martedì 28 ottobre 2014

L’ASSEDIO DI KOBANE: CHI AIUTA I KURDI? CHI COMBATTE L’ISIS? - http://www.sibialiria.org

Da varie settimane prosegue l’attacco  da parte dei miliziani estremisti sunniti dell’ISIS (Stato Islamico della Siria e dell’Iraq) contro Kobane, uno dei tre cantoni a maggioranza kurda della Siria posti al confine con la Turchia. Questo attacco, che ha già provocato la fuga di almeno  200.000 civili verso la vicina Turchia, ha conquistato per molti giorni le prime pagine dei mass-media occidentali che non dedicano invece spazio agli accaniti combattimenti che continuano ad infuriare da tre anni in varie zone della Siria tra l’Esercito Nazionale e la galassia delle formazioni jihadiste (ISIS, Jabhat Al-Nusra, Fronte Islamico, Al-Sham, ecc.) che tentano di destabilizzare il paese.
Ma perché tanta attenzione sull’ISIS e sulla coalizione (formata da Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita, Qatar e un’altra ventina di paesi arabi, della NATO, e persino l’Australia) che avrebbe deciso di combattere questo movimento armato che negli ultimi mesi è dilagato nelle zone sunnite dell’Iraq ? Perché questa coalizione non si è formata prima dopo che l’ISIS aveva già occupato da oltre un anno gran parte del Nord-Est della Siria (le province di Raqqa e Deir-es-Zor traversate dallo storico fiume Eufrate)? Come spiegare il (presunto) voltafaccia della Turchia che, dopo aver
finora appoggiato gli attaccanti impedendo ai militanti kurdi presenti in Turchia di correre in aiuto degli assediati e vietando anche il passaggio di armi e munizioni (rifornendo anzi sotto banco l’ISIS), ha nei giorni scorsi promesso di far passare i “peshmerga” kurdi dell’Iraq?
L’ISIS, come del resto gran parte delle formazioni jihadiste che combattono in Siria, è una creatura  dell’Arabia Saudita eterodiretta in particolare dall’ex  responsabile dei servizi segreti sauditi Bandar bin Sultan, per anni  anche ambasciatore saudita a Washington e grande amico di George Bush. Nelle sue fila convergono militanti e mercenari provenienti da Pakistan, Turchia, Arabia Saudita, Tunisia, Libia, Cecenia, Sinkiang cinese, ecc. Spesso si tratta di ex-galeotti liberati ad hoc dalle carceri USA e dai paesi musulmani più reazionari. L’ISIS è cresciuto incamerando uomini e armi da parte delle formazioni più “moderate” (o estremiste concorrenti dell’ISIS) finanziate in passato dagli stessi membri dell’attuale coalizione anti-ISIS,  il cui scopo rimane sempre quello di provocare la caduta del governo di Bashar Assad e la disgregazione della Siria.
I bombardamenti americani – peraltro molto limitati – sulle posizioni dell’ISIS sono iniziati solo dopo che il mostro era andato fuori controllo ed aveva attaccato i “peshmerga” del Nord-Iraq legati al clan Barzani e al partito PDK, stretto alleato di USA, Turchia e Israele, e già utilizzato per abbattere il governo di Saddam Hussein e tenere sotto “controllo” il successivo governo sciita di Bagdad. In questo modo gli USA si stanno facendo belli spacciandosi come difensori dei Kurdi e tentando di coinvolgere anche i Kurdi siriani nella crociata anti-Assad.
La Turchia fin dall’inizio della crisi aveva sottoposto ad embargo tutte le zone kurde della Siria, considerando come pericolosi avversari i Kurdi siriani (riuniti nel partito PYD) in quanto alleati con i Kurdi della Turchia riuniti nel partito marxista PKK fondato da Ocalan e autore di una lunga guerriglia indipendentista negli anni ’80 e ’90. La presunta “svolta” turca consiste nella promessa di far passare i “peshmerga” iracheni filo-turchi e filo-americani, ma non i combattenti del PKK, in modo da mettere indirettamente sotto controllo turco i difensori di Kobane, accusati di trattare sotto banco con il governo Assad da cui avrebbero ricevuto aiuti.
