lunedì 15 aprile 2013

VUOTO A SINISTRA di Franco Astengo


Nel corso del fine settimana appena passato abbiamo registrato almeno tre importanti avvenimenti politici, collegati con il processo di riallineamento ormai in atto da diverso tempo nell’area del centrosinistra e della sinistra.

Naturalmente questi fatti, che cercherò di analizzare, si inquadrano all’interno di una situazione generale che è sempre bene rammentare: la crisi economico – finanziaria si rivela di giorno, in giorno più grave e le cifre della disoccupazione, della cassa integrazione, dello strangolamento di piccole aziende sta portando vasti settori sociali non solo in una condizione materiale molto difficile, ma addirittura al limite della disperazione come testimoniano i tanti suicidi cui quotidianamente stiamo assistendo impotenti; il ceto politico – rinserrato nelle trattative per la presidenza della Repubblica e la formazione del governo- non riesce assolutamente a fornire un minimo di risposta a questo stato di cose mentre sta ulteriormente disgregandosi ogni possibilità di compiuta espressione democratica; emergono dalla società terribili contraddizioni, come nel caso dell’esito del referendum di Taranto; si muovono populismi e revanscismi vecchi e nuovi, alimentati anche da un’Europa che strangola a cominciare dai cittadini di Cipro e della Grecia, e tollera benevolmente il fascismo ungherese.
Ho tracciato questo quadro, assolutamente drammatico, proprio perché mentre ci esercitiamo nell’analisi – giusta e necessaria – della dinamica tra le forze politiche non ci si dimentichi della realtà dentro la quale viviamo e si muove, comunque, il quadro politico.
Andiamo comunque per ordine, limitando il raggio d’azione alla realtà del centrosinistra e della sinistra in Italia.
Gli avvenimenti da prendere in considerazione, in questo caso, sono tre: la presentazione, da parte del ministro Barca, di un documento programmatico attraverso il quale egli intende proporre al PD di spostare il proprio asse a sinistra per formare un vero e proprio “partito del lavoro”; l’avvio pressoché formale da parte di SeL del processo (del resto facilmente prevedibile da tempo) di confluenza nel PD, l’assemblea nazionale di ALBA svoltasi a Firenze.
E’ evidente che i primi due fatti sono strettamente connessi tra di loro, nell’ottica – appunto – di spostare i riferimenti su cui il PD era nato (l’incontro tra due diverse culture riformiste, l’una frutto dell’evoluzione del PCI, l’altra della corrente cattolica che aveva dato vita alla sinistra DC: quindi due soggetti fortemente inseriti nella storia politica dell’Italia al tempo della proporzionale).
Quell’incontro, che si era cercato di trasformare in un partito “pigliatutti” non personalistico a “vocazione maggioritaria” non è riuscito, limitandosi a costituire quella che è stata definita “una fusione a freddo” e sta dimostrando tutti i propri limiti sia nella capacità di aggregazione del consenso, sia nell’espressione di contenuti provvisti di una qualche capacità di incidenza sulla crisi, sia nella costruzione di un nuovo quadro dirigente all’altezza delle contraddizioni sociali del paese: costruzione del gruppo dirigente demandato alla forma di “individualismo competitivo” da esercitarsi nelle primarie. Un partito, insomma, legato mani e piedi al concetto di governabilità comunque, sia in sede locale, sia in sede nazionale (come è stato, del resto, ben dimostrato nel sostegno praticamente acritico fornito al governo Monti e alla progressiva cessione di sovranità concessa verso la surrettizia forma di presidenzialismo esercitata da Napolitano, che ha recato grave nocumento agli equilibri istituzionali della Repubblica, così come questi erano stati disegnati dalla Costituzione).
Insomma il progetto PD lo si può ben considerare fallito, mentre resiste – comunque – pur avendo perso milioni di voti il populismo di destra rappresentato dal regime personalistico di Berlusconi e il bipolarismo all’italiano è andato in crisi, non per la presenza di una consistente forza moderata diCentro, bensì per l’emergere impetuoso di una forza antisistema (almeno all’apparenza e limitandoci alle dinamiche interne al quadro politico) come quella rappresentata dal M5S che, finora, se non  altro ha mandato in crisi il mito della “governabilità comunque”, rilanciando anche, a proprio modo s’intende, il ruolo dell’opposizione.
Mi limito in ogni caso al tema del PD e dintorni.
