venerdì 31 maggio 2013

Femminicidio: microfisica di un problema sistemico



Al delitto della giovane Fabiana di Corgliano Calabro è seguita la solita retorica del lutto inatteso e imprevedibile. Nulla di più sbagliato: quel delitto (insieme a tanti altri simili ad esso) è frutto di un clima culturale retrivo e opprimente, che costringe la donna a una sottomissione permanente alla famiglia, alle aspettative del collettivo, e infine al maschio.

di Barbara Befani e Fabio Sabatini, Micromega

È insopportabile la retorica che vuole “sotto shock” il villaggio, stavolta Corigliano Calabro, in cui si è consumato l’ennesimo femminicidio. È insopportabile la retorica che attribuisce un lutto inatteso e imprevedibile a una famiglia ignara e innocente.

È insopportabile perché ad essere responsabile di questo femminicidio, di tutti quelli avvenuti e di quelli che verranno, è la cultura medievale e sessista condivisa e coltivata nella famiglia, nel villaggio e nel resto del paese. È difficile credere che si senta davvero “sotto shock” un paese in cui tutti sapevano che l’assassino era un violento che girava con il coltello in tasca, che già era stato denunciato per aver spaccato il naso alla vittima, prendendola a pugni, per gelosia (denuncia subito ritirata). Una madre che, appena vede uscire l’assassino dall’ospedale, gli domanda soltanto, secondo il racconto di Niccolò Zancan su La Stampa: “Dove me l’hai buttata?”. Parole che, di per sé, fanno pensare alla vittima come a un oggetto di cui disfarsi o, nell’ipotesi migliore, a un oggetto da consegnare al primo uomo che se la fosse presa in carico. E un padre che si limita ad affermare la sua “mancanza di approvazione” per un uomo che spacca il naso di sua figlia, mostrando apertamente di volerla possedere come un oggetto.

Un villaggio, quello che si presume sotto shock, nel cui bar sport, severo e insindacabile tribunale degli eventi cittadini, circolano commenti dai toni assolutori, che ricordano i problemi che il carnefice, poverino, deve aver avuto per colpa della madre che metteva le corna al padre con un direttore del Comune. Insomma la colpa è sempre di un’altra donna.

Chissà quante volte la famiglia, quel paese, quella cultura, devono aver mandato a Fabiana certi messaggi che la spingevano a sopportare la situazione, a mettere il suo benessere e la sua felicità dopo quella dell’uomo. A farle confondere, prima di dire basta, “amore maschile” con “volontà di controllo” e “amore femminile” con “cedimento alla volontà di controllo”.

Messaggi che sono continuati a pervenire subito dopo il femminicidio, con l’arcivescovo (considerato la massima autorità locale, chiamata a consolare la famiglia della vittima e dare pubblicamente una ragione dell’accaduto al posto di una istituzione dello Stato), che dichiara: “Preghiamo per colui che ha commesso il terribile omicidio, perché prendendo consapevolezza della gravità di quanto ha compiuto non sia sopraffatto da irrimediabili sensi di colpa ma si incontri col Dio della verità e della misericordia, che a tutti offre una strada possibile di giustizia, perdono, conversione, cambiamento di vita”.

Quell’arcivescovo che si preoccupa solo di lui, il carnefice, affinché sia perdonato e non sia sopraffatto dai sensi di colpa. Direbbe mai un arcivescovo che una donna non deve essere sopraffatta dai sensi di colpa? Quell’Arcivescovo che per rimediare alla vicenda sottolinea il bisogno di “puntare su un umanesimo che vede l’uomo per quello che è, bisogna ripartire dall’uomo e metterlo al centro”. No, caro Arcivescovo, questa vicenda ci insegna che l’uomo è già al centro, semmai è la donna che dovrebbe essere messa al centro. Ma per l’Arcivescovo, così come per il resto dell’umanità che continua a usare la parola “uomo” per riferirsi alla generica umanità, le donne non sono persone.

Fabiana è morta come un cane. È stata bruciata viva a 15 anni perché non voleva appartenere a un uomo, a colui che si era messo in testa di esserne il proprietario, con la collaborazione delle famiglie, del paese, della società, del sistema.

Eppure, nelle dichiarazioni del vescovo e nei giornali, nessuna condanna di questo sistema, del clima culturale retrivo e opprimente che costringe la donna a una sottomissione permanente alla famiglia, alle aspettative del collettivo, e infine al maschio, descritto bene da Domenico Naso sul Fatto Quotidiano. “La trattava come un oggetto”, hanno riferito i compagni di scuola della vittima ai giornalisti. Ma nessuno ha sentito il bisogno di denunciare l’oggettificazione del corpo femminile che perpetua la pretesa, il diritto, da parte del maschio, di trattare la propria compagna come un oggetto di sua proprietà.