 Il governo turco di Erdogan e Davutoglu inoltre insiste nella richiesta di creare una zona occupata dall’esercito turco all’interno della Siria ed imporre una “no-fly zone” vietata agli aerei dell’Esercito Siriano. Ciò dimostra chiaramente come la caduta del governo Assad rimanga lo scopo principale di Erdogan, nonostante che questa politica sia impopolare nella stessa Turchia.
Da parte loro i Kurdi siriani hanno fatto sapere ufficialmente di non essere alleati né del governo né della presunta formazione “moderata” ESL (Esercito Siriano Libero) ormai di fatto quasi smobilitata, visto che i suoi militanti hanno trasmigrato in massa nelle formazioni estremiste jihadiste. Di fatto il PYD siriano e le sue milizie armate femminili e maschili (JPG, YPG) da oltre due anni non combattono contro l’Esercito Nazionale ed hanno dichiarato di seguire una “terza via” basata sull’autonomia “democratica”, mentre invece hanno subito continui attacchi concentrici da tutti i gruppi jihadisti  (oltre l’ISIS) e dagli stessi “fratelli” iracheni del partito di Barzani.
Nessuno in quel caso è corso in loro aiuto. Nessuno ricorda inoltre nelle cancellerie occidentali e nelle sedi dei grandi mass-media che finora è stato solo il governo siriano di Assad a combattere aspramente su tutti i fronti con tutte le formazioni jihadiste, ISIS compresa. Le sanguinose battaglie che l’esercito siriano ha dovuto affrontare anche recentemente a Tabka nella provincia di Raqqa, a Deir-es-Zor, e a Est di Palmira contro le orde dell’ISIS, e a Kuneitra e nella zona di Qalamoun contro i miliziani di Al Nusra e altri gruppi jihadisti, stanno a testimoniarlo (vedi, ad esempio, qui).
Se e quando questa terribile crisi finirà e la Siria sarà riuscita a preservare la propria identità e sovranità, è auspicabile un accordo tra governo siriano e Kurdi, basato su una forte autonomia delle zone kurde. Il Baath siriano e il partito kurdo PYD sono entrambi nazionalisti ma hanno in comune una visione laica con tendenze socialiste e il riconoscimento dei diritti delle donne. Il dialogo è possibile. Fin dall’inizio della crisi il governo aveva cercato di venire incontro ad alcune richieste kurde concedendo la cittadinanza a molti Kurdi immigrati che fino ad allora erano considerati apolidi illegali. Ma qualsiasi accordo di questo genere presuppone la sconfitta delle formazioni jihadiste e la fine dell’ingerenza di USA, Turchia, NATO, Arabia Saudita, Qatar negli affari interni della Siria.
 
Vincenzo Brandi
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La guerra

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Da varie settimane prosegue l’attacco  da parte dei miliziani estremisti sunniti dell’ISIS (Stato Islamico della Siria e dell’Iraq) contro Kobane, uno dei tre cantoni a maggioranza kurda della Siria posti al confine con la Turchia. Questo attacco, che ha già provocato la fuga di almeno  200.000 civili verso la vicina Turchia, ha conquistato per molti giorni le prime pagine dei mass-media occidentali che non dedicano invece spazio agli accaniti combattimenti che continuano ad infuriare da tre anni in varie zone della Siria tra l’Esercito Nazionale e la galassia delle formazioni jihadiste (ISIS, Jabhat Al-Nusra, Fronte Islamico, Al-Sham, ecc.) che tentano di destabilizzare il paese.
