mercoledì 24 aprile 2013

Dialogo sugli spaghetti allo scoglio e sugli uomini di Antiper

Contributo in forma di dialogo [1] per l'Assemblea Costituente di Areaglobale del 7 aprile 2013

Che senso ha oggi caratterizzarsi in senso comunista? Non vi pare che anche le recenti elezioni politiche abbiano mostrato chiaramente che non esiste alcuna domanda di comunismo? Non rischiate di mettere sul mercato una merce che nessuno ha intenzione di comprare?

Effettivamente, nonostante una diffusa volontà dichiarata di cambiamento - e, diciamo pure, la sua oggettiva necessità -, non emerge alcuna esplicita domanda di cambiamento in senso comunista proveniente dalla società italiana. E tanto meno dalle elezioni.

Si potrebbe però osservare che, sebbene 50 sfumature di grigio sia oggi un libro molto più letto della Divina Commedia, ciò non rende 50 sfumature di grigio un libro migliore della Divina Commedia né, tanto meno, l'autrice di 50 sfumature di grigio migliore di Dante Alighieri. Oppure, si potrebbe osservare che prima di Copernico (e, per molto tempo, anche dopo) era “naturale” ritenere che fosse il sole a ruotare attorno alla terra, sebbene le cose stessero esattamente all'inverso. Molto spesso il “senso comune” è profondamente influenzato dall'ideologia - ovvero dalla “narrazione” - della classe culturalmente egemone. E dunque, per raggiungere la verità – o, quanto meno, una maggiore conoscenza della verità - dobbiamo riuscire ad estirpare da noi stessi la falsa coscienza che ci viene instillata dentro giorno dopo giorno. Dobbiamo, dunque, smettere di raccontare a noi stessi delle favole.

Sebbene oggi esista una diffusa domanda di cambiamento, certamente non esiste una diffusa domanda di cambiamento in senso comunista. Ma proviamo a porre la questione in un altro modo: può esistere, oggi, una diffusa domanda di cambiamento in senso comunista, una diffusa domanda di comunismo?

100 anni prima che fosse progettato il primo computer esisteva forse una domanda di computer? Ovviamente no; è stato lo sviluppo storico-tecnologico e la progettazione del primo computer che hanno reso possibile una domanda di computer. L'offerta ha creato la propria domanda. E questa è una legge molto più generale di quanto si possa credere [2]. Quando entriamo in un supermercato per comprare un detersivo possiamo scegliere magari tra 10 tipi diversi di detersivo, ma non possiamo scegliere l'undicesimo, semplicemente perché non c'è. Abbiamo facoltà di scegliere - di decidere la nostra domanda -, ma solo in base all'offerta che non noi, ma i produttori di detersivi e il supermercato hanno deciso per noi. I compratori possono comprare solo ciò che i venditori hanno deciso di vendere. E non possiamo neppure decidere di non comprare perché non potremmo lavare. Ora, se tra questi detersivi ce n'è uno in offerta a metà prezzo come pensiamo che si regolerà il consumatore impoverito dalla crisi? Non è forse vero che sceglierà proprio quello a metà prezzo e che fare la spesa al supermercato vuol dire guardare anzitutto i prodotti “in offerta” e addirittura comprare cose in offerta in supermercati diversi?

Si può dunque dire che l'offerta, nella maggior parte dei casi, determina la propria domanda. E questo non vale, ovviamente, solo per i detersivi, il formaggio o il vino che compriamo al supermercato. Vale anche per le merci culturali e politiche che ci vengono vendute. Possiamo cambiare canale, ma possiamo forse scegliere cosa viene trasmesso dai diversi canali? Se abbiamo di fronte dieci detersivi uguali che differiscono solo per il colore della scatola o se abbiamo di fronte dieci talk che differiscono solo per il presentatore diversamente e al tempo stesso egualmente servile, possiamo davvero dire di avere libertà di scelta? Avere libertà di scelta non vuol dire, anzitutto, avere la possibilità di costruire o di discutere i contenuti politici e culturali dell'offerta?La “merce comunismo” è sparita dagli scaffali e forse sarebbe meglio dire che sono sparite dagli scaffali le merci “a marchio comunista”; alcuni rari esemplari di prodotti “a marchio comunista” vengono ancora venduti, ma sono da lungo tempo scaduti e giustamente nessuno se li vuole più comprare. Bisogna dunque produrre una nuova offerta per costruire una nuova domanda.

