giovedì 26 marzo 2015

Un sasso nello stagno


Marco Bertorello, "Non c'è euro che tenga" (Ed. Allegre, 2014). Nota critica su un prezioso libretto sull'euro
di Raffaele Sciortino
Titolo e sottotitolo del libro di Marco Bertorello formano quasi un contrappunto: Non c'è euro che tenga. Per non piegarsi alla moneta unica non serve uscirne. Non si tratta di ambiguità ma del tentativo dichiarato di non farsi imporre, analiticamente e politicamente, il terreno dall'opposta ma speculare alternativa euro sì/euro no. Non che Bertorello non sappia, come molti di noi, che il terreno più avanzato per la ripresa del conflitto in "basso a sinistra" è in Europa quello che con estrema difficoltà, e in sostanziale isolamento, stanno in questi giorni tentando popolazione e governo greci.
Ma il punto è a quali condizioni e con quale prospettiva calcare il terreno europeo. Investigare più a fondo queste condizioni è il merito di questo prezioso libretto che prova a lanciare un sasso nello stagno dello stantio, e diciamocelo: piuttosto miserevole, stato del dibattito a sinistra sul tema.
Partiamo dall'analisi. Tre le tesi principali che si possono ricavare.
La prima ci dice che Euro makes sense, il varo della moneta unica europea non è frutto di un errore (p.es. di architettura istituzionale) o dell'irrazionalità delle classi dirigenti europee. Piuttosto, si è trattato di uno strumento fondamentale per rispondere alla competizione su di un mercato in via di globalizzazione, dal quale hanno tratto vantaggio tutti i settori delle borghesie e dei ceti proprietari europei, ovviamente in diverso grado e con risultati differenti, come è oggi sotto gli occhi di tutti.
Aggiungerei, su questo punto, che il mix di strategia neo-mercantilista (a cerchi concentrici intorno all'industria tedesca) verso l'esterno e competizione intra- europea sul mercato unico, pur con le inevitabili tensioni, puntava a indirizzare la competitività sul terreno dell'innovazione e della concentrazione del capitale europeo come unico argine anche per rendere meno esplosivo il progressivo smantellamento del compromesso capitale-lavoro (welfare, salari, mercato del lavoro) che quella stessa strategia richiedeva. Azzardando, ma neanche tanto se guardiamo ai bassi tassi di interesse della prima fase, si è trattato in certo senso dell'equivalente europeo della finanziarizzazione dei consumi negli States.
Tutto ciò, e siamo al secondo punto, non toglie ma rafforza e inquadra una critica di classe all'Europa "realmente esistente", come scrive Bertorello. Cioè, non solo l'euro consolida trend economici-sociali e di classe precedenti (asimmetrie intra- europee crescenti e attacco anti-operaio) ma non è esclusivo strumento dell'egemonia di Berlino (anche, certo) sull'Europa. Qui vale la pena di citare: "l'Europa tedesca è meno tedesca di quanto si creda", le strategie competitive sono "ambizioni transnazionali delle classi dirigenti europee" (p. 57).
Non c'è qui lo spazio per approfondire la discussione sul perché secondo Bertorello i facitori di Europa non perseguono un super Stato-nazione ma un'entità sovra-nazionale pro competizione, ragion per cui il più Europa richiesto oggi da molti per attutire con una transfer union i colpi delle politiche rigoriste rischia di essere nient'altro che un'illusione, ma forse la spiegazione risente qui di un tantino di economicismo di troppo, mentre bisognerebbe riandare al rimosso delle classi dominanti europee - prive di un solido Federalist - rispetto a un potenziale pericolo "sovietico" a scala continentale. Ma soprattutto non tiene conto della sorda ma profonda ostilità statunitense a qualunque progetto duro di Stato federale europeo a venire. Questo, infatti, si può dare per i nostrani "realisti di mercato" (o ordo-liberisti), non solo tedeschi, dopo e non prima dell'affermazione dell'euro, ovvero della potenza economica che vi sta dietro, nei confronti del dollaro a scala internazionale e il disciplinamento delle singole componenti nazionali e territoriali a questo fine. Solo a queste condizioni, come del resto riconosce anche Bertorello, Berlino sarebbe disposta ad accettare trasferimenti di risorse a scala continentale. Ma è arrivata prima la crisi globale.
Terza tesi: la crisi non nasce dall'euro né in Europa. Può sembrare banale affermarlo ma non lo è affatto alla luce delle letture mainstream, anche a sinistra, sull'(euro)crisi come frutto della moneta unica, dell'egoismo tedesco, dell'austerity e spiritosaggine simili. Su questo il libro è forse fin troppo cauto: si tratterebbe invece di andare più a fondo nel "provincializzare l'eurocrisi" situandola nel quadro non solo dell'inceppamento della globalizzazione con epicentro negli Usa (dunque: cosa sta succedendo all'accumulazione capitalistica?) ma altresì della micidiale manovra di scarico degli effetti della crisi sul resto del mondo da parte di Washington innanzitutto attraverso le politiche espansive della Fed (è strano che nel libretto non si parli mai dell'assalto speculativo all'euro passato attraverso l'attacco ai debiti pubblici dei cosiddetti Piigs) ma sempre più anche con strategie geopolitiche volte a impedire la seppur minima de- dollarizzazione dei flussi di valore globali. Infatti, non sovrastimare la moneta e le politiche monetarie (corretto!) non significa affatto non vederne il risvolto effettivo come strumenti non neutri in termini di conflitti inter-borghesi (di nuovo: dollaro versus euro, e non solo) e di classe (vedi salvataggi della finanza privata via aggravio dei debiti pubblici, ridistribuzione al contrario delle risorse via Quantitative Easing, ecc.).
