sabato 28 marzo 2015

Analogie e differenze nel rapporto partito-sindacato di Paolo Favilli, Il Manifesto


Sinistra. I percorsi storici dicono che contrapporre coalizione politica a coalizione sociale non ha fondamenti né analitici né politici
La pro­po­sta di «coa­li­zione sociale» che la Fiom ha scelto come indi­rizzo stra­te­gico è un fatto di estrema rile­vanza, forse un salto di qua­lità nella dif­fi­cile via ita­liana alla costru­zione di un sog­getto poli­tico alternativo.
Com­pito assai arduo per­ché in gran parte ine­dito, visto che stiamo per­cor­rendo un iti­ne­ra­rio aperto dopo la fine di una sto­ria durata un secolo e mezzo: la sto­ria del movi­mento ope­raio. Nello stesso tempo, però, la sto­ria del movi­mento ope­raio e quella in cui ora ci tro­viamo a vivere ed ope­rare, sono due diverse fasi di una stessa vicenda, non di una sto­ria nuova. È la sto­ria del capi­ta­li­smo dell’età con­tem­po­ra­nea, delle forme del suo muta­mento inces­sante e delle sue lun­ghe e pro­fonde con­ti­nuità. È la sto­ria delle anti­tesi e delle loro forme stret­ta­mente con­nesse a quei pro­cessi di muta­mento. È la sto­ria della lotta di classe, la cui forma odierna è negata in par­ti­co­lare da chi la conduce.
In que­sto nostro pre­sente, insieme a pro­fonde dif­fe­renze, sono riscon­tra­bili ana­lo­gie impor­tanti con alcune tem­po­ra­lità che dal punto di vista cro­no­lo­gico appa­iono assai lon­tane.
Come nella prima metà dell’Ottocento ven­gono espu­gnate, nella logica del lais­sez faire, tutte quelle pro­te­zioni giu­ri­di­che che osta­co­lano la ridu­zione del lavoro umano a nuda merce. Come nella seconda metà dell’Ottocento le sparse mem­bra dell’antitesi sono alla ricerca di una coniu­ga­zione forte tra un sog­getto sociale, che allora era defi­nito con suf­fi­ciente chia­rezza, ed i modi della rap­pre­sen­tanza politica.
Alla fine del XIX secolo tale coniu­ga­zione si era con­cre­tiz­zata in quelle forme «par­tito» e «sin­da­cato» che, in linea molto gene­rale, hanno pre­valso per tutto il Nove­cento.
Due aspetti di que­gli esiti vanno sot­to­li­neati per cogliere meglio i nessi che emer­gono dalla pro­po­sta di «coa­li­zione sociale». Il primo riguarda il «par­tito». Nel con­te­sto di fine Otto­cento tale modello socia­li­sta non solo rap­pre­senta l’indice più alto della moder­nità poli­tica, ma è anche quello in cui meglio si esprime la demo­cra­zia orga­niz­zata dei subal­terni. Il secondo riguarda il sin­da­cato. L’unionismo di allora non rima­neva certo con­fi­nato nella sfera «eco­no­mica», come si diceva, bensì riven­di­cava, e svol­geva un fon­da­men­tale ruolo politico.
Per­sino nella Ger­ma­nia dei suc­cessi politico-elettorali della Spd, il sistema di rela­zioni tra par­tito e sin­da­cato, tra par­tito ed Arbeiter-vereine, non pre­ve­deva alcuna scala di prio­rità. Ancora nel 1893 si pote­vano leg­gere nei docu­menti del con­gresso di Colo­nia del Par­tito social­de­mo­cra­tico frasi come que­ste: «L’organizzazione ope­raia è il miglior stru­mento di agi­ta­zione poli­tica e una scuola di gran lunga migliore e molto più adatta dell’organizzazione poli­tica per fare dell’operaio un com­pa­gno dal carat­tere fermo e dotato di spi­rito di sacri­fi­cio. L’organizzazione poli­tica non pre­tende infatti dai suoi mem­bri quanto quella sin­da­cale (…) richiede che l’iscritto metta in gioco nelle bat­ta­glie sala­riali tutta la sua esi­stenza, tutta la sua per­sona per il bene della collettività».
