giovedì 30 gennaio 2014

Rivoluzione, non sinistra. Diciassette appunti contro la disillusione organizzata

 

di Roberto Ciccarelli, Esseblog
 
1. L’avvenire della sinistra non è il nostro avvenire. Così come quello del Pd, di Vendola, di Matteo Renzi, di Berlusconi, di Tsipras o di Grillo non è il nostro. C’è una confusione che fa soffrire, tra chi parla dell’avvenire di riforme o di rivoluzioni, come fa la politica, e il divenire di ciascuno. Non sono mai stati la stessa cosa e tuttavia – ieri e come oggi – la politica si fonda sulla confusione tra questi piani. Da un lato, c’è chi sempre parla di un futuro generico che riguarda tutti. Dall’altro lato, c’è sempre chi cerca in questo racconto di trovare uno spazio per sé. Mai che si parli di un divenire a partire da sé, si parla solo di quale spazio trovare all’interno di una casa già arredata. Il singolo deve trovare la forma per adattarsi ai concetti esistenti.
2. La sinistra è un concetto che rimanda ad un’idea di futuro e di giustizia sociale per tutti. Questa è tuttavia solo l’origine del concetto. Poi c’è la realtà storica. Quando oggi si parla di sinistra, si parla di una storia di fallimenti. Chi tiene a questa idea, “sinistra”, rileva il punto di vista dello storico malinconico: tutte le rivoluzioni sono destinate a fallire. Quella americana, francese, sovietica, e poi i movimenti. C’è un aspetto autoconsolatorio nel parlare di “sinistra”, nell’appartenere a questo campo dello spirito, nemmeno più elettorale: tutte le rivoluzioni sono destinate a fallire. Sinistra è la strada che mostra il cinismo dell’“uomo” del Dopo storia. Lì dove finiscono le potenzialità del presente, ecco nascere un discorso sulla sinistra che evoca un “mondo nuovo”, una discontinuità, un’alternativa oltre la gabbia del presente.
3. Chi dice che le rivoluzioni sono destinate a fallire? Lo storico, il politico di professione o il burocrate. Chi dice che c’è sempre uno spazio per il divenire rivoluzionario di ciascuno?
Chi sa che le rivoluzioni falliscono ma questo non ha mai impedito che una persona diventi rivoluzionaria. Il problema non è l’assetto ottimale tra gruppi, reti o forze politiche che rendano possibile l’incarnazione di un’idea di sinistra. Il problema è più concreto: perché e come le persone diventano rivoluzionarie. Chi crede nella prima prospettiva, passa il tempo a difendersi da un discorso parlato da tutti, a destra al centro e a sinistra: risaliamo all’inizio – dicono – è da quel tempo che l’avvenire è così fosco, perché tutto è fosco già fin dall’inizio. Fortunatamente, la disillusione, l’impotenza, non impediranno un divenire diverso.
4. Gilles Deleuze sostiene che la sinistra non è una questione di giustizia. È una questione di giurisprudenza. Definizione provocatoria che sposta il rapporto tra la giustizia e il diritto. Ciò che fonda la giustizia è l’invenzione di un nuovo diritto che vale per qualsiasi applicazione. Un nuovo diritto nasce invece da un caso specifico, vale a dire dalla creazione di norme, regole, comportamenti a partire dal divenire di ciascuno. Tanto più si parla di divenire, quanto più si dovranno inventare giurisprudenze che evitano l’abominio, lo sfruttamento e l’ingiustizia. Caso dopo caso, passo dopo passo, seguendo e potenziando la vita di chi si trova in questo caso o deve fare un passo piuttosto che un altro. La giustizia, e quindi la sinistra, lavora per prevedere tutto alla luce di un concetto universale. La giurisprudenza, e quindi il divenire, lavora per dare voce al singolo evento e a quel singolo che vive, soffre o si afferma in quel dato, specifico, evento. Sinistra è parlare di tutti i casi alla luce di una verità, stabilire il diritto di questo o di quello. Parlare invece di un divenire rivoluzionario significa parlare di una situazione e di una situazione che crea diritto per tutti.
