martedì 13 gennaio 2015

Il Corriere alle crociate


di Angelo D'Orsi

Come l’11 set­tem­bre 2001 new­yor­chese, così il 7 gen­naio 2015 pari­gino ha susci­tato, accanto e quasi in con­tem­po­ra­nea al rac­ca­pric­cio e all’orrore, le per­ples­sità, i dubbi. E gli inter­ro­ga­tivi sono così affio­rati, col tra­scor­rere delle ore. Ma il fatto è acca­duto, e l’esecrazione è d’obbligo, e giusta.
E, come si poteva pre­ve­dere, la rispo­sta c’è stata, anche se ha non solo com­pli­cato le cose, ma non è escluso che abbia aggra­vato il bilan­cio delle vit­time; men­tre non v’è dub­bio che ha acuito la paura e l’odio, a dispetto dei car­telli innal­zati nella prima mani­fe­sta­zione spon­ta­nea già della sera del 7 genaio scorso, della quale sono stato testi­mone diretto, a Place de la Répu­bli­que, che pro­po­ne­vano matite piut­to­sto che mitra, amore invece di odio, tol­le­ranza invece di discri­mi­na­zione, acco­glienza in luogo di rifiuto.
Ma que­ste erano le belle e se si vuole inge­nue richie­ste dal basso: ancora una volta le classi diri­genti – poli­tici e intel­let­tuali – si sono rive­late al di sotto del sen­ti­mento delle popo­la­zioni. E in Ita­lia, mi pare, in modo più pesante che in Fran­cia, che pure è la prima vit­tima degli eventi di que­sti giorni da cane.
Era ovvio che la destra si sarebbe sca­te­nata, e in un paese dove il lepe­ni­smo è diven­tato la prima forza poli­tica, era il minimo sen­tire l’appello della lea­der alla rei­sti­tu­zione della pena capi­tale, ma con un certo bon ton la signora si è limi­tata a pro­porre un refe­ren­dum con­sul­tivo. Men­tre il suo amico e sodale ita­liano, il Sal­vini, che ormai ha la lea­der­ship della destra nostrana, ha rag­giunto nuovi ver­tici par­lando del nemico in mezzo a noi, che abita sul nostro stesso pia­ne­rot­tolo ed è "pronto a sgoz­zarci". La pre­messa teo­lo­gica è che non vi sono distin­zioni né dif­fe­ren­zia­zioni pos­si­bili: l’Islam "non è una reli­gione come le altre". E ad essa si deve rispon­dere, dun­que, con mezzi ade­guati: la forza. Magari bru­ciando il Corano?
Non si pensi che l’estremismo becero di que­sto rozzo bestione (uso la nobile espres­sione di Giam­bat­ti­sta Vico, non si offenda il Mat­teo "lum­bard"), sia mero fol­clore leghi­stico. Si sfo­gli la stampa nazio­nale: lascio stare fogli come Il Gior­nale, Libero, e anche gior­nali locali come Il Tempo e la galas­sia del Quo­ti­diano Nazio­nale, per­ché vi si trova ciò che ci si attende.
Mi sof­fermo invece niente meno sul Cor­riere della Sera, il "più auto­re­vole" gior­nale italiano.
Da tempo que­sta impo­nente mac­china volta alla costru­zione del senso comune sta indi­riz­zando la pub­blica opi­nione verso l’idea di una ine­vi­ta­bi­lità ma anche di una neces­sità della guerra "con­tro il Ter­rore", con i suoi Pane­bianco e Galli della Log­gia, ed altri minori, fino ad Anto­nio Polito, il cui edi­to­riale del 10 gen­naio a dir poco fa cascare le braccia.
Se la prende con il Par­la­mento che era a ran­ghi ridotti quando il mini­stro Alfano pro­fe­riva le solite vuote parole. E Polito accusa: "È lo stesso Par­la­mento che, rinun­ciando agli F35, sarebbe pronto a disfarsi dell’arma aero­na­vale nel Paese che è geo­gra­fi­ca­mente una por­tae­rei nel Medi­ter­ra­neo" . Ma di che anno è que­sto gior­nale, si chie­de­rebbe un let­tore distratto? 1935? Ma l’editorialista con­ti­nua, e il ber­sa­glio diventa — come non aspet­tar­selo? — "un’intellettualità dif­fusa", "colta", deve ammet­tere, ma "faziosa", nella quale "pul­lu­lano"… chi? "Anti­a­me­ri­cani" e "filo­russi". Di nuovo, l’effetto di spiaz­za­mento: siamo negli anni Cinquanta?
Ma arriva al top, quando lamenta che non abbiamo da noi un Houel­le­becq, sin­cero nemico dell’Islam, e nes­suno abbia perso il posto della Oriana Fal­laci, che sulla mede­sima prima pagina del quo­ti­diano mila­nese, viene evo­cata con la ri-pubblicazione di una inter­vi­sta del 1970. Quali colpe, dun­que, hanno gli intel­let­tuali "faziosi" (ossia di sini­stra), secondo Polito? Ecco: "sono molto più a loro agio con l’appeasement che con la guerra, se la cavano meglio con la reto­rica del dia­logo che con quella dello scon­tro di civiltà. Sanno apprez­zare un ‘ritiro’ e depre­care una battaglia".
Non c’è che dire: con il richiamo all’inevitabile Hun­ting­ton, il qua­dro è com­pleto. Siamo alla chia­mata alle armi. Una vec­chia sto­ria per il gior­nale di Via Sol­fe­rino. Nel 1911 con la Libia, nel 1915 con la Grande guerra, nel 1935 con l’Etiopia, nel 1936 con la Spa­gna, nel 1940 con il Secondo con­flitto mon­diale, è sem­pre il dan­nun­ziano mag­gio radioso. Una bella cro­ciata, come ai vec­chi tempi, insomma: la croce che diventa spada.
Ma pos­si­bile che Afgha­ni­stan, Iraq, Libia, Siria, e via enu­me­rando, non inse­gnino nulla?

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