venerdì 14 febbraio 2014

UN FUTURO di Francesco Ciafaloni

In un mondo che cambia rapidamente colpisce la mancanza di progetto non solo delle forze politiche maggiori, che ci hanno abituato al peggio, ma di tutti. Per i giovani senza lavoro o precari (i vecchi intrinsecamente hanno poco futuro e fanno progetti brevi) è una conseguenza della condizione materiale. Per i soggetti collettivi forse è una conseguenza, o una causa, del declino del paese. L’unico fine rimasto sembra la stabilità, la governabilità. E non è un bel fine. Quando le acque sono agitate bisogna navigare con una direzione, non provare a stare fermi. Stabilità, insieme a comunità e identità, era uno dei principi che reggevano Il mondo nuovo, la società dei consumi gerarchica, biologicamente predeterminata, totalitaria, descritta da Aldous Huxley nel 1932 e molto più simile al mondo attuale che non la società totalitaria povera descritta in 1984 da George Orwell nel 1948. Di 1984 abbiamo realizzato perfettamente solo la neolingua e alcuni suoi principi: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. Del Mondo nuovo, negli ultimi trent’anni, quasi tutto: il primato dei consumi e il sesso di consumo, gli psicofarmaci come rimedio globale, la interiorizzazione felice, soddisfatta, del proprio ruolo gerarchico, e la governabilità, la stabilità, come dovere-piacere supremo. I ricchi non li contrastiamo, gli obbediamo.

Ma è difficile citare un momento nel passato in cui “l’alterna onnipotenza delle umane sorti” sia stata all’opera con più vigore di adesso. Guglielmo Ragozzino ha sintetizzato per Sbilanciamoci il Rapporto sullo sviluppo umano del 2013, reperibile completo in rete (Human Development Report 2013). Il rapporto riguarda la crescita, economica e umana, del Sud del mondo. Colpisce nelle prime pagine il grafico della produzione del Nord del mondo – Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Germania, Canada – a confronto con quella del Sud – Cina, India, Brasile – dal 1820 a oggi. Il Sud, che nell’immediato secondo dopoguerra produceva il 10% del totale, sta superando il Nord, al 30%. Il declino del Nord prosegue ininterrotto dal picco massimo durante la guerra, nei primi anni quaranta, quando la sua produzione superava il 50% del totale. Il Sud, al contrario era crollato al 10% dal 50% del 1820, meno di due secoli fa, trent’anni dopo la Rivoluzione francese, dopo il ferro, il fuoco e le leggi di Napoleone. I manufatti hanno viaggiato quasi sempre da est a ovest e stanno tornando a farlo. Breve è la storia dell’onnipotenza dell’Europa.

Si tratta, ovviamente, di stime che mettono insieme dati parziali e incerti e aree assai diverse. E la demografia ha avuto e ha un peso molto grande, sia nei declini che nelle crescite. Certo il lavoro si è trasferito a Sud e ne sta producendo, per fortuna di tutti, lo sviluppo umano.


Da dove veniamo

Per quanto ci riguarda direttamente, le cose in Europa, sia per il paese – la Gran Bretagna – che aveva vinto la guerra, sia per quelli – Germania, Francia, Italia – che l’avevano persa, in tempi sfasati, sono andate diversamente dagli Stati Uniti. Il declino non è cominciato con la fine della guerra. Subito dopo la guerra i paesi dell’Europa occidentale, che avevano avuto meno dell’un per cento di morti, grazie alla, minore o maggiore, industrializzazione precedente e al piano Marshall, hanno avuto uno straordinario sviluppo. Hanno cominciato a declinare, con la svolta finanziaria impressa dagli Stati Uniti con l’abolizione del gold standard, negli anni settanta. I paesi dell’Europa orientale, che avevano avuto il 25% (la Polonia), il 15% (la Russia), di morti, per guerra, per carestia indotta, per volontà di sterminio, in particolare i paesi cui la Russia sottraeva risorse, in sostanza non si sono mai ripresi.