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Si potrebbe dire che la domanda di comunismo è come un piatto di spaghetti allo scoglio e che, così come non esiste un albero da cui staccare un piatto di spaghetti allo scoglio, così non esiste un albero da cui staccare il frutto già bell'e pronto della domanda di comunismo. In natura esistono, certo, tutti gli ingredienti per cucinare gli spaghetti allo scoglio (il grano per fare gli spaghetti, le vongole, le cozze, le olive per fare l'olio, l'acqua, il sale...), ma se non esistono gli strumenti per cucinare (la padella, i fornelli, il fuoco...) e se non esiste il cuoco che conosce la procedura per cucinare il piatto, la somma degli ingredienti del piatto non fa il piatto.

Ecco, così come la natura sforna spontaneamente gli ingredienti per gli spaghetti allo scoglio, allo stesso modo la realtà sforna, magari confusamente e contraddittoriamente, gli ingredienti della domanda di comunismo: che cosa sono, infatti, l'insoddisfazione del presente e la sempre maggiore incertezza per il futuro, la crisi e le sue conseguenze sociali, la perdita di diritti che sembravano acquisiti per sempre e la crescente insicurezza della vita stessa, la decadenza culturale e persino, oseremmo dire, morale di questo “basso impero”, la richiesta di democrazia reale e diretta, la spinta verso un cambiamento profondo... se non, appunto, alcuni degli ingredienti della domanda di un cambiamento sistemico?Questi ingredienti possono diventare vera e propria domanda di comunismo ovvero consapevolezza che solo in una società comunista le aspirazioni ed i bisogni dei lavoratori possono davvero trovare il loro soddisfacimento reale? Sì, ma servono cuochi e fornelli.

Oggi però le persone non chiedono cambiamenti sistemici. Chiedono al più l'eliminazione degli sprechi e della corruzione, la moralizzazione della politica, la scelta di buoni amministratori, il mantenimento delle proprie condizioni di vita. Non ragionano in termini di cambiamenti nel lungo termine. E oggi una trasformazione in senso comunista non è certo all'ordine del giorno...

A prima vista può sembrare ovvio constatare che le persone si muovono soprattutto per obbiettivi di breve termine. Ma questo non è affatto così vero come sembra. Capita molto spesso che le persone compiano delle scelte che influenzino la loro vita immediata in vista del raggiungimento di obbiettivi di lungo – e a volte di lunghissimo – termine. Se un giovane si iscrive ad una certa facoltà universitaria o ad un certo istituto tecnico è verosimile che intenda acquisire le competenze per svolgere un certo tipo di lavoro in cui presume che sarà impiegato per lunga parte della propria vita, o per tutta. Miliardi di persone nei secoli hanno aderito a religioni ed hanno osservato comportamenti tali da far loro realizzare obbiettivi di lunghissimo termine, collocati addirittura dopo la loro morte, come la salvezza dell'anima, o molto dopo la loro morte, come la resurrezione del corpo dopo il Giudizio Universale.

Quindi il punto non è il lungo o il breve termine. L'osservazione però ci permette di puntualizzare una cosa: il nostro non è un approccio escatologico, una cosa del tipo  “unitevi a noi e così meriterete domani il regno (rosso) dei cieli”. Noi non annunciamo l'avvento del comunismo così come i profeti annunciavano quello di Cristo. Il comunismo per noi è ancora “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” [3], non quello futuro. È il cambiamento qui ed ora [4], e anzitutto il cambiamento come scelta della lotta per il cambiamento.

