mercoledì 17 luglio 2013

Un governo del kazako di Sergio Cararo, Contropiano.org

Ministri a loro insaputa, funzionari e prefetti sacrificati alla "ragion di stato", partiti ammutoliti, Napolitano schierato a difesa e giornali d'area scatenati pro o contro il cosiddetto ministro dell'interno.

Il Ministro Alfano si chiama fuori dal pasticciaccio kazaco e prova a metterci una pezza. Il PdL lo sostiene e il PD appare disposto a credergli. La verifica sarà sulla mozione di sfiducia presentata da M5S e SEL. Ma se l’aria è quella che abbiamo visto in Senato sulle mozioni sugli F 35 è evidente che Alfano può sfangarla anche in questa occasione.

Sulla vicenda Ablyazov, come prevedibile, stanno volando gli stracci, anche se di tutto rilievo. Uno è quello più vicino allo stesso Ministro degli Interni, il Capo di Gabinetto del Viminale Procaccini che stava lì dai tempi di Maroni e poi con la Cancellieri. Poi c’è Valeri, responsabile della segreteria del Capo della Polizia, il neonominato Pansa. Infine ci sono il capo della Criminalpol – la sezione italiana dell’Interpol – Cirilli e forse il giovane capo del Dipartimento Immigrazione, Improta, figlio d’arte e dirigente rampante nella Polizia. E poi? E poi ci sono ancora aspetti politici e operativi irrisolti che non possono essere liquidati con una manciata di dimissioni tra i dirigenti e funzionari della polizia di Stato.

Se Alfano, come dice non ne sapeva nulla, ciò non lo assolve dal dato di fatto che lui rimane il responsabile politico ed istituzionale davanti al paese della catena di comando e di ciò che fanno i suoi uomini. Magari sarà anche vero che il prefetto Procaccini gli abbia comunicato che l’ambasciatore del Kazakistan volesse incontrarlo per discutere una questione delicata. Può essere altrettanto verosimile che Alfano neanche immagini dove e cosa sia il Kazakistan, e abbia perciò liquidato la grana affidandola al suo Capo di Gabinetto. Magari aveva al telefono la Santanchè che gli stava facendo un cazziatone e non aveva cognizione del problema che veniva emergendo. Ma ciò non lo assolve.

Non solo, ma se fosse vero che non ne sa nulla, ciò significa che gli apparati di polizia dello Stato vanno tranquillamente “in automatico” nella gestione delle operazioni, anche di quelle più delicate, con risvolti diplomatici seri e quindi potenzialmente dannosi per gli "interessi del paese". Delle due, la seconda ipotesi è la più inquietante. L’idea che gli apparati dello Stato “strappino” sulle regole è un brutto segnale, anzi pessimo. L'idea poi che gli apparati si possano inventare regole volta per volta, a seconda dei casi, è ancora peggiore.

Ma c’è un'altra questione che merita di essere sollevata. Perché Alfano deve finire sulla graticola e il ministro degli Esteri Bonino no? C’era già stata l’umiliante vicenda dello spazio aereo negato al presidente boliviano Morales - su ordine degli Stati Uniti - che attende ancora le dovute conseguenze. La “lavata di mani” da parte della Farnesina, con il burocratico fax inviato al dipartimento immigrazione della polizia che si limitava a negare che la moglie di Ablyazov godesse di immunità diplomatica, e la segnalazione della vicenda ad Alfano da parte della Bonino fatta il 2 giugno, non appare sufficiente ad assolvere il ministro Bonino dalle sue responsabilità.

Dobbiamo ammettere poi che appare piuttosto pietoso cercare di tirare in ballo Berlusconi anche su questa vicenda. Le relazioni particolari tra l’Italia e il Kazakistan pre-esistono all’epopea berlusconiana.

Gli aerei dell'Eni sono stati i primi aerei occidentali ad atterrare ad Alma Ati (la vecchia capitale del paese). Il presidente a vita del Kazakistan è stato in Italia ben quattro volte, l’ultima nel 2009. Prodi è stato in Kazakistan due volte e l’ultimo Primo Ministro ad essere stato ad Astana è stato Mario Monti. Insomma Berlusconi sarebbe in buona compagnia. Il Kazakistan è una gallina dalle uova d’oro soprattutto per l’ENI che laggiù estrae petrolio e gas, ma non tanto il mercato italiano, visto che lo rivende soprattutto sui mercati esteri.

Infine ci sono due interrogativi che continuano ad essere assenti dalle consuete “dieci domande” de La Repubblica.

Il primo è cosa ci facessero davanti alla casa di Ablyazov a Casal Palocco un ex agente dei servizi segreti e un ex carabiniere assoldati (per 5.000 euro) dalla società di sicurezza israeliana Gadot Information Service. I poliziotti li hanno identificati prima del blitz del 28 maggio. Possibile che non gli sia scattato un campanello d’allarme su quale merda stessero per poggiare i piedi? La moglie di Ablyazov nel suo memoriale riferisce di aver visto gli agenti molto agitati durante il blitz continuamente al telefono con diversi interlocutori. Se ne sono accorti troppo tardi?

La seconda continua ad essere la franchigia di cui in questa vicenda gode l’Eni. Sarà una coincidenza ma il famigerato impianto del giacimento gigante di Kashagan (nel quale l’Eni ha una quota del 16,8% del North Caspian Operating Company -Ncoc), ha inaugurato la sua entrata in funzione proprio il 30 giugno scorso, dopo cinque anni di ritardi, traversìe, problemi insorti con le autorità kazache e con la magistratura italiana per via di alcune tangenti. Un avvio di operatività a un mese esatto di distanza dalla cattura della moglie e della figlioletta di Ablyazov. Un coincidenza o una cambiale dal e con il governo kazaco?

Società israeliana e pressioni dell’Eni sono due punti che potrebbero e dovrebbero essere sviluppati per incasellare due tessere mancanti nel mosaico del pasticciaccio kazaco.

Questo governo continua a metabolizzare di tutto in nome delle larghe intese, anche questo vergnoso pasticciaccio kazaco. Grazie anche a Giorgio Napolitano, disposto a coprirne ogni nefandezza pur di mantenerlo in piedi. Ma a forza di ingoiare prodotti infetti rischia di implodere, indipendentemente dalla sentenza della Cassazione su Berlusconi attesa per il 30 luglio.

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