vivevano tutte le contraddizioni sociali e le condizioni di degrado e di emarginazione di quegli anni, frutto anche del sistema sopra descritto. Il legame con i fascisti era stretto, garantito proprio da Massimo Carminati, riemerso alle cronache con l’inchiesta di questi giorni.
Il “Nero” faceva parte della Banda della Magliana a pieno titolo, così come faceva parte contemporaneamente anche di gruppi di estrema destra costitutori o confluiti, e così anche lui, nei NAR della Mambro e di Fioravanti. Il legame di reciproco interesse tra Banda della Magliana, NAR e apparati dello Stato, come ad esempio il Sismi e il Sisdi, è noto e si è concretizzato nella “Strategia della Tensione” (vedi la strage di Bologna), nella repressione e attacco ai movimenti politici e sociali, nel controllo sociale, in omicidi anche di tipo politico e politico-mafioso. Ricordiamo, uno per tutti, l’omicidio di Roberto Scialabba, un compagno di Cinecittà attivo nel suo quartiere contro degrado, emarginazione e spaccio di droga e ucciso dai NAR nel febbraio 1978. Ricordiamo anche che Carminati fu imputato insieme a Giulio Andreotti, Gaetano Badalamenti e Pippo Calò dell’omicidio di Mino Pecorelli.
L’inchiesta di questi giorni per quanto riproponga un deja vu che, per la sua notorietà, non ci stupisce, in qualche modo mette assieme i due “mondi” sopra descritti e che qualcuno voleva artificiosamente tenere apparentemente paralleli. Ma, oltre a questo, pone anche nuovi elementi e nuovi spunti di riflessione.
 