Ecco allora che il termine movimento va inteso in due accezioni: movimento come azione oggettiva della storia e movimento come azione politica soggettiva, consapevole, finalizzata ad uno scopo. L'azione della storia predispone già tutta una serie di condizioni oggettive per il superamento dell'attuale modo di produzione. Ma questo superamento non avverrà spontaneamente. Il comunismo non è il destino ineluttabile dell’umanità e se non lo si vuole, da sé, non verrà, perché nessuna forma di relazione tra gli uomini può realizzarsi a prescindere o a dispetto dalla volontà degli uomini sebbene neppure tale volontà, da sola, possa bastare [5].

Come rispondere alla caratterizzazione di “utopico” che in genere viene attribuita ad una trasformazione sociale in senso comunista?

La gamma della critica anti-comunista si svolge sempre tra due poli: il comunismo sarebbe bello, ma non si può fare perché la “natura dell'uomo” [6] lo rifiuta e quindi può esistere solo come modello puramente ideale; oppure si può fare ma, proprio per la “natura dell'uomo” - che viene concepita a seconda dei casi come “naturalmente” egoistica o come “naturalmente” libertaria – esso può essere solo imposto; pertanto, il comunismo reale non può esistere che sotto forma di totalitarismo e come assenza di democrazia. Non come, per dire, è successo agli schiavi portati dall'Africa o ai “nativi americani” o ai popoli africani, asiatici e latino-americani colonizzati... che sono stati tutti condotti nel capitalismo con le buone maniere della democrazia borghese...

La critica anti-comunista si basa, in sostanza, sulla costruzione di un'antropologia o, per meglio dire, di una vera e propria metafisica che dovrebbe dimostrare alternativamente l'irrealizzabilità o l'indesiderabilità del comunismo.

Ad esempio, quando si vuole mostrare che il comunismo “è possibile, ma non è bello” ci si riferisce prevalentemente alla sconfitta del primo tentativo di costruzione del socialismo iniziato con la Rivoluzione d'Ottobre nella Russia del 1917 e che, secondo la vulgata, sarebbe poi sfociato in regimi “comunisti” totalitari.Ora, è naturale che, in sede storica, i “perdenti” abbiano sempre torto per la semplice ragione che i “vincenti” hanno la facoltà di (ri) scrivere la storia – e la memoria - a proprio piacimento. Ma poniamoci le seguenti domande: il tipo di società in cui viviamo oggi, il capitalismo, è forse sempre esistito? Evidentemente no. Ed è forse sorto da un giorno all'altro a sostituire la società precedente? No davvero e, anzi, questo passaggio si è realizzato attraverso una transizione durata almeno 6 secoli, se si considera come “primo tentativo” l'esperienza dei Comuni medievali (sviluppatasi dall'XI secolo a partire, soprattutto, dall'Italia del Nord) e proseguita con altre esperienze come quella delle Repubbliche del XIV secolo [7] (le Repubbliche marinare, la Repubblica di Firenze) o anche della Lega Anseatica (che fu la base su cui sarebbe successivamente sorta la prima egemonia capitalistica moderna, quella olandese del 1600).

"Noi vediamo dunque come la stessa borghesia [8] moderna sia il prodotto di un lungo processo di sviluppo, di una serie di trasformazioni nel modo di produzione e di scambio. Ciascuno di questi stadi di sviluppo della borghesia era accompagnato da un corrispondente progresso politico [9]. Ceto oppresso sotto il dominio dei signori feudali, associazioni [10] armate e autonome nell'età dei Comuni [11], qui repubblica cittadina indipendente [12], là terzo stato tributario della monarchia [13], poi al tempo della manifattura contrappeso alla nobiltà nella monarchia cetuale o in quella assoluta e ancora pilastro fondamentale delle grandi monarchie, la borghesia si conquistò infine l'assoluto dominio politico dopo la nascita della grande industria e del mercato mondiale nel moderno Stato rappresentativo. Il potere statale moderno è solo un comitato che amministra gli affari comuni dell'intera classe borghese” [14].

