sabato 21 dicembre 2013

Renzi ex machina di Il simplicissimus


Renzi-MarchionneRenzi in pochi giorni è riuscito a squadernare, in modo erratico e goffo, tutto l’armamentario, la “machina” del teatro politico: la genericità ipocrita con cui dice che l’articolo 18 non è un totem, intendendo che andrebbe eliminato, ma che ahimè magari non può dirlo apertamente adesso; la finzione, come è accaduto per la legge pro biscazzieri, di essere contrario, ma solo dopo il voto come se fosse segretario del Pd a sua insaputa; il ribaltamento tra una presunta rotta di collisione con Alfano prefigurata prima dei gazebo e il pappa e ciccia successivo di fronte a Vespa, parroco benedicente del berlusconismo; il baratto in sé ignobile, ma nei fatti solo solo surreale e inutilmente retorico con l’offerta  di una la rinuncia del Pd ai suoi 45 milioni di finanziamento pubblico in cambio dell’appoggio del M5S su una nuova legge elettorale.
Verrebbe da dire che in tutto questo di nuovo e di vero c’è pochissimo, se non lo stile, le modalità in cui il vuoto si muove. Ma purtroppo come Berlusconi fu a suo tempo espressione di un Paese confuso, schizofrenico tra voglia di cambiamento e immobilismo finendo per scegliere il primo sotto forma di slogan e il secondo nella sostanza, anche Renzi, sebbene personaggio costruito a tavolino, rappresenta il male oscuro di una generazione di mezzo nata prima della rivoluzione digitale e dopo la morte delle ideologie, ossia dopo la vittoria dell’ideologia unica e il decesso delle idee politiche. A una persona della mia età quando dici “fare” e “nuovo” la prima cosa cosa che viene in mente è fare che cosa e nuovo in che senso. Per la generazione di mezzo, essenzialmente televisiva, (ma per fortuna non per i più giovani, consapevoli del furto di futuro che che si sta attuando, anche se immersi nel deserto di idee italiano) queste parole d’ordine valgono invece di per sé, non hanno bisogno di essere riempite di senso. Sono esse stesse il senso, il riferimento a suggestioni che rimangono ancora tali nella nostra remota provincia. Il nuovo e il fare sono il bene. Tutto questo è evidentissimo nelle parole del doppio in rete di Renzi, ovvero Francesco Nicodemo il quale scrive “ Noi sentiamo il pensiero di Matteo Renzi, prima di conoscerlo. Perché è una sintonia culturale, politica, etica, pratica. È vicinanza anagrafica e simbolica. È la storia di uno di noi, dell’amico con cui ti scrivi i messaggi su WhatsApp, per organizzare la partita di calcetto del giovedì sera”.
Dopo il calcio il calcetto come elemento unificante, un’immagine che sembra l’incarnazione di uno spot. Però non si tratta solo di una generazione che nelle sue espressioni politicanti bussa alla porta e vuole il potere, ma di una cultura della non politica che vuole affermarsi. Disgraziatamente per questo Paese, afflitto da ritardi giganteschi tutto ciò avviene in controfase: la generazione di mezzo non ha la minima consapevolezza che la nozione e la suggestione  di moderno che essa ha in testa, i pensieri fatti che coltiva, tutte cose di cui sente deprivata e che vorrebbe confusamente realizzare, sono ormai invecchiati, mentre la direzione del vento è cambiata, nonostante i poteri che essa ha creato siano fortissimi e spingano disperatamente per evitare cambiamenti, come si vede perfettamente in Europa e come lo stesso caso Renzi dimostra.
Non è un fenomeno solo italiano benché vent’anni di sostanziale berlusconismo lo abbiano esaltato, si è verificato in tutte le socialdemocrazie europee, quelle magari con un ricambio generazionale più dinamico, che infatti oggi sono marginali rispetto al governo delle cose e marginali anche nei riguardi del malessere sociale che sempre più spesso vede emergere altri e inquietanti interpreti. Però qui siamo ancora all’equazione da bar  Paese – azienda , all’idea che i diritti sul lavoro siano un ostacolo al lavoro senza pensare che a questo punto lo schiavismo sarebbe la cosa più razionale e senza nemmeno darsi pena di leggere la letteratura economica che smentisce totalmente questo totem da affabulazione marchionnesca, alle vulgate di un’economia vista solo dalla parte dell’offerta (per i più raffinati). Insomma la solita solfa che non rimane moderna solo perché non si è realizzata se non in parte: è puro modernariato senza prospettive. Quello che si esprime con l’ orgogliosa idea che Renzi sia il Blair italiano, senza essere sfiorati dal sospetto che si sta parlando di un’esperienza ormai conclusa e considerata ampiamente fallimentare, ancora rimuginata solo nei circoli più reazionari dell’occidente per la sua capacità di essere stata un ottimo cavallo di Troia per la destra finanziaria.
Qualunque cosa avvenga, qualunque rotta prenderanno le cose non sarà quello che si pensava in quegli  anni’80 ai quali l’Italia è rimasta confinata come per sortilegio. Ma tutto questo in un certo senso è anche la fortuna di Renzi: il suo essere politicamente informe, il suo consistere in immagine a due dimensioni nello spazio tridimensionale della politica, rende spontaneo e sincero, al di là di un consueto marpionnismo politico, il suo essere nulla.  Che viene avvertito dalla generazione di mezzo come se fosse qualcosa. What’s happened?

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