Appare del tutto logico che, in un frangente come questo, ci sia chi sviluppi un tentativo di spostamento dell’asse politico di un partito di grandi dimensioni ma in altrettanto grande difficoltà nel definire una propria identità, una linea politica, un minimo indirizzo posto sul terreno di un radicamento sociale prevalente.
E’ questo a mio giudizio il tentativo che sta sviluppando, attraverso la presentazione pubblica del suo documento, il Ministro Barca: un tentativo, mi è parso di capire, accolto con grande freddezza dai vertici del PD, soprattutto perché – oltre a mettere in discussione la contendibilità della leadership appare molto incerto il profilo del rapporto possibile sia con la cultura di provenienza cattolica presente nel partito, sia con quella più specificatamente moderata, di derivazione direttamente liberista di cui pare farsi interprete, pur nelle nebbie di un linguaggio fumoso e di una evidente competenza del tutto approssimativa anche soggettivamente, l’altro competitore alla guida del partito Renzi.
E’ già stato scritto, ma è bene ribadirlo: l’iniziativa del Ministro Barca appare, prima di tutto stupefacente (anche per via dell’accoglienza mediatica). Prima di tutto perché rappresenta un caso di post-personalizzazione della politica, in una forma molto accentuata ed anche vistosa (davvero un “uomo solo” che si propone “al comando”). Questo contraddice  lo stesso impianto programmatico proposto sul terreno della “forma partito” che si vorrebbe, negli intendimenti del proponente, “radicato sul territorio” quasi si trattasse, pur nel tempo della democrazia 2.0, di una riedizione dell’antico partito di massa.
Dal punto di vista dei contenuti, invece, nel documento spiccano due questioni ritenute fondamentali: il distacco dei partiti dallo Stato che dovrebbe avvenire per il tramite di un passaggio dalla prevalenza del finanziamento pubblico alla prevalenza di un finanziamento da parte dei sostenitori, iscritti, simpatizzanti ed anche da privati in una sistema di trasparenza; la revisione dei meccanismi della burocrazia pubblica che, nell’attualità, impediscono lo sviluppo frenando, in misura decisiva, la libera iniziativa.
Nella sostanza quindi un “partito del lavoro” fondato sulla revisione tecnocratica delle regole e una ripresa di un meccanismo di concertazione, se non di compartecipazione, tra lavoratori e imprese (un po’ il “siamo tutti sulla stessa barca” di Squinzi).
Con un accenno, ancora del tutto generico, di una “ricontrattazione dei patti europei” che non affronta il nodo del “deficit democratico” a quel livello.
E’ in questo quadro che si innesta il processo di confluenza di SeL nel PD.
Sel  fin dalla fase precedente al congresso di fondazione (nel quale, è bene ricordarlo, non era stata ammessa la possibilità di presentazione di mozioni alternative da quella elaborata dal “cerchio magico”) aveva abbandonato l’idea di rappresentare un nuovo soggetto aggregatore delle sparse membra della sinistra d’alternativa italiana agendo sul meccanismo della personalizzazione della politica da spendere anche all’interno delle primarie del PD, puntando addirittura – almeno a parole- a disputarne la candidatura alla presidenza del Consiglio.
Di conseguenza ne è emerso un soggetto politico tutto interno alla logica della governabilità, che non ha svolto alcuna funzione di innovazione reale sul sistema politico e al riguardo del nesso, che sappiamo  essere in questa fase così complesso e delicato, del rapporto con la società.
Una impostazione  politicista che ha fornito risultati negativi: l’esito delle primarie è stato quello di un ridimensionamento secco di qualsivoglia ambizione, personale e/o collettiva, si intendesse nutrire e, di conseguenza,  il risultato delle elezioni politiche  ha ben dimostrato una sostanziale sofferenza nella raccolta del consenso anche laddove, dal punto di vista della geografia politica proprio i meccanismi della personalizzazione avrebbero dovuto far pensare a risultati migliori.
L’esito complessivo è stato così quello di una sostanziale irrilevanza politica: a questo punto l’inevitabile confluenza nel PD pare verificarsi, ancora una volta, con una impostazione di tipo “politicista” . Dell’andare, cioè,  a “pesare” all’interno della formazione di una presunta “corrente di sinistra”. Questo allo scopo di contrattare collocazioni soggettive: una forma che si può ben definire di vera e propria degenerazione nella concezione dell’agire politico, che deriva n larga parte dallo stesso processo avviatosi fin dall’inizio del XXI secolo all’interno di Rifondazione Comunista, tra – appunto – personalizzazione, idea della governabilità intrecciata al movimentismo, sindrome “assessorile” negli Enti Locali.