Perché la borghesia ha potuto impiegare 5-6 secoli per completare la propria transizione verso il potere politico mentre i lavoratori devono essere dichiarati spacciati dopo un primo tentativo iniziato circa un secolo fa e durato un arco di anni relativamente breve? Non sembra proprio a nessuno che questa, più che una constatazione, assomigli piuttosto ad una (pia) speranza delle classi attualmente dominanti?

Una speranza, tuttavia, che fa presa tra i lavoratori...

Il primo tentativo di costruzione del socialismo è stato sconfitto e questo ovviamente ha avuto - ed ha - un'influenza molto negativa sulla fiducia che un altro tentativo possa determinarsi ed avere successo in tempi brevi.Ma il primo tentativo di costruzione del socialismo, più che da un avversario migliore, è stato sconfitto dall'immaturità delle condizioni storiche necessarie affinché esso potesse consolidarsi, esattamente come era successo al primo tentativo di conquista del potere politico da parte della borghesia nel XIII e XIV secolo.E, come per la borghesia, vale anche per i lavoratori il fatto che essere stati sconfitti la prima volta non implica dover essere sconfitti per sempre. Questo, ovviamente, le classi dominanti lo sanno molto bene, visto il loro apparentemente inspiegabile bisogno compulsivo di dichiarare la “morte del comunismo” o la “morte di Marx” [15] un giorno sì e l'altro giorno anche. Quelli che non lo sanno o, per meglio dire, non lo sanno più – e da qui deriva la loro crisi politica – sono purtroppo i lavoratori; e noi siamo qui anche per ricordarglielo.

Ma il discorso della natura umana non vi sembra confermato dal modo in cui gli uomini si comportano gli uni verso gli altri? Questo comportamento è forse razionale, pacifico, reciprocamente “misericordioso”?

L'assunzione secondo cui la “natura” dell'uomo sarebbe intrinsecamente competitiva e aggressiva, che senza la presenza di un potere sovrastante che ne regoli gli istinti gli uomini si troverebbero naturalmente in una condizione di guerra permanente tutti contro tutti e che dunque, una tal condizione renderebbe impensabile lo sviluppo di una società comunista, autogestita, intrinsecamente cooperativa e solidale, non è un argomento nuovo. Non è nuovo e non esiste da sempre, esattamente come il capitalismo.

Viviamo in una società in cui la maggior parte degli individui ha – almeno apparentemente - smesso di domandarsi se esista e quale sia il senso della propria esistenza. Ci svegliamo ogni mattina, ci alziamo, lavoriamo, studiamo…; ci muoviamo dentro relazioni sociali costituitesi nel corso di migliaia di anni che abbiamo ereditato da ciò che è venuto prima di noi. Ma quante volte ci domandiamo come queste relazioni si siano affermate, in quale misura “naturalmente” e in quale misura “artificialmente”? Quante volte riflettiamo sul fatto che queste relazioni possono non costituire l’orizzonte ultimo del genere umano?La filosofia ha dibattuto ampiamente il tema dell’essenza dell’Uomo. Sarebbe impossibile – ed anche inutile – ripercorrere le tappe di tale dibattito; semplificando, si possono però individuare due tesi principali: la prima afferma la natura egoistica e individualistica dell’Uomo [16]; la seconda afferma che l’Uomo è un essere storico e sociale [17]. Per Marx

«…l’essere umano non è un’astrazione immanente all’individuo singolo. Nella sua realtà, esso è l’insieme dei rapporti sociali» [18].

Non esiste, dunque, una “vera” natura dell’uomo rintracciabile a prescindere da qualunque contesto storico-sociale e che possa essere riconosciuta anche nell’ipotetico uomo isolato e senza relazioni sociali, in quel Robinson Crusoe di cui lo stesso Marx parla nell’ambito della critica all’economia politica inglese.

L’uomo è un essere sociale e, in quanto tale, la sua essenza è inscindibile dai concreti rapporti entro cui egli svolge la propria esistenza:

«La mia coscienza universale non è altro che la forma teoretica di ciò di cui la comunità reale, l’essere sociale, è la forma vivente» […] «Anzitutto bisogna evitare di fissare di nuovo la “società” come astrazione di fronte all’individuo. L’individuo è l’essere sociale» […] «La vita individuale dell’uomo e la sua vita come essere appartenente ad una specie non differiscono tra loro» [19].