In Italia le città erano, se non distrutte, molto danneggiate; la campagna, la montagna, erano di una povertà materiale che gli arrivati dopo non riescono più neppure a immaginare. Con la pace arrivò lo sviluppo. Ricordiamo tutti che in Italia c’era una siderurgia di qualità; un’industria chimica e farmaceutica; una metalmeccanica di livello mondiale, con i suoi due, opposti, modelli di rapporto tra capitale e lavoro e con la campagna: Olivetti e Fiat. C’era un movimento operaio forte, culturalmente attivo, universalistico; capace di progetto. C’erano partiti politici degni del nome. La cultura della sinistra impiegò molto a rendersi conto degli effetti del successo della fabbrica fordista. Poi, in qualche caso, sopravvalutò persino il neocapitalismo, pensando che avesse davanti a sé un cammino molto più lungo del vero. I potenti accettarono cinicamente, più del necessario, la divisione internazionale del lavoro imposta dall’America e dalla finanza. La morte prematura di Adriano Olivetti (1960) e l’assassinio di Enrico Mattei (1962) precedono di pochi anni la fine della convertibilità del dollaro nel 1971. Visentini e Valletta chiusero l’elettronica industriale e l’informatica, spegnendo, nel tempo, la Olivetti; Eugenio Cefis trasformò l’Eni, un tentativo di autonomia energetica, in una leva finanziaria per dare la scalata alla Montedison. Da allora non si vedono che chiusure di settori: il nucleare, la chimica, la farmaceutica, l’elettronica. E la mancata nascita di settori trainanti: la rete, i cellulari. O ovvi: le attrezzature per l’eolico, il fotovoltaico.

Oggi i giovani che hanno un lavoro lo hanno nei distretti, a Nord come a Sud. O sono dipendenti di multinazionali tedesche e francesi. O lavorano nell’alimentare, nella moda. Ci sono distretti internazionalizzati ma non dipendenti, come il biomedicale a Modena; e casi di vera e propria dipendenza. La situazione non è disperata, ma è seria.

Da trent’anni almeno, l’egemonia culturale neoliberista (o neoliberale, come dice Gallino) non solo ci ha materialmente soggiogati, ma ci ha convinti che di progetto, di politica in senso alto, non c’è proprio bisogno. Quello che bisogna fare, non solo in economia ma nell’istruzione, nella produzione culturale, lo decide il mercato. Bisogna “valorizzare” i giacimenti culturali, punire o premiare le scuole a seconda dell’efficienza, accrescere il capitale umano. E bisogna, tendenzialmente privatizzare tutto ciò che è privatizzabile – assicurazioni, sanità, trasporti, strade, acqua, perché il privato è efficiente, e, gestendo i servizi, guadagna, produce ricchezza.

Le cose in Italia non sono andate per nulla così. Ci sono state pubblicizzazioni riuscite, come quella dell’industria elettrica. Ci sono state privatizzazioni sbagliate (vedi La privatizzazione dell’industria manifatturiera in Italia, a cura di Marcello De Cecco). C’è stato il salto di qualità nella vita di noi tutti rappresentato dal Servizio sanitario nazionale, che costa la metà di quello americano e copre tutti, e dalle pensioni universalistiche, che, dopo le correzioni degli anni novanta, sono in attivo. L’uno e l’altro non sono stati il risultato naturale dell’abbondanza ma di progetto e di lotte. Sono stati i lavoratori che, difendendo se stessi, hanno ottenuto servizi e sicurezza. Un libro di quindici anni fa, La città del lavoro di Bruno Trentin, è una buona sintesi delle idee e delle pratiche di allora.


