martedì 18 ottobre 2011

I parenti delle vittime della legge Reale: 625 morti in 15 anni

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ROMA - Nel 1978 la legge Reale fu sottoposta a referendum anche sotto la pressione dei parenti di chi era rimasto ucciso dalle forze dell'ordine per effetto di quella normativa, che ampliava il numero di casi in cui era legittimo l'uso delle armi di ordinanza. Il referendum abrogativo, che si tenne a poco più di un mese dal ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, non passò, la legge rimase in vigore. Alla consultazione popolare diede indicazione di votare contro l'abrogazione anche il Pci, che tre anni prima in Parlamento aveva votato contro la norma.
Secondo 625, un libro bianco sulla legge Reale, pubblicato nel 1990 dal Centro di Iniziativa Luca Rossi di Milano, le vittime della normativa approvata sull'onda di tensioni sociali negli anni '70 furono appunto 625 nei primi 15 anni di applicazione, vale a dire dal '75 al '90. Di queste, 254 furono i morti, 371 i feriti.  
Il libro contiene un sorta di catalogazione dei casi di morte da legge Reale. In 153 casi si trattò di persone che non si erano fermate al posto di blocco o all'intimazione di alt. In 65 casi le forze dell'ordine hanno parlato di «colpo partito accidentalmente»
Alcuni esempi: «Caso n.206, 07-01-81, Roma: Laura Rendina, 28 anni... La ragazza si era fermata in auto con altri parenti vicino all'abitazione della famiglia Moro e di altri politici, quando sente battere ai finestrini e si trova puntata una pistola. Presa dal panico riparte, ma viene raggiunta da colpi sparati all'impazzata. Forze dell'ordine: Digos. Fonte: Paese Sera». 
Oppure: «Caso n.208, 12-01-81, Firenze: Roberto Panicali Frosali, 32 anni... Stava ritornando in banca dopo l'intervallo a bordo del suo motoscooter, quando viene ucciso da una raffica di mitra sparata da un agente di sorveglianza, che dichiara che il colpo è partito accidentalmente, poiché il mitra si era impigliato nel giaccone. Forze dell'ordine: vigilantes. Fonte: La Nazione». 
O ancora il «Caso n.338», avvenuto il 6 febbraio dell'84 a Torino, vittima: «Renato Cavallaro, 44 anni». La storia: «Durante l'inseguimento di un ricercato, un poliziotto in borghese a bordo di un'auto civile si ferma ad un semaforo rosso, scende e, in posizione di tiro, spara alcuni colpi. Un operaio, che si trova all'uscita di una cabina telefonica, viene ucciso. Forze dell'ordine: polizia in borghese. Fonte: La Stampa».
Naturalmente sulla legge Reale esiste un amplia bibliografia. Suggestiva la tesi sostenuta in La questione del sindacato di pubblica sicurezza, degli avvocati Elio Cherubini e Nerio Diodà, (riferimenti: Ordine pubblico e criminalità, Mazzotta, Milano 1975, p. 172). E cioè che con la concessione della licenza di uccidere ai poliziotti e con la garanzia de facto della loro impunità, la Dc spera di riprendere il proprio controllo sul corpo di Ps, anch'esso interessato al suo interno dalle tensioni sociali degli anni '70. Praticamente, la legge aveva anche l'obiettivo di contenere la sindacalizzazione delle forze di polizia. Una tesi che si basa anche su una dichiarazione dello stesso ministro della Giustizia Oronzo Reale, da cui prende il nome la legge, in un'intervista al Corriere della sera. E cioè che uno degli obiettivi della sua proposta era quello di «migliorare lo stato d'animo delle forze di polizia e combattere i fenomeni di rassegnazione o di disinteresse che nascono da un lavoro svolto in condizioni estremamente difficili».

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