Ma perché tanta attenzione sull’ISIS e sulla coalizione (formata da Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita, Qatar e un’altra ventina di paesi arabi, della NATO, e persino l’Australia) che avrebbe deciso di combattere questo movimento armato che negli ultimi mesi è dilagato nelle zone sunnite dell’Iraq ? Perché questa coalizione non si è formata prima dopo che l’ISIS aveva già occupato da oltre un anno gran parte del Nord-Est della Siria (le province di Raqqa e Deir-es-Zor traversate dallo storico fiume Eufrate)? Come spiegare il (presunto) voltafaccia della Turchia che, dopo aver
finora appoggiato gli attaccanti impedendo ai militanti kurdi presenti in Turchia di correre in aiuto degli assediati e vietando anche il passaggio di armi e munizioni (rifornendo anzi sotto banco l’ISIS), ha nei giorni scorsi promesso di far passare i “peshmerga” kurdi dell’Iraq?
L’ISIS, come del resto gran parte delle formazioni jihadiste che combattono in Siria, è una creatura  dell’Arabia Saudita eterodiretta in particolare dall’ex  responsabile dei servizi segreti sauditi Bandar bin Sultan, per anni  anche ambasciatore saudita a Washington e grande amico di George Bush. Nelle sue fila convergono militanti e mercenari provenienti da Pakistan, Turchia, Arabia Saudita, Tunisia, Libia, Cecenia, Sinkiang cinese, ecc. Spesso si tratta di ex-galeotti liberati ad hoc dalle carceri USA e dai paesi musulmani più reazionari. L’ISIS è cresciuto incamerando uomini e armi da parte delle formazioni più “moderate” (o estremiste concorrenti dell’ISIS) finanziate in passato dagli stessi membri dell’attuale coalizione anti-ISIS,  il cui scopo rimane sempre quello di provocare la caduta del governo di Bashar Assad e la disgregazione della Siria.
I bombardamenti americani – peraltro molto limitati – sulle posizioni dell’ISIS sono iniziati solo dopo che il mostro era andato fuori controllo ed aveva attaccato i “peshmerga” del Nord-Iraq legati al clan Barzani e al partito PDK, stretto alleato di USA, Turchia e Israele, e già utilizzato per abbattere il governo di Saddam Hussein e tenere sotto “controllo” il successivo governo sciita di Bagdad. In questo modo gli USA si stanno facendo belli spacciandosi come difensori dei Kurdi e tentando di coinvolgere anche i Kurdi siriani nella crociata anti-Assad.
La Turchia fin dall’inizio della crisi aveva sottoposto ad embargo tutte le zone kurde della Siria, considerando come pericolosi avversari i Kurdi siriani (riuniti nel partito PYD) in quanto alleati con i Kurdi della Turchia riuniti nel partito marxista PKK fondato da Ocalan e autore di una lunga guerriglia indipendentista negli anni ’80 e ’90. La presunta “svolta” turca consiste nella promessa di far passare i “peshmerga” iracheni filo-turchi e filo-americani, ma non i combattenti del PKK, in modo da mettere indirettamente sotto controllo turco i difensori di Kobane, accusati di trattare sotto banco con il governo Assad da cui avrebbero ricevuto aiuti.
 Il governo turco di Erdogan e Davutoglu inoltre insiste nella richiesta di creare una zona occupata dall’esercito turco all’interno della Siria ed imporre una “no-fly zone” vietata agli aerei dell’Esercito Siriano. Ciò dimostra chiaramente come la caduta del governo Assad rimanga lo scopo principale di Erdogan, nonostante che questa politica sia impopolare nella stessa Turchia.
Da parte loro i Kurdi siriani hanno fatto sapere ufficialmente di non essere alleati né del governo né della presunta formazione “moderata” ESL (Esercito Siriano Libero) ormai di fatto quasi smobilitata, visto che i suoi militanti hanno trasmigrato in massa nelle formazioni estremiste jihadiste. Di fatto il PYD siriano e le sue milizie armate femminili e maschili (JPG, YPG) da oltre due anni non combattono contro l’Esercito Nazionale ed hanno dichiarato di seguire una “terza via” basata sull’autonomia “democratica”, mentre invece hanno subito continui attacchi concentrici da tutti i gruppi jihadisti  (oltre l’ISIS) e dagli stessi “fratelli” iracheni del partito di Barzani.