La crisi, l’attacco allo Stato sociale, la difesa dei diritti

Contro l’evidenza e i risultati di studi in tutto il mondo, i governi stanno di fatto affrontando la crisi tagliando lo Stato sociale e privatizzando. Anche proposte che sembrano naturali – il taglio del cuneo fiscale, per esempio – finiranno col togliere risorse al sistema delle pensioni pubbliche, che è in attivo come già ricordato, ma ha bisogno, per restarlo, dei contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro. Anche a sinistra, da decenni, la ricetta per trovare risorse e risolvere problemi è stata quella di privatizzare: dalle partecipazioni statali alla gestione dei trasporti, alla scuola.

In controtendenza con la disuguaglianza crescente e l’attacco allo Stato sociale, è nata e si è diffusa l’idea, compatibile con la tendenza a privatizzare pensioni e sanità, che si possano svincolare i consumi dalla produzione e il reddito dal lavoro; che si possa dichiarare finita l’epoca della necessità. Se si possono pagare le pensioni ai vecchi, le pensioni sociali ai bisognosi, la cassa integrazione speciale, tutta a carico dell’Inps, ai lavoratori vecchi e indesiderati delle grandi aziende, perché non si può pagare a tutti, dalla nascita o dall’età di lavoro, un reddito di cittadinanza che dia il diritto alla nuda vita, senza costringere a dipendere più del necessario dai familiari, senza doversi preoccupare troppo presto del cibo, dei vestiti, del tetto? Nella forma più generale e universalistica, la proposta è stata formulata come ristrutturazione complessiva dei redditi. Lo Stato dovrebbe pagare a tutti, ricchi e poveri, un reddito sufficiente a una vita frugale, cui si aggiungerebbero i redditi guadagnati quando ci fossero – salari, profitti, rendite, a seconda dei casi – e le pensioni assicurative. Delle pensioni sociali non ci sarebbe più bisogno perché chi fosse totalmente privo di reddito ricadrebbe semplicemente sul reddito di cittadinanza. Sbilanciamoci ha dedicato a una discussione interessante e pluralistica su questa prospettiva lo “Sbilibro” 9, Al minimo.

Sono proposte nate nell’Europa del Nord: un raffinamento dello Stato sociale; una libertà dal bisogno senza comunismo. Le varianti, le applicazioni parziali, limitate ai bisognosi, a tutte le età, o alle madri senza risorse, sono state e sono numerose e numerose sono le rivendicazioni, pubblicate da Sbilanciamoci o reperibili su vari siti, tra gli altri www.sindacalmente.org. Proprio l’attacco allo Stato sociale, le difficoltà di bilancio, il ritardo del pensionamento, il mancato adeguamento delle pensioni sopra una certa soglia al costo della vita, la sensazione dei giovani che la pensione assicurativa decente per loro sia diventata un miraggio, sta rafforzando la tendenza a chiedere un reddito svincolato dal lavoro in nome del diritto alla libertà e alla vita. Cosa si risponde a una/un quarantenne che ha perso il lavoro precario, non ha sussidio, non ha una famiglia ricca? Che deve aspettare i 65 anni? Ci sono progetti in corso, ma lenti e dubbi. Perché non il reddito di cittadinanza? E intanto non pagare i contributi. Tanto si sa che il sistema si regge sul fondo dei precari, in enorme attivo, separato dal fondo dei lavoratori dipendenti, che fa da Bancomat per tutti. L’oscurità delle norme che regolano il fondo dei precari, l’introduzione con la riforma Fornero di oneri insostenibili per il ricongiungimento dei versamenti a enti pensionistici pubblici diversi, il disastro mai completamente rimediato degli esodati, rafforzano i timori di inadempienza del sistema pensionistico pubblico, che è solido, ma certo resta a ripartizione.

Se cresce ancora la disoccupazione e si diffonde la percezione dei contributi come balzello senza contropartita e quindi il rifiuto di pagare, il sistema pensionistico, che è stabile, in attivo se alimentato come deve essere dai lavoratori, rischia di crollare davvero. Il lavoro nero diventa perfettamente equivalente a quello in regola. L’abolizione del cuneo fiscale, in tutte le forme, diventa una rivendicazione di massa. Perché è irrealistico, pericoloso, secondo me, puntare direttamente al reddito di cittadinanza e lasciare la contabilità assicurativa ai ricchi e ai finanzieri? O a chi può permettersi di pensare al futuro perché intanto mangia, si veste e dorme al caldo?

