domenica 14 settembre 2014

A proposito del debito: il grande imbroglio (3)

La storia del debito pubblico: meno tasse per i ricchi e meno spesa pubblica per i poveri

di Francesco de Majo

Nel 1963 il debito pubblico italiano tocca il livello più basso dal 1945  (32,6% del PIL), ma da lì inizia  una crescita  continua  fino agli anni novanta: dal 29% del PIL del 1960 al 53,5% del 1990. Nella tab. A si può riscontrare che l’aumento del deficit sul PIL che è anche più basso che altrove ma la performance del debito resta  da primato!
TAB. A
I motivi della crescita deficit e debito  sono abbastanza chiari: in tutta Europa  si potenzia il welfare.  L’Italia cerca di stare  al passo con gli altri paesi civilizzati, anche per le pressioni  dei  lavoratori, le classi dirigenti  decidono  (scelta  keynesiana?) di non mettere mano alla tassazione e finanziare la crescita soprattutto con misure di espansione della spesa pubblica per sostenere la produzione.
TAB. B
Così si alimenta il deficit di bilancio e il  debito pubblico si dilata  ma l’espansione delle tutele non fa aumentare la  pressione fiscale che, (era 25,7% nel 1960), nel 1985 è pari al 34,6% del PIL, contro il 41% della media europea e il 45% della Francia. Alla fine degli anni ’80 si verifica la prima espansione delle aliquote sui redditi  più bassi  (dal 16 al 22) e un decremento su quelli più alti dal (68 al 50).
L’aumento  fino agli anni ‘80 è mitigato dalla forte inflazione.  Quando nel 1981, dopo il divorzio tra Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia, non è più possibile pagare il debito attraverso l’emissione di moneta e bisogna reperire sul mercato i capitali per finanziarlo. I tassi d’interesse esplodono e con essi il deficit. Così nel 1994, si raggiunge  il record di indebitamento pubblico al 121,8% del PIL.
Ma dopo  il Trattato di Maastricht il risanamento deve essere perseguito a tutti i costi, il debito pubblico, dai massimi del 1994 (121,8%) scende costantemente fino al 103,8% del PIL nel 2004, ma da allora inizia lentamente e inesorabilmente a risalire, con un’accelerazione nel 2009 (in parte a causa della diminuzione del PIL) fino al 132,6% nel 2013.
Se nel 1965 l’ammontare totale (a prezzi 2010) corrispondeva a un debito verso lo Stato di ogni cittadino italiano di circa 2.700 euro, che si è più che decuplicato nel 2010, raggiungendo 30.500 euro circa.
Il paese partiva a metà anni settanta da una pressione fiscale più bassa degli altri paesi europei e da un rapporto sbilanciato tra imposte dirette e indirette, perché nella composizione del prelievo le imposte indirette e i contributi sociali prevalevano sulle imposte dirette. Nel giro di circa quindici anni la situazione si è modificata profondamente: a fine anni ottanta la pressione fiscale complessiva si avvicina a quella dei nostri principali partner e aumenta il peso delle imposte dirette e in particolare dell’Irpef, che diventa il tributo più importante. Ora è addirittura una delle pressioni fiscali più alte d’Europa
Nelle tabelle successive vengono riassunti i livelli delle aliquote e l’imposizione fiscale per classi di reddito.
TAB. C

