mercoledì 15 maggio 2013

Avanti così rischiamo di perdere tutto. Di nuovo di Dino Greco, Liberazione.it

Scacco matto ai lavoratori. In due mosse. Prima Elsa Fornero eleva l’età pensionabile fino a sei anni in più, generando un drammatico contraccolpo nella vita di milioni di persone. Poi Enrico Giovannini, suo degno erede al welfare, fingendo di occuparsi degli “esodati”, offre generosamente una via di scampo: si può uscire prima dal lavoro (fra i 62 e i 66 anni), ma a patto di accettare pesanti decurtazioni di una rendita già seriamente impoverita dalla manomissione, al ribasso, dei criteri con cui se ne calcola l’importo. Nello stesso tempo, il governo è all’opera per rendere “operativa” la proroga del blocco della contrattazione e, conseguentemente, delle retribuzioni nel settore pubblico, per un altro anno.
La logica del governo – di tutto il governo – è chiarissima: colpire salari e pensioni. E’ la conferma della strategia deflattiva, dell’austerity, che sta avvitando il Paese in una recessione senza via di uscita.
E’ anche la linea di Mario Draghi: abbattere il costo del lavoro e la spesa sociale (sono queste le “riforme” di cui eufemisticamente si parla) per trasformare il mercato del lavoro in una riserva di manodopera ad infimo costo, con l’idea malsana di fondare su questo presupposto la ripresa. 
Le imprese dovranno cioè poter avvalersi di lavoratori deprivati di diritti, piegati a surrogare con l’”olio di gomito” la scarsa propensione all’investimento e all’innovazione di lor signori. E’ la vecchia idea di una “competitività bassa”, che affida gli incrementi di produttività ad un’intensificazione dello sfruttamento: una corsa a ritroso nel tempo, l’esatto opposto di quanto ormai chiede persino la parte meno ottusa della cultura economica liberale: più spesa pubblica e più alti redditi.
I seguaci europei delle fraudolente teorie di Rogoff-Reinhart, succubi del dogma monetarista, stanno creando le condizioni di una gigantesca implosione, non solo economica, del vecchio continente. 
La spirale rigore-recessione-disoccupazione-nuovo rigore sta producendo, sia pure in proporzioni diverse da paese a paese, un impoverimento di massa, la cancellazione del sistema di diritti e di protezione sociale che era stato il tratto distintivo dell’Europa post-bellica, l’erosione rapida delle democrazie parlamentari, lo scivolamento verso regimi dai tratti autoritari, teleguidati da poteri finanziari privi di legittimità costituzionale che detengono saldamente nelle proprie mani il potere reale. E ogni giorno aumenta la velocità con cui si precipita lungo questo piano inclinato senza che si trovino – e neppure si cerchino – antidoti per arrestarne la corsa.
In questo scenario, nulla produce più inerzia, passività e rassegnazione dell’attuale quadro politico, con una destra del tutto disinteressata alle sorti del Paese e con un Partito democratico stordito e imbalsamato, ma entrambi avvinti in una danza macabra governata da un proto-dittatore come Berlusconi.
Quella che stiamo attraversando sarà forse – parafrasando Karl Marx – la versione farsesca di una storia tragica che l’Italia ha già vissuto. Ma l’angolo in cui giacciono prostrati i lavoratori, le loro organizzazioni sindacali e la sinistra esangue che ancora si sforza di dire qualcosa non lascia presagire nulla di buono.
Non c’è ancora la consapevolezza dell’entità del pericolo. Non c’è ancora la percezione che si può davvero perdere tutto. Di nuovo.

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