giovedì 15 ottobre 2015

IL TRAMONTO DI PISAPIA

Tempo addietro Pisapia voleva fare il ponte: “Serve un nuovo soggetto di sinistra che riesca a governare con il Pd. Io vorrei avere un ruolo di ponte per fare tornare al dialogo persone che non si parlano ma che possono governare insieme, rinunciando a strappi e insulti. La sinistra ha mancato la rotazione di incarichi che è fondamentale per la vitalità. Spero che il futuro leader non sia uno dei soliti nomi, ma qualcuno che finora è rimasto dietro le quinte.».
03marossi35FBL’esperimento milanese, secondo Pisapia, dimostrava come si potessero unire le varie anime della sinistra, a Roma ormai lontane. In pratica prospettava per sé il ruolo di facitore di un centrosinistra nel quale Arancioni, Sel e movimenti vari dialogavano da pari con il Pd, con l’ipotesi di esportare il modello Milano in giro per la penisola e forse a Roma. Un’opzione alternativa a quella renziana che preso atto dei numeri parlamentari, governa con Alfano e Verdini e non disdegna i patti con Berlusconi.
Oggi però Pisapia non riesce neppure a indicare un suo successore nonostante questa indicazione sia l’unica concreta possibilità di dare continuità politica al lavoro di questa giunta e nonostante gli sia stato richiesto con inusuale umiltà e generosità dal Presidente del consiglio (visto anche l’esperienza non felicissima del candidato sostenuto da Pisapia per la Regione) e da tutti gli attori milanesi del centrosinistra.
L’indicazione in corner della Balzani eccellente esperta di bilanci, assessora silenziosa e affascinante ma senza alcuna popolarità né cittadina né politica e comunque di molto inferiore a quella di Fiano o Majorino, sembra più che altro un espediente per non fare scena muta, e più che un ponte sembra una passerella di salvataggio.
Neanche il mantra delle primarie appare sincerissimo, visto che per farle basterebbe fissare delle regole, compito non proprio complicatissimo, invece ci mettono mesi per dare mandato a 11 volonterosi di scrivere una Carta dei valori di cui nessuno se ne cale; diciamo che Pisapia e con lui buona parte del centro sinistra spera che le primarie spaventino e allontanino Sala, il vero rappresentante del partito della nazione, che più che in continuità con Pisapia è in continuità con la Moratti che lo volle in Comune e insieme con altri fedelissimi (meno commendevoli) in Expo. Strumento anti Sala forse efficace, le primarie sono però anche uno strumento pro Fiano e Majorino, due che misteriosamente risultano essere indigesti manco c’avessero la rogna.
Perché un declino così rapido? Semplicemente perché nel momento in cui ha rinunciato a ricandidarsi Pisapia ha rinunciato alla leadership che aveva ricevuto dalle primarie prima e dal voto popolare poi e che aveva ben esercitato nei primi anni del suo mandato. Non ricandidarsi è come annunciare le dimissioni, è lasciarsi risucchiare nel gioco dei partiti, dei partitini, delle correnti, dei candidati, è condannare al massacro i fedelissimi arancioni (giustamente i più delusi dalla rinuncia definita schettiniana), è lasciare campo libero all’omologazione tra politica nazionale e locale, è in poche parole disertare. Anche in termini di popolarità ne ha sofferto, che come diceva mia madre: “Chi non mi vuole non mi merita”.
Il sindaco si è adeguato a quella sentenza latina che dice “Meglio dover sopportare il proprio erede che doversene cercare uno” e ha cercato di rinviare sine die il chiarimento con Renzi. Suo legittimo diritto quello di riposare ma come diceva il re nano “in casa Savoia si regna uno per volta” e decisa l’abdicazione Pisapia se voleva fare il king maker doveva accelerare tempi e modalità dell’investitura dando prova dello stesso decisionismo dei tempi del ghigliottinamento di Boeri, invece ha tentennato troppo a lungo.
