martedì 21 maggio 2013

Lo stato della SINISTRA

Dal Blog di Micromega (http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/05/20/matteo-pucciarelli-per-andare-dove-per-fare-cosa ) copio un'interessante scambio di battute tra due commentatori dell'articolo di Pucciarelli esemplificativo dello stato della sinistra oggi in Italia. 
 
Giovanna scrive:
Omologazione e tradizione. Sono i due nemici della sinistra. Partiamo dalla seconda.
L’Italia di oggi non è la stessa dei Padri Costituenti. Oggi nessuno, nemmeno l’ultimo operaio dell’ultima fabbrica vuole essere proletario. Nessuno, nemmeno l’ultimo disoccupato vorrebbe una lotta di classe. Vorrebbe sicuramente una redistribuzione del reddito, ma certamente non vorrebbe vedere la borghesia fucilata sulle scalinate del Cremlino.
Oggi un pensiero di sinistra è lo sviluppo sostenibile, un’economia più solidale, attenzione per l’ambiente , oggi pensare di sinistra vuol dire ristrutturazioni al posto di Tav, perché le prime distribuiscono ricchezza, le seconde le consumano a vantaggio di pochi. La tradizione e le ritualità del passato dovrebbero rimanere dentro a un museo, fuori dovrebbe esserci una sinistra moderna e non nostalgica.
Certo è difficile mantenere un’identità nel terzo millennio, con il mondo che va a velocità subsonica e le idee che divengono pesanti o leggere in funzione del blogger – giornalista -guru del momento.
Si rischia di perdere la strada, di diventare sostenitori acerrimi delle TAV di turno, pur facendo parte di un partito di “sinistra?” – ci metto anche un bel punto interrogativo, toh- .
Si richia l’omologazione mediatica, si rischia che in una trasmissione qualunque l’appartenenza a questo o a quel partito si sveli solo grazie ai sottotitoli.
Quindi i dirigenti della “sinistra?” dovrebbero partire da qui: siamo di sinistra perché pensiamo di sinistra, pensiamo che le banche sono al servizio della gente, e non viceversa, pensiamo che la politica debba essere il mestiere più altruista del mondo e che la nostra nostra costituzione abbia dentro di sè tutte le idee di sinistra che ci servono per essere di sinistra.

Stefano66 scrive:
@Giovanna
Capisco l’esigenza di una sinistra che sappia comunicare al proprio tempo, ma le frasi fatte, le ovvietà e soprattutto la convinzione che ciò che sembra più facile e quasi a portata di mano (perché -come dire?- più moderato, compatibilista e di semplice buonsenso) sia anche più concretamente praticabile non aiutano affatto alla bisogna.

1) “Oggi nessuno, nemmeno l’ultimo operaio dell’ultima fabbrica vuole essere proletario”
Nemmeno uno o due secoli fa. Né l’operaio voleva esserlo, né il socialismo (in buona parte delle sue molte declinazioni teoriche) aveva l’obiettivo di “proletarizzare” il mondo. Marx, poi, considerava la condizione di “proletario” una disgrazia e si proponeva il superamento dei “rapporti sociali” capitalistici: adieu capitalista con sigaro e cilindro, ma adieu anche rude proletario dalle mani callose unte di grasso, e adieu pure impiegatuccio e mezzemaniche, burocrate e funzionario statale, esperto “super partes” e ideologo professionista!
La differenza, rispetto a noi, è che il proletario di un secolo fa “sapeva” di esserlo e ne traeva, nella vita quotidiana come nella politica, una serie di conseguenze, non necessariamente rivoluzionarie (anzi) e neppure necessariamente progressiste, ma sicuramente assai corpose e “realistiche” circa il “proprio posto nel mondo”. E ciò fino agli anni Settanta del secolo scorso.
Cito spesso una vignetta di una trentina di anni fa, teoricamente molto pregnante, opera di un disegnatore latinoamericano: un classico capitalista con cilindro parla da un podio (potrebbe essere oggi un noto “tecnico” agli incontri di Cernobbio :) ) e intona un “Perché l’economia…”; in primo piano, di spalle, due altrettanto classiche “tute blu” si sussurrano all’orecchio: “Ah, sta parlando dell’econoSUA”.
Non c’è che dire: almeno sotto questo profilo, il sapere di essere un proletario aiuta. L’operaio appena alfabetizzato conosceva su di sé e sulla società di cui faceva parte un basilarissimo elemento che l’acculturato “cognitario” di oggi, magari laureato in Informatica, magari partita IVA, perlopiù ignora (e ciò lo rende oggettivamente “più stupido” e più incline a smarrirsi nei mille rivoli dell’ideologia, da intendersi marxianamente come “falsa coscienza”, e non nell’usuale accezione di “pensiero strutturato”, d’altronde postmodernamente piuttosto latitante).
Quindi, mi verrebbe da esclamare: 1 a 0 per la tradizione, qualsiasi cosa possa significare (e dubito fortemente che qualcosa significhi).