In questa vicenda qualcosa di diverso c’è. Se pur si inquadra nella fase predatrice di un capitalismo rozzo e criminale, che nel pensiero marxiano è definito come accumulazione originaria, qui cambiano i protagonisti, cambia la Ragione sociale, cambia l’Oggetto sociale.
I protagonisti economici infatti non sono gli Armellini, i Caltagirone, i Toti, gli Scarpellini e tutti gli altri “re del mattone”, ma Salvatore Buzzi, “socio” di Massimo Carminati e “imperatore” della Cooperativa 29 Giugno.
Cambia anche la Ragione sociale. Non compaiono le grandi aziende del capitalismo capitolino, ma il mondo del cooperativismo, quel “Terzo settore” così decantato fino ad oggi, celebrato, lodato, sopratutto dalla sinistra, come l’alternativa ad un sistema economico ormai decadente e in crisi, con il valore aggiunto del “no profit”. Una sinfonia funzionale al progetto di cannibalizzazione dei servizi sociali messi in liquidazione delle amministrazioni pubbliche a favore delle cooperative “amiche”. Quelle stesse cooperative che producono nuova precarietà, lavoro sottopagato, assenza di diritti per i propri lavoratori, magari inquadrandoli come soci-lavoratori solo per eludere le leggi fiscali e di contribuzione.
E’ proprio in questo humus è nata e cresciuta la Cooperativa 29 Giugno di Salvatore Buzzi. Una cooperativa che ha visto la sua nascita a metà degli anni ’80, che si è sviluppata fino a diventare un Gruppo che controlla decine di cooperative e società e che è arrivato a fatturare 60 milioni di euro l’anno. Nella home page del proprio sito campeggia il logo della Lega delle Cooperative, e lo stesso Buzzi scrive del suo Gruppo: “Fra i nostri soci abbiamo detenuti, ex detenuti, portatori di handicap psichico e fisico, tossicodipendenti, alcolisti, sieropositivi, senza fissa dimora, vittime della tratta, ed anche persone senza una storia sbagliata alle spalle. [...]. Siamo riusciti a realizzare il nostro sogno: un processo di liberazione attraverso l’auto imprenditorialità”. Salvo poi avere sul proprio libro paga affaristi senza scrupolo, fascisti, criminali, politici corrotti, stabilmente “stipendiati” per far in modo che gli appalti pubblici o gli affidamenti diretti senza bandi arrivassero in modo clientelare e corrotto alle sue cooperative, e che hanno fatto la sua fortuna facendo passare il suo fatturato, appunto, in dieci anni da circa 11 milioni di euro ai quasi 60 milioni nel 2013.
Lontani i tempi dove le cooperative si sono sviluppate, sopratutto negli anni ’50 e ’60, e che nascevano effettivamente per dare un segnale politico diverso e un valore sociale nuovo, di uguaglianza, parità nel lavoro, mutuo soccorso, principi morali, etici ed economici in antitesi con il capitalismo.
Ma dicevamo che anche l’Oggetto sociale è cambiato, e con esso quindi il soggetto a lui destinato. Non è la speculazione edilizia o le grandi opere, non si tratta più di sventrare le città, devastare i territori per fare profitto, ma agire nel sociale, speculare sui migranti, sui rifugiati, sui rom, sui disoccupati, sui detenuti, sulle ragazze madri, sulle emergenze abitative, sulle emergenze ambientali come lo smaltimento dei rifiuti. Un sistema che fa denaro, con tutti gli strumenti dell’illecito, sul disagio, sull’emarginazione, sul dramma sociale. Lo stesso dramma sociale che proprio il capitalismo e la sua crisi, e questo stesso sistema a lui funzionale e interno, ha generato e al quale ha saputo immediatamente adeguarsi nei propri affari, anche quelli illeciti, cogliendone tutte le opportunità in questo nuovo quadro e con una capacità di adattamento che supera anche le più ortodosse "leggi del darwinismo".
Tutto questo in combutta con la destra fascista, razzista ed xenofoba e che, forse non del tutto casualmente, soffia sul fuoco, in modo strumentale, del degrado delle periferie romane.
Un sistema che ha bisogno, in modo organico, della politica, trovando degni compari in pezzi rilevanti e autorevoli anche del PD. E allora ecco Daniele Ozzimo, consigliere comunale PD a Roma dal 2008 con incarico di vicepresidente della Commissione Politiche Sociali, Assessore alla Politiche abitative e della casa della Giunta Marino; Eugenio Patanè, consigliere regionale PD del Lazio e Presidente della Commissione pari opportunità e politiche giovanili; Mirko Coratti, consigliere comunale PD dal 2001, Presidente del Consiglio comunale di Roma sia con la Giunta Veltroni che con quella Marino; Luca Odevaine, che ha ricoperto importanti incarichi istituzionali fin dagli anni ’90 come ad esempio consigliere del Ministro Giovanna Melandri, che con il Sindaco Veltroni è stato Vice capo di Gabinetto, Direttore dei centri per rifugiati, Coordinatore delle emergenze sociali, poi Direttore della polizia provinciale con la Giunta Zingaretti, attuale membro del Coordinamento nazionale sull’accoglienza per i richiedenti asilo, inventore del “sistema Odevaine” come lo definiscono i giudici.
Pochi mesi fa Buzzi, all'assemblea annuale della sua cooperativa tenutasi subito dopo le elezioni europee e il varo del Governo Renzi, ha avuto modo di dire: “A pochi giorni dalla straordinaria affermazione del Partito Democratico alle elezioni europee…. anche noi vogliamo essere parte attiva del cambiamento in corso con l’esempio del nostro lavoro e del nostro agire. Il mondo del terzo settore può fornire un determinante contributo al rinnovamento e crediamo che il no profit possa delinearsi in modo completamente nuovo per rafforzare i diritti di cittadinanza di tanti che ancora oggi si sentono esclusi. [...] Un augurio di buon lavoro al ministro Giuliano Poletti ex presidente nazionale (della Lega delle Cooperative, aggiungiamo noi) che più volte ha partecipato alle nostre assemblee; al governo Renzi affinchè possa realizzare tutte le riforme che si è posto come obiettivo, l’unico modo per salvare il nostro paese dalla stagnazione e dall’antipolitica”.
Il quadro giudiziario forse non è ancora completo e forse si andrà evolvendo nei prossimi giorni. Non sappiamo se colpirà con maggiore incisività il “mondo di sopra” che per ora è limitato ad esponenti, seppur di primo piano, della politica e dell’imprenditoria locale. Non sappiamo se la magistratura vorrà e potrà arrivare a “piani più alti”, ma certo è impensabile che un sistema di questo tipo non abbia referenti nazionali.
Ma il dato politico è certo e inquietante, pone tutto su un piano nuovo, dove il degrado è arrivato al suo punto più basso (anche se sappiamo che al peggio non c’è mai fine), ma dove anche l’impegno sociale e politico di una parte della sinistra italiana del ‘900 è arrivato alla fine della sua storia, compiendo quella parabola discendente iniziata negli anni ’80, se non prima, e ora forse conclusa (?).
Uno tsunami partito con la favola del superamento delle ideologie, proseguito con il rinnegamento dei principi ideali e fondativi del movimento operaio e comunista, fino a farli diventare quasi una vergogna, andato avanti fino ai pezzi frantumati della diaspora del PCI che hanno fatto della loro ragione di esistere un fatto puramente elettoralistico, alienandosi completamente dal rapporto organico con il proprio blocco sociale di riferimento.
Un tritacarne che ha prodotto macerie dappertutto: dal piano politico a quello sindacale, da quello culturale a quello della cosiddetta società civile. Un virus che è entrato nei corpi e nelle menti non solo delle organizzazioni ma anche dei singoli, che ha fatto perdere il senso della militanza, dell’appartenenza, dell’identità, dell’impegno, riducendo molti dirigenti e attivisti politici e sindacali ad “affaristi” o burocrati, o a Brute accoltellatori. E chi è libero dal “peccato”...scagli la prima pietra.
Non è solo la questione morale a fare la differenza, come non l’ha mai fatta. Di fronte a un sistema che è connaturato al carattere stesso del capitalismo e della crisi, l'onestà non può essere considerata un valore sufficiente se non si mette in discussione il quadro complessivo.
 
Il piano giudiziario è un dato, è un’emersione pubblica di un mondo sommerso e noto, avrà i suoi effetti anche in termini politici, ma non si può pensare di delegare alla magistratura la soluzione, è necessario compiere una rottura decisiva, netta, radicale sul piano politico, su quello sociale su quello culturale.
C’è tanto da dove ricominciare, proprio a partire da quel “mondo di sotto” che Carminati e Buzzi definiscono come “i morti”, a cominciare dal fronte ideologico e strategico, dalla totale e definitiva autonomia dal PD, non solo come avversario politico ma come nemico di classe, dall’internità e organicità con il blocco sociale, dalla rappresentanza politica della sinistra anticapitalista e di classe, dalla riscoperta della militanza come impegno e contributo, dalla costruzione dell’organizzazione e dell’“uomo nuovo” guevarista.
Un compito non semplice, ma sempre più dirimente e necessario.

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