Nessuno in quel caso è corso in loro aiuto. Nessuno ricorda inoltre nelle cancellerie occidentali e nelle sedi dei grandi mass-media che finora è stato solo il governo siriano di Assad a combattere aspramente su tutti i fronti con tutte le formazioni jihadiste, ISIS compresa. Le sanguinose battaglie che l’esercito siriano ha dovuto affrontare anche recentemente a Tabka nella provincia di Raqqa, a Deir-es-Zor, e a Est di Palmira contro le orde dell’ISIS, e a Kuneitra e nella zona di Qalamoun contro i miliziani di Al Nusra e altri gruppi jihadisti, stanno a testimoniarlo (vedi, ad esempio, qui).
Se e quando questa terribile crisi finirà e la Siria sarà riuscita a preservare la propria identità e sovranità, è auspicabile un accordo tra governo siriano e Kurdi, basato su una forte autonomia delle zone kurde. Il Baath siriano e il partito kurdo PYD sono entrambi nazionalisti ma hanno in comune una visione laica con tendenze socialiste e il riconoscimento dei diritti delle donne. Il dialogo è possibile. Fin dall’inizio della crisi il governo aveva cercato di venire incontro ad alcune richieste kurde concedendo la cittadinanza a molti Kurdi immigrati che fino ad allora erano considerati apolidi illegali. Ma qualsiasi accordo di questo genere presuppone la sconfitta delle formazioni jihadiste e la fine dell’ingerenza di USA, Turchia, NATO, Arabia Saudita, Qatar negli affari interni della Siria.
 
Vincenzo Brandi
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Da varie settimane prosegue l’attacco  da parte dei miliziani estremisti sunniti dell’ISIS (Stato Islamico della Siria e dell’Iraq) contro Kobane, uno dei tre cantoni a maggioranza kurda della Siria posti al confine con la Turchia. Questo attacco, che ha già provocato la fuga di almeno  200.000 civili verso la vicina Turchia, ha conquistato per molti giorni le prime pagine dei mass-media occidentali che non dedicano invece spazio agli accaniti combattimenti che continuano ad infuriare da tre anni in varie zone della Siria tra l’Esercito Nazionale e la galassia delle formazioni jihadiste (ISIS, Jabhat Al-Nusra, Fronte Islamico, Al-Sham, ecc.) che tentano di destabilizzare il paese.
Ma perché tanta attenzione sull’ISIS e sulla coalizione (formata da Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita, Qatar e un’altra ventina di paesi arabi, della NATO, e persino l’Australia) che avrebbe deciso di combattere questo movimento armato che negli ultimi mesi è dilagato nelle zone sunnite dell’Iraq ? Perché questa coalizione non si è formata prima dopo che l’ISIS aveva già occupato da oltre un anno gran parte del Nord-Est della Siria (le province di Raqqa e Deir-es-Zor traversate dallo storico fiume Eufrate)? Come spiegare il (presunto) voltafaccia della Turchia che, dopo aver
finora appoggiato gli attaccanti impedendo ai militanti kurdi presenti in Turchia di correre in aiuto degli assediati e vietando anche il passaggio di armi e munizioni (rifornendo anzi sotto banco l’ISIS), ha nei giorni scorsi promesso di far passare i “peshmerga” kurdi dell’Iraq?
L’ISIS, come del resto gran parte delle formazioni jihadiste che combattono in Siria, è una creatura  dell’Arabia Saudita eterodiretta in particolare dall’ex  responsabile dei servizi segreti sauditi Bandar bin Sultan, per anni  anche ambasciatore saudita a Washington e grande amico di George Bush. Nelle sue fila convergono militanti e mercenari provenienti da Pakistan, Turchia, Arabia Saudita, Tunisia, Libia, Cecenia, Sinkiang cinese, ecc. Spesso si tratta di ex-galeotti liberati ad hoc dalle carceri USA e dai paesi musulmani più reazionari. L’ISIS è cresciuto incamerando uomini e armi da parte delle formazioni più “moderate” (o estremiste concorrenti dell’ISIS) finanziate in passato dagli stessi membri dell’attuale coalizione anti-ISIS,  il cui scopo rimane sempre quello di provocare la caduta del governo di Bashar Assad e la disgregazione della Siria.