L’essenza dell’uomo è una essenza di genere (“ente naturale generico” – gattungswesen -, ovvero ente naturale – animale - appartenente ad un genere - umano -) [20] che non esiste aprioristicamente se non in modo puramente “generico”, ma si costituisce storicamente. Proprio in questa accentuazione dell’elemento storico dell’essenza umana risiede una delle ragioni di maggior contrasto con la concezione materialistico-naturalistica di Feurbach.

Marx osserva:

«Nel senso più letterale, l’uomo è uno zoon politikon, non solo un animale sociale, ma anche un animale che solo in società può isolarsi».

Qui il termine “isolarsi” deve essere inteso come “individualizzarsi” [21], “costituirsi come individuo singolo (sich vereinzeln)” [22]. Marx prosegue:

«La produzione del singolo, del tutto al di fuori della società, è una rarità, che può capitare ad un individuo civilizzato che sia stato gettato dal caso in una condizione selvaggia, ma che già possiede dinamicamente le forze sociali; insomma, è un’irrealtà (Unding), così come lo sarebbe lo sviluppo della lingua, in mancanza di individui che vivano assieme e che comunichino tra loro attraverso il linguaggio».

Qui Marx individua la condizione per la costituzione delle persone in “libere individualità” ovvero il pieno dispiegamento della dimensione sociale delle relazioni umane.

Ogni affermazione sulla “natura umana” che prescinda dall'analisi delle condizioni sociali e storiche in cui essa si presenta è una forma di metafisica. Noi siamo il prodotto della nostra vita, del nostro essere sociale.

“anche le idee, le opinioni e i concetti, insomma, anche la coscienza degli uomini, cambia col cambiare delle loro condizioni di vita, delle loro relazioni sociali, della loro esistenza sociale. Cos'altro dimostra la storia delle idee, se non che la produzione intellettuale si trasforma assieme a quella materiale? Le idee dominanti di un'epoca sono sempre state soltanto le idee della classe dominante. Si parla di idee che rivoluzionano un'intera società; con queste parole si esprime semplicemente il fatto che entro la vecchia società si sono formati gli elementi di una nuova, e che la dissoluzione delle vecchie idee procede di pari passo con la dissoluzione dei vecchi rapporti d'esistenza” [23]

Il modo in cui comunichiamo, in cui mangiamo, in cui ci vestiamo, in cui abitiamo... e quindi anche il modo in cui pensiamo e agiamo è storicamente determinato. Nascendo e vivendo in una società che sviluppa l'egoismo, l'individualismo e la violenza gli uomini tendono inevitabilmente a diventare egoisti, individualisti e violenti. Ma in una società che sviluppa solidarietà, cooperazione e pace gli uomini tendono a diventare solidali, cooperativi e pacifici. Si potrebbe dire, semplificando, che auspichiamo una società comunista anche perché tira fuori il meglio delle persone laddove, al contrario, il capitalismo ne tira fuori il peggio.

Diciamo che questo ragionamento è condivisibile: che fare?

È sempre più evidente che ci troviamo di fronte ad una fase di aperta decadenza del modo di produzione capitalistico e di sempre più chiara insostenibilità del suo modello di sviluppo e di consumi. Lo dicono un po' tutti; persino le classi dominanti sono ormai consapevoli del fatto che la crescita del PIL significa ormai ben poco, sia perché nonostante un enorme investimento necessario per realizzarla [24] questa crescita è assai ridotta (e oltre tutto drogata dall'iper-speculazione finanziaria), sia per il fatto che la sua effettiva ripartizione sociale non è assolutamente fonte di benessere diffuso (e quindi nessuno si rallegra del punto di PIL faticosamente guadagnato se in tasca non gli viene nulla). Del resto