5. Sinistra significa dividere la realtà tra una maggioranza e una minoranza. Tra chi decide, e governa, e chi obbedisce, ed esegue. Sinistra è dire sia che bisogna fare gli interessi di una minoranza, sia non rifugiarsi nel campo dei subordinati e rivendica un’identità minoritaria. Fare politica, a sinistra come altrove, significa dunque diventare maggioranza. Perché chi è minoranza non decide nulla ed esegue gli ordini. Sinistra è vivere in un mondo gerarchico dove la decisione democratica viene presa in nome di molti per la tutela dei pochi. Questa distinzione è una costante in tutta la storia della sinistra comunista, socialista e di tutte le loro derivazioni. Nonostante quarant’anni di differenza sessuale, sinistra oggi è stabilire una maggiorità che implica una costante ideale, un metro campione in base al quale può essere valutata e con il quale valutare la quantità della minorità. Sinistra significa collocarsi nella terra di mezzo che è un cattivo trascendentale rispetto a quelli puri di libertà, fraternità o uguaglianza. Si resta minoritari, ma con il desiderio fantasmatico di essere una maggioranza. Supponiamo che questa maggiorità, cioè il metro campione, sia il pilastro sul quale è costruita la democrazia liberale: l’uomo-maschio-capofamiglia-ragionevole-eterosessuale-cittadino. L’Uomo è “maggiore”, cioè ha raggiunto l’età adulta, rispetto alla donna, all’immigrato, al marginale, al bambino, all’omosessuale o alla lesbica. Chi si riconosce nella maggiorità suppone uno stato di diritto, il dominio della legge nel quale far entrare o tutelare la minoranza che non è padrone di tale maggiorità (cioè non è ancora adulta). In questo modo è la maggioranza che presuppone l’esistenza di una minoranza, non viceversa.
6. Cosa significa essere maggioranza? Far parte, o aspirare ad entrare, in un soggetto anonimo. Il Nessuno, senza sesso, né individualità. Una pura identità astratta che si esprime nel voto di un’assemblea, parlamentare ad esempio. Si può passare tutta la vita sperando di diventare Nessuno e decidere, come in un tribunale, ciò che è maggioritario e cosa minoritario per tutti, ciò che è bene per tutti e male per pochi. Questo assetto della realtà ha provocato sofferenze, insoddisfazioni, rivolte. Per quale motivo? Non è questa la normale dialettica politica in una democrazia? Chi vince non deve governare? Certamente, ma tutti i sistemi democratici o comunisti si sono impegnati a neutralizzare il disagio dell’egemonia della maggioranza sulla minoranza. Questo è un problema enorme per tutte le democrazie che hanno approntato una solida disciplina giuridica per la tutela delle minoranze e una filosofia della tolleranza per governare l’ambivalenza e l’estrema incertezza nel definire il torto, o il malinteso, che in ogni istante una maggioranza può arrecare a una minoranza. Per sua costituzione, la sinistra si è collocata sul crinale di questa ambivalenza, cercando di governarla.
7. I populisti parlano di rivoluzione in un ritornello che serve a entrare nei titoli dei telegiornali. Di cosa parlano, in realtà? La “rivoluzione” è riportare il popolo al centro della decisione politica. Riportare gli Stati alla sovranità monetaria, perché la sovranità popolare è tutt’uno con il denaro e la capacità di produrlo da parte di uno Stato. Sarebbe rivoluzionaria l’istituzione di una “comunità” nella quale le relazioni tra i cittadini riescano a supplire alle mancanze di un’economia che non crescerà e non assicurerà il benessere diffuso tra il 1945 e il 1975, il Dopoguerra quando il Pil cresceva del 5-7-10%. i rapporti umani contro la povertà. Il calore della comunità umana contro la freddezza della dittatura tecnocratica dell’Eurocrazia. Questa ipotesi si sposerebbe bene anche con la Costituzione italiana che aggiunge: bisogna garantire il lavoro in quanto questa repubblica è fondata sul Lavoro. Senza aggettivi. Quindi significa essere messi al lavoro, non importa quale. Al di là di interpretazioni che vedono un “fascismo” nei populismi contemporanei, credo che alla base di queste formulazioni ci sia l’idea di restaurare il Trentennio glorioso, dove tutti avevano accesso ad una ricchezza. Questa è chiaramente una falsità, soprattutto se legata ad un’idea della rivoluzione del “tutti a casa”. Visto che proprio quel trentennio si è concluso con la sconfitta se non di una rivoluzione sociale, almeno di una riforma radicale delle istituzioni. La rivoluzione è un salto all’indietro, per ristabilire l’equilibrio edenico che non è mai esistito e le disparità allora esistenti. Si pensa che siano inferiori a quella attuali. Ma potrebbero essere ben peggiori.