Ma se è così, andrebbe riletta anche l'attuale politica di risposta europea alla crisi: l'austerity non è semplicemente il frutto del marchio rigorista del progetto europeo a guida teutonica (l'unica egemonia possibile, del resto) ma anche e soprattutto il tentativo di contenere e in prospettiva abbattere l'indebitamento pubblico su cui può scorazzare, questo il punto, la finanza a stelle e strisce, e su cui dunque rischia di infrangersi un'opzione europeista effettiva. 
 Strategia capitalistica, va da sé, ma diversa e per certi versi confliggente con quella "keynesiana" statunitense. Nodo complesso, questo, ma ineludibile per ogni seria analisi della crisi e delle risposte anti-capitalistiche (potenziali) ad essa, ma anche delle stesse risposte anti-austerity. Al di là di queste criticità il libretto è mille miglia lontano, è bene sottolinearlo, dai peana di sinistra viva Draghi abbasso Merkel in nome di un presunto keynesismo che guarda all'esempio... Obama!
Siamo così alle implicazioni politiche del ragionamento rivolto a chi si pone nei termini di resistenza alle politiche in corso e/o di ricerca di un'alternativa di sistema. In positivo, Bertorello aiuta, dicevamo, a non sottomettersi al terreno mutuamente esclusivo euro/no euro che pretende di coprire l'intero campo delle possibilità. E questo è importante. Il senso politico è però più profondo: il libretto rende bene l'impasse della situazione attuale in Europa. È una piccola operazione di verità, viene da dire.
L'impasse è tra l'opzione di euroexit - che non è la soluzione di nessuno tra i problemi che ci si pongono - e l'impossibilità di un'Europa unita e socialdemocratica come nei desideri, a tinte ora più giacobine ora più sociali, degli europeisti di sinistra. Tale impossibilità deriva dall'analisi dei meccanismi strutturali alla base dell'Europa realmente esistente, il che mina alle radici ogni discorso su un'altra Europa possibile a meno di scardinare quegli stessi meccanismi.
La prima opzione a sua volta viene decostruita efficacemente nel suo elemento centrale di risposta, anche comprensibile, all'eurocrisi e alle politiche rigoriste in termini di illusorio ritorno a una (impossibile) sovranità nazionale e monetaria che si riduce in fondo alla riproposizione di politiche di svalutazione competitiva. Non ha la pretesa di essere una critica originale, questa di Bertorello, ma ha la caratteristica di mettere a fuoco il dato critico cruciale di simili opzioni: rispondere all'esasperazione dei meccanismi competitivi che stanno al cuore della crisi con un di più di competizione, solo compressa in un ambito più ristretto (che per certa sinistra vale illusoriamente come ambito per una ripresa del conflitto).
Neanche tanto paradossalmente, dunque, euroscetticismo ed europeismo mostrano tutta la loro affinità nel loro non mettere in discussione la logica del mercato, la competizione, seppur a scale differenti ma pur sempre nell'illusoria speranza di poter ripristinare il patto sociale lavoro-capitale. Il che non toglie, va aggiunto, che ragioni materiali profonde stanno dietro le due opposte composizioni sociali, trasversalmente alle classi e a configurazione non statica. Dimenticarlo equivarrebbe a fare di una corretta e necessaria critica una mera opzione ideologica e precludersi la comprensione e l'intervento nelle dinamiche sociali e politiche, tanto più se indipendentemente dalla volontà di chicchessia si dovesse arrivare alla rottura dell'euro. Resta che qualunque seria ipotesi di lotta alla crisi non può non tornare sulla questione cooperazione contra competizione.
Ora, l'impasse di cui sopra non si scioglie facilmente o altrimenti non sarebbe tale. Paralizza al momento anche le possibilità di un'opposizione sociale reale, ampia, non frammentata, non semplicemente reattiva. Senza la presunzione di avere la risposta, Bertorello avanza l'ipotesi di un'alleanza sociale del lavoro contro l'economia del debito come possibilità di ricomposizione a scala europea. Non credo sia così semplice (neanche lui lo crede ovviamente). Intanto, la questione debito, seppur cruciale anche come obiettivo di lotta, non può essere separata dall'intreccio tuttora essenziale con le forme della produzione e della riproduzione capitalistica, con l'"industria" (come rapporto sociale) e le possibili riconfigurazioni del rapporto industria-finanza-vita (non è la stessa cosa la via "crescitista" occidentale e quella "sviluppista" dei Brics, per nominare anche solo un tema). Il fascino delle teorie sull'uomo indebitato non ci porta tanto lontano. Inoltre, ogni proposta sulla revisione dei debiti, minima o massima che sia, non può non porsi il problema: no debito ma per fare cosa? Per rimettere in moto la macchina del mercato, ancorchè reso più "equo", o per iniziare finalmente a porre il problema della riappropriazione delle condizioni sociali di produzione e riproduzione dell'esistenza?
Così pure sul versante della ricomposizione dei soggetti, il problema è innanzitutto cosa è diventato il lavoro e perché fatica a riaggregarsi, più in generale cosa è diventato il potenziale noi della lotta al capitale. Problema tremendo. Non a caso Bertorello conclude il suo scritto richiamandosi ai soggetti reali più che a programmi astratti. Ecco: il discorso finisce dove dovrebbe ri-iniziare, sui soggetti, sulla soggettività, e non è il minor merito di questo lavoro concludere sulla necessità di riaprire.

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