“A partire dalla nascita del capitalismo industriale, all'inizio dell'800, ad oggi la diseguaglianza tra il 20% più ricco dell'umanità e il 20% più povero, la "forbice" in termini di reddito, è cresciuta dal 3 a 1 del 1820 al 72 a 1 del 1992. Quindi è evidente che almeno a livello globale, se non a livello delle singole nazioni, il capitalismo produce tendenzialmente una forte diseguaglianza e una diseguaglianza crescente. A volte, come negli anni '70 in Italia, può succedere che almeno in termini economici, anche in un paese capitalistico,  sebbene con un intervento statale più forte che da altre parti e che nella stessa Italia nei decenni successivi, si abbia una riduzione parziale della diseguaglianza, ma se consideriamo il sistema a livello globale, a livello mondiale, invece osserviamo che questa dinamica è praticamente sempre ascendente cioè la diseguaglianza aumenta” [25]

Se ipotizziamo che negli ultimi 20 vi sia stata una tendenza alla polarizzazione analoga a quella antecedente possiamo tranquillamente affermare che oggi il 20% più ricco possiede una ricchezza che è almeno 80 volte quella posseduta dal 20% più povero. Il risultato è la distribuzione della coppa di champagne

Da quanto detto consegue che quel 3% ipotizzato dall'OCSE come crescita media globale nei prossimi 50 anni [26] deve essere concepito in questi termini: la maggior parte della ricchezza concentrata nelle mani di un pugno di capitalisti; poco o nulla al resto del mondo [27]. Se sei nel “pugno” sai cosa fare: difendere questo mondo a tutti i costi.

Nonostante l'appropriazione della ricchezza da parte di una minoranza sempre più piccola della popolazione mondiale [28] si osserva una tendenziale diminuzione del saggio di profitto nelle attività produttive, parzialmente compensata - illusoriamente e transitoriamente - dai profitti fittizi (e spesso semplicemente finti) derivanti dalle attività speculative. Con saggi di profitto bassi e in una condizione di sovrapproduzione l'unica misura che le classi dominanti ritengono praticabile per tamponare la crisi nell'immediato (a parte le guerre di rapina, la distruzione del capitale concorrente e l'accaparramento di risorse strategiche) è la progressiva espropriazione di salario sociale dei lavoratori e il progressivo saccheggio indiscriminato della natura.

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Il modello di sviluppo capitalistico è basato esclusivamente su un parametro esclusivamente “quantitativo”: l'entità del profitto accumulato che, per essere ampliata, deve incessantemente sostituire desideri (spesso del tutto inutili o addirittura dannosi) a bisogni, che ovviamente non sono solo di carattere materiale, ma anche di carattere intellettuale, spirituale, emotivo, creativo. Lo spazio dei bisogni viene mortificato e mercificato per essere riempito di oggetti i quali, tuttavia, riempiono il vuoto solo per un attimo per poi riconsegnarci, subito dopo, ad un vuoto ancora più angosciante.Questo modello di sviluppo deve essere sostituito con un modello basato su parametri di tipo “qualitativo” (come il soddisfacimento dei bisogni socialmente e storicamente determinati delle persone), capace di rispettare gli uomini e l'ambiente in cui essi vivono.

Abbiamo bisogno di una radicale inversione di rotta. Ma “essere radicale” diceva Marx “vuol dire cogliere le cose alla radice” e “la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso” [29]. Per cogliere le cose alla radice dobbiamo costruire un mondo dal cui centro vengano espulse le  divinità del denaro, del profitto, del potere... e in cui vengano posti gli uomini e le donne con i loro bisogni materiali e immateriali, un mondo in cui “l’uomo è per l’uomo l’essenza suprema” un mondo nel quale “l’imperativo categorico” è quello di “rovesciare tutti i rapporti nei quali l’uomo è un essere degradato, assoggettato, abbandonato, spregevole...” [30].

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A scanso di equivoci, dire “fase di decadenza” non significa pensare “crollo imminente” del sistema né, tanto meno, sua spontanea sostituzione con ciò che a noi piacerebbe. Al contrario, la fasi di declino e di decadenza scatenano spesso il tentativo disperato delle classi dominanti di ritardare, con ogni mezzo, la propria fine.