8. Perché allora parlare di rivoluzione, se l’unico orizzonte possibile sembra quello indicato dai populisti? Rispetto al cinismo della sinistra, la parola “rivoluzione” è indicibile. Inconcepibile per tutti gli altri, in un mondo ormai perfetto, compiuto. Il mondo del Dopo storia, appunto. In fondo, qui la “rivoluzione” è sempre la riproposizione di se stessi. Questo divenire inizia quando viene riconosciuto un torto. Non parlo solo di un torto personale, un’offesa, una ferita. Parlo di un torto che divide il mondo in due, o in più parti. Quell’atto che non divide la popolazione in una maggioranza e una minoranza, ma crea una diseguaglianza all’interno dei molti come dei pochi. La maggioranza e la minoranza si spaccano, si riformano, iniziano un movimento che crea politica, un discorso sull’evento, si crea una tensione nella creazione di un diritto. In questa situazione è difficile distinguere una maggioranza da una minoranza. Anzi, il problema della politica che afferma una rivoluzione contro il torto sta nello sfuggire tanto all’una quanto all’altra per istituire un nuovo diritto comune. Allora il problema non è conquistare una maggiorità, ma mobilitare queste forze per istituire un diritto. Nell’opposizione al torto e nell’istituzione di un nuovo diritto si scatena un divenire di tutti e del loro potenziale, e quindi dei singoli, che compongono questo divenire, nel momento in cui esso avviene.
9. All’origine del divenire c’è un fatto maggioritario, nel senso che viene riconosciuto da tutti, anche se sono in pochi, o anche nessuno, a sapere come si fa a contrastarlo e a creare un’alternativa. In questo caso, non c’è una maggioranza, ma si pone il problema di come essere all’altezza del torto compiuto e come trovare la strada per ritornare a vivere nel mondo. Allora, proprio in questo momento, nell’istante di una distrazione, di un’immaginazione o di una bellezza improvvisa, si trova una strada. Si diviene altro, in uno spazio che si spalanca imprevedibile, dove non c’è ancora una divisione tra maggioranza e minoranza. Questo spazio è sempre da costruire, più che attenderlo, bisogna passare il tempo per mettersi all’altezza del problema, cioè come costruire uno spazio dove cambia il rapporto tra chi comanda e chi obbedisce? La politica esclude la possibilità per cui il rapporto tra il dominante e il dominato, anche in nome della legge, possa essere trasformato e persino rovesciato. Non lo farà certamente la destra. Perché non può farlo la sinistra? Perché ciò che la tradizione, e il presente, ci hanno consegnato in questo concetto di sinistra tende a rendere insuperabile già il primo movimento del divenire, cioè la rottura della barriera tra maggioranza e minoranza. La sinistra, per come l’abbiamo conosciuta dopo la caduta del muro di Berlino, rifugge dal divenire di tutti.
10. È difficile, ad esempio, identificare la “classe”, e il suo movimento (l’in sé e il per sé) indicato da Marx nella semplice categoria di sinistra. Il movimento operaio, quando ha iniziato a costituirsi in sindacato e poi nei vari partiti, ha riscontrato il limite dell’appartenenza alla sinistra dello schieramento parlamentare, sebbene poi in questo parlamento abbia trovato una collocazione. A cosa è dovuta questa eccedenza? Qualcuno sostiene alla differenza tra il “sociale” e il “politico”. All’inizio la sinistra avrebbe preferito il “sociale”, in seguito la “politica”. Alcuni pensano che bisogna tornare al “sociale” e viceversa. Questa idea ha diviso una buona parte del pensiero politico in Italia, e non solo. Ho l’impressione che questa distinzione, che pure esiste, non colga il problema dell’eccedenza di un movimento rispetto alla norma di un’appartenenza, il divenire rivoluzionario rispetto al metro della sinistra. Non solo perché alla “società” (civile o meno) è difficile riconoscere una purezza in natura, o un’autenticità, ma anche perché alla politica – oggi come ieri – è difficile attribuire un’“autonomia” distaccata dai soggetti che la esprimono. O meglio, questo è possibile e lo fanno le procedure della democrazia amministrata (la cosiddetta governance) espressa dal neoliberismo e dall’austerità. Dal ceppo neoliberale di queste politiche discende, tra l’altro, anche l’idea che la società sia naturalmente governabile in nome del diritto, della meritocrazia, ma anche dell’uguaglianza e della giustizia. Una conoscenza minima delle teorie neoliberali, che non sempre coincidono, con le politiche neoliberiste, attesta la pretesa di coniugare principi e valori tra loro realmente inconciliabili. Molta della schizofrenia della politica contemporanea, e della sinistra, deriva da qui.