Ecco, un oggetto. Barbara Befani ha scritto su MicroMega, commentando la proposta di Laura Boldrini di limitare l’uso del corpo femminile nella pubblicità, “Il fatto che il prodotto venga sessualizzato con un corpo significa oggettificare il corpo, non valorizzare le caratteristiche del prodotto … Il femminicidio è innanzitutto un fatto culturale e va attaccato da tante direzioni, compreso quello dell’oggettificazione dei corpi nelle pubblicità: la nostra formazione ci insegna a vedere le donne come oggetti e gli uomini come persone. Storicamente le donne sono state oggetti con precise funzioni nei confronti degli uomini: cura personale, servizi domestici, servizi sessuali, concepimento e crescita dei figli. Il femminicidio, come dice la parola stessa, è innanzitutto un problema di genere. La donna viene ammazzata in quanto donna: perché l’uomo ha delle aspettative precise sul ruolo della donna che la donna disattende. L’uomo si sente autorizzato a perpetrare violenza perché pensa che la donna non stia rispettando una serie di doveri che lui si aspetta da lei.”

E la cultura dominante, almeno nel paese, tale percezione dell’uomo la incoraggia, fino al punto di “perdonare” il femminicidio già pochi istanti dopo che si è compiuto. Quanti assassinii feroci sono stati derubricati alla voce “delitto passionale”, che suggerisce il concorso di colpa della vittima stessa, che promuove la violenza più efferata a sintomo di “passione”, un corollario dell’amore in fondo?

Una cultura locale ben raccontata in una lettera inviata al Corriere della Sera da Francesca Chaouqui, trentenne nata in Calabria a poca distanza dal luogo dell’omicidio: “Dalle nostre parti si fa voto a San Francesco di Paola per avere un maschio … Il rapporto fra uomo e donna in Calabria si forma presto, un binomio di due mondi paralleli che non si trovano mai, molti crescono vedendo padri e nonni dare qualche sganassone alle compagne, vedono loro reagire senza reagire, accettare quei comportamenti come connaturati agli uomini per retaggio culturale e sovrastruttura sociale. Si incassa, si va avanti, ca non è c’ama fa ridi i genti, non dobbiamo far sogghignare la gente, un’espressione tipica per dire che i panni sporchi si lavano in famiglia. I ragazzi guardano, imparano che la violenza è virilità, che fa parte del gioco delle coppie, diventa spesso parte di loro”.

Rincara la dose Domenico Naso nell’articolo sopracitato, raccontando di aver visto “ragazzine costrette a ritirarsi da scuola nonostante voti ottimi e menti brillanti, semplicemente perché la “famiglia” aveva scelto per lei. C’era già un fidanzato pronto per lei. O, quando andava bene, semplicemente serviva una mano in più in casa, perché il papà e i fratelli che tornavano stanchi da lavoro volevano il piatto caldo o le camicie stirate”.

Un problema che – nonostante sia diffuso in Calabria – non riguarda però solo la Calabria, così come la mafia, diffusa in Sicilia, non è un problema solo siciliano. Il maschilismo è una bestia sistemica, multilivello, multidimensionale; viene interiorizzato, trasmesso e perpetrato anche dalle donne stesse e riguarda non solo l’Italia ma tutto il mondo, e ha radici storiche profondissime.

La differenza tra l’Italia e i paesi in cui questo problema è tenuto sotto controllo è che negli altri paesi è riconosciuto, se ne parla, viene chiamato col suo nome, viene denunciato. E le parole non vengono solo pronunciate, vengono anche scritte, e vengono anche scritte su documenti legali. Diventano leggi che diventano anni di prigione per chi si permette di comportarsi in un certo modo. E diventano consapevolezza, deterrenti, sanzioni, attenzione; e da parte delle donne orgoglio ed emancipazione. C’è ancora tanta strada da fare, a Corigliano e nel resto del mondo, e per questo bisogna lottare affinché il sistema si trasformi e faccia sì che di fronte a queste situazioni le donne si sentano presto in pericolo, che scappino finché sono in tempo, e che possano scegliere di rispettare se stesse come persone invece che come mezzi che la persona-uomo usa per potersi sviluppare come persona, comodamente e senza faticare troppo.

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