2) “Nessuno, nemmeno l’ultimo disoccupato vorrebbe una lotta di classe”
Anche in questo caso, ne avrebbero fatto a meno anche uno o due secoli fa. Ed effettivamente hanno cercato in tutti i modi di farne a meno. Infatti, a parte che non mi risulta storicamente nessuna fucilazione di borghesi al Cremlino (ma suppongo che la tua fosse semplice metafora della “rivoluzione russa” e della successiva guerra civile), le risposte spontaneamente violente allo sfruttamento capitalistico sono sempre state infinitamente meno dei tentativi -in gran parte bizzarri e velleitari quanto le sommosse improvvise- “non-violenti” di convincere la borghesia a mollare una frazione del suo potere e della sua ricchezza.
Purtroppo, per LORO e per NOI, la lotta di classe non è un’opinione, un’ideologia, un’attitudine psicologico-emozionale o una linea politica. È parte integrante di quei “rapporti sociali” in cui siamo ANCORA immersi. Per capire la sostanza della questione basterebbe leggere “La lotta di classe dopo la lotta di classe” di Luciano Gallino, studioso politicamente moderatissimo ma serio, e non seguace di mode corrive (il che ne fa un assoluto “estremista”, secondo i parametri adottati dagli “stupidi” acculturati nostri contemporanei).
Questa elementare verità sulla lotta di classe era condivisa cent’anni fa dalla quasi integralità delle correnti che si richiamavano al socialismo, comprese le ibridazioni col liberalismo. E fa sì che, anche riguardo alla questione riforme-rivoluzione, leggere Eduard Bernstein, Karl Kautsky o Rosa Luxemburg o, chessò, per rimanere nel Bel Paese, leggere Salvemini, Labriola o Gramsci ci permetta di capire molte più cose “vere” e “fondamentali” sul NOSTRO oggi che non ascoltare Nichi Vendola (o, persino, Rodotà).
Anche in questo caso, meglio les anciens que les modernes. Dunque, 2 a 0 per la “tradizione”, sempre che significhi qualcosa.

3) “Oggi un pensiero di sinistra è lo sviluppo sostenibile, un’economia più solidale, attenzione per l’ambiente”
Fuori dalla retorica, e fatti sul serio, significano un difficilissimo scardinamento dell’attuale “modo di produzione” capitalistico (ideologie comprese), mica bruscolini… E ci sono, a complicare ulteriormente la questione, ottimi motivi “teorici” per ritenere che ciò non sia realizzabile “dentro” l’attuale sistema e i suoi “rapporti sociali”: cito, tra i tanti testi orientati in questa direzione, il recente e sufficientemente divulgativo “L’impossibile capitalismo verde” di Daniel Tanuro (edizioni Alegre).
Mi viene in mente il vecchio (e per molti versi “sbagliato”, anzi “sostanzialmente” sbagliato) libro di Dario Paccino “L’imbroglio ecologico”, e mi dico che almeno quarant’anni fa certe “zuppette” verdoline le sapevamo riconoscere per quel che sono davvero: ideologia. Mi viene in mente l’operato di Maccacaro, la consapevolezza degli anni Settanta di come la questione ecologica fosse strettamente legata a quella sociale e alla lotta di classe. E sarei tentato di attribuire un 3 a 0 per la tradizione, sempre che significhi qualcosa e c’entri qualcosa col decennio 1968-1977.

Per concludere.

4) “fuori dovrebbe esserci una sinistra moderna e non nostalgica”
Anche qui, che significa fuori dallo slogan abusato e fintamente ovvio? Chi sono i nostalgici, che fanno, che pensano realmente? Sono le salamelle alla Festa dell’Unità, la berligueriana questione morale, o la falcemartello? Quali sarebbero i riti? Il Primo Maggio, il comizio in piazza o il direttivo di sezione, il centralismo democratico e le “conclusioni” del segretario, il rito della tessera di partito o il rito spontaneista del movimento?
La scorsa estate mi sono letto alcune cose di Lelio Basso e di Lucio Libertini: roba vecchia, che ha più o meno la mia età, della metà degli anni Sessanta. Caspiterina, che struttura e consequenzialità di pensiero! Che capacità di tenere insieme situazione nazionale e quadro internazionale, che affondi nel concreto della composizione di classe! Sì, ho “nostalgia” di teste così, di dirigenti politici che hanno quel “senso” della teoria. Che non scambiano i desideri per la dura realtà, che sanno districarsi tra le “idee ricevute”, che “durano” oltre le mode. Che non ripetono banalità spacciandole per la chiave di volta del cambiamento, che non predicano sognerelli fasullissimi e piccolo-borghesi scambiandoli per “utopia concreta”.
Poi, ovviamente, sono cresciuto a pane & postmoderno, mi sono sparato migliaia di ore di TV, passo il mio tempo in attività videoludiche, sono una partita IVA. E quindi gradirei che quella capacità di pensiero si traducesse nel “mio” linguaggio.
Ma se l’alternativa “moderna” sono le “narrazioni” oggi di moda (la casta, il cittadino, la società civile, la legalità, il terzo settore ecc.), be’, preferisco quel po’ po’ di “antichi” neuroni lasciati a futura memoria su quelle pagine ingiallite.

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