TAB. D

I livelli di tassazione colpiscono in maniera differenziata e si concentrano sempre più sui meno ricchi e sui lavoratori a reddito fisso: è forse questa  l’attuazione del principio costituzionale all’ art. 53 circa generalità  progressività dell’impostazione? O il risultato di un liberalismo presunto, applicato male, e dei rigurgiti reganiani che hanno solo favorito e garantito la rendita parassitaria?
Nel 1987, primo anno per il quale si dispone dei dati dettagliati, a livello geografico, le famiglie più svantaggiate risultavano quelle meridionali, con valori medi di circa il (30% meno dei residenti nel Centro e nel Nord),  le famiglie di operai e pensionati presentavano i livelli più bassi di ricchezza netta  (60% dell’ammontare medio). Le famiglie più ricche? Quelle dei liberi professionisti, imprenditori e lavoratori autonomi e quelle dei dirigenti,( 250% della media generale).
Ma l’equità? In realtà Tra il 1987 e il 2008 i livelli medi di ricchezza dei ceti operai decadono ( dal 60 al 45 per cento) e anche  quelli delle classi medie (da 250 a 200). Mentre il livello reddito medio per persona rispetto all’ Europa dei 15 passa dal 102,67% al 97,4%, scendendo quindi sotto la media un crollo troppo in rapida ascesa per essere imputato a cause congiunturali. I dati sono confermati anche rispetto agli U.S.A. (nel periodo il rapporto di reddito U.E./U.S.A. è rimasto pressoché invariato).
In definitiva gli strumenti messi a punto sono (almeno parzialmente) falliti, perché  la spesa per il welfare dovrebbe avere una funzione redistributiva (dal sano al malato, dal giovane al vecchio, dall’occupato al disoccupato, ecc.) ed anche assicurativa contro ogni rischio sociale riconosciuto a cui si è esposti. Ma in Italia la cattiva applicazione ha incrementato gli squilibri!
Tra il 1998 ed il 2002, alcuni problemi derivanti dalla bassa produttività e della competitività si aggravano con l’adozione di un cambio forte. La “stagnazione”dell’economia è pari alla “stagnazione” dei salari reali  inoltre dal 1999 i prezzi iniziano a crescere più rapidamente dei salari. Anche l’occupazione giovanile  che in Europa è in aumento  dal 40,8% al 42,6%, in Italia (15-24 anni) diminuisce: tra il 2000 ed il 2003 la flessione è dal 27,8% al 26,8%. Ma oggi è arrivata al 43,3%.
I salari non aumentano e la precarizzazione del mercato del lavoro contribuisce a peggiorare la redistribuzione  e a deprimere i consumi interni.
Eppure La ricchezza netta delle famiglie in Italia ha registrato una crescita impetuosa negli ultimi decenni. Nel 2010 la ricchezza complessiva delle famiglie era di  circa 8.638 miliardi di euro, più di 7,5 volte il corrispondente valore del 1965 misurato a prezzi 2010.
È la  ricchezza netta pro capite a subire un rallentamento: il 5% solo tra 2005 e 2010.
In Italia i 10 individui più ricchi posseggono una quantità di ricchezza che è all’incirca equivalente a quella dei 3 milioni di italiani più poveri; il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede oltre il 40 per cento dell’intero ammontare di ricchezza netta mentre il 10 per cento delle famiglie a più alto reddito riceve invece solo il 27 per cento del reddito.
Dei 25 milioni di famiglie italiane [al 31 dicembre 2009, fonte Istat], ce ne sono 2 milioni e mezzo che, posseggono oltre il 45% dei 9 miliardi e mezzo di euro cella ricchezza lorda di tutte le famiglie, e 12 milioni e mezzo circa (12.452.521) che devono spartirsi il  10% appena. Ci sono 10 famiglie su 100 che hanno in media un milione e mezzo di euro a testa e 50 famiglie su 100 che non arrivano a 70 mila. E inoltre, queste ultime hanno un reddito medio familiare annuo di 8.019,30 euro contro i quasi 200 mila euro delle 10 top.
Le conseguenze sociali ormai sono sotto gli occhi di tutti:  scarsa competitività,  evasione fiscale epidemica, corruzione e criminalità organizzata, deindustrializzazione, delocalizzazione con fuga di aziende e capitali, annullamento (o quasi) di investimenti in innovazione e sviluppo, diminuzione dei posti di  lavoro, dei consumi e della cultura operaia. La struttura produttiva basata su piccole e piccolissime imprese spesso a conduzione familiare non può competere con la concorrenza internazionale su un mercato sempre più globalizzato.
Forse dopo lo smantellamento della previdenza che darà ai lavoratori attuali quando saranno pensionati redditi risibili, l’unica isola che resiste nel welfare resta un sistema sanitario che, sia pure geograficamente squilibrata,  riesce ad esprimere discreti valori medi ed alcune eccellenze.
Oltre ai tanti guai c’è una totale assenza della spinta culturale e di curiosità intellettuale, un disinvestimento  sulla ricerca universitaria, un percorso formativo non più adeguato ai tempi e alle trasformazione economico-produttiva in atto che fa dire a Tullio De Mauro, in una recente pubblicazione, che ormai per oltre l’80% degli italiani “un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, tra questi, il 12% dei laureati. Soltanto il 20% della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”.
In queste condizioni è inutile parlare ancora di “ascensore sociale” e di ricerca di opportunità. Forse siamo da considerare “gufi”, ma le persone tristi e preoccupate  che incontriamo tutti  i giorni che hanno esaurito anche il coraggio e la speranza.
Il bisogno di questa analisi nasce proprio da una situazione particolare vissuta  in una struttura sanitaria pubblica in seguito a un incidente e dagli occasionali compagni di avventura. Tutto  conferma la sensazione di vivere ormai una realtà senza sogni e senza via d’uscita e purtroppo con poca curiosità per il mondo circostante vissuto nella migliore delle ipotesi con il filtro degli smartphone, delle chat e delle” app”. Da qui la necessità di vedere da dove siamo partiti e dove ci troviamo.
Francesco de Majo

Bibliografia: 
Giovanni D’Alessio, “Questioni di economia e finanza Ricchezza e disuguaglianza in Italia“, Banca d’Italia, n° 115 febbraio 2012
Vito Tanzi,Ludger Schuknecht, “La spesa pubblica nel XX secolo. Una prospettiva globale“, Firenze University Press, 2007
Supplementi al Bollettino Statistico Indagini campionarie I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2012 Anno XXIV – 27 Gennaio 2014
Vittoria Gallina nei saggi: “La competenza alfabetica in Italia. Una ricerca sulla cultura della popolazione” (Franco Angeli 2000)
Tullio De Mauro, “La cultura degli italiani” a cura di F. Erbani, Edizione 2010

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