Ecco, il nostro compito deve essere quello di contribuire con tutti i mezzi di cui disponiamo ad avvicinare quella fine, una fine che, dialetticamente, è anche un inizio. Non l'inizio del regno di Dio ma, al contrario, l'inizio del regno dell'uomo, finalmente consapevole della propria potenza creatrice, finalmente libero.

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Note

[1] Quella che segue è la ricostruzione di un confronto ipotetico che potrebbe essere avvenuto in qualunque momento, oltre che nelle settimane che hanno preceduto l'assemblea del 7 aprile, con una serie di compagni e compagne che ci hanno rivolto una serie di domande e che hanno formulato riflessioni che meritano di essere approfondite anche in quanto esprimono un diffuso “senso comune”.Antiper darà il proprio contributo allo sviluppo del movimento politico Areaglobale continuando ad occuparsi soprattutto di quel particolare terreno di lavoro che è l'approfondimento e la divulgazione teorica, un terreno arduo ma necessario e senza il quale nessun impegno politico può definirsi serio.

[2] Più in generale, ad esempio, di quanto non creda la sinistra neo-riformista, ferma sulla convinzione errata che sia la domanda a generare l'offerta e, di conseguenza, che per uscire dalle crisi capitalistiche sia sufficiente aumentare il reddito dei lavoratori ovvero i consumi ovvero la domanda. Cfr la critica alle posizioni cosiddette “sotto-consumistiche” contenuta nella raccolta di interventi La grossa crisihttp://www.areaglobale.org/index.php/it/interventi/grossa-crisi

[3] Karl Marx – Fredrich Engels, Manifesto del partito comunista.

[4] Come, a dire il vero, qui ed ora è il sollievo della pena che gli uomini provano per la consapevolezza della propria necessaria e inevitabile fine terrena, un sollievo prodotto dalla promessa di un aldilà eterno che pure è collocato in un lontano e imprecisato futuro (il Giudizio Universale, la resurrezione dei corpi...).

[5] Cfr Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, in Marx-Engels, Opere scelte, pag. 485: “Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione”.

[6] Spesso ricondotta ad istinti prettamente animaleschi (dall'“homo homini lupus” di Hobbes, tra gli altri, agli “animal spirits” di Keynes).

[7] Fredrich Engels, Prefazione all'edizione italiana del 1893 del Manifesto del partito comunista: “Il Manifesto riconosce appieno il ruolo rivoluzionario giocato nel passato dal capitalismo. La prima nazione capitalistica è stata l’Italia. La conclusione del Medioevo feudale e l’inizio della moderna era capitalistica sono segnate da una figura grandiosa : è un italiano, Dante, l’ultimo poeta medievale e insieme il primo poeta della modernità. Come nel 1300, una nuova era è oggi in marcia. Sarà l’Italia a darci un nuovo Dante, che annuncerà la nascita di questa nuova era, l’era proletaria?”

[8] “Con borghesia si intende la classe dei capitalisti moderni, che posseggono i mezzi di produzione sociale e impiegano il lavoro salariato; con proletariato la classe dei moderni lavoratori salariati che, non possedendo nessun mezzo di produzione, per vivere sono ridotti a vendere la loro forza-lavoro”. [Nota di Engels nell'edizione inglese del 1888].

[9] Nell'edizione inglese del 1888 viene qui aggiunto: “di questa classe”.

[10] Nelle edizioni tedesche del 1883 e 1890, e in quella inglese del 1888, questo termine è al singolare.

[11] “Comune” era il nome che presero, in Francia, le nascenti città anche prima di conquistare dai loro signori e padroni feudali autogoverno e diritti politici come "terzo stato". Detto in generale, per quanto riguarda lo sviluppo economico della borghesia, come nazione tipica viene qui considerata l'Inghilterra; per quanto riguarda lo sviluppo politico, la Francia. [Nota di Engels nell'edizione inglese del 1888]. Era questo il nome conferito alle comunità urbane dai cittadini di Italia e Francia, dopo che ebbero acquistato o estorto i loro iniziali diritti di autogoverno dai loro signori feudali. [Nota di Engels nell'edizione tedesca del 1890].

