sabato 23 luglio 2011

CI HANNO RUBATO IL PARLAMENTO

di Raniero La Valle (Liberazione del 23 luglio 2011)

Camera con vista su Regina Coeli: non è un bello spettacolo quello che sta dando il Parlamento in questo scorcio di legislatura, anche se proprio questa sembra l'immagine più appropriata per dare il senso dell'intero ciclo berlusconiano e della sua fine. Non che il Parlamento sia fatto di ladri: la maggior parte non lo sono affatto e le guarentigie parlamentari, ivi compresa l'autorizzazione all'arresto, sono state saggiamente messe lì dal costituente proprio per evitare che si faccia di ogni erba un fascio.
Il fatto è che il Parlamento stesso ci è stato rubato: il simbolo stesso di tutte le lotte di liberazione e lo strumento principe della sovranità popolare è stato ridotto a niente e non è in grado nemmeno di liberare il Paese da un governo e da un presidente del consiglio ormai palesemente privi di ogni legittimazione popolare e autorità politica e morale, ai quali anzi fornisce l'artificio che li tiene al potere.
La questione del Parlamento è diventata così centrale nella crisi italiana. Il Parlamento sta nell'occhio del ciclone che da vent'anni sta devastando la vita della Repubblica. Non è il governo, non è la magistratura, non è il Presidente della Repubblica l'istituzione che subisce i maggiori attacchi dei riformatori e che ne è il vero punto di caduta, è il Parlamento. E già lo si vede. Noi non abbiamo più un Parlamento che ci rappresenti, non abbiamo deputati scelti da noi, abbiamo parlamentari che a noi giustamente non sono legati da alcun vincolo di mandato, ma che sono vincolati al governo, alcuni addirittura comprati da lui.
E se non c'è più un Parlamento che ci difenda, che si faccia carico dei nostri problemi collettivi, che cerchi di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che bloccano lo sviluppo della nostra vita, che medi tra noi e il governo, che ci faccia da scudo nei confronti dei poteri reali, è chiaro che noi siamo abbandonati ai venti e alle correnti, e che siamo nelle mani di altri sovrani. Noi, i cittadini.
E' per questo che sono continuamente evocate potenze oscure e indiscutibili, si fa riferimento a decisioni remote e impersonali, a giudici severi e inappellabili a cui non si può che prestare obbedienza, e che troncano ogni discussione di priorità politiche e di convenienze sociali, che dettano le manovre e blindano le finanziarie: i Mercati, i Mercati, i Mercati. L'impotenza del Parlamento: questo è oggi il vero costo della politica. Non a caso lo si vuole tagliare; per Berlusconi, come ha detto un giorno, è una spesa inutile, basterebbero sei capigruppo, il di più viene dal Maligno, cioè dalla inavvedutezza dei costituenti.
Ma il vero obiettivo della denigrazione e diffamazione della politica non è di togliere soldi ai parlamentari, bensì di togliere soldi alle pensioni, ai servizi sociali, alla scuola, alle politiche di inclusione della donna, alla cassa integrazione, che sono i veri costi non della politica, ma della democrazia.
Perciò nella discussione sul futuro dell'Italia, dopo il fallimento dell'impresa di Berlusconi, vanno messi al centro la ricostruzione e il rilancio del Parlamento. Questo è il vero oggetto della discussione sulla legge elettorale, sui referendum, sul sistema bipolare, sul maggioritario. Non si può riprendere come se nulla fosse accaduto, non si può continuare tutto ciò che è stato di Berlusconi senza Berlusconi. Non si può dire che "non si può tornare indietro", né si può insistere sulla sciagurata "vocazione maggioritaria" del partito pigliatutto per rendere eterni i governi.
L'esperienza è stata allucinante; la prova, non solo per la politica, ma per la cultura, per l'etica sociale, per l'economia, è stata devastante. L'Italia è stata sciupata con lucida determinazione, anno dopo anno, a partire dalle prime riforme elettorali, a partire dai tentativi di mettere sotto controllo la magistratura prima ancora di Tangentopoli, a partire dai primi attacchi al principio della rappresentanza, a partire dalla pretesa, avanzata già da Cossiga, di liquidare l'impianto costituzionale del '48 per dar luogo a una seconda Repubblica cesarista ed extraparlamentare.
Rimodellare un sistema veramente rappresentativo e proporzionale, riportare in Parlamento tutto il pluralismo della società, rilegittimare i partiti come strumenti della comunità politica e costituzionale, è il minimo che è oggi necessario.
Quella che dobbiamo fare non è una scelta alchemica tra quel tanto di maggioritario o di proporzionale che dovrebbe esserci nel nuovo sistema elettorale, né se farlo in un solo turno o in due turni; quella che dobbiamo fare è una scelta di civiltà e di rigenerazione politica.

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