Le ragioni sto­ri­che che nel corso del Nove­cento hanno modi­fi­cato il rap­porto partito-sindacato e che addi­rit­tura hanno messo in ombra il fatto incon­tro­ver­ti­bile che le lotte sociali sono di per sé lotte poli­ti­che, sono venute meno. In un con­te­sto del tutto diverso anche oggi l’area dell’antitesi si pre­senta come un insieme, o meglio un mul­tiin­sieme, affatto destrut­tu­rato. In un con­te­sto del tutto diverso anche oggi è for­tis­sima la ten­sione verso un sog­getto «poli­tico» in grado di eser­ci­tare dav­vero il ruolo dell’antitesi. Ovvia­mente non si tratta di ripe­tere l’itinerario che più di un secolo fa portò alla pre­va­lenza dei modelli orga­niz­za­tivi secondo-internazionalisti, ma di riflet­tere su alcuni nodi di quel per­corso.
Innan­zi­tutto sul fatto che il par­tito poli­tico può essere anche luogo di demo­cra­zia orga­niz­zata e che dun­que è meglio ragio­nare sulle forme par­tito, piut­to­sto che sulla nega­zione del par­tito. E ragio­nare sul fatto che anche l’unionismo, nella sua forma sin­da­cale, è stato, ed è, sog­getto a logi­che oli­gar­chi­che e auto­re­fe­ren­ziali. Con­ti­nuare a con­trap­porre «coa­li­zione sociale» a «coa­li­zione poli­tica» (lista Tsi­pras?) non ha alcun fon­da­mento né ana­li­tico, né politico.
Poi avere piena con­sa­pe­vo­lezza che l’itinerario che ha por­tato alla costru­zione di un sog­getto poli­tico (par­tito, sin­da­cato, movi­mento coo­pe­ra­tivo) in grado di con­tra­stare con qual­che effi­ca­cia lo svol­gi­mento delle «leggi natu­rali» di eco­no­mia e rap­porti sociali, è stato per­corso da forze assai diverse senza nes­suna pre­ven­tiva esclu­sione. C’erano dav­vero tutti: forme di unio­ni­smo di ogni genere, oriz­zon­tali, ver­ti­cali, società di mutuo soc­corso, par­titi poli­tici in fieri e asso­cia­zioni poli­ti­che che il Marx della I Inter­na­zio­nale aveva chia­mato «sette comu­ni­ste o socia­li­ste». Tutte que­ste forme si sono ride­fi­nite nel corso del processo.
Vedo invece che alcune delle forze pre­senti oggi, i par­titi poli­tici, e la lista Tsi­pras ormai assi­mi­lata ad un par­tito, sono diven­tati «zavorra» di que­sto pro­getto per­ché non «avreb­bero capito che in una coa­li­zione sociale la dimen­sione poli­tica è impli­cita» (Viale, «Huf­fing­ton Post», 16 marzo). Ora non solo que­sta è un’ovvietà che i mili­tanti ad ogni livello delle «zavorre» hanno capito da tempo, ma si sono anche pro­vati ad arti­co­larne il con­cetto in nume­ro­sis­sime sedi, poli­ti­che, scien­ti­fi­che ed in inter­venti pub­bli­ci­stici. Solo che magari que­ste «zavorre», insieme alla con­sa­pe­vo­lezza dei limiti for­tis­simi delle strut­ture orga­niz­za­tive (par­titi in que­sto caso) in cui mili­tano, al di là delle appa­renze e della reto­rica sulla mol­te­pli­cità e vita­lità innata nei «movi­menti», hanno un’idea meno sem­pli­ci­stica del pro­cesso in corso. Si pro­vano a fare ana­lisi che ten­gano conto pro­prio della mol­te­pli­cità dei tempi che vi con­ver­gono, e quindi della diver­sità dei livelli e dei ritmi di movi­mento delle forze in campo. Nes­suna esclusa.

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