[12] Aggiunto nell'edizione inglese del 1888: “(come in Italia e in Germania)”.

[13] Aggiunto nell'edizione inglese del 1888: “(come in Francia)”.

[14] Karl Marx – Fredrich Engels, Manifesto del partito comunista

[15] Cfr Antiper, Lenin, uomo del futuro: “Non passa giorno che il capitalismo non decreti la “morte di Marx” e con essa quella di qualsiasi ipotesi di superamento rivoluzionario della società capitalistica. Ma questo decretare quotidianamente la morte di qualcuno - che si era già peraltro dichiarato defunto il giorno prima - non è solo un rito scaramantico. E' piuttosto la distribuzione della "dose giornaliera" di quella particolare forma di ideologia che la classe dominante ha creato apposta per noi e che consiste in un solo, semplice, ma potente messaggio: il capitalismo sarà anche pieno di difetti e di malfunzionamenti (come si vede anche dalle conseguenze sulla vita delle persone delle crisi economiche e della devastazione della natura), ma è non superabile. E come lo sappiamo? Perché abbiamo visto “come è andata a finire in Russia”... Ora, l'insuperabilità storica del modo di produzione capitalistico è chiaramente una favola; per usare il linguaggio di Marx, un'ideologia. Ma il capitalismo è riuscito - e tuttora riesce – ad usare la sconfitta del primo tentativo di "costruzione dell'alternativa", per dire che non c'è alternativa”.

[16] Spesso si fa riferimento al “modello giusnaturalistico” di Thomas Hobbes per il quale “l’uomo è un lupo per l’uomo” (homo homini lupus). Per Hobbes nello “stato di natura” la situazione è quella della “guerra di tutti contro tutti” (bellum omnium contra omnes) per cui si rende necessario un ente – lo “stato assoluto”, il Leviatano – non sottoposto ad alcuna ulteriore sovranità e capace di regolare i rapporti tra gli uomini.

[17] E qui i riferimenti possono andare da Aristotele a Marx.

[18] Karl Marx, Tesi su Feuerbach, VI

[19] Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, pag. 110.

[20] Karl Marx, Introduzione a Per la critica dell’economia politica, 1857

[21] Karl Marx, Introduction to a Contribution to the Critique of Political Economy, MEIA: «Man is a Zoon politikon [political animal] in the most literal sense: he is not only a social animal, but an animal that can be individualised only within society».

[22] Costanzo Preve, Marx inattuale, p.175, Bollati Boringhieri, 2004.

[23] Karl Marx – Fredrich Engels, Manifesto del partito comunista.

[24] A causa della sovrapproduzione di valore esistente e ai bassi rendimenti in termini di profitto dei settori produttivi.

[25] Massimiliano Lepratti, Lezione su Fernand Braudel. La rottura con la storiografia tradizionale e la nuova visione del capitalismo nella storia.

[26] Cfr, Antiper, 2060, marzo 2013

[27] “Il più vasto studio sulla ricchezza personale mai intrapreso indica anche che nel 2000 l’1% degli adulti più ricchi possedeva da solo il 40% della ricchezza mondiale, e che il 10% ne deteneva il l’85%, mentre la metà più povera della popolazione adulta del mondo doveva spartirsi soltanto l’1%”, in La distribuzione della ricchezza mondiale. Il 2 per cento della popolazione adulta possiede oltre la metà di tutta la ricchezza mondiale, Le scienze, 6 dicembre 2006.

[28] Si tenga inoltre conto che quando si parla di “20%” si deve intendere quella serie di paesi che formano il 20%, all'interno dei quali, però, la distribuzione della ricchezza è a sua volta progressivamente polarizzata, come ben sanno Marchionne e gli operai di Pomigliano.[29] Karl Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, in La questione ebraica ed altri scritti giovanili, traduzione di Raniero Panzieri, Editori Riuniti , Roma 1969, p. 101


[30] Ibidem.

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