Nel centro sinistra con tipica ipocrisia politically correct (pianto d’erede è mascherato riso diceva Seneca), ci si nasconde dietro la valorizzazione dei programmi e del ruolo delle primarie, per nascondere una banale verità: scomparso Pisapia scompare quel modello di proposta politica. Ricordate i 50.000 in piazza con Vendola e Camusso? Il manifesto “Grazie Milano si cambia davvero”? Il titolo dell’Unità “finalmente” e del Manifesto: “Che sballo”? Ne rimane solo il ricordo. L’entusiasmo del 2011 è evaporato in nostalgia e oggi Vendola e Camusso sono tra i principali avversari del governo Renzi.
Ricorderemo Pisapia con affetto per aver rinverdito la speranza di un socialismo municipale, per aver dimostrato che si può vincere partendo dalle idee di sinistra, per aver ridato vita a una Milano da bere (vedasi le folle sui Navigli) nel senso positivo del motto: è stato un bravo amministratore e un modesto politico.
É stata la sua una giunta di ottimi e onesti gestori verrebbe da dire albertinianamente condominiali, di seri normalizzatori delle stupidaggini morattiane, di coraggiosi affrontatori di emergenze, di rigorosi realizzatori dei progetti ereditati, una giunta che ha migliorato la qualità della vita dei milanesi (sia lode in primis a Maran), di low profile per creatività e inventiva: una giunta long seller, un’amministrazione rosa-grigio.
Penso che a Pisapia toccherà il destino di Caldara: archiviata la sua opzione strategico politica non si ricandidò alla carica di sindaco ma fu utilizzato dal suo successore in pectore per la campagna elettorale e poi pensionato in ruoli minori. Comunque sia con tipico spirito meneghino pagato il tributo al merito passato, si volta pagina.
I primi a prenderne atto sono stati Majorino e Fiano che certo non hanno aspettato l’imprimatur del sindaco; poi la De Cesaris che quando ha capito che dal sindaco non sarebbe uscita la sua indicazione ha tolto il disturbo; poi da Rifondazione Comunista che ha salutato le primarie di coalizione premettendo che loro la coalizione con Renzi non la vogliono fare, generando entusiasmo tra quei renziani che ben sostituirebbe Rizzo con Colucci; dal viperino Civati: lo “schema Pisapia non esiste più” questo perché “c’è chi ha scelto la governabilità a scapito della rappresentanza… In giunta erano quasi tutti renziani, più o meno dichiarati … .Il sindaco di Milano non è una figura minore: non può non avere un’opinione sulle cose che accadono a Roma, discuterle e influenzarle. L’idea che Milano faccia altro è molto pericolosa e parecchio ipocrita” e altri verranno.
Con Pisapia appassisce anche il progetto Arancione originario, quello della somma di diversi: dai circoli movimentisti agli ottimati borghesi dai riformisti socialdemocratici ai libertari radicali; sbaglierò ma il nuovo civismo mi pare essere l’apripista del partito della nazione di cui aspira a essere l’ala sinistra. Appassisce l’epoca del rito ambrosiano, delle giunte anomale rispetto al quadro nazionale: il candidato o sarà renziano o lo diverrà. Appassisce l’idea di primarie come strumento palingenetico (come diceva il programma ufficiale: “La scelta delle primarie nasce dall’esigenza di rilegittimare la politica e questo mette in discussione il ruolo dei partiti. La loro riforma è senza dubbio necessaria ma passa attraverso la consapevolezza della loro parzialità, della crescita di esperienze politiche in altra forma, con altre modalità”). Appassisce l’idea che da Palazzo Marino si possa costruire un modello nuovo di partecipazione popolare. Se fosse andato meno alla Scala e più ai concerti forse il sindaco avrebbe ricordato i Nirvana: “meglio bruciare che appassire” e adottato una strategia diversa. Comunque grazie.
Walter Marossi

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