Perché è difficile che anche i paesi che sono potenze finanziarie lo restino stabilmente, nel mondo che cambia. Perché i redditieri ricchi difficilmente accetteranno di mantenere i redditieri poveri di cui non hanno alcun bisogno. Preferiranno pagare degli armati per tenere a bada la nuova plebe.


Il reddito, il lavoro, il progetto

La sicurezza sociale è basata sulla solidarietà, che è reciprocità. Un reddito universale senza reciprocità solleva un problema morale, di equità, e uno pratico. Il problema morale è che noi tutti venuti al mondo siamo esseri sociali: siamo sopravvissuti e siamo diventati quello che siamo perché altri, i genitori e i familiari, gli amici, gli insegnanti, lo Stato, ci hanno mantenuti ed educati. Dobbiamo divenire parte attiva di questa rete appena ne abbiamo le capacità. Sindacalisti importanti hanno sostenuto il servizio civile universale come conoscenza e restituzione. Inoltre il lavoro il più delle volte è fatica, non gradevole collaborazione. Non è giusto che qualcuno debba guadagnarsi da vivere col sudore della fronte, come una volta, o con lo stress della subordinazione, come ora, e qualcun altro possa farne a meno.

Il problema pratico è che la storia secolare della conquista dei diritti è il risultato della solidarietà e delle lotte di chi lavora. Oggi manca il lavoro; ma non manca affatto il bisogno di lavoro per trasformare il mondo e assistere gli altri. Mancano le risorse per pagare assistenza adeguata a molti, proteggere la montagna, regolare i fiumi, rendere sicure le scuole, per citare esempi noti. Se si trovano le risorse, perché non usarle per formare gli inattivi e trasformarli in lavoratori, anziché limitarsi a garantirne i consumi indispensabili? Non è necessario costruire una burocrazia statale onnipotente. Basterebbero consorzi di comuni, associazioni di persone, laiche o confessionali. Accanto al lunghissimo elenco di casi negativi, non sono mancati in questi anni anche esempi positivi che hanno impegnato la generazione successiva alla mia e che sono stati bruscamente interrotti dalla stretta. C’è chi continua, retribuito o volontario; italiano o straniero. Alla politica forse dobbiamo chiedere soprattutto di essere parte o guida dei progetti, non di usarli come pubblicità.

Dobbiamo chiedere di guardare all’Europa e al mondo. Non sempre i fenomeni sociali seguono i confini degli Stati. I migranti sono stati e sono una parte importante del lavoro, del volontariato, della varietà culturale in Italia. Noi italiani, che per le statistiche siamo Nord, Occidente, dal dopoguerra, siamo stati una parte della crescita, della morte e trasfigurazione, del Sud. Non dobbiamo chiudere i confini, né per noi, che siamo stati e torniamo a essere migranti, né per gli altri che si muovono nel mondo. Il primato culturale degli Stati Uniti è anche frutto della loro apertura, come il loro perdurante potere economico è frutto anche del lavoro prestato altrove. Non riusciremo a tenere i poveri nati altrove fuori dell’Europa. Se li ignoriamo e respingiamo come migranti li riscopriremo come guerrieri. Se rifiutiamo di muoverci, di accogliere, di cambiare, di restituire legittimità alle differenze e al conflitto, all’aspirazione alla libertà e alla vita degli altri, ci ritroveremo, senza rendercene conto, in guerra.

I nostri nonni, i nostri padri, molto più poveri di noi, il proprio futuro lo progettavano nel mondo, non solo nel paese. Possiamo tornare a farlo anche noi; quelli di noi che hanno futuro.

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