Irrilevanza politica nella quale rischiano di essere trascinati quei settori del PRC che potrebbero anche essere affascinati dall’idea della corrente di sinistra del PD, apprestandosi anch’essi a una sorta di confluenza, senza aver considerato in precedenza a fondo le esigenze di alternativa, di autonomia, di opposizione che dovrebbero rappresentare il riferimento e il collante di una sinistra italiana adeguata al livello di scontro imposto dalla crisi.
L’assemblea nazionale di ALBA ( che era nata per formare “un soggetto politico nuovo” poi arenatasi di fronte ad un rivelatosi troppo impervio passaggio elettorale) ha dimostrato (ripeto la parte di un testo che abbiamo già pubblicato nel nostro blog) di “non proporsi come soggetto politico tradizionalmente inteso come partito, ma piuttosto come un corpo intermedio all’interno del quale si raccolgono l diverse frammentate espressioni sociali, con un radicamento territoriale “leggero” allo scopo, semplicemente, di costruire una “agenda delle criticità” intesa quale fine dell’azione politica e non quale possibile punto di partenza per una iniziativa di intervento compiuto fuori e dentro le istituzioni”.
Da dove nasce questa valutazione,elaborata a caldo, mentre i lavori dell’Assemblea Nazionale erano ancora in corso?
Da un dato di fondo: l’assenza, nel complesso delle argomentazioni ascoltate nel corso del dibattito, di una prospettiva compiuta di trasformazione del sistema; si è sentita più volta la nozione di “anticapitalismo” ma sono sfuggiti del tutto i termini teorici per poter affrontare sul serio il tema del “cosa significa” oggi agire concretamente, sul piano politico, nella direzione dell’anticapitalismo.
Del resto anche nella metodologia stessa seguita nello svolgimento dell’Assemblea questa mancanza di una prospettiva compiuta (e della scarsa volontà di riflettere per perseguirla, almeno sul terreno dell’elaborazione politica) di trasformazione si è avvertita direttamente nell’assenza di una relazione introduttiva ai lavori che indicasse ai partecipanti una cornice dentro alla quale “agire” le diverse argomentazioni: sarà il mio un residuo metodologico derivato dal vecchio e superato partito novecentesco ma mi pare un contributo indispensabile, quello – appunto – della cornice per superare il limite che l’insieme dei soggetti che si muovono sul filo della “democrazia del pubblico” (e nutrono un grande terrore, ogni qual volta assumono una iniziativa, di essere considerati “casta”) mi pare presentino in una dimensione quanto mai evidente: manca “l’elaborazione della continuità” partendo da una prospettiva di cambiamento, declinata in un progetto di trasformazione della società, rivolto all’apertura di quella che un tempo definivamo “fase di transizione” (terminologia che sarebbe bene riprendere).
L’indicazione più evidente che ci viene, allora, dagli importanti accadimenti politici avvenuti in questi giorni è quella del permanere di un “vuoto a sinistra”.
Un “vuoto a sinistra” che non si potrà cercare di colmare se non lanciando da subito il tema del partito politico.
Un tema sul quale riflettere principiando con l’analisi delle forze sociali in campo, il riferimento alle “fratture” sia materialiste, sia “post – materialiste” da intrecciare in una progettualità alternativa.
Appare del tutto al di sotto di ciò che dovrebbe servire, almeno a mio giudizio, l’idea di una semplice “rete” (o “nodi”) di collegamento che lascerebbe inalterato il distacco esistente anche a sinistra tra base sociale e ceto politico (non colmabile sicuramente soltanto attraverso i meccanismi di partecipazione del web).
Siamo di fronte, non solo in Italia beninteso, a una crisi della democrazia tale da minacciare sbocchi imprevedibili e pericolosi.
Occorre ragionare assieme sulla necessità e urgenza di una compiuta soggettività politica dell’alternativa, a partire dalla mobilitazione dal basso anche in forme inedite d aggregazione.
Serve la formazione di un “nucleo fondativo”, capace di riprendere il meglio della nostra storia, che ponga davanti a sé un traguardo parziale ma identificabile con chiarezza: quello della costruzione di un partito fondato ancora sul modello dell’integrazione di massa, posto non tanto da subito sul piano della ricerca immediata della dimensione numerica (che dovrà essere cercata ma che sarà difficile da realizzare in tempi brevi) ma soprattutto nella capacità di delineare un orizzonte strategico, un programma politico, un adeguamento delle strutture organizzative.

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