11. Questo divenire si manifesta in prima istanza come eccedenza, poi come irruzione di una novità nella vita dei singoli, infine come conflitto per la creazione di un diritto (la giurisprudenza della vita di cui parla Deleuze). Questo si traduce in una tensione, contraria alla passività dominante, e dipende interamente dalla capacità di riconoscere e sapere autogovernare una discontinuità, uno choc, un lutto oppure una scelta. Nessuno è mai pronto, e quasi mai esistono gli strumenti per mettere persino in parola questa situazione. Viene tradotta nei termini di una questione personale, mai come un problema comune. Anzi, si cerca in ogni modo di evitare una discontinuità, trovando il modo di connetterla con altre, costruendo senso, rapporti di forza, istituzioni, modi di fare o di pensare. Esistono droghe, la televisione, le assemblee di partito, o di movimento, la precarietà, la disoccupazione, la paura e l’angoscia. Un’intera società tesa a neutralizzare la pur minima possibilità di un’eccedenza. L’unica eccedenza permessa (più o meno) è quella del capitalismo finanziario rappresentato da Martin Scorsese nel film The Wolf of Wall Street [Il lupo di Wall Street]. L’eccedenza di chi vuol diventare miliardario contro la legge, perché la legge riconosce entro certi limiti questa possibilità e crea diritto per garantirlo.
12. Ora, è legittimo volere diventare ricchi – se si possiedono le capacità. Il punto è che l’unica possibilità per scartare rispetto alle maggioranze e alle minoranze esistenti è quella di diventare ricchi. A differenza di un capolavoro della letteratura italiana, Le mosche del Capitale di Paolo Volponi, questa verità oggi non suscita nemmeno la schizofrenia nel soggetto. Questo soggetto vuole realmente diventare ricco, a costo di distruggere il mondo che lo circonda perché esso, semplicemente, non lo interessa. La possibilità di cambiare il mondo, quindi di mettersi fuori dalla legge per istituire un nuovo diritto, è riservata solo a chi coltiva un corpo pulsionale puro: droga per un’erezione ripetuta e coiti a volontà, condizione per innalzare i listini di borsa e ottenere il proprio guadagno. Non a caso, e per fortuna si direbbe, questi tentativi non sempre riescono, anche se sono in milioni a pagarne le conseguenze. Il divenire rivoluzionario non è un mero corpo pulsionale, ma è la capacità di concepire un desiderio – sul quale tutto il capitalismo si regge – al di fuori di una determinata costruzione (il capitale finanziario) su di un piano che non è preesistente (la borsa), ma che dev’essere costruito (la vita). L’unica cosa che conta è che i singoli, i gruppi, gli umili come tutti gli altri, costruiscano un piano dove la loro vita divenga. Non solo il miliardario eccedente, ma proprio tutti. Il problema allora non è l’appartenenza ad un gruppo politico, né il desiderio eccedente che porta a violare ogni legge, ma le relazioni trasversali tra queste cose (non solo la droga, il capitale, l’identità, ma la sessualità, la politica, la differenza) in modo tale che possano produrre piani diversi dove milioni di persone trovino un posto nel mondo, amando questo mondo in virtù di un’ospitalità riconquistata. Una vita può essere molte cose, ma assume una dignità democratica quando libera il desiderio imprigionato nel narcisismo. C’è sempre un’altra possibilità per creare diritto, non c’è solo una verità affermata dallo Stato o dal Capitale.
