mercoledì 15 ottobre 2014

Il vero programma? Allargare il debito di Senzasoste.it



La finanziaria di Renzi? Serve per allargare il terzo mercato obbligazionario al mondo. Quello del debito italiano. Qualsiasi promessa sarà quindi finanziarizzata.
 
Cercare una logica nella bozza, anzi nelle bozze, di finanziaria del governo Renzi significa sicuramente uscire dal surreale politicismo italiano. Di un tipo di surreale per cui si pensa che ogni mossa del governo viene fatta per rispondere alla Camusso, a Bersani, a Berlusconi e ora magari anche a Luxuria nuova re-entry nel set della politica istituzionale. Anche le metafore antropromorfiche abbondantemente usate pure per la politica europea -la Merkel, Juncker, Draghi- ci spiegano poco. 
La finanziaria è ragion di stato, anzi di governance europea e di mercati globali, e quindi solo gli esempi che vanno ben al di là della metafora dei rapporti tra persone ci fanno effettivamente capire quale posta in gioco ci sia nelle mosse del governo. 
Allo stesso tempo pensare che le mosse del governo siano razionali, entro un'idea di politica che viaggia tra i poli opposti dal mito del razionalismo statuale al complottismo, è non tenere conto delle forze instabili che si giocano non solo in ogni finanziaria ma in ogni atto dove ci siano amministrazione, politica istituzionale e santificazione dei media. Si tratta quindi di capire che logica stia uscendo dalla finanziaria Renzi senza pensare che che questa sia frutto di chissà quale superpiano. Sia esso preparato a Roma a Bruxelles e a Londra. Allo stesso tempo niente di quello che si sta, anche sconbinatamente muovendo, è per motivi banali. Ma andiamo per gradi. Prima di tutto parliamo di cifre.
Ad agosto nel governo Renzi, almeno ufficialmente, parlare di manovra autunnale era forzatura. Non solo, anche una manovra che restringeva il bilancio dello stato di una quindicina di miliardi era una vera e proria bestemmia. Parola di Padoan e, figurarsi, anche di Renzi. Poi arrivano i dati sull'economia, sul debito pubblico, sullo stato delle banche europee, sulla crisi dell'eurozona (tutto largamente atteso). E la manovra non solo spunta in cifre considerevoli ma anche nella dimensione dei 30 miliardi. E qui la domanda: ma, per come si sta configurando la manovra, quale è la logica che finisce per sostenerla?
La risposta è complessa ma c'è un aspetto che ci aiuta a comprendere una complessità che gioca su conflitti, interessi perversi, crisi del comando finanziario e delle logiche produttive. L'insistenza sul tre per cento, dei parametri di deficit rispetto al Pil fissati da Bruxelles, che va in primo piano rispetto a ciò che viene chiamato consolidamento del debito pubblico. In poche parole, il governo persegue la tenuta dell'avanzo primario di bilancio (il saldo attivo, a favore dello stato, tra tasse da una parte e servizi e investimenti pubblici dall'altra) mentre trascura il consolidamento del debito (che, indici previsionali alla mano, è sempre più difficile visto che il debito non cessa di allargarsi). Ma se lo stato, per i servizi che eroga e i minori investimenti che sostiene, tiene il deficit sotto il tre per cento come fa il debito ad allargarsi? Anche, come sostiene lo stesso Def del governo (che è documento ufficiale per eccellenza), in presenza di una riduzione di spesa per interessi. 
Prima di tutto questo accade perché, nonostante un'alta pressione fiscale, le entrate diminuiscono. Per la crisi economica, visto che le tasse esistenti si applicati ai tassati ben conosciuti. 
Secondo perché pensioni (l'invecchiamento della popolazione) e cassa integrazione (anche qui, la crisi) si fanno sentire sul debito nonostante i feroci tagli degli ultimi 20 anni nelle rispettive materie. 
 C'è poi un terzo punto, piuttosto serio, che fa capire queste ulteriori dinamiche di allargamento. È la struttura fluttuante del debito pubblico italiano. Che è tale per cui il debito deve essere spesso rinegoziato (e quindi collocato sui mercati finanziari). Si capisce quindi cosa accade al debito in Italia: nonostante la tenuta del saldo primario di bilancio, e quindi il contrarsi dei servizi sociali e degli investimenti legati a welfare e beni pubblici, pensioni (fattore demografico anzi, biopolitico), cassa integrazione (fattore crisi) e debito rinegoziato (in modo che finisce per allargarsi nonostante la contrazione, presente nel Def, della spesa per interessi, per non parlare dei giochetti degli hedge fund in materia).
Non stiamo qui a vedere se Renzi sosterrà davvero Confindustria con sgravi e bonus. Cerchiamo di capire verso quale logica muove la finanziaria. Se è questa, tenere sul deficit e allargare il debito, è presto detto: si fa un grande favore ai mercati finanziari. Allargando il terzo mercato obbligazionario al mondo. 
Che la cosa non piaccia a Bruxelles è palese: tutta l'architrave della governance europea, ad egemonia tedesca, si basa sulla contrazione del debito. Per marcare la forza del capitalismo Ue che, proprio perché sottostà alle regole tedesche, dovrebbe assumere questa legge aurea: "vendere merci europee con moneta prestata dall'Europa". Con un alto debito pubblico continentale questo non è possibile. 
Peccato che la fuga dall'euro, come da studi Deutsche Bank, stia avvenendo, che la crisi Ue sia fortissima e che la legge aurea sia in crisi. Il governo Renzi, pure diviso al proprio interno, prova così a piazzarsi in una linea mediana tra le attuali logiche di potenza: tenuta dell'avanzo primario di bilancio (che piace a Berlino) e aumento del debito (che piace alla finanzia anglo-americana e a chi acquista debito sovrano da tutto il pianeta).
Qualsiasi promessa di Renzi sarà quindi finanziarizzata. Andrà quindi ad aumentare un debito sovrano che a) renderà sembre più esacerbate le politiche di restrizione della spesa pubblica e di aumento dell'avanzo primario di bilancio, b) renderà sempre più dipendente questo paese dalla tempeste finanziarie globali. Sulla cui entità e dimensione c'è solo da scegliere. Ma intanto vai con lo stupidario della finanziaria -il tormentone idiota sulle categorie che perdono o guadagnano, sull'evasione, sui costi della politca de 'noantri- e allarghiamo un po' il considerevole mercato italiano del debito.

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