I bombardamenti americani – peraltro molto limitati – sulle posizioni dell’ISIS sono iniziati solo dopo che il mostro era andato fuori controllo ed aveva attaccato i “peshmerga” del Nord-Iraq legati al clan Barzani e al partito PDK, stretto alleato di USA, Turchia e Israele, e già utilizzato per abbattere il governo di Saddam Hussein e tenere sotto “controllo” il successivo governo sciita di Bagdad. In questo modo gli USA si stanno facendo belli spacciandosi come difensori dei Kurdi e tentando di coinvolgere anche i Kurdi siriani nella crociata anti-Assad.
La Turchia fin dall’inizio della crisi aveva sottoposto ad embargo tutte le zone kurde della Siria, considerando come pericolosi avversari i Kurdi siriani (riuniti nel partito PYD) in quanto alleati con i Kurdi della Turchia riuniti nel partito marxista PKK fondato da Ocalan e autore di una lunga guerriglia indipendentista negli anni ’80 e ’90. La presunta “svolta” turca consiste nella promessa di far passare i “peshmerga” iracheni filo-turchi e filo-americani, ma non i combattenti del PKK, in modo da mettere indirettamente sotto controllo turco i difensori di Kobane, accusati di trattare sotto banco con il governo Assad da cui avrebbero ricevuto aiuti.
 Il governo turco di Erdogan e Davutoglu inoltre insiste nella richiesta di creare una zona occupata dall’esercito turco all’interno della Siria ed imporre una “no-fly zone” vietata agli aerei dell’Esercito Siriano. Ciò dimostra chiaramente come la caduta del governo Assad rimanga lo scopo principale di Erdogan, nonostante che questa politica sia impopolare nella stessa Turchia.
Da parte loro i Kurdi siriani hanno fatto sapere ufficialmente di non essere alleati né del governo né della presunta formazione “moderata” ESL (Esercito Siriano Libero) ormai di fatto quasi smobilitata, visto che i suoi militanti hanno trasmigrato in massa nelle formazioni estremiste jihadiste. Di fatto il PYD siriano e le sue milizie armate femminili e maschili (JPG, YPG) da oltre due anni non combattono contro l’Esercito Nazionale ed hanno dichiarato di seguire una “terza via” basata sull’autonomia “democratica”, mentre invece hanno subito continui attacchi concentrici da tutti i gruppi jihadisti  (oltre l’ISIS) e dagli stessi “fratelli” iracheni del partito di Barzani.
Nessuno in quel caso è corso in loro aiuto. Nessuno ricorda inoltre nelle cancellerie occidentali e nelle sedi dei grandi mass-media che finora è stato solo il governo siriano di Assad a combattere aspramente su tutti i fronti con tutte le formazioni jihadiste, ISIS compresa. Le sanguinose battaglie che l’esercito siriano ha dovuto affrontare anche recentemente a Tabka nella provincia di Raqqa, a Deir-es-Zor, e a Est di Palmira contro le orde dell’ISIS, e a Kuneitra e nella zona di Qalamoun contro i miliziani di Al Nusra e altri gruppi jihadisti, stanno a testimoniarlo (vedi, ad esempio, qui).
Se e quando questa terribile crisi finirà e la Siria sarà riuscita a preservare la propria identità e sovranità, è auspicabile un accordo tra governo siriano e Kurdi, basato su una forte autonomia delle zone kurde. Il Baath siriano e il partito kurdo PYD sono entrambi nazionalisti ma hanno in comune una visione laica con tendenze socialiste e il riconoscimento dei diritti delle donne. Il dialogo è possibile. Fin dall’inizio della crisi il governo aveva cercato di venire incontro ad alcune richieste kurde concedendo la cittadinanza a molti Kurdi immigrati che fino ad allora erano considerati apolidi illegali. Ma qualsiasi accordo di questo genere presuppone la sconfitta delle formazioni jihadiste e la fine dell’ingerenza di USA, Turchia, NATO, Arabia Saudita, Qatar negli affari interni della Siria.
 
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