13. Cosa farsene del realismo o del fatto compiuto? Niente. Serve sempre agli stessi, agli 85 super-ricchi che possiedono la ricchezza di 3 miliardi e mezzo di persone sulla terra. Serve alle relazioni di parentela (quella che i populisti chiamano “Casta”) che sono gli strumenti del capitalismo e del parlamentarismo per governare una realtà che non serve ai molti, ma che viene legittimata dalle maggioranze. Questa realtà serve ad amplificare l’impotenza delle masse che non riescono a introdursi nei circuiti della cooptazione o della ricchezza e, visto che viene decisa e concepita a beneficio delle minoranze e non per le maggioranze, serve a desiderare senza successo l’onnipotenza del Capitale oltre la legge e la democrazia. Davanti a questo spettacolo miserabile, la sinistra avrebbe molto da dire, ma non ha nulla da fare o da contrapporgli. Si dice che non sia credibile. Se è per questo non lo sono nemmeno il Pd, il Movimento 5 Stelle, figuriamoci un satiro incontinente ma ingegnoso come Berlusconi. In Italia non esisterà una “sinistra” per le prossime generazioni perché i suoi cultori coltivano la logica del fatto compiuto. Come i loro avversari.
14. Questo significa disfarsi della sinistra? Se lo è chiesto Judith Butler. La sua risposta è ingegnosa. Abbiamo capito che un mero discorso di resistenza serve solo a designare con un nuovo nome la situazione in cui la resistenza si riorganizza sulla base dei suoi precedenti fallimenti. La “sinistra” riafferma sempre il medesimo in un mondo rassicurante dove tutto resta uguale a se stesso. Ciò non toglie che in questa ripetizione si possa affermare una differenza, alla luce della scommessa su una strategia più efficace. La sinistra è una parola vuota di contenuto, ma che serve a indicare una posizione. Non di un soggetto, bensì di un futuro aperto, in relazione con l’infinità degli eventi.
15. Il possibile è l’alternativa al realismo del fatto compiuto ed è l’apertura rispetto a ciò che diviene. Questa è una definizione praticabile di rivoluzione, oggi, ancor prima di interrogarsi sulle forme e le istituzioni da dare a una “rivoluzione”. Questo possibile non è la preghiera di “un altro mondo è possibile” dei No Global. Al contrario, significa questo mondo è praticabile. Non è tanto meno un possibile immaginario come un sogno, e non precede o è alternativo a ciò che è attuale. Il possibile non è un’utopia, bensì un’esistenza di temporalità diverse, e quindi di vite differenti, che non è già data o pre-formata, ma eccede le sue condizioni date. Così si riportano sulla terra gli ideali e si stabilisce dentro questo mondo un altro mondo possibile. Questo accade molto più spesso di quanto la disillusione attuale, effetto del capitalismo finanziario e della sua crisi, possa fare credere. È accaduto nel Maggio 68, nei momenti sorgivi delle primavere arabe, a Istanbul con Occupy Gezi o con Occupy Wall Street. Per chi ha occhi per vederlo, anche in Italia, con gli studenti nel 2008 o nel 2010 contro la riforma universitaria Gelmini. E molti altri esempi potrebbero essere fatti.
16. L’obiezione è: tutto scorre, nulla resta. Quando si è “giovani” si spera e ci si illude. Poi si cresce e si muore precari. Proprio quegli studenti di cui parlo sono i primi ad essere oggi disillusi. Dicono di avere perso, senza mai avere combattuto. Se non per mesetto, quando va bene. La disillusione è la stessa di chi ha proposto una legge sul reddito minino in Italia. La disillusione è così forte da impedire persino la convocazione di una manifestazione nazionale. Non critico più di tanto queste posizioni, del resto dominanti in ben altri momenti della vita civile in Italia. È un fatto. Il punto è un altro: per risalire la corrente, e porsi in testa ad un’onda, non occorre oggi “prendere coscienza”, né evocare un Soggetto della Trasformazione che faccia pesare i suoi orientamenti sulla realtà. La forza esiste già, non occorre inventarla, né costruirla, come invece recita il sottofondo di tutti i pensieri sulla “sinistra” che non c’è e che bisogna trovare. Perché allora questa forza non scatta, e non si connette alle altre, lasciando la scena persino a soggetti improbabili come i “forconi”? Perché questa forza si nutre dell’egemonia dominante per cui il tempo è solo uno, quello del Capitale, non quello comune in cui coesistono diverse temporalità e altrettanti modi di vita.
17. Più che “prendere coscienza” della forza, occorre praticarla. E ricominciare. Sempre di nuovo. Perché anche l’esausto nella ripetizione trovi il suo futuro.

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